lunedì 7 aprile 2014

Pomeriggi di zapping su Spotify (con un manipolo di psycho-tici)


Una cosa devo dire di Spotify: è egalitario. Non voglio dire democratico - cosa ormai si può dire democratico? - ma egalitario sì. Sintetico, informazioni ridotte all'osso, profili degli artisti tutti uguali, date sbagliate un po' per tutti. La pubblicità interrompe tanto Physical Graffiti quanto My Sleeping Karma.
Puoi almeno provare ad ascoltare alla cieca, senza tanti pregiudizi.
Robespierre lo userebbe, merito o colpa, a voi giudicare.
E allora, qualche spettro incontrato di recente.



Mount Carmel

Trio di antiquariato artistico, impiegati di laboratori analogici per clonare l'esatto riverbero di Blue Cheer - Black sabbath - Canned Heat - Gov't Mule e compagnia bella. Leigh Stephens approva.
Una cover (9 minuti...) della misconosciutissima Hear me calling' dei Ten Years After con tanto di assolone di batteria.

The Heavy Eyes



Stessa roba di cui sopra. Da Memphis, stoner piombato come i Kyuss meno ispirati e senza alcuna rabbia ma solo tanta grigia pesantezza. Non malaccio ma alla lunga noiosi come tantissimi del loro genere. Due album: Heavy Eyes (Wax Apple, Iron Giants su le altre) e Maera, almeno più variegato, con These Man are Wolves e i 10 minuti di heavy Jam alla Josefus di Aplomado (con sketch finale, che simpaticoni!).
Spaventa rendersi conto quanto Paranoid e Master of Reality (filtrati dai Melvins) stiano influendo sulle ultime generazioni hard rock. Molto belle le copertine, coloratissime, liquide, psychotroniche.

The Spaceshits

Un paio di album a fine anni '90. Punkabilly frenetico con Gun Club – Flamin’ Groovies - Cynics conficcati nel cuore come un paletto di frassino nel petto di un vampiro.
Derivatissimo e divertente, brani da un paio di minuti al massimo (e buona parte sotto il minuto e mezzo!) come insegnavano i Ramones; vocalità rivedibile, umorismo macabro niente male.

Psychedelic Horseshit

Coppia dalle bizzarrie sonore assortite tra surf, chitarrine beefheartiane, rumorismi concreti e low fi tra Royal Trux, Pavement e metà della scena indie degli ultimi 20 anni.
In catalogo Magic Flower Droned, con tanti pezzi, frammentari e frammentati, difficile raccapezzarsi... C'è pure una parodia di Good Vibrations, ma qui si scherza col fuoco. Mash Up è puro rumore. Non lo sentirete in radio.
Poi Laced, con un po' di elettronica aleatoria in più. Alla fine è facile fare musica così (?) Non troppo, però un po' più di consapevolezza non guasterebbe. I 7 minuti post kraut di I Hate the Beach bastano per tutto.


Samsara Blues Experiment



Neo-kraut a spasso per il cosmo di hendrixiane foschie, quello di questi esploratori berlinesi è un hard psichedelico che dimostra che, alla fine, certe esagerazioni mitteleuropee sono sempre due spanne avanti a tanti decantatissimi yankee.
Uno scrigno del tesoro per gli irriducibili della libertà free form sbizzarrita da intricatissime chitarre stoner.
Long Distance Trip (2010) spariglia 6 pezzi di cui tre eterne jam, con addirittura i 22 minuti di Double Freedom, una Wipping Post degli spazi profondi sulle vette dell'Himalaya.
E Waiting for the Flood del 2013, 4 pezzi, oltre tre quarti d'ora di heavy raga tra templi cambogiani infestati dai ribelli di Kurtz (Shringara, Brahamin's Lament) e lo psycho-smooth per astronave tropicale della titletrack, che finisce per montarsi in uno tsunami metal senza argini. O la discesa nella personalissima Sky Valley di Don't Belong.
Quasi quasi li compro. Così, tanto per riparlarne…

"Ma come, li hai appena ascoltati gratis!? Perchè devi spenderci soldi?"
"Perchè se lo meritano"

3 commenti:

Jen D. ha detto...

In poche righe riesci a sintetizzare ciò che trasmette un intero disco. Un talento riservato a pochi. E grazie per i consigli :)

mr.Hyde ha detto...

Ho ascoltato i Samsara: sembra che suonino direttamente da qualche anfratto dell'inferno, senza volerne uscire..

Evil Monkeys ha detto...

Ringrazio Jen (che poi è uno che non ha nulla da impare in fatto di sintesi ed efficacia!!)
Ad Hyde dico che i Samsara sono un bel gruppo, comr ce ne somo tantissimi. Puoi accusarli di essere 'derivati', citazionisti....ma poveretti, suonano nel 2014, abbiamo già inventato tutto con chitarra elettrica e batteria. Le uniche zone ancora vergini ed esplorabili per il rock stanno nei contenuti, nei testi, nel messaggio, nella necessità di fare rock. Mica nel sound o nei riff...un paio di giorni fa Ant, sul suo blog, ha postato un articolo sul punk pakistano: quella è la frontiera!
Tornando ai samsara, c'è in giro un live al Rockpalast, su youtube esiste il video integrale. Guardatelo, poi magari ne riparliamo e vediamo quanto è il caso di stare ancora dietro a made in japan o live at fillmore. Immortali, non immutabili.
Ciaooooooo

ShareThis

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...