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giovedì 7 maggio 2015

Bozze di Musica che non c'è


Sempre più spesso trovo ridondante e addirittura inutile, continuare a scrivere di “nuova musica”, di nuovi album, di nuovissimi artisti.
Ed anche coi “vecchi” in realtà non trovo maggiore soddisfazione...
All'inizio dell'anno ho cercato, senza troppa fortuna, notizie sul numero totale di dischi pubblicati nell'allora appena trascorso 2014. Ho trovato briciole non sempre affidabili sui siti SIAE e FIMI così come sulla famigerata RIIA. Non un dato univoco - e chi l'avesse e mi facesse la grazia di condividerlo...- ad ogni modo numeri variabili ma sempre ben oltre il migliaio. Più fortuna avrà avuto chi avesse cercato lo stesso dato ma relativamente a libri o film. Secondo l'ISTAT, per esempio, nel solo 2013 sono state pubblicate (e ripubblicate) 61.966 opere letterarie (http://www.istat.it/it/archivio/libri).
Numeri innaturali, insani, riprovevoli in un'ottica di "sostenibilità culturale"; numeri non commensurabili dalla nostra memoria e tanto meno dalle nostre orecchie.
E come azzardarsi a proporre sguardi d'assieme, o consuntivi, o bilanci finali...? E come anche non rimanere sempre più delusi, annoiati, dallo scrivere in continuazione rispetto a quelle poche emersioni in questo mare spesso maleodorante?
Non per le solite abusatissime obiezioni della "mancanza di qualità" o del "primato dei classici sui moderni", argomenti comodamente sbandierati rispettivamente dai professionisti del pensiero alternativo e dai nostalgici senza cura.
Noia, piuttosto, nello scorgere la trasversale ossequiosa volontà di essere ascritti a generi e stili codificati, triti e semplicistici, col solo fine di ottenere una più semplice e redditizia diffusione ed una facile collocazione sugli scaffali dei megastore.
Abbiamo ascoltato tutto, ci avete fatto comperare di tutto.
Un po' di silenzio, per favore!


***

The Comitè
Songs For Open Mind
(1981)

È l'insinuarsi della viola tra le code del cembalo elettrico da cui scaturisce quella chimica gentile di ballata campestre, rubata tanto ai Magnetic Fields quanto ai Pogues più filologici.
Una collezione di canzoni che accarezzano l'udito, rotonde come capitelli candidi, rifinite da un vaporoso gusto folk riscritto da Canterbury.
Senza troppe pretese di grandeur prog (se non nella biblica Exodus, cortile dei Van Der Graaf), sinceramente ispirate a ballate gaeliche ben più di quanto non fosse una Battle Of Evermore, intrise di spirito sanamente eretico più della “vecchia” Fairport Covention.
Svetta alto il rondò neoclassico di Lescurel - non immemore dei Focus, certo - girotondo nobile per teatro di marionette in campielli rinascimentali, forte di un impasto timbrico originalissimo ed inestricabile all'orecchio. In piena crisi del rock romantico, un album che dieci anni prima avrebbe brillato per la Vertigo, fu spazzato via dalla foga più brada e stradaiola, come una farfalla perduta sull’autostrada.


Soft Boys
Mr. Sandman
(1972)

Quattro damerini con bolerino ben ordinato e pantaloni stretti, caschetti biondi su una spiaggia libera, lasciata all'abbandono da una stagione di festa.
I Soft Boys migrarono dalle colline del Kentucky con fiddle, banjo e armonica, per raggiungere quel California Dreamin' di Mamas & Papas sulla sponda opposta del paese.
Che resta lontanissima. Cielo grigio su...
Impiegarono tre anni per arrivare a Santa Monica, facendosi sì un nome nei circuiti folk più conservatori, ma giungendo in clamoroso ritardo sul sogno della Summer of Love. E presumibilmente fu proprio quel viaggio l'apogeo della loro parabola, che resta quindi celata e non scritta.
Il desiderio di essere i nuovi Byrds di Eight Miles High li trasformò in una più terrena versione orientaleggiante dei primi Crazy Horse nel guscio dei Rockets, qui delicati come in una favola di Donovan suonata per un pubblico di treccine liceali. E per fortuna che acciuffarono l'ultimo treno della Reprise, che nel '72 concesse loro di incidere questo album di illuminata nicchia, che conta almeno il raga acustico di Shape and Symmetry e la grande ballata di estrazione bluegrass Dance Now!, tramutata in una sarabanda acidula per banjo e viola con quella vena da Caleidoscope capitati per caso sul palco dell'Avalon Ballroom.
Disgiunto, incertissimo, come risvegliato da un sogno che non ha mai fatto in tempo ad incrociare l'alba dell'Acquario; finisce presto come una caramella zuccherina tra le lebbra del bambino, a cui resta quell'agrodolce sapore nella bocca.

lunedì 18 agosto 2014

Wicked Game

 

Nessuno insegna veramente qualcosa ad altri. Impariamo solo ciò che riteniamo conveniente imparare.

Cito a memoria, credo Paul Mico, psicologo dell’apprendimento, ma è un ricordo da prendere con le molle; in certi casi Google non aiuta.
Parafrasi libera e un po' provocatoria: nessuno ascolta veramente l'altro. Sentiamo solo ciò che vogliamo sentire.
È un assunto che a volte sembra calzante con la nostra società pur intrisa di comunicazione.
Possiamo veramente dire di ascoltare (leggere) ciò che altri dicono (scrivono), o ci è  sufficiente la firma di presenza, il +1 , il “mi piace”?
Certamente non si può dimostrare per via scientifica, ma sono sempre più convinto che se investiamo grandi risorse di tempo e impegno per comunicare, finiamo inevitabilmente per sacrificare l'ascolto. L'ascolto silenzioso, disinteressato, senza gettone di presenza o accondiscendenza in calce.
E la musica, in questo contesto, come si colloca?
Ulteriore parafrasi: la passione per la musica non è mai realmente disinteressata, ascoltiamo solo quella musica che riteniamo conveniente ascoltare.
Quella che ci dà qualche certezza di “piacere preliminare”. Quella che, a naso, si confà meglio al nostro gusto, quella da cui possiamo trarre gratuita gratificazione. Rifuggendo ciò che, a turno e secondo il gusto individuale, riteniamo troppo commerciale, troppo indie, troppo banale, troppo vecchio. Una selezione preliminare inconscia. Perchè alla fine è la ricerca del piacere che conta. Epicuro docet.
Ma allora possiamo dire di comprenderla veramente? Non sarà solo la gratificazione di un suono di superficie?
Quanto possiamo dire di possedere un pezzo di Miles Davies o del Wu Tan Clan, o quella canzone folk boliviana? Ma anche gli sperimentalismi tedeschi o le vibrazioni di Seattle. La società, l'informazione, ci educano presto a riconoscere il simile-a-noi e a rifuggire il diverso-da-noi.
Per quanto continueremo a rifugiarci nella formula del “linguaggio universale” , immediatamente comprensibile ed empaticamente valido per tutti? Ma esiste veramente un linguaggio universale?
Che poi alla fine, se ci togliamo anche quello... è una continua operazione di sottrazione, camuffata sotto migliaia di post, di articoli, di condivisioni, di links, di mail, di e-book.
Ascoltiamo, e subito condividiamo quell' ascolto, o meglio, crediamo di farlo, perchè in pochi sono in ascolto, in tanti comunicano. Un'esperienza che dovrebbe essere personale e sensoriale si tramuta in un atto sociale, con pregi e difetti dello stesso.
Come al solito, estremizzo.
Però questo è davvero un giochetto malvagio.

E i fondo, anche alla fine della canzone, nobody loves no one...

lunedì 11 agosto 2014

La lista di Capitan Vinile


Benvenuti in quest'ultimo agosto.

Mese dove sonnecchia la mente e si impigrisce pure la curiosità.
Tutti in ferie, eh? Con 728 euro a testa, ombrellone e sdraio e l'immancabile festa dell'Unità.
Anzi no, ora si chiamano “Democratici in Festa”.

Ma che razza di nome?!

martedì 5 agosto 2014

Tempo, denaro e qualche domandona



Una volta la domandona tabù per ogni giovane appassionato di musica era: “Ma tu quanti dischi hai a casa?”
10, 100? Più di 1000?
Sì, c’era chi ne aveva più di mille.
Poi qualcuno cominciava a frequentare qualche redazione, qualcuno metteva su il negozio. Certo che gliene passavano per le mani di dischi… Chi più ne aveva, più ne sapeva, più poteva vantare pareri illuminati, più si avviava a scrivere di quella stessa musica che teneva sugli scaffali. Più celebrava il proprio “possesso”. Come Gaber nel “Monologo del pelo.”
Oggi una domanda del genere è totalmente priva di significato.
Con Spotify, Deezer, Youtube, “download on demand” e compagnia bella, abbiamo già tutto.
Tutto. Lì, fruibile nel PC o nello smartphone. Anche a gratis.
Non è più questione di numero né di possesso.
Anche grandi aziende “tradizionali” come Amazon, nate come negozi, puri e semplici rivenditori, diventeranno distributori e intermediari. Provider di musica (e libri). Si trasformeranno da “store” che vendono beni materiali a gestori che offrono un servizio. Un voucher per ascoltare minuti in stream, un abbonamento ricaricabile, una tessera premium.
Quindi la domanda non sarà più “Quanti CD hai?” , perché di fatto già li ho tutti.
Ma piuttosto “Quanto tempo dedichi all’ascolto?”
In realtà credo che proprio da ciò si presenti una resistenza implicita che in tanti di noi provano nell’accedere a Spotify o servizi simili.
Quando sono in casa, di fronte allo scaffale dei miei CD, sto di fronte ad uno spazio fisico finito che conosco e misuro bene. Conosco la musica che c’è dentro. La controllo. L’ho comprata io, l’ho scelta io dall’espositore del negozio.
Quando sono di fronte alla schermata di Spotify, quel mio scaffale diventa un minuscolo sottoinsieme di un catalogo difficile, se non impossibile, da misurare.
Sarà sempre in maggioranza la musica che non conosco, che non ho mai ascoltato, rispetto a quella che conosco. Sarà in maggioranza la musica che mi sono sempre ripromesso di possedere, che addirittura mi sento “in dovere di ascoltare” (prima o poi), rispetto a quella che ho comperato e che ho sulle mensole di casa.
C’è di che perdere le proprie sicurezze di appassionato, di collezionista, di esperto; pure di critico…

lunedì 30 dicembre 2013

Dove sono i Led Zeppelin?


Su Spotify, dove sennò?
Eh, già! Da un mesetto anche loro sono approdati sulla piattaforma di streaming del momento...
C'è chi se la tira un po' di più, ma alla fine stanno tutti, con tempi diversi, capitolando alla frammentazione digitale.
Anche i colossi di un tempo, anche quelli che, cascasse il mondo, “la musica vera è solo su disco".
Chissà se Jimmy Page sa cosa sia Spotify, o se queste operazioni legate a certe mega-band sono gestite in toto da un agguerrito entourage di marketing.
Sta di fatto che ora pure il dirigibile ha la sua bella pagina, condivisibile, interattiva, sociale. E tutti i diciottenni simil-alternativi che non si accontentano dei 30 Second to Mars e si chiedono chi fossero i Beatles, in un paio di clic possono spararsi in cuffia dei super-classiconi da Grande Storia del Rock in 500 dischi (tutti rigorosamente fondamentali).
Compissi 17 anni nel presto venturo 2014... avrei risparmiato dei bei soldoni, saltando meno pranzi al bar nell’attesa dei recuperi pomeridiani di latino.
Però i gusti cambiano... tanto che nella top ten delle canzoni più popolari, a parte il primo posto comprensibile di Whole Lotta Love (sdoganata anche dalla pubblicità di Dior, alè!!), seguono Good Time Bad Times, Moby Dick e Babe I Gonna Leave You...
Della serie: facciamoci del male!
E sì che costano tutte uguali! Cioè nulla. 
Almeno ascoltatevi Dazed and Confused...

Forse il gusto sta veramente peggiorando?!

Buon Anno a tutti!

giovedì 5 dicembre 2013

When the revolution comes


When the revolution comes
Jesus Christ is gonna be standing on the corner of Lennox Ave and 125th Street trying to catch the first gypsy cab out of Harlem, when the revolution comes

Poeti, musicisti, attivisti, rivoluzionari, “MC” senza microfoni, newyorchesi. Neri. Last Poets.
Abiodun Oyewole, Omar Ben Hassen, Jalal Mansur Nuriddin si incontrano spesso all’incrocio tra Lennox Avenue e la 125°. Mettono in ritmo, più che in musica, le loro rime.
Non si parla di sesso, né d’amori finiti o ragazze dei sogni. Si parla di società, di politica, di razza, razze e razzismi. Di diritti. Lo si fa in un modo che 20 anni dopo abbiamo chiamato hip-hop. Non ci sono chitarre, pianoforti, mellotron né sezioni d’archi. C’è il battito delle mani, la chiamata e risposta tra il solista e il coro.
Per un bianco ascoltare questa musica è sempre spiazzante. Inevitabilmente; ai limiti dell’imbarazzo.
Chi dice il contrario, mente.
Si potrà obbiettare che per chi ascolta, parla, ha ascoltato, scritto e trattato di Ornette Coleman, dell’Art Ensemble of Chicago e di tutta quell’ enorme mole di Great Black Music, potrebbe essere facile sparare qualche sentenza anche in questo caso. Non è così; però certamente anche questa è “Great Black Music” nella pura accezione che ne dava Joseph Jarman.
Ma resta spiazzante.
Come trovarsi nel mezzo di una scena tipo quella in cui Clint Eastwood/Henry Callaghan va ad interrogare  Albert Popwell/Mustapha in “Cielo di piombo ispettore Callaghan”:

-You got the wrong number, boy. We don't deal in violence.-
-What do you deal in?
-Waiting.-
-For what?-
-Waiting for all you honkies...to blow each other up so we can move on in.-

O come nel pranzo che Al Pacino/Tony D’amato offre a Willie Beamen/Jamie Foxx in “Ogni maledetta domenica”:

-Maybe it’s not racism, maybe it’s placism, but the black man still gotta know his place, right, coach?-

martedì 7 maggio 2013

L’eutanasia della cultura – Maggio Musicale Fiorentino


Quello che i più temerari potranno ascoltare via Youtube qui sotto è il terzetto “Oro, quant’oro” dal II atto di Ernani, opera di Giuseppe Verdi.
La registrazione risale al 1957 e le voci sono quelle del tenore Mario del Monaco, del basso Boris Christoff e del soprano Anita Cerquetti. Dimitri Mitropoulos dirige i complessi del Maggio Musicale Fiorentino.
Fu un’edizione storica, una di quelle che ha stabilito le coordinate imprescindibili della rappresentazione lirica moderna, verdiana in modo particolare.

sabato 30 marzo 2013

Ragazzi progressivi, progressisti… oppure no?



Il Progressive, come lo insegnavano in Inghilterra, è un genere rassicurante.
Parla di cose meravigliose e sgargianti: favole medievali, allegorie e leggende, mondi sognati di troll e fate.
Rifugge l'attualità, la vita di strada, il quotidiano e i suoi mille problemi. Preferisce il Silmarillion a On the Road.  Dungeons & Dragons al football.
E' certo un genere colto; mica solo i soliti due accordi di Johnny Be Good, ma sinfonie in più movimenti. Cita Beethoven, Musorgskij, Šostakovič, Grieg. I suoi interpreti sono raffinati solisti e non ragazzotti scapestrati che suonano nei garage di Seattle.
Un album prog è un ascolto ponderoso, come un libro di Tolkien. Quando compri Yessong sai che potrà occuparti giorni interi prima di riuscire a possederlo del tutto. Non come un disco dei Ramones che dura si e no mezz'ora, che non ha nulla da spiegare e che alla fine ti lascia la voglia, l’esigenza di averne ancora, ancora un altro. Come una dose...
Il Progressive è un genere rassicurante. Preferisce il controllo al caos; cura la forma, ama l'eleganza e l'araldica. E' un genere idealista, crede nella possibilità di mondi perfetti. Ama i grandi uomini; le grandi imprese e le grandi storie.
Un genere – giova comunque ricordarlo - che ha dato alla storia della musica popolare capolavori assoluti: In the Court of the Crimson King, Pawn Hearts, Closet o the Edge…
E' veramente Rock?
E il fan del prog ascolta anche i Clash o preferisce Rachmaninov?
Chi è il fan del progressive? Chi è il musicista prog?
Un anarchico utopista che crede nella possibilità di una società perfetta o un conservatore che ambisce al controllo e alla giustizia ad ogni costo?
Un idealista che crede nella fantasia al potere, che si batte per un mondo nuovo, o un elitario che ha mal digerito i moti del ‘68 e si rintana in un mondo di sogno per fuggire da un’attualità, anche politica, che non gli appartiene?
Chi è il fan del Progressive?
Non mi ritengo un grande appassionato, ma mi ci metterei dentro comunque. Almeno credo.
Piersandro Pallavicini traccia l'identikit di questa bizzarra tipologia rockettara attraverso le pagine del piccolo saggio Quei bravi ragazzi del rock progressivo.
Quindi orecchie aperte: le prossime righe potrebbero parlare anche di voi…



Alla fine degli anni ‘70, un numero sorprendentemente grande di adolescenti fece una scelta a prima vista incomprensibile: dopo l’esplosione punk, in piena new wave, alle soglie dell’edonismo new romantic e di tutto il movimentismo pop anni ’8o, questi ragazzi decisero di muoversi controcorrente e concentrare le proprie passioni su quanto veniva ritenuto, in quel momento, più fuorimoda e obsoleto.
Cioè il Rock Progressivo e tutto l’annesso paraphernalia di fiabe crudeli, musicisti in costumi medievali, concerti faraonici a base di eclatanti trucchi scenici, copertine fantasy pluriapribili, supergruppi, super rarità discografiche, chitarre a doppio manico, batteristi con doppia batteria, tripli album e cofanetti quadrupli.
Fu una vera «controrivoluzione», innescata dalla nostalgia per qualcosa di grandioso e ormai passato che questi ragazzi, non avevano avuto il tempo di vivere... o piuttosto la scelta un po’ codarda dei soliti adolescenti “timidi e introversi” che non avevano il coraggio di uscire dal cocoon familiare e affrontare cambiamenti, movimenti e scossoni epocali?
Qualunque sia il responso, è arrivato il momento di portare finalmente allo scoperto le passioni, le manie e perché no le gesta (tra il folle e il ridicolo) di questo vasto movimento sotterraneo, di questo circuito di “ragazzi qualunque”, fedelissimi ai propri idoli musicali ma cosi imbarazzati nel confessare ai propri coetanei che loro, agli Style Council piuttosto che agli Smiths, preferivano qualcosa di piu’… come dire... impegnato. Che preferivano i Genesis, magari, se non i Jethro Tull. O, nei casi più disperati, i Gentle Giant e perfino i Van Der Graaf Generator!

Formeranno, questi futuri maniaci del rock progressivo, un gruppo di ragazzi omogeneo ma assai anonimo. Autenticamente sotterraneo. Per anni non si faranno sentire e ascolteranno musica nelle loro camere, disertando quei veri e propri riti collettivi di passaggio dai ‘70 agli ’8o che sono concerti epocali come quello di Patti Smith a Correggio piuttosto che dei Police a Milano.
Non si vestiranno da new wavers ma neanche, tantomeno, da fricchettoni seventies. Si attaccheranno al proprio buon rendimento scolastico, alla solidità della propria famiglia, alla certezza del proprio intramontabile abbigliamento (a base di camicie classiche e golfini) e, soprattutto, al ripetuto, ossessivo ascolto del loro ultimo, fantastico acquisto di qualche vecchia band progressiva…
...Forse perché non ne avrebbero voluto sapere del resto della loro generazione, consapevoli che vivere, come gli altri, la propria vita come un “assoluto avventuroso” avrebbe portato a un cupo orizzonte di disastri e morti premature.
Oppure, più semplicemente, perché troppo abitudinari o schivi per buttarsi nella mischia, fosse quella del movimentismo di cui si è appena scritto o quella della nascente massa godereccia dei “discotecari”.
Fatto sta che si infatueranno proprio del genere musicale più astratto e avulso dalla realtà che quarant’anni di storia del rock hanno saputo produrre! Appassionandosi in particolare a quegli aspetti del rock progressivo che prescindono dal background comunque giovanilistico—ribellistico, cui era imparentata, bene o male, la musica degli anni ’7o. Dunque poco interesse per il mito legato alla cultura della droga o alla vita sulla strada e tanto invece per certe polverose  abitudini cosi inglesi, tanto che il tè durante le prove del pomeriggio diventerà un vero rito, per i gruppi new progressive a venire.
Passeranno anni solitari, spesso compiacendosi nel sentirsi dei Don Chisciotte della musica rock e altrettanto spesso ignorando l'esistenza delle tantissime anime, italiane ed europee, progressive come la loro. Vivranno però la loro passione con caparbietà e serietà tali da costruire quella rete di rapporti prima solo interpersonale e poi pubblica (nella forma di fanzines, club, raduni e concerti) che avrebbe portato alle nuova ondata progressiva degli anni '80 e finalmente alla rinascita del genere. Con nuove band, nuovi
dischi e nuovi stili.

domenica 23 settembre 2012

Quanto vale la Musica che acquistiamo?


Un esperimento che chiunque può fare; serve circa un’ ora di tempo, un computer ed una connessione decente.
Scegliete 10 album; quelli che vi pare; io li ho scelti alquanto a caso, tra titoli molto noti, cercando di distribuirli su un arco temporale di una quarantina d’anni. Prendete un foglio Excel e fatevi una tabella.
Poi battete un po’ il web alla ricerca dei prezzi migliori per i vostri album. Io mi sono limitato ad I-Tunes e a quattro negozi Amazon: USA, Germania, Inghilterra e Italia. Ammetto di essere partito con un certo preconcetto per questa ricerchina; ma c’era qualcosa che non mi tornava e volevo cercare un approccio un po’ più scientifico al problema.
I dubbi mi sono rimasti…anzi.

lunedì 17 settembre 2012

Proust e la “Cattiva Musica”



Sfogatevi contro la cattiva musica, ma non la disprezzate! Più la cattiva musica viene eseguita o cantata, più è densa di lacrime, di lacrime umane. Occupa una posizione marginale nella storia delle arti, ma una di primo piano nella storia delle emozioni del consorzio umano. Il rispetto per la musica stupida non è in sè stesso una forma dì carità, ma la consapevolezza del ruolo sociale della musica. La gente ha sempre gli stessi messaggeri e alfieri di cattive notizie nei periodi di calamità e dj radiosa felicità: i cattivi musicisti... Uno spartito di povere melodie, con le pagine sgualcite per il grande uso, dovrebbe commuoverci quanto una città o un monumento funebre. Che cosa importa se gli edifici civili sono privi di stile, o se le pietre tombali scompaiono sotto stupide iscrizioni?

Marcel Proust  - I Piaceri e i Giorni (1896)

sabato 7 luglio 2012

Led Zeppelin & William Burroughs: alla scoperta del Rock


Il 20 gennaio 1975 i Led Zeppelin tennero a Chicago il primo concerto del mastodontico decimo tour degli Sates. Spettacoli di oltre 3 ore, un light-show all’avanguardia, raggi laser e nebbie di ghiaccio secco; una copertura mediatica per la prima volta veramente in grande stile fece del tour l’apice della popolarità del gruppo.
Al concerto del 3 febbraio, il primo a New York, tra il pubblico del Madison Square Garden vi era anche lo scrittore William Burroughs, accompagnato da un giornalista di Crawdaddy, rivista per cui l’autore del Pasto Nudo avrebbe scritto un articolo sul gruppo Inglese dal titolo “Rock Magic”. Burroughs era da poco rientrato in patria dopo anni trascorsi a Londra e viveva da meno di un anno in un appartamento del Lower East-Side. Alla disperata ricerca di qualche introito, finì per qualche tempo a scrivere di musica, ambito nel quale non aveva poi molta esperienza.
Prototipo di intellettuale della sotto-cultura beat, tra gli anni ’40 e ’60 aveva sperimentato tutto lo sperimentabile, dal’orrore della Seconda Guerra Mondiale alle antiche università europee, dai circoli gay e lesbo della New York dei primi anni ’30, all’ascesa del nazismo. Cittadino del mondo, viaggiò, oltre che per mezza Europa, per il Messico e il Sud America dove entrò in contatto con le droghe sciamaniche, la telepatia, il controllo delle menti e gli stati allucinogeni e di alterazione legati ai culti tribali; e dove finì per uccidere la sua compagna Joan Vollmer in una specie di gioco alla roulette russa. Era in stretti rapporti con altre figure della beat generation tra cui Jack Kerouac che lo omaggiò del personaggio di Old Bull Lee in On the Road. Pansessuale, dedito ed assuefatto ad ogni tipo di sostanza (naturale o sintetica) che potesse alterare i sensi e la percezione, tra la fine degli anni 50 e i primi anni 60 raggiunse la notorietà con alcuni libri divenuti capisaldi prima della cultura beat, poi di una certa fantascienza alternativa, del racconto fantasy, fino al moderno cyberpunk.

martedì 1 novembre 2011

Riletture Americane – Percorsi nella Musica Popolare


Con il suo ultimo libro postumo, Lezioni Americane, Italo Calvino dedicò sei conferenze ad “alcuni valori o qualità o specificità della letteratura che mi stanno particolarmente a cuore, cercando di situarle nella prospettiva del nuovo millennio.”
Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità e Molteplicità, sono secondo l’Autore linee guida per una letteratura futura che si prospettava, già oltre trent’anni fa, profondamente trasformata alla luce della nascente rivoluzione informatica.
Traendo spunto da queste 6 categorie, proviamo a tracciare altrettanti percorsi nella musica popolare del dopoguerra per cercare di capire, giocando con parole e musica, se tali qualità sono reperibili non solo nella visione letteraria di Calvino ma anche nelle visioni musicali dei classici del Rock e del Pop dei nostri tempi.
Lungi dal volere fornire delle chiavi di lettura per la musica che verrà, o dei giudizi assoluti sulla qualità degli autori, cercheremo solo di seguire alcuni fili conduttori per provare a parlare di canzoni non solo in ossequio ad un ordine cronologico o ad una gerarchia di popolarità, quanto tracciando delle rotte inconsuete alla ricerca di quelle “categorie Calviniane” che oggi sono un’imprescindibile guida per ogni appassionato di letteratura.

Presto sul Blog 6 articoli, con dettagliate discografie e videografie alla ricerca di:

Leggerezza
Rapidità
Esattezza
Visibilità
Molteplicità
Consistenza

Poi chissà, se l’esperimento dovesse riuscire, si potrebbero aggiungere alcune qualità più specifiche per tentare un discorso sulla Musica che non sia sempre promozionale o generalista…

Stay tuned!

Siamo nel 1985: quindici anni appena ci separano dall'inizio d'un nuovo millennio. Per ora non mi pare che l’approssimarsi di questa data risvegli alcuna emozione particolare. Comunque non sono qui per parlare di futurologia, ma di letteratura. ll millennio che sta per chiudersi ha visto nascere ed espandersi le lingue moderne dell’Occidente e le letterature che di queste lingue hanno esplorato le possibilità espressive e cognitive e immaginative. È stato anche il millennio del libro, in quanto ha visto l'oggetto—libro prendere la forma che ci è familiare. Forse il segno che il millennio sta per chiudersi è la frequenza con cui ci si interroga sulla sorte della letteratura e del libro nell'era tecnologica cosiddetta postindustriale. Non mi sento d'avventurarmi in questo tipo di previsioni. La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici. Vorrei dunque dedicare queste mie conferenze ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura che mi stanno particolarmente a cuore, cercando di situarle nella prospettiva del nuovo millennio.
Italo Calvino – Lezioni Americane



domenica 23 ottobre 2011

Il Rock secondo Gary Herman


Per una decina d'anni o poco più, il rock’n’roll aveva seguito la sua rotta burrascosa, offrendo momenti di entusiasmo a un mondo privo di gioia, intrappolato nei suoi cicli di politica paranoide e di fatalismo economico. Elvis era stato una rivelazione di energia giovanile e di esuberanza sessuale. I Beatles rappresentavano un'ispirazione, Bob Dylan tutta una cultura. Con i loro seguaci, apportavano gioia e significato a un mondo arido in via di estinzione. Ai genitori, alle autorità, all’establishment non piaceva. Cercarono di soffocarlo, d'impedire ai ragazzi di ascoltarlo, tenendoli lontani dalle feste, dai balli, dai film “pericolosi”. Ma le stelle erano nel cielo, e tutti potevano vederle. La loro era la musica della resistenza. Se la società degli adulti minacciava il mondo con le armi atomiche della distruzione di massa, i giovani avevano in mano l'arma della liberazione di massa del rock'n'roll. I giovani potevano rispondere alle provocazioni e forse un giorno avrebbero vinto. E se mai ci fu un giorno preciso che potesse sembrare il candidato più probabile per l'inizio dell'ultima, vittoriosa campagna, quello fu certamente il primo giorno del festival di Monterey.
È, chiaro che non tutto filava così liscio. Lo sviluppo di un mercato di massa portò al sopravvento del mondo degli affari, e gli artisti si ritrovarono alienati dal contatto vivo ed essenziale con gli spettatori. Trovandosi in una specie di vuoto creativo, inevitabilmente cercarono rifugio nella compagnia di altri artisti, e in quella dell'alta società. I loro amici divennero amici dei divi, i loro passatempi, quelli dei divi. La loro vita si svolgeva nel bagliore dei riflettori, nell'isolamento dei camerini dei teatri, nel lusso delle limousine, nelle costose stanze d'albergo. Esposti alle tentazioni della fama, della ricchezza e di uno stile di vita di inaudito edonismo, le rockstar da sempre hanno corso il rischio di trasformarsi in mostri, in caricature della loro antica gioventù dorata, avanzi di banchetto di un rock'n 'roll che ormai li ignora, felici di affondare nella facile dissipazione o semplicemente incapaci di portare il peso dei sogni di tutta una generazione.

venerdì 7 ottobre 2011

Il medium liquido


Il Medium Liquido
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In generale, il meccanismo classico di produzione e distribuzione di musica prevedeva tre elementi ben distinti nel tempo e nello spazio e potevano venire anche a molto tempo di distanza dall’effettiva incisione della canzone in studio:

1) La codificazione: cioè il momento in cui l’informazione musicale viene catturata e codificata nel modo più “oggettivo” possibile alla tecnologia e codificata su un opportuno supporto distribuibile e facilmente fabbricabile.
2) Il medium: cioè il supporto fisico, unitario, non modificabile e distribuibile. Vinile, musicassetta, CD sono media, indipendentemente dalla tipologia e dalla tecnologia di immagazzinamento dei dati sonori.
3)  Il decodificatore: cioè l’hardware necessario alla traduzione delle informazioni contenute nel media. Il rapporto tra medium e decodificatore è biunivoco, cioè ogni supporto fisico ha il proprio hardware “traduttore”

Se il primo punto, la codificazione, è totalmente a carico dell’artista (da intendere in modo estensivo, dai musicisti, ai tecnici, agli editori…) il decodificatore è invece proprietà del fruitore: il nostro giradischi, il nostro lettore cd… Compito di mediare tra i due estremi è appunto del medium che ha una duplice faccia: da un lato porta su di sé l’immagine e la produzione dell’artista, dall’altro è di proprietà del fruitore che ne fa uso autonomo.
Con le musicassette prima, con l’abbinamento “computer – cd” poi, si è assistito ad un cambiamento importante: il medium non era più “non modificabile”. In poco tempo era diventato facile masterizzare copie di un CD originale o produrre una cassetta o un CD “incidendo” canzoni; operazione questa che NON intaccava però l’integrità e l’autonomia del supporto originale: posso fare una compilation dei Rolling Stones tra il 1965 e il 1970, produco un nuovo CD ma non violo l’integrità degli originali.

lunedì 3 ottobre 2011

Il Rock n’ Roll rinasce. A Kabul


Per chi volesse vedere dal vivo tutta quella carica eversiva, rivoluzionaria, trasgressiva e sfacciata che il Rock n’ Roll fece conoscere al mondo armai 60 anni fa, la meta è Kabul. Un po’ scomoda, forse. Ma in questi giorni il ciclone di una musica che finalmente ritorna ad essere la chiave dell’emancipazione giovanile è di scena ai giardini di Babur, nel cuore della capitale Afgana. Piccoli, sconosciuti gruppi da ogni parte del mondo ritornano a farci assaporare il gusto del proibito, del precluso, dell’immorale. La vecchia musica del diavolo che l’occidente ha (per pochissimo) messo al bando, per poi assimilarla e spremerla nel suo carrozzone consumistico, ritorna ad essere un affare sporco e deviante. Quindi bellissimo.
Il Rock era sul libro nero del Mullah Omar proprio come lo fu per la BBC o la CBS, dove anche il bacino di Elvis era fuorilegge. Come lo fu per il New York Times, per Sinatra, per la Chiesa, per il buongusto dei bianchi borghesi sopra i trent’anni nell’aurea epoca repubblicana di Eisenhower
In Afghanistan dove tante nuove emancipazioni aspettano le loro lotte popolari, questa musica fuorilegge ha, per una volta, ritrovato la sua essenza più pura.





sabato 20 agosto 2011

Chi ha ha paura del Free Jazz? Pt. 2°

<<Nell’idea di Coleman non esiste un tema vero e proprio e gli assoli non sono impostati su variazioni melodiche o armoniche: la musica fluisce libera, senza limitazioni, tutto dipende solo dalla creatività immediata del musicista...>>





Il lato B suona più notturno e a tratti ipnotico, essendo appannaggio dei contrabbassi e delle batterie. Nell’ordine: Charlie Haden, LaFaro, Blackwell e Higgins, separati, come incorniciati, dai brevi frammenti all’unisono che sono l’unico principio d’ordine nel fluire della composizione, e che restituiscono un senso tangibile di “tempo” e temporalità, coordinata che diversamente sembra scomparire, assorbita nei meandri dell’improvvisazione collettiva.
Ancora un paio di questioni. Quale fu la reale portata di quest’album?
Come tutti i manifesti fu opera sincera ed appassionata, che facilmente può prestare il fianco alla critica più cinica. All’epoca fu certo molto destabilizzante, ma va considerato non come unicum, ma piuttosto nel contesto dei primi lavori di Coleman, di Cecil Taylor, di Sun Ra, e anche di certo Davis, quello “modale” di Kind of Blue (1959), a cui Free Jazz viene a volte contrapposto. Sicuramente Coleman diede un nome e fornì le linee guida per un intero movimento: questo già la dice lunga. Musicalmente il discorso si fa ancora più interessante; come già notava Adorno in “Filosofia della musica moderna”: “L’origine dell’atonalità intesa come purificazione completa della musica dalle convenzioni, ha proprio in questo un che di barbarico”. O ancora: “L’accordo dissonante […] sembra anche, a sentirlo, che il principio d’ordine della civiltà non l’abbia del tutto soggiogato, quasi come se esso in certo modo fosse più antico della tonalità”. Questo essere “barbarica” e “non soggiogata” fece si che, nell’effervescenza dei primi ’60, la musica di Coleman fu subito interpretata dalla comunità nera come un tentativo di riappropriarsi di una primigenia cultura africana, che venne utilizzata come mezzo di rivendicazione di indipendenza e come collante per una nuova unità degli americani di colore. Una Cultura ed una Storia africane percepite, a ragione, come precedenti (più antico della tonalità…) a quelle - di fatto ancora embrionali - degli americani bianchi ex-schiavisti; una musica quindi che riannoda i fili della memoria innalzandola addirittura a memoria di razza. E’ il contributo che il Jazz (non si parla qui solo del free né tantomeno solo di Coleman) ha dato alla nascita del soggetto “Afro-americano”.
Lasciando da parte un attimo i risvolti sociali, occorre poi ribadire che la musica di Coleman eserciterà una grande influenza anche al di fuori del circuito Jazzistico: Frank Zappa, Captain Beefheart, Tim Buckley, George Clinton, perfino il punk di Detroit fino alla new wave e al rock tedesco, veicoleranno la nuova forma di libertà introdotta dal free in ambienti rock e pop, gettando le basi per contaminazioni e sperimentazioni fino ad allora sconosciute. La possibilità di lasciare da parte tanta teoria musicale, unita all’utilizzo di strumentazioni elettriche ed elettroniche (come ribadirà poi Bitches Brew) in mano alla giovanile irruenza rock darà libero sfogo alla creatività dei solisti più virtuosi o dei teorici più intransigenti, contribuendo a fare uscire la musica leggera dal suo stadio larvale di hit parade estiva.

Riguardo alla soggettiva, ciò non di meno dibattuta, “ascoltabilità” / “inascoltabilità” di una musica così prepotentemente estroversa e libera, questo è un falso problema. Armonia, tonalità e tutto quanto da esse deriva, sono convenzioni. Radicate nella cultura occidentale magari da millenni e a cui siamo tutti morbidamente assuefatti, ma sono pur sempre convenzioni; e come tali rinegoziabili. Con l’effetto che non viene meno la musica, ma ne subentra una diversa da quella che apparentemente l’Uso e la Storia hanno legittimato. La stessa cosa succede per le arti visive, quando le avanguardie del primo ‘900 hanno riveduto i centenari canoni di prospettiva, proporzione, riproduzione. A partire dall’Impressionismo, per arrivare a Mondrian, Picasso, Kandinsky, si sono aperte nuove strade alla pittura, svincolandola dalla pedissequa riproduzione del “vero” da realizzarsi secondo regole codificate.
Se può piacere un quadro di Mirò o di Pollock, allora può facilmente piacere anche Free Jazz, senza necessariamente scendere nel profondo della composizione, magari gustandosi i timbri e le coloriture dei solisti.

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