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lunedì 28 settembre 2015

Consigli per ascolti trascorsi (riletture)


Free - Tons of Sobs (1968)
Il blues sepolcrale

Assieme a Spooky Two ecco forse il disco definitivo della Via Bianca al Blues, e siamo solo ad inizio ’68! Un approccio alla Cream, talmente diretto da essere addirittura sfacciato. La produzione trasandata e grezza di Hamilton, la debordante e felina chitarra di Kossof che singhiozza tonnellate di dolore, la barba incolta di Rodgers, catapultano l’album verso l’era finale del rock britannico: paradossale che sia il prodotto di un gruppo di teenagers.
Ma questi ragazzi si divertono a giocare nella tenebra, camminando nell’ombra; e questo esordio è una continua ode sepolcrale sparsa tra le lapidi di un cimitero di campagna in cui il vento sibila messaggi di morte. Fin dall’arcana copertina, dalle prime 3 canzoni, che sono una perenne variazione di un unico riff culminante nell’ipnosi totale, dall’enfasi dello standard di Going Down Slow; fino alla notte fonda della litania di Moonshine. Considerando che del lotto avrebbe potuto far parte anche Visions of Hell, Tons of Sobs si candida ad essere il primo vero “Black Album” della scena rock inglese.

9 agosto 2011


The Marshall Tucker Band - The Marshall Tucker Band (1973)

Esponenti di riguardo di una “2° generazione della jam” che rimpiazzò I fasti delle band della Baia nei primi ’70, la M.T.B. fu un gruppo “Southern” solo geograficamente. Scegliendo la strada della fusion di vecchio country, pattern blues e pop in versione yankee, ispirati ad una filosofia cristianeggiante, il gruppo sembra più l’evoluzione dei Grateful Dead ripuliti dall’acido piuttosto che l’apripista per gli assalti boogie di Lynyrd Skynyrd o Black Oak Arkansas.
Lunghe canzoni rilassate, che sanno di vecchio mito di frontiera ma senza pellerossa cattivi o sparatorie da “straniero senza nome”. Come una pigra ma devota carovana di pellegrini che procede lungo il fiume. Can't You See è una piccola gemma, così come l’acquerello di copertina di James Flournoy Holmes.

3 luglio 2011


Emerson, Lake & Palmer - Pictures at an Exhibition (1971)
Questo NON è Rock

Ascoltandolo oggi, pare impossibile che questo pachidermico LP fu all'epoca un successo. Tutto il prog più deteriore, eccessivo, barocco, falsamente rock è qui dentro.
Ridondante come ogni finto intellettuale parvenu che gioca con la musica colta, avendo addirittura la presunzione di migliorarla, riuscendo invece a rendersi quasi ridicolo, ricopiando pedissequamente qualche linea melodica e lasciandosi costantemente sfuggire il quadro totale della suite di Mussorgsky. Silenzi imbarazzanti e indecisi, improvvisazioni senza meta che ondeggiano come una piuma in preda al tornado. La differenza con la sinfonia vera, magari anche moderna, per esempio quella di Klaus Shulze, è abissale e incolmabile.
Non paghi, i tre moschettieri dell’ovvio si lanciano in un allucinante “bis” dallo Schiaccianoci di Ciajkovskij; senza bisogno di considerare l’originale, basti dire che riescono a prenderle addirittura dai Ventures la cui ben più spigliata versione risaliva addirittura a 5 anni prima!
Non sarà questa la vera, originale “Great Rock 'n' Roll Swindle”?

30 settembre 2011


Sweet - Desolation Boulevard (1974)
Rock in Polyester

Tra i fuochi artificiali del glam britannico, quello degli Sweet è oggi ingiustamente dimenticato. Eppure il quartetto aveva ogni cosa al suo posto: un tasso di lustrini non indifferente, zeppe del 12, una naturale cafonaggine da borgatari londinesi, nonché un look da macho-omosessuale-spaziale tra i P-Funk e le drag-queen a noleggio per un addio al celibato. Colpa dei New York Dolls che crearono disastri facendo credere che qualunque teenager sessualmente incerto con una Gibson e un po’ di rossetto potesse inventarsi il punk.
E nonostante tutto, Desolation Boulevard è un fantastico LP di bubblegum alla Ramones (ma un paio d'anni prima...) con coretti contagiosi, chitarre plastificate elementari e incalzanti, brani indimenticabili (Ballroom Blitz ma anche AC/DC, Fox on the Run, Six Teens) tenuto assieme da una specie di concept sulla vita di strada tra Ray David e i Dictators. Un mix niente male…

5 settembre 2011


domenica 2 agosto 2015

Una serata sui tetti


Può sembrare curioso cominciare una discussione sulla fine, partendo da un inizio. Quell'inizio in cui Martin Sheen si risveglia dal suo torpore in un' umida stanza d'albergo a Saigon.
Attorno, un mondo in fiamme. Mentre gli elicotteri volteggiano tra il fumo. Jim Morrison declina il suo personale Edipo, brano che potrebbe anche fare da cardine per tutto il dialogo, non fosse una scelta troppo ovvia.
Brano su cui vorrei comunque ritornassimo, quando la discussione prenderà quota.
Intanto è un'altra la canzone che chiamo a testimone: una crepuscolare meditazione dalla cima di un tetto al tramonto. Evening Over Rooftops (1971), classico assai minore e ultimo fuoco di un grande gruppo dell'undergound britannico: la Edgar Broughton Band. Arrangiato per viole e cori femminei, Evening dimentica le ruvidezze di un Wasa Wasa per un suono magari ruffiano eppure ammaliante nella piattezza catatonica della voce e nello spurio spirito da glam trapiantato in west-coast, di puro stampo esistenzialista.

Somewhere in the distance
On the road so far away
I heard the sound of life
Though the people left for home

Three birds flew off a building
Standing proud against the sky
Many more flew with them
Spiralled up like laughter

Faster, harder
They rose up in a column
Hundreds upon hundreds
And twice that many wingspeed

Four miles across
Stretched a million miles high
The living pulsing column
In the lady of the sky

Feathers thrashed together
Locked in that huge swarm
I knew no-one could see it
And now that it was gone

I rubbed my eyes and tried to find
A reason for the flight
Exodus, escape
Or was it just for me to see?

Dentro ci stanno queste immagini di spettacolare portata: l'ultimo fotogramma degli Uccelli di Hitchcock (una grande Apocalisse cinematografica); la nebbia giallastra sulla città industriale. Così almeno me la immagino. Quella città di cui siamo siamo ancora tutti cittadini; perchè ancora lì stiamo. E se abbiamo creduto di combattere per estendere diritti, abbiamo invece traghettato privilegi.
Non esiste l'uomo “post industriale”. Stiamo ancora guidando appena oltre la macchina a vapore.
E poi quella domanda, ripetuta più e più volte, tanto alla fine da tramutarsi in pura angoscia di vivere:

How far are we from dying
Is it nearly at an end?
How far are we from dying
Is it nearly at an end?...

Scartabellando tra memoria e archivi, ecco l'altro pezzo forte di Broughton: Death Of An Electric Citizen.
In morte di un cittadino elettrico.
Una piccola fine privata, questa, dell'ennesimo dei senza nome che riempie le periferie estese delle immutabili città industriali.
Dove comanda l'economia e latra la politica.

Appena oltre la macchina a vapore.

martedì 6 gennaio 2015

Ripartire da uno scarabocchio



Nei giorni scorsi si sono sentiti, letti, visti tanti proclami, tanti giudizi, tanti consuntivi.
Moniti e auspici. Come sempre.
Lessico forbito, sintassi curata, giacche eleganti.
Il mio auspicio è ripartire da uno scarabocchio.
Veloce, su un foglietto di riciclo, un appunto, una parola, due note, un volto.

Scarabocchi Ubriachi, progetto aperto per la costruzione di un nuovo libro di racconti di Bartolo Federico, è uno dei miei rammarichi dell'anno passato. Ora, sono certo che il progetto non sarà, alla fine, esattamente come lo volevamo, non sarà completo, forse non sarà perfetto, certamente non arriverà in tempo.
No satisfaction; ma chi può mai dirsi realmente soddisfatto, in questo mondo?
So per certo però che questo anno appena iniziato, sarà l'anno degli scarabocchi (ubriachi, possibilmente).
Forse non sono riuscito a dare un volto al volume, ma di certo ho lavorato sui volti.
Ho letto (e riletto) i pezzi di Bart, ne ho isolato i protagonisti; ne ho studiato foto e biografie, ho selezionato le immagini che mi sembravano più adatte e le ho date in pasto al colpo d'occhio di Mr. Hyde (mai visto Cassetti Confusi?) affinchè le scarabocchiasse di colore, appunto.
Un po' punk, un po' Joker, un po' pagliacci metropolitani.
Lavoro pregevole, il suo. Esattamente quello che avevamo in mente per illustrare la prosa guerrigliera di Bart.
Riguardo quelle foto, e cerco di leggere negli sguardi di Patty Smith, di Jeffrey Lee Pierce, di Roy Orbison e di tutti gli altri.
Ci vedo dentro sempre quella punta di insoddisfazione, di precarietà, di dubbio, di rimorso. È ciò che li rende artisti e non marionette del jet set.
No satisfaction.
Mi piace leggerci dentro una cosa: urgenza
Il rock è la musica dell'urgenza.
Del qui, ora, subito.
We want the world and we want it now!
Ricordate, lo diceva anche Morrison, no?
Urgenza di utopia.
Vogliamo il mondo (utopia), lo vogliamo adesso (urgenza).
Nessuna lunga mediazione, nessun compromesso, nessuna verbosa diplomazia, niente patti subdoli. Niente politica, solo la massima posta in gioco.
Urgenza, quindi. Di esprimersi, di comunicare, di suonare, di acchiappare quell'idea, la parola giusta, il pubblico caldo. Di arrivare in sala d'incisione prima degli altri, di registrare quel refrain per primi. Urgenza di fare soldi, di diventare celebri.
Quell'urgenza sta dentro agli Scarabocchi. E anche quel briciolo di utopia, perchè no.
Le due note che diventano un riff, la parola che diventa un titolo, la frase che sarà un inno.
Scarabocchi veloci su foglietti di riciclo.
Rileggo un lungo commento lasciato su G+ da Blakswan, il "Killer" di comeunkillersottoilsole, a corollario di un post di Detriti di Passaggio; ne isolo un frammento: partigiani della bellezza. Bart è un agguerrito partigiano della sua bellezza; una bellezza che a tanti altri può apparire rugginosa, trasandata, popolana, grossolana. Ciò non di meno è vitale, scalcia, tira pugni; ha quell'espressione vissuta di costante, mascherata insoddisfazione. Di chi non ha ancora acciuffato la sua personale utopia.
Questo ci auguriamo che sia del libro di Bart.
Che si porti appresso tutta l'urgenza di parlare, magari senza tanta cura alla sintassi, senza lessici forbiti o giacche blu, ma con la sincerità di dire tutto ciò che va detto.
È questo che ci piace del Rock.
E che ci piace di Bart.



Il messaggio agli "addetti ai lavori", ma non solo, è semplice: siamo qui, siamo vivi; ricominciamo. Disposti ad investire un po' del nostro tempo; ed in futuro forse non solo quello.
Sapendo bene due cose:
1) Che la vita, con tutti i suoi casini, viene comunque prima. Lavoreremo nei suoi interstizi.
2) Non ci sono crocicchi o juke joint; ce la giochiamo in un terreno digitale, virtuale, che non ci piace, e non è il nostro.
Giocheremo in trasferta, allora.

venerdì 2 gennaio 2015

Appunti di metodo, nuove introduzioni, vecchie idee


Je vous entends demain Parler de liberté
Gilles Vigneault


Non interpretate questo post troppo alla lettera.
Nasce certo come una nuova introduzione all' indagine sul rock canadese, ma contiene anche qualche concetto, qualche linea guida trasversale con i quali mi piaceva inaugurare questo 2015.
Un anno da cui, non lo nascondo, ed anzi lo dico sin d'ora, mi aspetto molto.

***

Non sono mai stato un fan del "Progressive" in senso stretto.
Yes, King Crimson, Genesis ed altri li ho ascoltati più per senso del dovere che per passione. Ed anche il folto sottobosco Vertigo o Harvest l'ho frequentato più per completistica curiosità che per vero interesse.
Ho spesso avuto riserve su un certo messaggio che ho letto sotteso a tanto prog. Un messaggio che, probabilmente sbagliando, ho sempre associato al disimpegno, al conservatorismo opposto alle fatue libertà del 1967, legato addirittura al collaborazionismo, fino a certe istanze superomistiche care alla destra.
Ebbene non sono qui per redirmi o smentirmi. Non del tutto.
Perchè, sotto sotto, nell'eterogeneo mondo del prog, c'è anche un trasversale filo rosso che mi ha sempre affascinato più di quanto io stesso non sia disposto ad ammettere, un filo rosso fatto di devozione per la musica colta, per la storia, per il romanticismo e il fantasy nelle sue più svariate forme.
Ciò di cui avevo bisogno era un territorio vergine, uno spazio ampio da considerare nel suo insieme e nella sua unitarietà, molto più notevole della mera somma di tanti singoli.
Con la scena di Canterbury già ampiamente sviscerata e la vera passione che negli ultimi hanno ha investito il kraut rock e il prog italiano, mi sono rivolto a quello che è oggi - perchè presto ne scopriremo un altro, vi garantisco - l'ultimo baluardo vergine tra i variopinti mondi del prog: il Quèbec.
Ed ecco già in partenza la prima semplificazione.
Perchè in effetti era solo un mio pregiudizio l'immaginare la scena del Quebèc come devota unicamente al "genere prog".
In realtà, addentrandomi nell'argomento, ho scoperto una proposta assai più composita e variegata, nella quale il prog era solo un semplice denominatore, più o meno comune, adottato più per comodità che per reale corrispondenza musicale.
Dall' originale "QuebecProgSampler" che avevo pensato come titolo di prima battuta, ho quindi dovuto cambiare, pensando a "JoualRockSampler", assumendo come carattere peculiare l'adozione dello slang anglofrancese, joual appunto. Ma anche questa sarebbe stata una semplificazione eccessiva, nonchè una notazione assai poco comprensibile. "MonrealRockSampler", con pronuncia alla francese? O qualche altra tipicità locale?
No, allora meglio il semplice, immediatamente comprensibile Quèbec, inteso come unità sociale ancor prima che geografica; rock, nell'accezione più variegata di musica per le "nuove generazioni".
L'interesse per questo argomento infatti è nato, oltre che dalla musica, dalle peculiarità culturali e storiche di questo paese. Un'enclave europea, potremmo addirittura dire latina, cattolica, in un continente anglosassone, protestante, sottoposto alla pesante egemonia statunitense. Una regione che ha percorso una strada tortuosa ma sempre di grande dignità verso l'indipendenza, o almeno verso il pieno riconoscimento di sè, in una stagione segnata anche da scontri, da lotte, fiere opposizioni, nonchè dalla musica, oggi grande testimonianza di quell'epoca.
Un percorso che rientra probabilmente nella trasversalità delle rivendicazioni degli ultimi anni '60, in un primo esempio di globalizzazione di sentimenti, aspirazioni e mode che oggi ha ampiamente dimostrato tutta la sua futilità, ma che all'epoca non mancò di segnare, in occidente, il proprio slancio utopistico.
Utopia, che fossero le canzoni di protesta di Joan Baez, di Woodstock, di Gilles Vigneault o dei menestrelli proletari europei che cantavano il '68 studentesco.
E forse, alla fine dei sogni, ognuno fa i conti con l'alba di una nuova giornata; ogni comunità, ogni libero associazionismo, ogni fazione politica ha il proprio risveglio. E se la nemesi dell'utopia sta spesso nella realtà, anche in musica ciò che seguì ai mega raduni acidi, alle "protest song", al rock politicizzato, va ricercato nei fatti e nelle persone, analizzando quel controverso periodo di simulazione, disimpegno e restaurazione - apparenti o reali - che furono i primi anni '70.
Ecco, in Quèbec, l'avventura musicale del rock francofono e degli chansonnier che lo hanno preceduto, fu colonna sonora ed oggi è in qualche modo l'eredità di una stagione che ha davvero visto "uomini in marcia" - parafrasando un titolo dei Morse Code - non per capriccio di qualche studente fuoricorso o per la posa artatamente alternativa di discutibili leaders politici, ma per un desiderio di libertà e di indipendenza che qui - da osservatore distante nel tempo e nello spazio - mi azzardo a definire sincero.
Un'avventura che copre quella dozzina di anni immediatamente successivi alla Rèvolution Tranquille (la Quite Revolution della cronaca anglofona) idealmente compresi tra l'Expo universale del 1967 a Montreal ed il referendum indipendentista del 1980; riferimenti non musicali ma dall'impatto emotivamente dirompente su tutta una comunità, sui suoi sogni, le sue lotte, le aspirazioni ed i bruschi risvegli.
In questo periodo, l'avventura più strettamente progressiva si consuma tra il 1971 e il 1977, preceduta da una breve ma gloriosa parentesi di estremismi psichedelici d'importazione e sperimentalismi dimenticati, e degenerata, negli ultimi anni 70, in ritmi dance e (ottima) fusion.

Nella scrittura di questi testi, sparsi per ora tra blog e social, mi sono presto scontrato con difficoltà operative, previste di sicuro, ciò non di meno limitanti.
La prima, quella determinante: la difficile reperibilità di molti dischi; l'accesso alle informazioni, che sono frammentarie, inattendibili, a volte perfino fuorvianti.
La seconda: immergermi in un tempo ed in una latitudine che non mi appartengono, non studiati a scuola, mai incontrati in precedenza.
Perchè l'intento di QuèbecRockSampler è quello di proporre non solo una carrellata di nomi, cognomi e titoli, ma di collocarli in un contesto il più dettagliato possibile e magari anche in una prospettiva, se non storica, almeno cronologica.
Per fare ciò ho scelto di operare su due binari ben distinti.
Il primo: l'ascolto.
Ascolto spesso nudo. Digitale, impersonale, freddo, senza introduzioni nè avvertimenti. Ma proprio per questo neutrale, al riparo da facili preconcetti e giudizi. Piacevole per il gusto della scoperta.
Il secondo: l'indagine storica. Indagine, per quanto possibile, verificabile, approfondita, basata sui dati e sulla ricerca attenta delle fonti e delle bibliografie, senza paura di intraprendere contatti e relazio con chi più di me ha vissuto e conosciuto quegli anni.
Il collante tra questi due binari lo fanno le storie degli uomini che hanno prodotto musica e si sono esibiti in quegli anni; le storie di personaggi cui nomi non sono quasi mai citati dalle top ten e che ancor meno sono approdate sull'altra sponda dell'Atlantico.

Il risultato è un viaggio personalissimo e certo incompleto attraverso i nomi e i titoli di artisti ed opere che sarebbe bello riascoltare, se non per reale passione verso il loro stile, per imboccare la strada che porta al riconoscimento pieno della globalità e della multiformità d'aspetto della musica rock.

venerdì 5 dicembre 2014

Parlando di Prog con... Stephen Takacsy



Se un blogger come il sottoscritto ha ancora materiale da spulciare, ascoltare e studiare lo deve anche ad una rete capillare costituita da piccole etichette specializzate nella ristampa di vecchi LP rari, magari snobbati dalle major. Le americane Gear Fab e Syn-Phonic, l'italiana Akarma, la vecchia e gloriosa Repertoire. E la ProgQuebec, label specializzatissima nelle riedizione di rock progressivo franco-canadese.
Quella di queste etichette di nicchia è una mission a suo modo anche "sociale", un aspetto a cui mai avevo pensato e che ha sottolineato Stephen Takacsy, fondatore della ProgQuebec - che ringrazio - a cui ho rivolto qualche domanda via mail.
Domande banali, lo ammetto, fatte per sondare il contesto geografico e musicale del Quebec negli anni '70 e pensate per ottenere qualche spunto di ascolto e riflessione.
Ecco cosa ho imparato...



Perchè questa passione di un tutta una generazione (o forse più…) di musicisti per il progressive rock?

La maggior parte dei musicisti del Quebec negli anni '70 ha frequentato ottime scuole di musica locali come la Vincent D'Indy e Le Conservatoire, e sono diventati artisti “classici” davvero abili.
Così, quando la "British Invasion" è arrivata sulle radio e sulla scena concertistica, ha dato l'ispirazione a scrivere musica rock che incorporasse anche la sfida di complessità della musica classica. I musicisti del Quebec sono in effetti molto talentuosi.


Il rock progressivo britannico ha certamente avuto un impatto importante sulla scena in Quebec. Quali sono stati i gruppi, gli album, le performances che più hanno influenzato lo sviluppo del Quebec prog?

I principali gruppi inglesi che hanno influenzato i musicisti in Quebec sono stati Yes, Genesis, Gentle Giant, ELP e King Crimson.
Questo stile, integrato con musica tradizionale "Quebecois", il folk, la musica classica e anche un po' di blues e jazz americani, ha contribuito a creare un melting pot di generi che, mescolati insieme, ha prodotto alcuni dei più singolari, complessi e bei sound mai incisi.
Dai più “rock-based” Morse Code, agli ornamenti classici dei Maneige, che in seguito si sono evoluti in uno stile maggiormente jazz, alla fusion Zappa-esque degli Sloche, al heavy-blues degli Offenbach o la “funky-ness” di Toubabou o Contraction e l'elettronica di Dionne-Bregent: la musica progressive in Quebec ha avuto davvero tutto.
La Ville Emard Blues Band, composta da circa 30 musicisti, incarna perfettamente questa realtà.


Il contesto politico e sociale, il sentimento diffuso di "nascita" e di fondazione di una nuova nazione che è seguito al periodo della "Quiet Revolution" ha influenzato in qualche modo l'esperienza musicale?

Probabilmente lo ha fatto, in una certa misura. Sicuramente ha dato un’ispirazione artistica a scrivere un certo tipo di canzoni e ha aggiunto emozione alla musica. Ed ha fatto sì che le canzoni fossero scritte e cantate in francese, cosa che era una rarità fino al 1970. Dionysos ed Offenbach sono stati tra i primi a farlo.
Inoltre, ci sono state molte più opportunità per questi gruppi di esibirsi dal vivo, specialmente all’ annuale festa di St-Jean Baptiste a Mount-Royal verso la metà degli anni '70.


La ProgQuebec ha come “mission” di fornire informazioni e soprattutto commercializzare la musica prodotta dai gruppi rock di lingua francese. Cosa rimane oggi dell'esperienza delle band degli anni '70 e quanto è importante mantenerne la memoria e la presenza sul mercato?

Questo rock è una parte importante del patrimonio musicale dell’ epoca del “baby-boomer” in Quebec. È stata la musica pop della mia generazione, è stata continuamente suonata dalle radio negli anni ‘70, ed era sul punto di scomparire per sempre, poichè molte etichette discografiche di quel periodo sono andate in bancarotta, mentre le major non erano interessate alla riedizione di questi album, in quanto prodotti non remunerativi.
Così la nostra missione è diventata, in primo luogo, di preservare questa musica, quindi di ripubblicarla in maniera legale, dando uno stop alla pirateria, in modo che le future generazioni possano ascoltarla.
Ad oggi abbiamo versato agli artisti oltre 100.000 dollari in royalties. Con il risultato che si è rivelata una missione anche sociale, avendo aiutando alcuni di questi musicisti finanziariamente. Sono tutti molto soddisfatti del nostro lavoro.



I dischi della ProgQuebec sono facilmente reperibili, su Amazon, su Discogs, E-Bay, su tutti i principali rivenditori online e in qualche caso anche su Spotify. Non costano nemmeno troppo... sicuramente meno delle nuove edizioni deluxe-remaster-expanse di album che avete già sentito 1000 volte e che conoscete a memoria.


Poi siamo chiaramente tutti liberi di scegliere se mettere sul piatto per la cinquecentotrentasettesima volta Aqualung oppure, per la prima, La Marche des Hommes...

giovedì 6 novembre 2014

Capitan Vinile e il gioco dei pacchi


Sopravvissuti a questa ricolonizzazione pagana della vigilia di Ognissanti?
Allora mettetela in fila accanto all'albero di natale, alla befana, ai primi dischi dei Black Widow e sappiate che:

HALLOWEEN NON È SOLO COMMERCIALIZZAZIONE DI ONESTE TRADIZIONI
NON È COLONIALISMO DI RITORNO A STELLE E STRISCE.

È IL NOSTRO VUOTO. CHE ALTRI RIEMPIONO.

lunedì 27 ottobre 2014

QuebecRockSampler - Note d'ascolto - 1


L’Infonie
L’Infonie (1969)

Un’enorme opera di avanguardia, in prima fila nella rivoluzione globale del rock di fine anni ‘60.
Orchestra classica free-form, inserti concreti, rumori d’ambiente, sketch di teatro canzone, beat poetry e l’ombra erratica del fantasma di Ornette Coleman. E non solo.
Una scaletta frammentata come un collage surrealista, potresti sentirci dei Faust Tapes rimontati da Charlie Haden in crisi d’astinenza. Ma anche il techno-psych di J’ai perdu 15 cent…, lo pseudo funk da cabaret per freak di Viens Danser, la meditazione per fanfare di ottoni che chiude Finale.
Una proposta talmente datata ed a suo modo estrema da risultare piacevole in questi nostri poverissimi tempi di crisi globale.
Disco notevolissimo, anche (soprattutto?) al di fuori dei ristretti confini franco - canadesi.

martedì 14 ottobre 2014

QuebecRockSampler - Bozza per un'introduzione


Questo lavoro non è nemmeno cominciato.
E tantomeno verrà concluso.
Nessun lavoro è mai realmente concluso, quando si tratta di riesumare vecchi dischi rock.
In parte perché tuttora, ogni giorno, ne emergono di nuovi; sul web, sui social, in negozi virtuali e non, ripescati da archivi discografici sotterrati, da paesi equatoriali e in apparenza improbabili, se non dai meandri dello sterminato mercato nord americano.
In parte perché è l'epoca stessa dell’ascolto che ne cambia la prospettiva e addirittura la consistenza artistica. Ascoltare gli Highway Robbery nel 1973 poteva essere quasi noioso. Oggi, dopo qualche decennio di pop sintetico e teen idol, in piena epoca di risveglio, apogeo e crollo revivalista, Bad Talk dei Granicus o Persecution dei Third Power (tanto per citare qualche nome di U.S. Hard Rock Underground) potrebbero addirittura diventare dei classici. La stessa cosa si può dire per i Maneige, o per un capolavoro come Dimension “M”.
A titolo di "introduzione" bastino alcune righe estrapolate da un testo più ampio, che chissà mai se troverà spazio qui sul blog.

***

Julian Cope ha avuto certo il merito di codificare, una volta per tutte, il kraut rock e l’avanguardia giapponese come movimenti unitari, consapevoli, innovativi e non meramente derivati da modelli anglo-americani.
La scena del progressive underground italiano ha trovato e trova tuttora (vedi l'ultima collana in "regalo" con l'Espresso) una propria solidissima strada alla riesumazione e glorificazione. Ed ecco che le tre grandi scuole di prog - o meglio di rock, per non essere troppo restrittivi - “non anglofone”, italiana, tedesca e giapponese, sono ormai sdoganate e riconosciute per il loro reale valore artistico e storico.
Eppure c'è una quarta, solidissima ed originale scuola nazionale, anzi regionale - se non addirittura metropolitana - ancora tutta da scoprire: il “Quebec Prog”.
Fiorito in una nazione, il Canada, che ha dato i natali ad alcuni grandissimi, pur presto emigrati negli USA per farsi un nome, si è in breve tempo arroccato e radicato come pura tipicità locale, senza troppe intromissioni o interferenze coi colossi musicali yankee.
Sorto in una regione francofona, il Quebec appunto, dallo spiccato senso di indipendenza ed appartenenza, un territorio che nei primi anni ‘70 contava appena 6 milioni di abitanti, per la maggior parte residenti nell’area urbana di Montreal, è dal punto di vista geografico un movimento ancora più coeso delle 3 scuole sopra citate e forse più affine ad una Canterbury boreale che ad un movimento di estensione nazionale e forzatamente frammentario. Anzi questo suo essere espressione pura di una minoranza linguistica e culturale ne ha accentuato i caratteri distintivi e l’autoconsapevolezza, creando una breve ma intensa parabola, terminata, come accade di solito, in una fase di stanco manierismo, che caso vuole sia spesso la più celebrata.

Non pretendiamo il completismo, nè certo l’(auto) pubblicazione.
Sarebbe sufficiente segnalare alcuni ascolti veramente interessanti, legati l’un l’altro da un sottile filo rosso geografico, sociale e temporale, oltre che musicale.
Ad altri il giudizio, qui ci accontenteremo della descrizione.

giovedì 9 ottobre 2014

Marx, Tyler Durden e Capitan Vinile



Se c'è una buona cosa prodotta dal capitalismo, è l'elevazione a scienza esatta, addirittura ad Arte sopraffina, del marketing, dell'advertising, della propaganda.
Della pubblicità.
Termine più adatto a noi caserecci consumatori finali.
In campo musicale, il Rock è sempre stato, per il capitalismo più puro e sfrenato, la testa di ponte nella mente dei giovani, perfino di quei tanti autoproclamati "ribelli".
Un piano degno del miglior Cossiga, quello che teorizzava l'infiltrazione di facinorosi tra le fila dei manifestanti non violenti.
È così da ormai 60 anni, da quando, tra il '54 e il '56, major e indie si reseto conto delle potenzialità commerciali di questa nuova musica, che fece letteralmente esplodere il mercato.
E smettiamola di dire che gli artisti sono innocenti marionette, puri ingenui, nelle mani di loschi discografici che mirano al profitto.

“Benvenuti nell'era dell'anti-innocenza: nessuno fa colazione da Tiffany e nessuno ha storie da ricordare.”

Il rock è veramente il braccio armato artistico per coloro che ricercano l'accumulo di Capitale, solo qualche ottuso integralista cattolico può pensare che sia il piano del Comunismo per piagare le menti degli adolescenti occidentali. Ma quella del resto è gente che ascolta i dischi al contrario.
L'unica cosa che salta agli occhi ascoltando Stairway to Heaven al contrario è il fatto che sia meglio così che non alla dritta.

Una testa di ponte.

Lo è tuttora più che mai, dopo anni passati ad affinare le armi e le tecnologie della propaganda.
Per esempio...
Bisognava sforzarsi di arrivare vivi alla decadenza di questo 2014 per essere testimoni di un nuovo album dei Pink Floyd.

Nuovo - album - Pink Floyd

Esercizio: inventate 3 frasi con queste tre parole.
Endless River.
Un endlessriver (termine di ascendenza pseudogermanica che non lascia mica scampo).
Potere degli articoli.... River of Shit, cantavano i Fugs.
Un lavoro che affonda le radici nelle session di Division Bell così dicono i grandi manifesti.
Un disco fatto di scarti di un'epoca orrenda, quella di Division Bell. (parafrasi)
Riesumazione di cadaveri fuori tempo, senza la minima ironia.
No, non ho certo ascoltato il disco, gli “snippet”, i promo. E non li ascolterò.

Non c'è poi mica bisogno di ascoltare tutto nella vita!

E quindi si, sono un prevenuto anch'io, quando mi pare.
Endless River me lo immagino già come un enorme buco con il solo solco a spirale ai margini. Un buco senza il disco attorno, mica come certe storiche caramelle alla menta.
Ma non è divertente come potreste credere voi, piccoli antagonisti, sparare a zero su questo disco. Divertente è farlo con Dark Side of the Moon, The Wall...
Qui no, quindi basta così.

Ma non finisce qui, in realtà.
Perché è sufficiente accendere la televisione qualche minuto per imbattersi in una band di mezza età che si dimena colorata su uno sfondo candido che pare la reclame di un Guitar Hero per nipotini dei Red Hot Chili Peppers.
E magari fossero i Red Hot...
No, sono gli U2, ovvero coloro che per primi si sono tramutati in una app per telefoni. Una di quelle gratis, come i giochini delle bolle o delle caramelle.
No, non ho ascoltato Songs of Innocence, e non lo farò.
Non c'è poi mica bisogno di ascoltare tutto nella vita!
Mmmmmmmmmm, questa mi sembra di averla già sentita...
Ma eccola qui, la meraviglia del capitalismo. La sua arma più tremenda e perfetta.

La pubblicità!

Il continuo tamburellare, che diventa un battere, che diventa un galoppo, che alla fine è un assedio.
“Alla fine trabocca e scoppia, si propaga e si raddoppia” recitava il vecchio Don Basilio nel Barbiere di Siviglia.
La calunnia...
Ovunque, monopolizzando tutti i canali che la comunicazione offre...
Frammenti di copertina, frammenti di musica. Dichiarazioni rese ad arte da qualche collaborazionista interessato.
Poi la cosa peggiore.
Il coro incessante dei "fans" che fanno muro per i loro paladini. Eccolo, il vero “wall”.
Ma forse non è salutare la recriminazione e l'antagonismo oltranzista. Rende burberi, inaciditi e pessimisti.
Questo è il Mondo, vuoto e tondo.
Il rock migliore dei nostri anni fa da jingle agli spot di prima serata: orologi, telefoni, automobili, profumi…
Beck, Black Angels, Black Keys, Presley.
Tyler Durden aveva la vista lunga; see for miles and miles and miles diceva la canzone degli Who, proprio su Who Sell Out.

“La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra Grande Guerra è quella spirituale, la nostra Grande Depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinto che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock stars. Ma non è così”.

Allora, voi volevate fare le rock star?

O vi sarebbe bastato constatare come i vostri miti fossero in realtà straccioni mortali, peccatori meschini proprio come lo siete voi?
Con mascara, meches bionde e silicone a tamponare le rughe.
Abbiamo perso
Cupido è volato via dal condominio.
<<Abbiamo perso?>>
Altro che Fugs.
Fugs, ma anche tanti altri che ancora non conosco. Mi auguro, almeno.
Però certo che i dischi dei Fugs mica ce li toglie nessuno. Group Grope, Dirty Old Man, Supergirl le possiamo ascoltare quando ci pare, quando tutto attorno puzza di rifiuti.
Fresh Garbage, per gli Spirit, o ancor meglio la Garbage dei Deviants. Che - per inciso - sta su un album, Ptooff!, che potrebbe essere quel "punto medio" tra i Velvet Underground e Zappa. Sulla sponda britannica, in una lurida soffitta infestata da squatter e piena di siringhe sul pavimento.
Mica male…
E mentre rimugino certe ovvietà da vecchio brontolone, mi metto ad aprire l'ultimo pacco, arrivato ormai mesi fa, che avevo quasi dimenticato sotto ritagli di giornale, libri, altri dischi.
Non ricordo cosa possa esserci dentro. Viene da West Berlin, New Jersey. Eh, già.  C'è una Berlino est pure in America.
E rinchiudo Tyler nel guscio del più mite Edward Norton.
<<Sono la morbosa curiosità di Jack. E del Capitano>>

Adiossssss!

venerdì 12 settembre 2014

Capitan Vinile non le manda a dire



E voi avete presente una puttana ottimista e di sinistra?
Io no.
Non tanto per la puttana, di quelle ne sono pieni i palazzi, quanto per l'essere, oggi, “ottimisti e di sinistra”.
Magari un paio di dozzine di anni fa, quando Dalla la cantava, poteva essere ancora plausibile, ma oggi...
Lucio…
Quelle 3 o 4 volte che l'ho incrociato in centro a Bologna l'ho sempre visto impegnato a parlottare con qualche musicista da strada o qualche barbone (oh, scusate, è una parola “politicamente scorretta”, si dice senza-fissa-dimora).
Decenni ad ascoltare rock straniero, blaterare anglosassone, e si finisce per perdere completamente di vista il valore di alcune espressioni musicali nostrane. Una valore magari provinciale, magari marginale e sovrastimato, ma immediatamente comprensibile, almeno quello.
Ma c'è dell'altro..
Per esempio, prendete Albachiara.

Aaaah, e qui vi volevo!

Piccoli burocrati alternativi post comunisti imboscati in qualche ufficio pubblico…

Voi che
<<No no, io Liga, Jova, Pelù...no no>>
PER PRINCIPIO!

Voi che
<<Mah, la musica italiana, sai l'ascolto poco…>>
PER PRINCIPIO!

Voi che
<<la musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese>>
PER PRINCIPIO!

Voi che
<<Si, io preferisco Zappa>>
PER PRINCIPIO!

Cosa sono quelle espressioni di disgusto sulle vostre facce?
Allora, provate ad immaginare “respiripianipernonfarrumoretiaddormentilaseratirisveglicolsole”

1)Tradotta in inglese
2)Incisa a Los Angeles
3)Cantata da un teppistello belloccio (no, Vasco NON è belloccio)
4)Con un mega assolone di un solista di finta razza ebrea
(oooh, “razza ebrea” è ancora più scorretto di “barbone”...)

Si, insomma immaginatela fatta dai Guns.
Allora?
Non credete sarebbe perfetta su Use Your Illusion II? Con qualche coretto qua e là, qualche patinatura di produzione, qualche foulard volante, qualche aaahiaaahi in più.
Ma io credo starebbe bene anche su Appetite For Destruction, magari al posto magari di Sweet Child O' Mine.

Sweet Child O' Mine…

La settimana scorsa in rete girava una classifica dei “migliori riff di sempre” (uuuaaaoooh), stilata dalla BBC, o dagli ascoltatori della BBC, o da cugini di ascoltatori della BBC. O roba simile.
Sweet Child O' Mine era al secondo posto.
Certo una classifica inutile, come tutte.
Anche perché sappiamo bene che il riff più figo di tutti è quello di Sharp Dressed Man (o di qualunque altro pezzo gli ZZ Top abbiano scippato a John Lee Hooker).
Però Sweet Child O' Mine è veramente un caso. Una canzone così popolare, tra i fan, tra i non fan; ascoltata, condivisa, citata...

<<There's no doubt people will still be listening to "Welcome to the Jungle" and "Sweet Child o' Mine" in 100 years.>>
Rolling Stones Magazine


<<The song was an instant classic, and hasn't lost an ounce of its potency since its release.>>
Allmusic

Bè... scusate, posso parlare io?
Per me, Sweet Child O' Mine…

È una cagata pazzesca!!!

No, non mi aspetto i 91 minuti di applausi.
Però dico solo che ‘sta canzoncina da teen-rock per adolescenti viziati sfigurerebbe anche sul secondo volume di un Greatest Hits dei Nazareth.
Questo perché:

1) appunto, è una cagata pazzesca.

2) perché i Nazareth, in quanto a sincere ballatone al caramello potevano fare mangiare la polvere a chiunque.

Chiunque.

Senza scomodare la guns-n-rosissima Child In The Sun (su Loun n’ Proud, 1973) prendete Vigilante Man. Un folk di polvere e vagabondaggio del buon Woody Guthrie. Trasmutata in una tirata southern di hard & heavy ben oltre al primo lp di Physical Graffiti!
E se volete godere, procuratevi quel “piccolo” disco che è BBC Radio 1 Live in Concert (WIN CD 005, 1991, ancora BBC, nella sua incarnazione migliore, qui). Un’esibizione di ruvidezza e potenza mortifere targata 1972, poi riemersa anche sul buon Back to the Trenches, un doppio live antologico del 2001.
Devastante.
Devastante, meglio anche degli oscuri Masters of Reality di John Brown, almeno qui c'è Dan McCafferty che è un cantante vero.
Come?
Mai sentito parlare di Masters Of Reality?
È qualcosa di misterioso. Voodoo e yuppie allo stesso tempo. Avete presente una versione indie di Mezzanotte nel giardino del bene e del male? Ossa di coniglio, uomini neri, crocicchi nel mezzo di sterminati campi di mais, illuminati ancora prima del tornado. Cielo plumbeo e ombre lunghe.
Per chi avrà voglia, ne riparleremo.
Gli altri si tengano pure Sweet Child o' Mine.

Capitan Vinile



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