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giovedì 19 giugno 2014

Sommersioni di U.S. Prog – Volume 1


Il prog sommerso statunitense è un curioso ponte incerto ed ondeggiante, gettato dagli ultimi spasimi acidi alle grandeur AOR, passando per mille tentazioni hard, folk, jazz. Più caotico e disorganizzato della controparte britannica, vanta però una carica, perfino una violenza, tutta americana e mascolina ignota alle prelibatezze europee. Non mancano i barocchismi esasperati, gli stucchi rococò, le inutili sperimentazioni e le pietose auto indulgenze, ma c’è sempre qualcosa di divertente e piacevole, pur nelle suite più esasperanti.

Un viaggio coloratissimo, da oceano ad oceano, lungo le solite traiettorie (da New York a Detroit, passando per l’Ohio) con l’apparente defezione della California e un buon contributo dalle province più remote.

giovedì 8 maggio 2014

Pomeriggi di domande su Spotify (senza tante risposte)


"II continuo spostarsi da un genere e da un'era all'altra, con poco o nullo rispetto per il contesto storico o per l'origine della musica, e oggi I'esperienza musicale della maggioranza delle persone. Con la musica cosi facilmente accessibile e cosi abbondante, semplicemente ripetiamo, ascoltiamo con lo 'shuffle' e ne godiamo."
(David Buckley, Kraftwerk Publikation, Arcana 2103)

In effetti c'è sempre un "album dopo", c'è sempre "qualcosa di nuovo da ascoltare", lo stream scorre rapido, non ci si ferma mai. Questa esperienza musicale a flusso costante è interessante quanto frenetica. Spesso superficiale, certo, ma piuttosto stimolante per gli insoddisfatti cronici.
Una cosa ho notato: c'è una domanda che non mi faccio più tanto spesso, un aspetto su cui non mi soffermo.

Cosa mi sta dicendo questa canzone?

lunedì 7 aprile 2014

Pomeriggi di zapping su Spotify (con un manipolo di psycho-tici)


Una cosa devo dire di Spotify: è egalitario. Non voglio dire democratico - cosa ormai si può dire democratico? - ma egalitario sì. Sintetico, informazioni ridotte all'osso, profili degli artisti tutti uguali, date sbagliate un po' per tutti. La pubblicità interrompe tanto Physical Graffiti quanto My Sleeping Karma.
Puoi almeno provare ad ascoltare alla cieca, senza tanti pregiudizi.
Robespierre lo userebbe, merito o colpa, a voi giudicare.
E allora, qualche spettro incontrato di recente.

giovedì 23 gennaio 2014

21 dischi per Capitan Vinile


Poi dice che l'acquisto in internet è facile, conveniente e si risparmia tempo...
Forse per una scopa elettrica è così. Ma avete mai provato a scartabellare tra pagine di risultati con centinaia di dischi impilati uno sull'altro, illustrati con micro-immagini che paiono francobolli!?
Mica è facile!

lunedì 25 novembre 2013

JPT Scare Band - The sound is the message


Tanti aspiranti Nuovi Critici che pasteggiano su internet fanno carte false per qualche remota intervista via mail o due frammentate chiacchiere telefoniche con l’eroe di turno; o per l’esclusiva della recensione dell’ultimo dico super pop che domina il momento presente da postare sul portale più figo della rete.
Non che io abbia avuto chissà quali occasioni di frequentare questo jet-set, ma ammetto che in contesti diversi dal blog, ho avuto le mie possibilità (come tutti, ormai).
Insomma, non me ne è mai fregato nulla.
Però quando la JPT Scare Band mi contatta e mi fa i complimenti per un articolo, inserendo il link nella loro home page, io sono contento.
E non per il link, o per la visibilità (e chi cazzo se la fila la Scare Band…); perché è la prova definitiva che la JPT Scare Band esiste.
Chi sono costoro? Nessuno lo sa, quindi non divulgate il segreto, mi raccomando. Se siete curiosi, se ne parla un pochino qui:


Così, per ringraziare di questo contatto virtuale, ho promesso che avrei tradotto il mio articolo in inglese per loro…
Ed eccoci qui.

giovedì 29 agosto 2013

Fireplug - Fireplug



Una cover di bel gusto pop, un nome che evocherebbe scenari estivi da Harlem sotto la canicola, traditi da quella che doveva essere un’attitudine al jazz bianco da campus.
“Allievi della lezione di Brubeck” dovettero pensare alla Verve quando crederono di mettere sotto contratto un educato ed edulcorato quartetto di jazzisti borghesi che suonavano in giacca senza stillare una goccia di sudore e che sembravano avere messo a memoria dischi come Time Out o Jazz Goes to College.
Ma magari fu l’improvvida - o la benedetta, dipende da che parte state della barricata - decisione di spedirli a farsi le ossa al mitico Red Dog Saloon di Virginia City, di spalla a novizi quali Charlatans o Wildflower a tramutare la natura stessa di questo gruppo. Che evidentemente già radicato al suo interno possedeva il germe della genuina trasgressività sottaciuta a genitori inconsapevoli.
Succede allora che quello che doveva essere un revival della canzone leggera anni ’50 (Old Man River) diviene una “mess” psicotica con un flauto impazzito che va subito alla deriva su una ritmica impassibile e tribale allo stesso tempo. Che la chitarrina in punta di dita di Ted Winston, a volume manipolato, demolisca ciò che rimane di Basin Street Blues facendone una trance acida degna di coloro che aspettano “l’ uomo” appoggiati al lampione spento sul marciapiede. E quando quello arriva, si scatena la sarabanda settecentesca di Joint Blues Time con tanto di clavicembalo elettrico, deriva a 12 battute d’obbligo e voci dal falsetto irritante che nulla ne sanno di armonia ma che si divertono un mondo a sbattersi tamburelli sulla testa come dovessero inaugurare l’ultima parata dell’ Art Ensemble Of Chicago. Tra tanto frastuono mirabilmente elettrificato, spicca come il solitario fiore nel campo già arato la favola alla Donovan di Lucinda con campanellini fatati e addirittura traumi di corno tibetano in chiusura. Un barrito che conduce direttamente al classicone di Gershwin, veicolo per quattro scalcagnati assoli in cui i musicisti si scambiano, letteralmente, gli strumenti, immettendo vibrazioni di beefheartiana aleatorietà su una performance che alla fine deraglia verso il pazzoide più convinto. Fugs e Godz avrebbero applaudito eccitati…
Una bella fantasia. Quello che sulla carta fu l’educato ed edulcorato prodotto della meglio gioventù bianca è diventato un happening avanti sui tempi di quel paio d’anni che bastano a farne la prima perla dispersa e subito dimenticata della corona psichedelica.
Affascinante, ma tremendamente fuorviante.

Fireplug – Fireplug 1966 Verve (10-514), USA

Old Man River 5:23
Basin Street Blues 4:13
4 Pieces 3:25
Joint Blues Time 6:47
Lucinda 3:21

Summertime 7:53

mercoledì 14 agosto 2013

Inacquistabile! Devil’s Anvil, bouzouki e la guerra dei sei giorni


Dio benedica gli anni ’60!
Vi ricordate? Quelli dell’amore universale; in cui le persone scendevano in strada dandosi la mano, e dandosi quella mano formavano grandi girotondi vorticosi con cui proclamavano la pace nel mondo e l’inizio di una nuova era di fraternità e propizie congiunture cosmiche.
Quelli del solo-unico-vero-rock-che-conta. Morrison, Hendrix, Lennon…
Bè, magari poi le cose non stanno proprio così…
Però all’epoca ti poteva pure capitare di trovare un bellimbusto arabo, con baffoni e scarpe a punta da sultano, fronteggiare una complessino beat nel giro del Village.
E il bello dei bassifondi del rock è che ti riservano sempre qualche sorpresa, qualche colpo di coda che ti costringe a rivedere continuamente la tua personale classifica di bizzarrie musicali. Pensi di averle sperimentate tutte con qualche Big Boy Pete, con i Randy Holden, con il prog giapponese, con la JPT Scare Band.
Poi spuntano fuori questi Devil’s Anvil.
Fioriti tra quei girotondi di pacificazione cosmica, vagabondavano per le stesse coffe house di Dave Van Ronk con nomi che oggi sarebbero sulla lista nera di qualsiasi controspionaggio: Kareem Issaq, Mike Mohel, Eliezer Adoram. Strumenti che sanno di deserto, bouzouki, oud, tamboura, timbri salmastri di Mediterraneo, costa meridionale: un happening scalzo alla prima moschea a destra.
Ma pur immerso fino al collo nello stordimento di quegli anni alla marijuana. Se fossero fioriti sulla costa ovest avrebbero strappato ai Caleidoscope lo scettro di Contaminatori Definitivi.
Ma a New York fecero la conoscenza di tale Felix Pappalardi, uno sdolcinato produttore/bassista che smerciava sogni colorati a tutto volume per le masse indistinte che avrebbero presto osannato Cream e addirittura Mountain. Ma era pure un personaggio con gli agganci giusti, tanto da riuscire ad accasare quell’accozzaglia di oriundi medio orientali con la Columbia.
Dio benedica gli anni ’60!
Così anche i nostri prodi clandestini mettono assieme 11 pezzi per un lp: Hard Rock From The Middle East. Piuttosto chiaro, no?
Roba da fare andare di traverso fior di biscottini al mitico George W. Bush. Ma ve lo immaginate l’americano medio a comperare un lp con in copertina un truce volto scuro avvolto in un turbante candido con tanto di deshdasheh a righe alla Ahmad al-Shuqayri?
Inacquistabile!
Quei pochi che lo acquistarono saranno forse rimasti interdetti. O forse no, tanto all’epoca qualunque orientaleggiamento di maniera era fin troppo ben accetto. Pappalardi, ahimè, riduce la carica arabica del gruppo ad un sound indecisissimo tra bordoni psichedelici e pruriti garage, tra unplugged folk da menestrelli della Grande Depressione, canzonette da juke-box, ed abbozzati tentativi di world music che più imperialista non si può.
Neocolonialismo rock, ma dagli Amerikani ci si poteva aspettare qualcosa di meglio? Electric Prunes del Sahara.
Per fortuna la totale follia di testi cantati in arabo, turco, greco e ovunque incomprensibili pur quando in inglese rende divertente tutto quanto il disco. Con l’aggiunta di un paio di pezzi di bello spessore e trance assicurata: Wala Dai, BesahaSelim Alai  in particolare.
Ma la ciliegina sulla torta fu che nel giorno esatto in cui il disco comparve nei negozi, il conflitto israelo-palestinese deragliò nella Guerra dei 6 giorni. Era il giugno 1967.
Chi si sarebbe azzardato, per le strade di New York, a girare con sottobraccio un lp 30x30 dominato da un sinistro simil-kamikaze e la parola “diavolo” a caratteri cubitali nel titolo?
Inacquistabile…
Allora, ma forse anche adesso.

PS: non ne sono assolutamente sicuro… ma metà del ’67 credo ci siano ottime possibilità che questo sia il disco in cui per la prima volta compare esplicitamente l’espressione “Hard Rock”…

giovedì 4 luglio 2013

Il Bollettino di Capitan Vinile – Luglio 2013 – Avventure coi Ventures

…roba che scotta… 



Attenzione!

Questo non è uno scherzo.

Ho preso in ostaggio Peter Hammill.

Ripeto, Peter Hammill è in mio potere.

lunedì 8 aprile 2013

Le avventure di un Rocker nella jungla


Questa è una di quelle storie che non si possono non raccontare.
Che trovi quasi per caso, scritte in carattere minuscolo sul booklet di qualche CD usato, comprato anch’esso per caso,  ad occhi chiusi.
Che presto potrebbero scomparire, non trovando più posto nei supporti unicamente digitali, e che vanno quindi preservate, custodite come l'ultima sottospecie di camaleonte in estinzione.
L' avventura di un rocker nella jungla.
Testimonianza di un epoca e di uno spirito pioneristico, curioso, un po' incosciente ma sincero.
Il nostro protagonista fu a suo modo un romantico, uno degli ultimi. Oppure il primo di quelli cosiddetti new.

lunedì 25 marzo 2013

JPT Scare Band – Il Nulla al di fuori del Suono


Dai primi anni ‘70, da periferie anonime di Kansas City.
Sempre assieme. Sempre a suonare in quello stesso scantinato orrendo.
Chiusi dentro come in un Conclave per Santità Rock, con stormi di falene attorno e Buffalo Bill nascosto al buio, col coltello in mano.
Gloriosamente ignoti a tutti; addirittura inediti (I-N-E-D-I-T-I, 0 dischi, 0 singoli) fino alla metà degli anni '90, Paul Grigsby (bassista), Jeff LIttrell (battersita) e Terry Swope (chitarrista) sono i Supremi Invisibili.
Ben più di Zerfas o Granicus. Una band inesistente, oltre perfino al cavaliere di Calvino.
Dimenticate Helios Creed e Randy Holden. Dimenticate anche Keiji Haino, gli Sleep e gli Earth del secondo album. Scordatevi il Neil Young di Dead Man.
E’ esistita, ebbene si, la JPT Sare Band.
A questi non fregava un cazzo di fare canzoni. A loro interessava solo suonare.
I loro brani sono semplicemente continui, reiterati, insistenti, logorroici, dementi assoli. All’unisono. Basso, batteria, chitarra. Niente strofe, bridge, chorus. Una totale dedizione al free-form, spinta tanto da fare invidia a un Braxton o ad un Roscoe Mitchell.
Immaginate un 45 giri dei Cream riprodotto con la levetta del giradischi sul 33: gonfiato, esteso, deformato, piagato. Cantato con il mellifluo menefreghismo di chi parla ad una folla di sordi rinchiusa in qualche ospedale psichiatrico progettato dal Terry Gilliam dell’Esercito delle 12 Scimmie. La JPT si materializza proiettata nel tempo, come lo spaesato Bruce Willis che prova a salvare il mondo dall’epidemia. Senza riuscirci.
Il totale di tante parti è quasi un live dei Grand Funk suonato attraverso gli Sleep di Holy Mountain che succhiano avidi quella stecca di Quaalude rimasta nella tasca dello zaino per oltre vent’anni. Il  Mirror Man di Beefheart ricalcato da un Hendrix più strafatto di baccano di quello che suonò a Woodstock.
Gli unici termini di paragone plausibili sono sauropodi come Amboss degli Ash Ra Tempel e sopratutto Population II del “Vate” Randy Holden, ma del tutto privi del vagabondare cosmico e dell'aura mistica da guru capriccioso in favore di un ghigno e una siringa da teppisti da marciapiede. E con un basso elettrico che sembra veramente percosso da un gigantesco Hartmut Enke del profondo sud, un Titano Mancino dell'onda profonda che prende a prestito i giri più intontiti del Jack Casady di Saturday Afternoon per farne un bordone che al tempo stesso è enorme di suono e trascinante di ritmo: King Rat ne è il testamento assoluto. Un Death Metal degli abissi deformato da fumo afgano e LSD a litri, gettato impunemente nell’acquedotto dell’ultimo paese della frontiera.
La batteria di Littrell si ritaglia con la forza un autopsia di stonature in sottofondo; potrebbe stare in un’altra inquadratura, su un altro set, dalla parte opposta del globo, per come divaga senza guinzaglio, per come sbatte a destra e sinistra come una cassa da morto che cade dalla tromba delle scale del World Trade Center.
Su tanta ritmica potrebbe parere facile per Terry Swope  dispiegare una foga punk unita ad una perseveranza acida dal volume ignoto e da un feeling blues di ispirazione, assolutamente metal d'atteggiamento; che mai si nega il gusto del clichè ultra-macho, ma sempre talmente verboso da sommergere ogni noia con valanghe tidali di feedback esasperanti.
Brani di un quarto d'ora che passano rapidi e godevoli come una scopata sul retro di una Camaro; salvo poi risvegliarti in uno sconosciuto motel dalla parte opposta dello stato, mentre una grossa cimice trotterella allegra sulla tua pancia.
Wha-wha declinati in ogni forma, senza badare all'opportunità, al tempo e senza alcun freno inibitore. La James Gang di Funk #48 rinchiusa in una campana di bronzo che affonda nell’abisso, mentre i reduci dell’ Estate dell’Amore sono sbandati accattoni che mendicano una dose all’ingresso del vecchio Fillmore. Ma la porta è sprangata da anni. Non c’è salvezza per i reclusi nelle comuni rurali, per i Guru dell’amore libero, per i teorici yippie; Billy e Capitan America se ne sono andati da un pezzo col loro carico di “roba”.
Tracce di Black Sabbath che si prostituiscono all’acido e rinnegano ogni Dio, soprattutto quello più cattivo, anziano, con la barba bianca e un figlio pieno di problemi. Una selva di corde metalliche come violino e Gibson degli High Tide intrecciati assieme in un unico mefistofelico strumento, che nutre una jungla attraverso la quale si procede solo con un machete che urli di languori funky e stupefacenti forse ignoti perfino ai più estremi Funkadelic e al volante Reaper degli Guess Who.
E Jerrys' Blues dovrebbe essere una specie di slow bianchiccio da west side Chicago? O solo l'ultimo bootleg di qualche ramingo viso pallido perso in Maxwell Street? Veramente questi vogliono farci credere di sapere cosa sia il blues? Con quei minuti finali in cui il brano degenera in un altoforno di NWOBHM industriale?
Lo hanno ascoltato qualche volta, il blues, per radio, quando Clapton, Bruce e Baker stavano ancora sullo stesso palco. Quasi dieci anni dopo, sono ancora lì, sulla stessa stazione. Fantastico.
Ma quando attacca un insulto musicale come Rape Of Titan's Sirens lo stordimento è servito. Quando arriverete alla metà di Acid Acetate Excursion sarete irrimediabilmente persi in un dedalo privo di uscita, forse senza Minotauro, sicuramente senza il filo. Sono gli echi della Fender dell’ultimissimo Hendrix, quello più nero, quello intransigente; lo zingaro dell’iper-funky. Sono gli echi di uno strumento sotterrato come il tomahawk di un capo indiano di cui il Ku Klux Klan ha cancellato memoria e onore. Non c’è melodia, non c’è nessuna idea musicale. Ma non c’è neanche il puro rumorismo di Metal Machine Music o di certi Fushitsusha. Non c’è la meditazione trascendente di Earth 2.
C’è l’espansione totale degli spunti più anarchici di un Kaukonen bastardo, mischiato a qualche kraut-rocker atterrato bruscamente sulle esigenze progressive dei Blues Creation o della Flower Travellin' Band. Questo, ed un lercio pub di periferia in cui esibirsi due sere su tre, con le stesse quattro puttane che ti ascoltano prima di iniziare il turno. Per terra chiazze di birra, sangue e sperma.
E non cercate un senso dentro Time To Cry o Sleeping Sickness. Perché non c’è. Spirali che lasciano quel retrogusto di chimica marcescenza alle spalle; come nel sogno di una Detroit decadente e senza salvezza, in cui la lotta per i Sacrosanti Diritti ha lasciato il posto ad una scena frammentata di Fight Club clandestini in cui yuppies precoci sfogano il testosterone senza causa né ideologia.
Quando il brano più corto nel mezzo di un catalogo che di rado si abbassa sotto i 10 minuti, sono i 90 secondi di It's Too Late - follia backwords, incomprensibile, inutile, nichilista, falsamente psichedelica - allora è chiaro.
Il suono è il messaggio.
Chi se ne frega dei contenuti.

We travelled to the edge of the Cosmic Universe and returned semi-intact
Jeff Litrell

martedì 6 novembre 2012

The Black Angels - Passover


Nascosto dentro un’integerrima copertina di derivazione Op-Art, sta un gruppo che si maschera dei facili costumi da rocker alternativi come Black Keys o Black Mountain (però basto con ‘sto nero ragazzi!), ma è invece composto da Discepoli della più scura psichedelia warholiana trapiantata nel reazionario Texas che rinchiuse Roky Erickson in manicomio. Una batterista che si crede Moe Tucker, un cantante capace di evocare spettri morrisoniani e, ovunque, bordoni di chitarre distorte. 
I Black Angels di Passover concedono poco al divertimento e pretendono l’ipnosi negli ascoltatori di trance spiraliformi come The First Vietnamese War o The Prodigal Sun, di raga multicolori come Manipulation e dell’obbligatoria (ma alla fine noiosa) epica di Call To Arms, diciotto minuti di Sister Ray per adolescenti. In verità è The Sniper At The Gates Of Heaven, giochi di parole a parte, che da sola può risvegliare un intero esercito di zombi. 
Un ascolto utile; per non starci sempre a raccontare che la musica degli anni ’60, alla fine, era un’altra cosa.

The Black Angels - Passover (Light In The Attic - LITA 018) 2006


domenica 14 ottobre 2012

Vanilla Fudge: il più grande enigma del 1967


Mark Stein, Tim Bogert, Vince Martell  e Carmine Appice formarono i Vanilla Fudge sulle ceneri degli Electric Pigeons nel 1967 in quel di Long Island. Rimasero assieme per tre anni e cinque album.
Ancora oggi i Vanilla Fudge sono uno di quei gruppi, pochi per la verità, di cui si può coerentemente sostenere tutto e il contrario di tutto.

***

L’articolo che segue è piuttosto lungo ma ho deciso di postarlo comunque tutto insieme. Ne ho fatto però una versione in PDF, credo più facilmente fruibile, scaricabile dal link seguente:

A coloro che decideranno di avventurarsi nel testo: buona lettura!

***

sabato 26 maggio 2012

The Misunderstood: Viaggio nel Sole e ritorno Pt.2 - Epilogo



Mark 3: Prophet of New Order

A posteriori il trasferimento a Londra fu l’inizio della fine per un gruppo che, artisticamente, pareva destinato al Successo.
Rick Brown non potè partire con i compagni a causa di problemi pendenti con la leva; i restanti quattro componenti, che avevano racimolato i soldi per i biglietti aerei vincendo una serie di Battle of the Band assai pilotate, sbarcarono a Londra, senza visti né documenti, in una piovosa giornata di mezz’estate, caricandosi a spalla tutto il loro equipaggiamento. Si stiparono in un taxi diretti a casa Ravencroft dove il produttore aveva garantito loro ospitalità. Dovettero aspettare due giorni, dormendo sul marciapiede, che qualcuno aprisse loro la porta. I genitori di John nulla sapevano di quel gruppo di esausti ragazzi californiani ed ebbero non pochi dubbi (e problemi) ad offrirgli una prima accoglienza. Quando, dopo circa due settimane, Rick Brown potè riunirsi al gruppo, trovò i suoi amici accampati in un gelido seminterrato a vivere d’espedienti. Il primo a mollare fu Treadway, costretto anzi a rientrare in patria per obblighi militari. Nel frattempo la vita semi-clandestina e la sperimentazione dei paradisi artificiali del sottobosco londinese stava minando gravemente la salute fisica e morale di Campbell e Rick Moe.
Fu solo attraverso il fratello di John Ravencroft, Alan, che il gruppo entrò in contatto con la Fontana Records, sussidiaria della Philips, etichetta che aveva sotto contratto l’eccellente soul bianco dello Spencer Davis Group, il rock scatenato dei Pretty Things e i campioni del proto Punk, i Troggs. Treadway fu sostituito da Tony Hill, chitarrista preparatissimo e originale che strinse un solido rapporto artistico con Campbell.

sabato 19 maggio 2012

The Misunderstood: Viaggio nel Sole e ritorno Pt.1



I Misunderstood, loro malgrado, ebbero già nel loro nome il proprio destino.
La loro è una delle più celebri tra le nascoste avventure rock degli anni ’60; è la storia di un fallimento. Un meraviglioso, grandioso fallimento.
I protagonisti sono Glenn “Ross” Campbell, selvaggio e tenebroso chitarrista; Rick Brown, il cantante fuggitivo; Steve Whiting, l’unico bassista bottleneck della costa occidentale e John Ravencroft, talent-scout inglese vagabondo della California del Sud.

mercoledì 18 aprile 2012

Randy Holden – Un pioniere oltre il muro del Suono - Pt.1



Questa è la storia, breve, di uno dei grandi esploratori delle frontiere sonore che si estendono oltre il Volume, oltre la Distorsione, oltre il Feedback. La storia di una chitarra in grado di piegare le onde elettromagnetiche attorno sé. Una storia interrotta e poco conosciuta. La storia del primo guitar-hero anarchico del Rock, che in un desolato teatro di periferia inventò il Doom e forse tutto quanto il Metal. Randy Holden.

venerdì 25 novembre 2011

Stanley Mouse - Art gallery

Il rosso, il nero e lo scarabeo spaziale alla conquista di ‘Frisco



Stanley Mouse - Alton Kelley
Poster
Data: 22-23/07/1966
Performer: Jefferson Airplane, Great Society
Luogo: Avalon Ballroom
Stanley Mouse - Alton Kelley
Poster
Data: 112-13/08/1966
Performer: Bo Diddley, Big Brother and the Holding Company
Luogo: Avalon Ballroom

Il cerchio, l’ellissi e le loro varie declinazioni, sono spesso un elemento baricentrico nelle opere di Mouse. 

venerdì 4 novembre 2011

Rick Griffin - Fillmore Art Gallery

Il rosso, il nero e lo scarabeo spaziale alla conquista di ‘Frisco
Da: Musica per immagini, Immagini per la musica





Rick  Griffin – Poster – 1967
Arabesco dell’Alahambra


The Cult – Electric (1987)
Copertina (fronte)
Rick Griffin – logo
Arabesco dell’Alahambra

Il lettering di Griffin si ispira a volte a  tratti arabeggianti ed orientali, fino a comporre delle vere figure e strutture architettoniche con le lettere.




Rick Griffin – Poster - Data: 07-09/02/1969

Il Flying Eyeball di Griffin è figlio di numerose e forse inconsapevoli suggestioni.

sabato 29 ottobre 2011

Jimi Hendrix - Newport Pop Festival - 1969



Jimi Hendrix
San Fernando Valley State College
June 20, 1969

Newport 1969 Pop Festival
(Watchtower WT 2001023/24/25)

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