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lunedì 28 settembre 2015

Consigli per ascolti trascorsi (riletture)


Free - Tons of Sobs (1968)
Il blues sepolcrale

Assieme a Spooky Two ecco forse il disco definitivo della Via Bianca al Blues, e siamo solo ad inizio ’68! Un approccio alla Cream, talmente diretto da essere addirittura sfacciato. La produzione trasandata e grezza di Hamilton, la debordante e felina chitarra di Kossof che singhiozza tonnellate di dolore, la barba incolta di Rodgers, catapultano l’album verso l’era finale del rock britannico: paradossale che sia il prodotto di un gruppo di teenagers.
Ma questi ragazzi si divertono a giocare nella tenebra, camminando nell’ombra; e questo esordio è una continua ode sepolcrale sparsa tra le lapidi di un cimitero di campagna in cui il vento sibila messaggi di morte. Fin dall’arcana copertina, dalle prime 3 canzoni, che sono una perenne variazione di un unico riff culminante nell’ipnosi totale, dall’enfasi dello standard di Going Down Slow; fino alla notte fonda della litania di Moonshine. Considerando che del lotto avrebbe potuto far parte anche Visions of Hell, Tons of Sobs si candida ad essere il primo vero “Black Album” della scena rock inglese.

9 agosto 2011


The Marshall Tucker Band - The Marshall Tucker Band (1973)

Esponenti di riguardo di una “2° generazione della jam” che rimpiazzò I fasti delle band della Baia nei primi ’70, la M.T.B. fu un gruppo “Southern” solo geograficamente. Scegliendo la strada della fusion di vecchio country, pattern blues e pop in versione yankee, ispirati ad una filosofia cristianeggiante, il gruppo sembra più l’evoluzione dei Grateful Dead ripuliti dall’acido piuttosto che l’apripista per gli assalti boogie di Lynyrd Skynyrd o Black Oak Arkansas.
Lunghe canzoni rilassate, che sanno di vecchio mito di frontiera ma senza pellerossa cattivi o sparatorie da “straniero senza nome”. Come una pigra ma devota carovana di pellegrini che procede lungo il fiume. Can't You See è una piccola gemma, così come l’acquerello di copertina di James Flournoy Holmes.

3 luglio 2011


Emerson, Lake & Palmer - Pictures at an Exhibition (1971)
Questo NON è Rock

Ascoltandolo oggi, pare impossibile che questo pachidermico LP fu all'epoca un successo. Tutto il prog più deteriore, eccessivo, barocco, falsamente rock è qui dentro.
Ridondante come ogni finto intellettuale parvenu che gioca con la musica colta, avendo addirittura la presunzione di migliorarla, riuscendo invece a rendersi quasi ridicolo, ricopiando pedissequamente qualche linea melodica e lasciandosi costantemente sfuggire il quadro totale della suite di Mussorgsky. Silenzi imbarazzanti e indecisi, improvvisazioni senza meta che ondeggiano come una piuma in preda al tornado. La differenza con la sinfonia vera, magari anche moderna, per esempio quella di Klaus Shulze, è abissale e incolmabile.
Non paghi, i tre moschettieri dell’ovvio si lanciano in un allucinante “bis” dallo Schiaccianoci di Ciajkovskij; senza bisogno di considerare l’originale, basti dire che riescono a prenderle addirittura dai Ventures la cui ben più spigliata versione risaliva addirittura a 5 anni prima!
Non sarà questa la vera, originale “Great Rock 'n' Roll Swindle”?

30 settembre 2011


Sweet - Desolation Boulevard (1974)
Rock in Polyester

Tra i fuochi artificiali del glam britannico, quello degli Sweet è oggi ingiustamente dimenticato. Eppure il quartetto aveva ogni cosa al suo posto: un tasso di lustrini non indifferente, zeppe del 12, una naturale cafonaggine da borgatari londinesi, nonché un look da macho-omosessuale-spaziale tra i P-Funk e le drag-queen a noleggio per un addio al celibato. Colpa dei New York Dolls che crearono disastri facendo credere che qualunque teenager sessualmente incerto con una Gibson e un po’ di rossetto potesse inventarsi il punk.
E nonostante tutto, Desolation Boulevard è un fantastico LP di bubblegum alla Ramones (ma un paio d'anni prima...) con coretti contagiosi, chitarre plastificate elementari e incalzanti, brani indimenticabili (Ballroom Blitz ma anche AC/DC, Fox on the Run, Six Teens) tenuto assieme da una specie di concept sulla vita di strada tra Ray David e i Dictators. Un mix niente male…

5 settembre 2011


venerdì 2 gennaio 2015

Appunti di metodo, nuove introduzioni, vecchie idee


Je vous entends demain Parler de liberté
Gilles Vigneault


Non interpretate questo post troppo alla lettera.
Nasce certo come una nuova introduzione all' indagine sul rock canadese, ma contiene anche qualche concetto, qualche linea guida trasversale con i quali mi piaceva inaugurare questo 2015.
Un anno da cui, non lo nascondo, ed anzi lo dico sin d'ora, mi aspetto molto.

***

Non sono mai stato un fan del "Progressive" in senso stretto.
Yes, King Crimson, Genesis ed altri li ho ascoltati più per senso del dovere che per passione. Ed anche il folto sottobosco Vertigo o Harvest l'ho frequentato più per completistica curiosità che per vero interesse.
Ho spesso avuto riserve su un certo messaggio che ho letto sotteso a tanto prog. Un messaggio che, probabilmente sbagliando, ho sempre associato al disimpegno, al conservatorismo opposto alle fatue libertà del 1967, legato addirittura al collaborazionismo, fino a certe istanze superomistiche care alla destra.
Ebbene non sono qui per redirmi o smentirmi. Non del tutto.
Perchè, sotto sotto, nell'eterogeneo mondo del prog, c'è anche un trasversale filo rosso che mi ha sempre affascinato più di quanto io stesso non sia disposto ad ammettere, un filo rosso fatto di devozione per la musica colta, per la storia, per il romanticismo e il fantasy nelle sue più svariate forme.
Ciò di cui avevo bisogno era un territorio vergine, uno spazio ampio da considerare nel suo insieme e nella sua unitarietà, molto più notevole della mera somma di tanti singoli.
Con la scena di Canterbury già ampiamente sviscerata e la vera passione che negli ultimi hanno ha investito il kraut rock e il prog italiano, mi sono rivolto a quello che è oggi - perchè presto ne scopriremo un altro, vi garantisco - l'ultimo baluardo vergine tra i variopinti mondi del prog: il Quèbec.
Ed ecco già in partenza la prima semplificazione.
Perchè in effetti era solo un mio pregiudizio l'immaginare la scena del Quebèc come devota unicamente al "genere prog".
In realtà, addentrandomi nell'argomento, ho scoperto una proposta assai più composita e variegata, nella quale il prog era solo un semplice denominatore, più o meno comune, adottato più per comodità che per reale corrispondenza musicale.
Dall' originale "QuebecProgSampler" che avevo pensato come titolo di prima battuta, ho quindi dovuto cambiare, pensando a "JoualRockSampler", assumendo come carattere peculiare l'adozione dello slang anglofrancese, joual appunto. Ma anche questa sarebbe stata una semplificazione eccessiva, nonchè una notazione assai poco comprensibile. "MonrealRockSampler", con pronuncia alla francese? O qualche altra tipicità locale?
No, allora meglio il semplice, immediatamente comprensibile Quèbec, inteso come unità sociale ancor prima che geografica; rock, nell'accezione più variegata di musica per le "nuove generazioni".
L'interesse per questo argomento infatti è nato, oltre che dalla musica, dalle peculiarità culturali e storiche di questo paese. Un'enclave europea, potremmo addirittura dire latina, cattolica, in un continente anglosassone, protestante, sottoposto alla pesante egemonia statunitense. Una regione che ha percorso una strada tortuosa ma sempre di grande dignità verso l'indipendenza, o almeno verso il pieno riconoscimento di sè, in una stagione segnata anche da scontri, da lotte, fiere opposizioni, nonchè dalla musica, oggi grande testimonianza di quell'epoca.
Un percorso che rientra probabilmente nella trasversalità delle rivendicazioni degli ultimi anni '60, in un primo esempio di globalizzazione di sentimenti, aspirazioni e mode che oggi ha ampiamente dimostrato tutta la sua futilità, ma che all'epoca non mancò di segnare, in occidente, il proprio slancio utopistico.
Utopia, che fossero le canzoni di protesta di Joan Baez, di Woodstock, di Gilles Vigneault o dei menestrelli proletari europei che cantavano il '68 studentesco.
E forse, alla fine dei sogni, ognuno fa i conti con l'alba di una nuova giornata; ogni comunità, ogni libero associazionismo, ogni fazione politica ha il proprio risveglio. E se la nemesi dell'utopia sta spesso nella realtà, anche in musica ciò che seguì ai mega raduni acidi, alle "protest song", al rock politicizzato, va ricercato nei fatti e nelle persone, analizzando quel controverso periodo di simulazione, disimpegno e restaurazione - apparenti o reali - che furono i primi anni '70.
Ecco, in Quèbec, l'avventura musicale del rock francofono e degli chansonnier che lo hanno preceduto, fu colonna sonora ed oggi è in qualche modo l'eredità di una stagione che ha davvero visto "uomini in marcia" - parafrasando un titolo dei Morse Code - non per capriccio di qualche studente fuoricorso o per la posa artatamente alternativa di discutibili leaders politici, ma per un desiderio di libertà e di indipendenza che qui - da osservatore distante nel tempo e nello spazio - mi azzardo a definire sincero.
Un'avventura che copre quella dozzina di anni immediatamente successivi alla Rèvolution Tranquille (la Quite Revolution della cronaca anglofona) idealmente compresi tra l'Expo universale del 1967 a Montreal ed il referendum indipendentista del 1980; riferimenti non musicali ma dall'impatto emotivamente dirompente su tutta una comunità, sui suoi sogni, le sue lotte, le aspirazioni ed i bruschi risvegli.
In questo periodo, l'avventura più strettamente progressiva si consuma tra il 1971 e il 1977, preceduta da una breve ma gloriosa parentesi di estremismi psichedelici d'importazione e sperimentalismi dimenticati, e degenerata, negli ultimi anni 70, in ritmi dance e (ottima) fusion.

Nella scrittura di questi testi, sparsi per ora tra blog e social, mi sono presto scontrato con difficoltà operative, previste di sicuro, ciò non di meno limitanti.
La prima, quella determinante: la difficile reperibilità di molti dischi; l'accesso alle informazioni, che sono frammentarie, inattendibili, a volte perfino fuorvianti.
La seconda: immergermi in un tempo ed in una latitudine che non mi appartengono, non studiati a scuola, mai incontrati in precedenza.
Perchè l'intento di QuèbecRockSampler è quello di proporre non solo una carrellata di nomi, cognomi e titoli, ma di collocarli in un contesto il più dettagliato possibile e magari anche in una prospettiva, se non storica, almeno cronologica.
Per fare ciò ho scelto di operare su due binari ben distinti.
Il primo: l'ascolto.
Ascolto spesso nudo. Digitale, impersonale, freddo, senza introduzioni nè avvertimenti. Ma proprio per questo neutrale, al riparo da facili preconcetti e giudizi. Piacevole per il gusto della scoperta.
Il secondo: l'indagine storica. Indagine, per quanto possibile, verificabile, approfondita, basata sui dati e sulla ricerca attenta delle fonti e delle bibliografie, senza paura di intraprendere contatti e relazio con chi più di me ha vissuto e conosciuto quegli anni.
Il collante tra questi due binari lo fanno le storie degli uomini che hanno prodotto musica e si sono esibiti in quegli anni; le storie di personaggi cui nomi non sono quasi mai citati dalle top ten e che ancor meno sono approdate sull'altra sponda dell'Atlantico.

Il risultato è un viaggio personalissimo e certo incompleto attraverso i nomi e i titoli di artisti ed opere che sarebbe bello riascoltare, se non per reale passione verso il loro stile, per imboccare la strada che porta al riconoscimento pieno della globalità e della multiformità d'aspetto della musica rock.

lunedì 22 settembre 2014

Sun Ra – Appunti per una discografia (parte 1)



"Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine".
J. Borges


La produzione del tastierista “jazz” Herman Poole Blount, in arte Sun Ra, è uno dei più colossali, profondi ed imperscrutabili labirinti discografici del '900.
Un' eredità mastodontica che ha scaraventato ispirazione e meraviglia negli angoli più disparati della musica popolare e colta, da MC5 a Hawkwind dal Kraut-rock ad Ornette Coleman, da George Clinton all’Art Ensemble of Chicago, dai Grateful Dead alla musica noise ed industriale.
Pretendere di censire il suo lascito è un po' come cercare di contare le stelle ad occhio nudo, puntando l'indice in alto, in una notte di mezza luna. Il mio indice scorre lungo le pagine redatte da Martin Strong in The Great Rock Discography. Arrivo a contare oltre ottanta uscite discografiche. Su internet i numeri variano (pur sempre oltre il 200…), ma restano comunque qualcosa di difficilmente quantificabile e i conti sembrano non tornare mai, come in un rompicapo orientale. E se agli album ufficiali si sommano i live, i singoli, i bootleg, le ristampe e le compilation, questa galassia musicale diventa realmente non misurabile.
Da metà anni ‘50, ininterrottamente fino ai primi ‘90, la parabola di Sun Ra e della sua Arkestra, ha attraversato le strade dell'avanguardia più sfuggente ed inclassificabile. Un “unicum” spaventoso, una creatura dalle mille teste e dai mille corpi, che finisce per non trovare mai spazio, per uno o per altro motivo, tanto nei cataloghi jazz, quanto in quelli rock o addirittura "classici". Equidistante com'è da ogni facile standardizzazione, l'astronave di Blount ha veleggiato col vento in poppa, quasi di nascosto anche agli iniziati, tanto che viene il dubbio che fosse veramente un vascello alieno in visita alla musica terrestre.

lunedì 16 giugno 2014

Note di U.S. Prog





Partendo da una gretta generalizzazione: l’America (U.S.A. e per esteso, Canada con la notevole eccezione del Quebec francofono) non ha mai conosciuto, in senso stretto, un movimento di rock progressivo unitario, identitario, riconoscibile tanto da fuori quanto da dentro.
La sua nicchia ecologica è stata alternativamente occupata dalle esplosioni acide (Vanilla Fudge, Spirits) e da quel genere misto, definibile come fusion (o “Americana”, in tempi recenti), portato al successo da band come Electric Flag, Blood, Sweet and Tears e Chicago. Gruppi che hanno avuto l’ambizione di dare uniformità ai differenti linguaggi del recente patrimonio musicale popolare americano: folk, blues, jazz, rock ‘n’ roll. Senza dimenticare l’apporto che in quest’ambito hanno avuto le sperimentazioni elettriche di Miles Davis.
L’assenza di un Rock Progressivo “di stampo britannico” è in parte spiegabile con l’assenza – o almeno la lontananza – di quel patrimonio storico (musicale e non) di cui gli artisti europei hanno sempre fatto tesoro. Far from the reaches of Kingdom and pope”, come cantavano gli Steppenwolf in Monster. La mancanza di un Romanticismo; di un contatto diretto con la musica colta della tradizione, magari filtrata attraverso i ritmi popolari (valzer, polka…). La mancanza di profondità storica.
Gli U.S.A. sono nazione giovane per antonomasia; non hanno medioevo. Non possiedono quell’immaginario comune di storia – leggenda - letteratura che in Europa risale su, fino a Roma.
Togliete il medioevo a certo rock britannico… e vi resterà ben poco.
L’unico vero “mito” americano resta quello della frontiera (geografica e umana), ed è tutto appannàggio, oltre che del cinema, di country, folk e dei grandi songwriter che ad essi si ispirano. Una musica che inevitabilmente si basa sul riff, sulla frase ritmica ben più che sulla melodia. Una musica che trova nella “forma-canzone” la sua ragione d’essere, non certo nella suite o nella sinfonia.
La mancanza di un movimento progressivo riconoscibile non significa però che manichino manifestazioni prog tout-court. Magari singole canzoni-suite, piccole band, con piccole discografie; ma anche transizioni, o stadi larvali di grandi gruppi che in qualche fase della loro esistenza hanno prodotto reale, tangibile e ottima musica romantica, fantasiosa, melodica e progressiva (Styx, Kansas, Journey…).
Nessuna linea evolutiva; nessuno scambio, nessun progetto, scarsa o nulla ispirazione reciproca, pochi riferimenti all’Europa di Genesis e King Crimson. Una costellazione un po’ disordinata che va da una costa all’altra e attraversa più o meno tutti i 70, ben sopravvivendo agli scossoni che ’76 e ’77 portarono al rock europeo.


mercoledì 13 novembre 2013

Danny just wasn't happy


Strana cosa la felicità.
Diresti che i soldi non possono comprarla, che alla fine si trova nelle piccole cose. Ma il mondo è sempre più banale e spietato di quanto ci piaccia credere.
No satisfaction uguale no happiness. E i soldi la soddisfazione te la comprano eccome. Che sia reale, fittizia, chimica o in carne ed ossa.
Forse è vero che “Danny, semplicemente, non era felice”. Altrimenti perché tutto quel valium, quell’alcol. L’eroina. Era il 18 novembre del 1972. Lui aveva 29 anni e in pochi sapevano realmente chi fosse quando qualche giornale riportò la notizia tra le “brevi” nelle pagine interne.
Danny Whitten era un rocker. Quello con i capelli chiari, gli occhi dolci, i folti baffi da cowboy della controcultura. Cresciuto a Columbus, in Georgia, si ritrovò presto in quel di L.A. con qualche embrione musicale per le mani… Con quei suoi amici freak, Billy Talbot e un oriundo portoricano, Ralph Molina, formò un gruppetto di doo-wop: Danny And The Memories. Ma a metà anni ’60 quello non era certo nome dal grande appeal, in più tutta la gente più cool era in viaggio su Maggioloni colorati verso San Francisco. Lì Danny e i suoi amici ebbero vita facile nel riconvertirsi a band dalle ondeggianti movenze psichedeliche. Imbarcati i fratelli Whitsel alle chitarre e il fiddle di Bobby Notkoff, ecco i Rockets, una sestetto tremendamente affiatato, anche se dal sound bastardo, schizofrenico, non sempre in linea con i comandamenti dell’epoca. Eppure andavano forte, tanto che fu Barry Goldberg a produrli per una piccola label indipendente, la White Whale Records.
Succede così che l’album omonimo di esordio diventa un piccolo classico, seppur ignoto, di un genere “indie” veramente ante-litteram. Indipendente, alternativo pure in quell’epoca. Sul gonfio basso di Talbot e il sicuro e robusto mestiere di Molina, Danny compone, canta, schitarra senza freni, accompagnato da violini folk e chitarre semiacustiche, con ritornelli orecchiabili da cantare attorno al fuoco mentre i cavalli si riposano. Avrebbero potuto essere una versione modernista degli Hot Tuna, ma anche una deriva folk del power-pop per antonomasia, quello dei Big Star. E l’avrebbero fatto per primi.

domenica 14 ottobre 2012

Vanilla Fudge: il più grande enigma del 1967


Mark Stein, Tim Bogert, Vince Martell  e Carmine Appice formarono i Vanilla Fudge sulle ceneri degli Electric Pigeons nel 1967 in quel di Long Island. Rimasero assieme per tre anni e cinque album.
Ancora oggi i Vanilla Fudge sono uno di quei gruppi, pochi per la verità, di cui si può coerentemente sostenere tutto e il contrario di tutto.

***

L’articolo che segue è piuttosto lungo ma ho deciso di postarlo comunque tutto insieme. Ne ho fatto però una versione in PDF, credo più facilmente fruibile, scaricabile dal link seguente:

A coloro che decideranno di avventurarsi nel testo: buona lettura!

***

venerdì 12 ottobre 2012

Stop, and look! (Visibilità – Pt.3)


“You don’t look, do you? You don’t look at the world, you just drive straight through it. Stop, and look!"

Wallander - The Fifth Woman


Il Rock ha spesso guidato attraverso veloci autostrade, sgasando a folle velocità per città rivestite di neon;  ha attraversato stati, deserti, oceani e palchi, fronteggiando isteriche masse umane in delirio per l’eroe di turno. Più raramente si è fermato, ad osservare. Ad osservare la realtà attorno a lui, a considerare la visibilità delle cose, o come esse appaiono agli occhi di chi le osserva. Come lo sguardo, ancor prima del cervello, costruisca la propria realtà.

giovedì 7 giugno 2012

TVEye - New Year's Eve Party - 1968


New Year's Eve Party 1968
31-12-1968
ORTF TV Studio - Paris (France)

Una vera Gemma dal passato, parte di un mastodontico show di Capodanno di quasi 4 ore della TV Francese ORTF. Una scaletta impressionante con TUTTI i grandi nomi dell’epoca, oltre che gli idoli di casa, qualche spezzone “spurio” (Pink Floyd, Joe Cocker…) ma di enorme interesse e quasi tutti in live. In una scenografia futuristica come solo certi interni de “Il Prigioniero”, con Go-Go Dancers a bizzeffe e abiti in stile Austin Powers, il clima è più in stile 1966, ma il feeling della musica è fantastico.
Buona Visione!


giovedì 26 aprile 2012

Randy Holden - Discography and Playlist


DISCOGRAFIA SELEZIONATA

The Sons Of Adam

Ep
Sons Of Adam (Moxie 1032) 1980

45s
1 Take My Hand/Tomorrow's Gonna Be Another Day (Decca 31887) 1966
2 You're A Better Man Than I/Saturday's Son (Decca 31995) 1966
3 Feathered Fish/Baby Show The World  (Alamo 5473) 1966

domenica 22 aprile 2012

Randy Holden – Un pioniere oltre il muro del Suono - Pt.2


VAI ALLA PRIMA PARTE

Randy era di nuovo senza lavoro ma a questo punto l’incontro tra i Blue Cheer e il Virtuoso Solitario fu l’inevitabile happening tra due mostri sonori: erano i musicisti che avevano fama di utilizzare il maggior numero di amplificatori sulla costa Pacifica e il loro matrimonio pareva celebrarsi in cielo. Randy raggiunse i Blue Cheer nel 1968 in tempo per incidere il lato B di New! Improved!, un album che segnò il distacco del furibondo trio di Dick Peterson dallo stoner motociclistico degli esordi. Alla chitarra, al posto di un esausto Leigh Stephens, un altro Stephens, Bruce e in più il pianista Burns Kellogs. Il lato A del LP diventò un’ educata collezione di bozzetti west-coast, tra il folk elettrico di Dylan e le divagazioni soffuse di Jerry Garcia (ma l’appeal “southern” di Aces & Heights non è male). Con l’ingresso in scena di Holden il tono cambia drasticamente: tre brani, due molto estesi, concepiti come una suite lunga tutto il secondo lato che si riallaccia idealmente alla What Can I Do for You degli Other Half, privilegiando al mordente rock n’ Roll  una solennità contemplativa e a tratti ridondante.
Introdotto da una lunga assolvenza di gong in feedback, il tono profondo e rilassato di Holden traccia uno dei grandi classici dell’Hard-Psych, definendo forse per primo la fusione tra i due stili che si sarebbero presto avvicendati al top delle chart transatlantiche. Dopo un delicato e ciclico arpeggio orientaleggiante di placido torpore, gestendo con perizia le sovra incisioni, Holden termina la solenne Peace of Mind con una ragnatela di chitarre baritonali e pensose. Lo stesso tono domina anche il suo cavallo di battaglia Fruit and Iceburgs: un Hard-Rock che si avvolge ad un riff elicoidale discendente e sinistro doppiato dal rintocco del basso e sferzato da una linea di canto semplice ma sottilmente ambigua. Chiude con grazia acustica e pastorale Honey Butter Lover un frammento di “adagio” che sa di Prog ed è la faccia nascosta della strafottenza sonora di Holden, segnando un pattern “Hard-Soft” che presto sarà dogma per molti gruppi AOR. Il sigillo finale del gong di Paul Whaley è anche il sigillo sulla permanenza di Holden con il terzetto di San Francisco.
La relazione coi Blue Cheer durò giusto lo spazio di circa 15 minti di musica su disco e di un travagliato tour per gli Stati Uniti; di nuovo incapace di trattenere buoni rapporti con un gruppo già consolidato, lasciò la compagnia nel 1969. New! Improved!, di fatto un’opera spuria e di transizione tanto per Holden quanto per i Blue Cheer, sarebbe stato solo l’anteprima del successivo, definitivo, lavoro del chitarrista: quel Population II che è il suo massimo testamento artistico e album oggi di culto assoluto per collezionisti e appassionati di estremismi da fine anni ’60.

mercoledì 18 aprile 2012

Randy Holden – Un pioniere oltre il muro del Suono - Pt.1



Questa è la storia, breve, di uno dei grandi esploratori delle frontiere sonore che si estendono oltre il Volume, oltre la Distorsione, oltre il Feedback. La storia di una chitarra in grado di piegare le onde elettromagnetiche attorno sé. Una storia interrotta e poco conosciuta. La storia del primo guitar-hero anarchico del Rock, che in un desolato teatro di periferia inventò il Doom e forse tutto quanto il Metal. Randy Holden.

sabato 14 aprile 2012

The 10 Best & Lost Guitar Solos From ‘60s


Una nuova infornata di classici scomparsi, frutto di agguerrittissima schiera di riservisti rock che compongono una seconda linea che nulla ha da invidiare ai Soliti Noti; Clapton, Hendrix, Garcia ed Harrison lascino spazio alle “riserve” dunque!

sabato 12 novembre 2011

Rick Griffin - Cover Art Gallery

Il rosso, il nero e lo scarabeo spaziale alla conquista di ‘Frisco
Da: Musica per immagini, Immagini per la musica



Quicksilver Messenger Service (1968)
Rick Griffin - Copertina

Il lettering per il primo album dei Quicksilver sarà ripreso in diversi poster. Le lettere furono stampate in origine su cartone laminato e riflettente, in rosso e argento, in modo da conferire alle scritte una lucentezza tutta particolare.



Mad River – Mad River (1968)
Rick Griffin  -  Copertina



Grateful Dead – Aoxomoxoa (1969)
Rick Griffin  - Copertina

L’arcano palindromo fornisce a Griffin la base per una simmetria bilaterale che regola la composizione; il disegno è derivato dai poster per il tour di inizio 1969. L’album è il culmine psichedelico del gruppo di Garcia, e uno dei capolavori della West Coast.

venerdì 4 novembre 2011

Rick Griffin - Fillmore Art Gallery

Il rosso, il nero e lo scarabeo spaziale alla conquista di ‘Frisco
Da: Musica per immagini, Immagini per la musica





Rick  Griffin – Poster – 1967
Arabesco dell’Alahambra


The Cult – Electric (1987)
Copertina (fronte)
Rick Griffin – logo
Arabesco dell’Alahambra

Il lettering di Griffin si ispira a volte a  tratti arabeggianti ed orientali, fino a comporre delle vere figure e strutture architettoniche con le lettere.




Rick Griffin – Poster - Data: 07-09/02/1969

Il Flying Eyeball di Griffin è figlio di numerose e forse inconsapevoli suggestioni.

mercoledì 5 ottobre 2011

Roger Dean - Gallery - Parte 1° - 1968-1972

Progressive landscape on topographic oceans
da: Musica per immagini, Immagini per la musica



Gun – Gun (1968)
Cover (front)

La prima cover di Dean fu realizzata per un gruppo hard noto per il singolo “Race with the Devil”. Se il disegno è ancora piuttosto grezzo e  poco rifinito, la fantasia dell’artista emerge in tutta la sua potenza visionaria

martedì 6 settembre 2011

LIVE DESK: Steppenwolf - Live at the Fillmore - 1968-08-27


Steppenwolf

1968-08-27



Live at the Fillmore San Francisco

San Francisco, CA

Renegade Records (RR 002)




Steppenwolf headlined the Fillmore West on this night, with an early, pre-signed incarnation of Santana opening, followed by The Staple Singers. This performance captures Steppenwolf at a pivotal time, early in their career, as the band was experiencing their first tastes of commercial success from the single off their debut album: the blazing biker anthem "Born To Be Wild." 


venerdì 19 agosto 2011

Il Rock secondo John Sinclair *


Non riesco in nessun modo a descrivere, a rendere giustizia dell'impatto della musica rock and roll sull'Occidente, a parte dire che ha segnato la differenza sul pianeta (e non accettate versioni diverse!). Il rock and roll è apparso come un riflesso e un'espressione dei cambiamenti economici e tecnologici che hanno avuto luogo nella civiltà occidentale. Non è stato un caso, ma la manifestazione precisa di un tremendo cambiamento che ha attraversato tutto l'Occidente. Ascoltate "Mvbelline" di Chuck Berrv o "Tuttifrutti" di Little Richard e capirete quello che sto cercando di dirvi: una musica del genere non c'era mai stata prima sulla terra. Quella musica è una metafora precisa della situazione: Richard Penniman che urla "Womp-bob-aloo-momp-a-wompanbam-boom" in faccia a D. Eisenhower, a John Foster Dulles e agli Yankee di New York: questo basta a comprendere la situazione.
Era incredibile! Questi tipi aprivano le loro bocche per cantare e una nuova razza di mutanti si lanciava tra danze e urla nel futuro: guidavano auto veloci e bevevano birra e saltellavano mezzi nudi nei sedili posteriori, pronti a marciare negli anni '60 e librarsi nei '70. Non c'era mai stato niente del genere!
Il rock and roll ha dato il calcio d'inizio al XXI secolo con 50 anni di anticipo, in tre minuti ha fatto il salto dall'era meccanica a quella elettronica, a 45 giri al minuto, cristallizzando tutte le nuove energie generate dall'incontro tra queste due mostruose tecnologie, comprimendole nella forma più compatta, la più esplicita (e implosiva!), per poi far esplodere quell'energia attraverso la radio in ogni angolo dell'America per ritribalizzare i suoi ragazzi e trasformarli in qualcosa di sostanzialmente diverso da quella razza che li aveva messi al mondo.

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