martedì 28 maggio 2013

Quark – Quark


Il vagabondo si muove come uno spettro in quelle wilderness of pain che avvolgono la città fatta di luci, una periferia di piccole case ed enormi bastimenti industriali polverosi.

sabato 25 maggio 2013

Manualetto di musicologia fantastica



Perché un blog che per quasi 2 anni si è speso a scrivere di dischi, nel modo più obiettivo e approfondito possibile, dovrebbe inventarsi di sana pianta autori ed album inesistenti?
Risposta necessaria e sufficiente: perché è divertente.
Risparmia ore di tediosi ascolti fatti solo per scriverci qualcosa su e consente di parlare di album, a loro modo, perfetti. Proprio perché non esistono.
Potrebbe bastare così.
Quelle che seguono sono argomentazioni prolisse a stampo letterario; solo per gli ardimentosi.

giovedì 23 maggio 2013

US Hard Rock Underground - US Hard Rock Overground

Un altro tassello della tortuosa introduzione a US Hard Rock Underground... Troverete sempre tutto "ordinato" in questa pagina...



A differenza di quanto era successo appena cinque anni prima, al tempo della British Invasion, alla fine degli anni 60 il rock americano si fece trovare pronto alla nuova accelerazione imposta dal Regno Unito. Anzi, forte di precursori di successo, poteva pure rivendicare la paternità dei suoni pesanti, e non senza ragioni.
In California, area Los Angeles, operava un gruppo di esuli canadesi, gli Steppenwolf, che avevano fatto un centro clamoroso con Born To Be Wild, brano che a cui pare si debba addirittura la paternità dell’espressione “Heavy Metal”.

I like smoke and lightnin'
Heavy metal thunder
Racing in the wind
And the feeling that I'm under

Sempre a L.A. risiedevano da tempo gli Iron Butterfly, che smerciavano psichedelica pesante a buon mercato e riff monocordi e pulsanti: In-A Gadda Da Vida, n° 30 tra i singoli del 1968, fu il prototipo del “brano monstrum”.
Sulla costa est le star tra il ‘67 e il ‘68 furono i Vanilla Fudge: un indecifrabile guazzabuglio di pop, acido e musica classica, la cui specialità era produrre cover ipertrofiche e metalliche di canzonette da classifica. Nel mezzo, o meglio nel mid-west, Detroit, con la sua scena pazzoide capitanata dagli MC5 protetti del guru John Sinclair, in cui power-chord, assoli ipetrofici e volumi esasperati erano l’unica risposta musicale possibile ai moti di violenta contestazione che agitavano il Michigan.

martedì 21 maggio 2013

The Pack! – The Pack!



Garage scassati rientrando ubriachi; senza centrare il portone. Cocci di bottiglia, magari anche un po' d'erba.
Che questi Pack fossero adolescenti idioti e inconsapevoli o fini pensatori post-rock in anticipo sui tempi è mistero difficile da sondare.  Certo che questo album d'esordio va a ripescare le stonature e le empietà di Sonics e Monks per iniettarle in tutta la decadenza di una Oakland derelitta e decadente dopo le sbornie degli anni 60. Con un'estetica ultra pop che sembrano i Dictators ed una carica elettrica da Helios Creed in incognito.
Brani veloci, concisi; titoli essenziali. Dai sitar distorti di Low India all'attacco proto punk di Sidewalk. E sempre una certa tendenza a rockandrolleggiare come il vate Chuck Berry passato attraverso gli amplificatori dei più freschi Flamin' Groovies (Yes, i’m not e soprattutto Camaro, un rock autostradale tra i massimi). Non mancano satire acide e quasi orrorifiche, appuntate su qualche taccuino agli ultimi concerti degli Stooges (Can’t do) né una sincera serenata mortifera per chitarra acustica ed arpa, rigorosamente scordata (Mellow).
Album pubblicato (pare) solo un paio di anni dopo l'incisione, per sfruttare la nuova ondata punk della costa occidentale. Pessima scelta, a posteriori, in quanto si confuse con tutte le creste facili dell’ultim’ora, perdendo quell’abbrivio e quella spontaneità che solo un paio di anni prima lo avrebbe reso un autentico cult.

The Pack! – The Pack! - Siren Records (556-87) – USA -  1976

A1 Yes, I’m not  2:54
A2 Low India  3:21
A3 Flower 3:04
A4 Can’t do  4:36
A5 Sidewalk 3:34
B1 Camaro 3:11
B2 Say to me 2:41
B3 Move!  2:55
B4 Mellow 3:57
B5 Raid 2:37


domenica 19 maggio 2013

Blog decomputerizzato


…titolo da pronunciarsi rigorosamente come farebbe il Maroni di Crozza…

Ma avete mai provato a scrivere su un tablet? O peggio su un telefono, ma anche su un netbook…
Evviva la penna, anche se poi la nostra epoca impone di digitalizzare il tutto.
E digitalizzare è noioso, ripetitivo, richiede più tempo della scrittura stessa…
E se il prossimo esperimento fosse un blog “senza computer”?
Ossimoro totale.
A quel punto penso non ne valga più la pena, però sul mio taccuino ho trovato tante cose che non sono mai finite sul blog…
Vedremo.

lunedì 13 maggio 2013

Boss o non più Boss?



Per celebrare, di striscio, l’imminente arrivo dei Bruce Springsteen su suolo italiano per quattro tappe del suo nuovo (ennesimo) tour con la E-Street Band, propongo un articolo del critico britannico Simon Frith.
Non oso inoltrarmi di persona nella disamina di un personaggio così mastodontico e complesso come il Boss in quanto non posso certo dire di conoscerlo a fondo, avendo ascoltato, nella sua ormai sterminata discografia, solo i due o tre titoli considerati imprescindibili.
Farò dunque solo un breve cappello introduttivo all’articolo che qui integralmente riporto (violando, tra l’altro, svariate norme di copyright…)
Il brano di Frith, datato 1987, fu scritto mentre era in distribuzione il mastodontico Live/1975-85.
L’autore procede in maniera quasi hegeliana: tesi, antitesi, sintesi, qui ribattezzate falso, vero, conclusioni. Tutto quanto ruota attorno a lui, al Boss per antonomasia.
Più che giudizi tout-court, Frith si propone di offrire chiavi di letture personali, meditate, non sempre fuori dal coro ma sicuramente ragionate e ben ponderate. I fan di Bruce facciano attenzione, perché qua e là potrebbero incappare in frasi piuttosto… “esplicite”: ma abbiate pazienza e vedrete che un assoluzione di fondo non manca.
Tutto quanto il mondo della musica leggera segue regole precise, si direbbe inderogabili.
Non si può né pretendere da un singolo che si erga ad unico paladino immacolato della Verità, né che tutte le piaghe e le colpe di un sistema finiscano per ricadere su di lui solo perché è tra quelli che hanno avuto maggiore successo. E attenzione: essendo la musica rock non estranea alle dinamiche di mercato, la massima popolarità artistica (quella che tutto sommato piace ai fan, quella che regala emozioni…) è spesso accoppiata ad un enorme successo economico.
Ma la diatriba che nasce attorno a rockstar di lunga carriera e gonfio portafoglio è sempre la stessa: fanno sul serio? Ci vendono Arte o contratti con le major? Lo fanno per avidità, ispirazione, routine?
Insomma… sono autentici o no?
Una questione che in realtà, a chi si propone di essere solo ascoltatore, fruitore del flusso musicale,  nemmeno dovrebbe interessare più di tanto. Come nota giustamente Frith: “la musica non può essere vera o falsa, può soltanto riferirsi a convenzioni di verità e falsità”. Ma certo per il fan, l’appassionato, oltre che di musica, del personaggio, dell’uomo tanto pubblico quanto privato, la domanda è di quelle cruciali.
Una cosa credo si possa dire: Springsteen, Madonna, Rolling Stones, Jackson ed Elvis (finchè erano in vita) non sono più solo privati cittadini che si esprimono creativamente; sono vere e proprie aziende multinazionali che danno lavoro a centinaia di persone. E sono forzatamente aziendalisti.
Mi trovo abbastanza d’accordo con Frith quando scrive: “ciò che è significativo nell’era postmoderna non è se Springsteen sia la cosa autentica, ma come possa surrogare la convinzione che in qualche modo, da qualche parte, esistano cose autentiche”.
La purezza, la sincerità, la verità dell’espressione artistica non stanno in questo mondo, ma nell’idea dell’appassionato e dell’ascoltatore. Ed è importante che siano e restino lì, altrimenti i frantuma tutto. Platonismo Rock? Forse, ma il ragionamento mi soddisfa abbastanza, dopotutto.
Detto ciò, a voi l’articolo. Una sua versione in pdf è scaricabile dal link qui sotto.
Il grassetto è mio ed ha la sola funzione di aiutare coloro che non si dedicheranno ad una lettura integrale a soffermarsi su quelli che, a parer mio, sono i passaggi salienti.

sabato 11 maggio 2013

mercoledì 8 maggio 2013

Virgin Forest - The Thoughts of Men



Accasati con la piccola misterica etichetta Threshold dei Moody Blues, i Virgin Forest condvidono con Mike Pinder e Ray Thomas una visione deteriore della psichedelia, che sfocia in un progressive ampio, talora sinfonico, nel loro specifico caso addirittura “darwiniano”.
Del resto, cosa non potevano fare quattro polistrumentisti nell’Inghilterra del 1971?
L’ispirazione arriva direttamente da 2001 Odissea Nello Spazio, e quell’osso gettato in alto diventa una sarabanda di percussioni come in certi concerti dell’Art Ensemble of Chicago. Timpani, piatti, oggetti casuali, magari qualche osso vero… Poi il rito si placa e nell’etereo tappeto di mellotron di The Family And The Village Of The Noble Savage si inseriscono le chitarre liquidissime di Paul Lorre, un Robert Fripp dall’accento folk che esplora villaggi di paglia e religioni dimenticate. Ma l’apice del disco sta nel lato B, dopo l’introduzione per elettronica varia di Winds In Savannah, con l’epica di oltre diciotto minuti di The Way Through The Mists Of Time. Un po’ Gentle Giant, qualche abbozzo di quartetto d’archi e flauti diseguali, in un prodromo di Fauni-Gena dei Tangerine Dream. Qualcuno ha detto Ian Anderson?
Peccato che tali timbri agresti trasudino di una certa compiaciuta autoindulgenza, proprio come l’esploratore che osserva il fanciullesco rito iniziatico degli ultimi neolitici. Per fortuna  si trova un pertugio anche per una chitarrona quasi hard, prima che il finale si accontenti di uno smooth jazz da piano bar con tanto di sax e gran piano.
Ambizioso, imponente, ma ben prodotto. Per gli amanti delle Grandi Opere…

Virgin Forest - The Thoughts of Men  - Threshold Records (THC 09) UK - 1971

A1 Bone In The Sky  7:23
A2  The Family And The Village Of The Noble Savage  9:05
B1 Winds In Savannah  1:45
B2 The Way Through The Mists Of Time  18:23

martedì 7 maggio 2013

L’eutanasia della cultura – Maggio Musicale Fiorentino


Quello che i più temerari potranno ascoltare via Youtube qui sotto è il terzetto “Oro, quant’oro” dal II atto di Ernani, opera di Giuseppe Verdi.
La registrazione risale al 1957 e le voci sono quelle del tenore Mario del Monaco, del basso Boris Christoff e del soprano Anita Cerquetti. Dimitri Mitropoulos dirige i complessi del Maggio Musicale Fiorentino.
Fu un’edizione storica, una di quelle che ha stabilito le coordinate imprescindibili della rappresentazione lirica moderna, verdiana in modo particolare.

domenica 5 maggio 2013

Un ringraziamento a Graffi d'Inchiostro



Sono felice di poter ringraziare Michel Franzoso di Graffi d' inchiostro per avere letteralmente offerto ospitalità a "Come Evocando un Esercito di Morti", l'ultimo piccolo e-book autoprodotto da questo blog.

Grazie mille!

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