lunedì 24 febbraio 2014

Out of Blue – Un collage


Ovvero liberi percorsi per strade secondarie. Accogliamo viandanti e viaggiatori, autostoppisti e musicofili.
A questo giro hanno collaborato:

Evil Monkey

Massimiliano Manocchia

Vlad

Mr. Hyde

Mr. Hyde che ringraziamo, oltre che per i contributi scritti, per il video e le immagini che trovate in questo post.


***

E.M.: La precedente conversazione si è chiusa con una proiezione futurista del blues sulle autostrade dei Kraftwerk.
Riprendo dunque il filo quindi dai territori impervi del kraut-rock, ma lo faccio in modo meno fantasioso di Massi e mi limito a citare un brano da Schwingungen degli Ash Ra Tempel, Light: Look at your Sun, uno dei massimi esempi di blues incisi al di qua dall'Atlantico.E' il pezzo che Morrison e Buckley avrebbero sempre voluto cantare; e a dirla tutta ci sono andati vicino, (sopratutto Tim). Eppure quella vocalità dimessa, fatalista, di John L. accompagnata da quel notevole chitarrista che fu Gottsching, genera una foschia violacea ammantata di blue a cui ogni appassionato faticherà a resistere.
Non vado oltre, perchè in realtà vorrei rileggere l'intervento di Vlad (http://isle-of-noises.blogspot.it/2014/01/pyramids-lalibela-1973-ovvero-come.html), perentorio quanto chiaro nelle definizioni.Lo condivido in buona parte, mi piace l'ardire di citare Afrika Bambaata, Galeano e la “lavandaia italiana”. Cos’è per lui il blues:

“È prima dell’accademia. È la terra.
I canti degli italiani immigrati; degli europei immigrati in America ad esempio nordici, irlandesi, ebrei, est europei: sono blues.
Il blues appartiene agli sconfitti.
Il blues all’opposizione. Contro il potere, inevitabile.”

Scrivi blues, leggi folk.
Ma non sarà - e risparmiatemi le critiche per la superficialità dell'assunto - che il blues sia il folk dei neri, e il folk il blues dei bianchi?
Se gli orizzonti culturali, geografici e l'estrazione sociale degli esecutori sono così sovrapponibili, allora per trovare una discriminante dobbiamo davvero tornare al pentagramma?Le blue note, le 12 battute, la struttura AAB…
Alla fine dipende magari da come si afferra uno strumento. Nella presa del manico sta tutto. Del simpatico Big Jim Courier dicevano che impugnava la racchetta da tennis come fosse una mazza da baseball; con violenza e scarso talento tecnico. Il nero strappa chitarra e armonica dalle mani degli europei e le suona sovrapponendo la sua cultura musicale a quella per cui quegli strumenti erano stati fabbricati. Folklore sovrapposto ad hardware sonoro.Si direbbe d'istinto, senza metodo;con scarsa tecnica, inventando per necessità.
Mother of invention?
Lo strisciare un coltello sulle corde per riprodurre i miagolii degli strumenti monocordi tribali. E se non c’è il coltello? Va bene anche il collo di una bottiglia. Ecco l’invenzione. E la necessità.
Soffiare in un armonica diatonica per riprodurre una scala cromatica. E le note mancanti? Si soffia in modo da piegare appena l’ancia, ed ecco fatto. Alla lunga lo strumento si rompe, ma la nota si trova.
Necessità, invenzione.
Sarà così, o stiamo ancora perpetrando il mito del buon selvaggio che bambinescamente soffia coi sui labbroni nella Marine Band della Hohner e la trasforma in un piccolo sax tascabile? E’ davvero frutto di un approccio infantile, sregolato, estemporaneo e un po’ bizzarro? Chi si azzarderebbe a dire lo stesso del jazz?
Queste sono riflessioni che facevo mentre mi rigiravo tra le mani alcuni vecchi LP della gloriosa serie Folk della Fonit-Cetra,quella collana diretta da Giancarlo Governi per cui nei tardi anni '70 sono stati pubblicati numerosi album, tra cui senza dubbio ci sono anche le canzoni della “lavandaia” citata da Vlad.
Non so se quelle pubblicazioni siano mai state ristampate in CD; i vinili a volte li potete reperire in qualche negozio di seconda mano, forse anche a qualche vinylmania, pur se non sono considerati oggetti molto “cool”.
Tra i vari che ho soppesato ho optato per Gli alberi crescono alti (canzoni di lavoro, d'amore di guerra e di lotta delle Isole Britanniche) di Fred Lane e Kjell Westling, con una bellissima cover illustrata dagli Arcani Maggiori da farlo sembrare qualche oscuro progressive mistico.
Che c'entra col blues? Forse nulla, è un grande album involontariamente freak come fossa la Incredible String Band. Però è tutto quello che Vlad cita come "essere blues" e con cui sono d'accordo.

Vlad: Allora: un esempio.
Gli africani se ne stanno nella loro terra; qualcuno suona con strumenti indigeni; altri con strumenti influenzati dalla matrice araba islamica…
La loro musica può essere vincente, dolorosa, di vittoria, celebrativa, ma rimane la loro musica.
Gli africani vengono razziati, la loro cultura, di fatto, distrutta.
Essi cercano di ripristinarla in condizioni avverse, culturali, sociali, riadattando gli strumenti e formalizzando il tutto secondo le teorie dei conquistatori.
La lama del coltello, il collo della bottiglia, le scale…
Ecco il blues.
Allo stesso modo: Pizarro distrugge gli Incas; la loro cultura è di fatto dispersa.
Settant’anni dopo un discendente di Atahuallpa (ultimo sovrano Inca ucciso da Pizarro), il grande poeta inca (ma spagnolo naturalizzato) Garcilaso de la Vega, cerca di evocare la propria terra con gli strumenti linguistici, culturali e politici del conquistatore.
Una operazione blues.
Non so che chitarre o flauti  avessero gli Incas. Sorge una domanda: i peruviani oggi fanno il blues? Ricreano in terra ostile, con strumenti stranieri, le melodie Inca?
E i messicani fanno lo stesso con gli Aztechi?
E gli aborigeni australiani? E i persiani?
E i calabresi che suonano la pelle della capra che fanno? I calabresi, i Greci, la tragedia (detta canto del capro) … che musica avevano i Greci nella tragedia? Cosa sopravvive oggi delle culture sconfitte, cancellate, e viene riproposto (anche involontariamente) con diversi mezzi, quelli attuali, quelli dei vincitori?
C’è da indagare per decenni … Siria, Sardegna, Normandia, Yemen, Australia, Galles …
Il blues afroamericano è così famoso solo perché vicino a noi e miracolosamente vicino ai registratori vocali di Lomax e compagnia. In caso contrario (afroamericani razziati nel 1500 e peruviani sin nel 1800 e passa) non avremmo mai avuto Blind Lemon Jefferson o Leadbelly, ma una pletora di sudamericani che suonava strumenti Inca riadattati … Eric Clapton avrebbe schitarrato col suo nuovo gruppo: Balseros del Titicaca …
Il blues (quello classico e riverito) ha avuto una fortuna sfacciata.

Massi: Ah, gli Ash RaTempel: mi hai colpito in un punto debole… che mi strappa ovvietà adolescenziali: è una delle mie band preferite (l’ho detto, chiedo venia). E quel John L. che nella vocalità somiglia non poco a un altro John L., arrivato quasi un lustro dopo a minacciare l’anarchia nel Regno Unito, per poi trasformarsi in un muezzin che intona cupi mantra psicotici.
Inevitabile che si debba parlare anche di folk. Nessuna critica per la “superficialità dell’assunto”, poiché anche un’eventuale definizione di folk deve per forza possedere i connotati delineati da Vlad. Forse in parte sì, dobbiamo tornare al pentagramma, a patto che si comprenda che il blues non è trascrivibile. O meglio, lo sarebbe anche, ma se provassimo a suonare un blues eseguendo pedissequamente, vale a dire col “rigore esecutivo” cui si accennava, la trascrizione, il risultato sarebbe tutto fuorché blues. Mi spingo oltre: se inseriamo un brano qualsiasi, anche di musica classica, in uno dei tanti software che “suonano” i pentagrammi, avremmo un risultato ottimo: per quanto mancante di feeling (e questo può metterlo solo un esecutore “umano”), l’output sarebbe comunque ottimale. Ma se proviamo col blues, questo non accade; si ha quasi l’impressione che esso non si lasci “catturare” in modo definitivo, che non sia mai uguale a se stesso, che si nutra di micro-variazioni di ritmo, shifting di accenti non codificabili sul pentagramma; a volte il blues sembra essere quel tipo di tensione emotiva che sfugge a qualsiasi tentativo di codifica.
Il tentativo di riappropriazione della propria cultura da parte di un popolo ‘deportato’ in terra straniera risente necessariamente delle “influenze” culturali e sociali della terra che lo “ospita” (sfruttandolo), e il blues non fa eccezione. È vero, come afferma Vlad, che  ha avuto una fortuna sfacciata, avendo in qualche modo tratto vantaggio dalla tecnologia, ma credo sia l’ultima grande forma di musica folk prodotta dall’umanità. Posto che si tengano fuori dal discorso la house e la techno, col suo corollario di cosiddetta “cultura rave” che, personalmente, considero altrettanto “folk.” Scontato, allora, ma da sottolineare, il collegamento precedentemente accennato ai Kraftwerk, ormai indiscussi precursori (consentitemi un luogo comune, per una volta) della techno.
E forse, oggi, il blues non lo si fa più “strisciando coltelli sulle corde”, né mettendo bene in evidenza le blue notes o la struttura AAB, e a dire il vero già alcuni bluesmen appartenenti alla “classicità” – mi viene da citare ad esempio Lightnin’ Hopkins, benché non sia il solo – avevano fatto più di un tentativo per rivitalizzare la loro musica uscendo, ancorché di poco, dagli stereotipi sonori e strutturali già consolidatisi da qualche decennio.
Ecco quella che mi sembra una buona domanda: come si fa il blues oggi che non esistono più le lavandaie?

E.M.: “Come si fa il blues oggi che non esistono più le lavandaie?”
Ma io credo che quelle sono almeno 40 anni che non ci sono più. Non c’erano più già quando Clapton clonava l’assolo di Otis Rush su All your lovin’.
Però non per questo manca autenticità. Che magari non è sempre sinonimo di grande musica.
“Autentico è ricreare originalmente”, scrive Carmelo Bene citando Foscolo.
Alcuni dei blues migliori – e autentici - li ho sentiti per strada, tra i buskers.
Uno era un giapponese enorme che suonava una fantastica National Steel. Si faceva chiamare The Fujii e vendeva il suo CD autoprodotto su un marciapiede sotto il portico di una banca, 10.000 lire: Anyway What Time Did You Get Up This Morning. Uno di quegli slide solitari e stonatissimi, tirate di sei setti minuti, trombettisti free, bordoni di armonica, registrato per strada.  Una favola… Crecatelo in giro, ne vale la pena.
Gli altri erano un trio di svizzeri con un batterista che batteva su una specie di bidone del rusco e uno che suonava un manico di scopa infilato in un secchio. L’unico che aveva uno strumento era il chitarrista. Si chiamavano Hell’s Kitchen e suonavano quei groove ipnotici alla John Lee Hooker.

Ecco questi due esempi sembrano proprio schegge di qualche cultura mista, di rifugiati, di evasi. Apolidi. Cari a Vlad. Eh, sì, il blues è stato fortunato. Ma si è meritato tutto quanto.

***

Corollario

Mr. Hyde: Voglio essere considerato un poeta jazz che suona un lungo blues in una jam session d’una domenica pomeriggio. [Jack Kerouac – nota su Mexico City Blues].

E’ vero: il blues è un’entità spirituale che vaga tra un’anima e l’altra. Ne sceglie una a caso e comincia a tormentarla. Aleggia nell’aria, preferisce quella mefitica delle metropoli, città abbandonate come, per fare un esempio, Detroit, un tempo capitale dell’auto, oggi deserto urbano. Ma anche gli acquitrini, il Mar Nero, i giardini di arance sommersi dalla lava dell’Etna. Desolazione. Passato. [Hyde]

Nobody know the other side of my house, my corner where I was born, dusty guitars. [Jack Kerouac –Mexico City Blues, framm. da 127h Corus].

Sono convinto che la beat generation ebbe come riferimento il blues e lo Zen. Forse non ne fu consapevole... Kerouac però scrive: Charlie Parker Assomogliava a Buddah. [Jack Kerouac –Mexico City Blues, framm. da 239h Corus].

Ma c’è un altro lato non proprio Zen, del Blues, sanguigno e terreno:
“Il blues è un uomo in una notte gelida, che cammina per un’eternità, di luogo in luogo, Sutton Place o Bowery, vivendo. No! Non vivendo. E’ quella memoria viva ma non condivisa, che vive la vista che vediamo viva e vivente. Contenuto? Perché ridicolo? Donne su cuscini abbracciati in piscio pisciato, piscio schizzato nel rigagnolo non o perfino non come il suo disconoscente getto che imbeve l ’inguine vestito e filtra attraverso i suoi resti abbigliati. Puzzando nel suo angolo moccioso che si trasforma in carta raramente in cambio della sua ragione, alcool, risposte della vita agli onniscienti, le audacie con le donne, il vino, i canti, le danze e gli stordimenti. Risuonano vecchie azioni fredde, egli respira e vive momenti no, di stravaganti momenti benedetti d’amore detti d’amore, tutte menzogne, menzogne di non-verità reciproche che sfortunatamente si sono unite e hanno odiato le verità universali, dentro e fuori, a seconda che si presuma che lui non è una lei. Dannazione a tutto blues; Avvitato al gelido marciapiede fondente di pietra audacemente abbracciata, erezione di cemento, immaginato morbido solo per ritardate erezioni di solitudine che sono diventate femminili e ti rispondono umide, calde lacrime,non troppo allontanato dal suo comune denominatore, urina ghiacciata che fonde alla audace morte bollente che si aggrappa alla vita per amore al pensiero di una risposta, sia sulla creta, sulla terra o sull’asfalto io osservo nella mia ebbra febbrile ricerca di un vero inguine femminile, che mi vuole come io voglio lei,senza mai odiarmi perché abbiamo trovato rifugio e soddisfazione come due pietre ubriache che si riscaldano fianco a fianco dentro e fuori della nostra debilitata idea della scopata di lati opposti.” [da “Peggio di un bastardo”– Charles Mingus]

E.M.: C'è una musica blues. Ma c'è anche una “prosa” blues? Cosa la rende così? Il lessico, o meglio il “gergo”'? La (mancanza di) punteggiatura? I soggetti? Più ecumenicamente, tutte e tre le cose? La letteratura blues è la letteratura beat. O meglio il beat è blues “sotto copertura”'o assomiglia di più all' improvvisazione di un bopper fatto di droga?

Mr. Hyde: Blues genere letterario? Prova a dirlo ad uno di quei diavoli ciechi ! Piuttosto linguaggio blues usato in letteratura. Blues trasversale. (che brutta parola..) Potremmo parlare di elementi blues inseriti nella prosa.
Però quello che piace del blues è che non è completamente definito e definibile. Il poter aggiungere qualcosa di personale, come in un racconto non scritto. Certo, il linguaggio, gli argomenti (girovagare, donne, alcool, droga, la notte) gli stati d’animo (rabbia, tristezza,rassegnazione) i luoghi, sono elementi caratterizzanti, ma è il ‘colore’ (non so come definirlo)quell’oscuro affascinante disagio che avverti anche ascoltando Pretty As You Feel dei Jefferson Airplane, che non è dichiaratamente un blues. Forse un blues in acido…


Playlist

Ash Ra Tempel - Light: Look at your Sun
da: Schwingungen 1972

Fred Lane e Kjell Westling - Gli alberi crescono alti (canzoni di lavoro, d'amore di guerra e di lotta delle Isole Britanniche) 1977

Otis Rush -  All your lovin’ 1958

The Fujii - Anyway What Time Did You Get Up This Morning 2001(?)

Jefferson Airplane - Pretty as You Feel
da: Bark (1971)

3 commenti:

mr.Hyde ha detto...

Una belle esperienza di condivisione, grazie a tutti!

Massimiliano Manocchia ha detto...

Grazie a te, Hyde, per il tuo magnifico video e il tuo contributo.

Evil Monkeys ha detto...

Go on!!

ShareThis

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...