lunedì 17 febbraio 2014

Il Rock non salverà il mondo


C'è una cosa inderogabile, un appuntamento fisso che immancabilmente (da qualche decina di anni, a dirla tutta...) segue ad ogni grande calamità: il concerto di beneficenza.
Ogni terremoto, ogni uragano, ogni emergenza umanitaria ha ormai un triplo CD a suo nome, stracolmo di superstar che naturalmente, devolvono il ricavato alle vittime del disastro.
Per fortuna che ci sono loro, che tamponano le lentezze della burocrazia e dei sempre nemicissimi politici. Per fortuna che ci sono loro che “regalano un sorriso alle popolazioni tanto provate". E pazienza se queste mega-collette in contanti (nostri contanti) sanno un po' di assistenzialismo paternalistico. Almeno quando vanno a buon fine.
Ma non vado oltre, perchè dopo tutto, a questo mondo c'è sempre tanto bisogno di buoni sentimenti.
Di buoni sentimenti e di vendere album per farsi conoscere.
In ossequio al famigerato Manifesto comparso su questo blog (e su Detriti di Passaggio), cedo la parola a Michael Zezima, riportando un brano dal suo libello “Nuoce gravemente ai luoghi comuni”: un articolo sul linguista "anarchico" Noam Chomsky, così amato dai rocker più à la page. Piuttosto attuale pure se risalente ad una decina di anni fa.
Buona lettura.



Amare Chomsky è tutta un'aItra musica...

”Questo è un linguista dissidente che Bono ha rubato ai radicali. Lo glielo restituisco”.
Ricordo di aver letto, alcuni anni fa, un articolo di The Nation sulle rock star che ”idolatravano” Noam Chomsky, tentando di riportarlo all’ovile, per cosi dire. Venni a sapere che il produttore discografico Don Was non solo aveva un “grande ritratto" di Chomsky che penzolava sulla sua batteria; ma aveva anche chiamato il suo studio "The Chomsky Ranch". The Nation riferiva che Was aveva appena cominciato a lavorare a una serie di video rock in cui le parole registrate del "linguista dissidente" (così il settimanale più vecchio della nazione sceglieva bizzarramente di definire Chomsky) sarebbero state associate alle musiche originali di artisti di successo, come i REM e i Pearl Jam.
In effetti scoprii che quei celebri miliardari sovversivi dei Pearl Jam suonavano brani scelti di Chomsky diffusi dalle stazioni radio ”pirata” da 75 watt che allestivano in ogni città dove facevano tappa col loro tour.
Di certo la fine del capitalismo predatore era vicina, ora che la generazione di MTV si era unita alla lotta. Tra quanto vedremo Bell T-Hooks (scrittrice femminista afroamericana, NdT) in TV a “Survivor”? Com'era inevitabile, rock star che sguazzano nel capitalismo hanno usato l'unico punto di riferimento interno che conoscono: il loro imponente ego. La più alta forma di lode che possono dispensare è quella di elevare un altro essere umano allo stesso livello di cieca adorazione in cui si crogiolano (me lo vedo: Noam che si tuffa dal palco durante la sua prossima lezione). L'unico risultato possibile di tali stupidaggini egocentriche è la classificazione di Chomsky come nuovo “eroe”, il che mette in secondo piano la maggioranza delle sue idee.
Gran parte dei princìpi che si oppongono alla tirannia delle multinazionali vengono passati al setaccio dall'éIite della pop music, quindi i membri della società bene borghese ora possono accogliere a braccia aperte un "linguista dissidente", lasciandosi convenientemente alle spalle tutti gli altri.
È una lotta di classe per le folle beneducate.
Più o meno quando usci I'articolo su The Nation, lessi ciò che c'era scritto sul retro di un CD di Chomsky e spiai, udite udite, un commento di Bono Vox, cantante leader degli U2 a tempo pieno e salvatore del mondo a tempo perso.
Definendo Chomsky ”l’EIvis degli accademici", Bono lamentava il fatto che un uomo dell’età di Chomsky avesse soffiato il posto al rock and roll al tavolo della ribellione. Mi domandai: quando, esattamente, il rock and roll ha fatto qualcosa di più che posare, pavoneggiarsi e guadagnare miliardi per le grandi industrie del divertimento? I cosiddetti attivisti come Bono hanno il denaro e l’influenza necessaria per contribuire a finanziare pubblicazioni progressiste, siti Internet, stazioni radio dissidenti e forse persino un terzo (o dovrei dire secondo?) partito. Invece, esibendosi in concerti di beneficenza e usando la reputazione di Chomsky per dare nell’occhio riescono a vendere più CD. Cosa che ci porta al nuovo documentario su Chomsky che è sulla cresta dell’onda.
“Potere e terrore: Noam Chomsky oggi" (che paradossalmente si apre con una citazione di Bono, che definisce Chomsky un "ribelle che non si ferma mai") ha pochissimo in comune con le poetiche (e, si crede, intelligenti) canzoni dei REM, con le angosce per la sorte del mondo ben coreografate dei Pearl Jam, o con gli splendidi duetti di Bono con Paul O'Neill e Jeffrey Sachs. Ho visto questo film agile e breve alla fine di novembre, durante una proiezione molto affollata al Film Forum del West Village. Divideva il cinema con un altro dissidente doc: "I processi di Henry Kissinger". Di conseguenza la scritta che campeggiava sulla porta d’ ingresso del cinema suonava in modo sinistro, come una specie di incontro di boxe tra settantenni: Kissinger-Chomsky.
In ”Potere e Terrore", il professor Chomsky delinea succintamente le realtà geopolitiche attuali, post 11 settembre, con un linguaggio che farebbe vomitare a gran parte delle rock star il páté appena mangiato nella loro bella piscina a forma di rene. Sono informazioni che tutti dobbiamo conoscere, informazioni che si spingono ben oltre le pose alla moda e le teorie indecifrabili. Come al solito, il nostro linguista dissidente preferito ha svolto il tedioso compito di compilare statistiche, fare citazioni e scrivere titoli. Il resto, come sempre, dobbiamo farlo noi.
Oltre a consigliarvi di andare al più presto a vedere il film e di spargere la voce in lungo e in largo, vorrei anche sollecitare gli appassionati di musica a chiedere di più ai loro beniamini. Se Bono e gli altri vogliono il bollino di politici ribelli, devono imparare a far fruttare meglio i dollari del divertimento. Invece di lamentarsi semplicemente della scomparsa progressiva delle foreste pluviali, perché non educano le masse sul ruolo dell'America capitalista, del governo statunitense e della dieta a base di carne negli affari interni del Brasile? Perché limitarsi a scrivere una canzone sui somali che muoiono di fame quando si è tanto influenti da mobilitare centinaia di migliaia di persone, mettendole a conoscenza delle condizioni sociali che permettono l’esistenza della povertà in un mondo opulento? Se non cominceranno a farlo, possiamo semplicemente smettere di comprare i loro album, di andare ai loro concerti e di  indossare le loro T-shirt vendute a prezzi astronomici e prodotte con lo sfruttamento della manodopera. Provate a immaginare:
legioni di consumatori di musica mobilitate in nome della pace, della giustizia e della solidarietà.
C’è un regalo di compleanno pronto per te, Noam.

***

Non so se dovremmo aspettarci mai dalle rockstar qualcosa di diverso da qualche bella canzone, ogni tanto. Non credo dovremmo investirli di poteri taumaturgici, di erigerli a paladini del libero pensiero e a leader delle nostre amate società liberali. Non credo nemmeno dovremmo pretendere mai troppa coerenza nè condotte impeccabili (capita a tutti di bucare qualche beneficenza, no?)
Una bella canzone, ogni tanto, sarebbe più che sufficiente.
Ricordo distintamente, una sera di ormai 20 anni fa, Giorgio Gaber in un teatro di provincia scagliarsi contro "la Missione Arcobaleno" (con tanto di treno al seguito), all'epoca l'avanguardia di ogni programma di aiuto per l’ex Yugoslavia (vado a memoria).
Ero giovane, anzi ero quasi "piccolo" e rimasi colpito e imbarazzato.
Poi sono cresciuto...


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13 commenti:

Massimiliano Manocchia ha detto...

Come non darti ragione...
Bisognerebbe scrivere un altro manifesto, del tipo: dateci le belle canzoni e tenetevi i buoni intenti.
No, il rock non salverà il mondo. E il mondo non salverà il rock.

Bartolo Federico ha detto...

Di belle canzoni ne arrivano sempre meno, e di rockstar non ne arrivano piu' da un pezzo. Almeno dalle mie parti.

Leonardo Annulli Paris ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Leonardo Annulli Paris ha detto...

Gran bell'articolo.
E a proposito di Bono, questo libro spiega un po' di cose: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=16071&fb_action_ids=10202461009360508&fb_action_types=og.recommends&fb_ref=addtoany&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=288381481237582

mr.Hyde ha detto...

Si noi siamo cresciuti e loro si son fatti più furbi.E' sempre più difficile distinguere tra i marpioni e gli ingenui.Il mondo del rock è amato e odiato per questo: basta saperlo e non aspettarsi niente. Molto interessante il tuo post.

Evil Monkeys ha detto...

Leo, grazie x il link, e a tutti x i commenti.
La question è sempre più complessa di quanto si possa presentare in un post.
Però alla fine il pubblico cimette sempre il soldo, la star la faccia. Di certe cose basta esserne consapevoli, così per non bruciarsi troppo dopo...

SHRC ha detto...

Che ormai nel music business il "business" ha preso il sopravvento sulla "music" è chiaro, così come è chiaro che le superstar di oggi fanno musica alla ricerca di un po' di fama e/o di soldi.
Ci andrei più cauto, però, nel dire che è sempre stato così e ci andrei ancora più cauto nello stare qui a gioire ed a compiacersi perchè la musica ha perso la sua funzione sociale.

Bartolo Federico ha detto...

SHRC, com'è andata secondo te? Conoscendo il blog di Evil, non penso proprio che stia qui a compiacersi, ma l'esatto contario. spiega meglio il tuo pensiero.andiamo in fondo alle cose ciao

SHRC ha detto...

Secondo me è andata che la musica, oltre alla funzione di intrattenimento ha sempre avuto la funzione di riflessione sul'attualità, di "educazione delle coscienze" ed ha unito popoli e gruppi di persone in nome di ideali/sentimenti comuni.

Poi dietro c'è sempre stato il business (chiaramente) ma in una società capitalista il business (inteso come gestione di entrate/uscite) è obbligatorio.

Ciò non toglie che nell'epoca d'oro di questo business ai musicisti ed al loro pubblico non fregava niente.

Woodstock, il One Love Peace Concert, Jimi Hendrix, Sid Vicious e Syd Barrett, i nostrani festival al Parco Lambro...
gli esempi di eventi e di artisti che sono stati coerenti, dando anche la vita per la causa, ce ne sono tantissimi.

Poi arriviamo ad oggi e alla nostra società "materialista" che dice: la musica in definitiva è un business ed allora che anche i musicisti siano dei business-man!

E sono nate quindi rockstar ricche ed incoerenti che fanno musica solo per diletto, senza lanciare messaggi, musica da ascoltare con le cuffiette.
Rigorosamente da soli.

Così è meglio?
Secondo me no.
Io preferisco Gaber a Justin Bieber.

Bartolo Federico ha detto...

La tua visione è cosi' romantica e poetica, che t'invidio . ciao

Evil Monkeys ha detto...

Tutti preferiamo Gaber a Justin Bieber, ci mancherebbe.
E io non mi compiaccio mica, in realtà. Anzi, credo pure che la musica, anche quella attuale, abbia ancora un suo valore sociale; credo di averlo scritto da qualche parte proprio sul Blog del mitico Saluzzi, parlando di hip-hop. Credo (spero) che anche questo "famigerato" (per noi "rocker") Hip-Hop, possa essere la "canzone di protesta" degli anni 2000.
il "malessere" è più generalizzato e non certo limitato alla musica; e per malessere intendo quella pratica mediatica di vendere una cosa, pubblicizzandola come fosse l'esatto contrario. La politica ci ha educati, a partire dall'"esportazione della democrazia".
La musica, mah, cosa volete, è normale che risenta del business-a-tutti-i-costi; ma non voglio con questo dire dare colpe agli artisti. Anzi, mi ripeto: io sarei molto contento di qualche bella canzone in più. Questo chiedo. Tutto il resto è noia, diceva quello, no?
Ciao a tutti!!

SHRC ha detto...

Evil, rileggendo la discussione forse il termine "compiacersi" è risulato più offensivo di come era stato pensato.
La stima è reciproca anche se non la pensiamo allo stesso modo.
Ciao.

Marco Grande Arbitro Giorgio ha detto...

Concordo pienamente!
Non aggiungo altro

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