martedì 7 maggio 2013

L’eutanasia della cultura – Maggio Musicale Fiorentino


Quello che i più temerari potranno ascoltare via Youtube qui sotto è il terzetto “Oro, quant’oro” dal II atto di Ernani, opera di Giuseppe Verdi.
La registrazione risale al 1957 e le voci sono quelle del tenore Mario del Monaco, del basso Boris Christoff e del soprano Anita Cerquetti. Dimitri Mitropoulos dirige i complessi del Maggio Musicale Fiorentino.
Fu un’edizione storica, una di quelle che ha stabilito le coordinate imprescindibili della rappresentazione lirica moderna, verdiana in modo particolare.



In oltre settant’anni di storia, il Maggio ha proposto tante produzioni mirabili e a loro modo imprescindibili: i Vespri Siciliani del 1951 di Kleiber con una giovane Callas; un Don Carlo del ’56 con Cesare Siepi, Ettore Bastianini e Giulio Neri; un Trovatore nel 1968 con la Caballè. Solo per restare in ambito verdiano.

Oggi, questa stessa istituzione rischia (o sta rischiando o ha rischiato) di scomparire.

Ciò che è più inquietante è che, per la seconda volta nell’arco di meno di dieci anni, si deve ricorrere a un commissario per l’operativa dell’ente e per tentarne il risanamento. Francesco Bianchi, un apprezzato banchiere, è stato chiaro e netto: in un’intervista all’edizione locale de Il Corriere della Sera ha affermato: “Per il Maggio non c’è più tempo: o il pareggio del bilancio subito o la liquidazione”.
Si sono levate varie voci – ivi compresa quella di Riccardo Muti da Chicago per rappresentare il danno all’arte e alla cultura italiana di un’eventuale liquidazione della manifestazione (e delle due stagioni liriche, in autunno e in inverno, che si tengono a Firenze). Claudio Abbado concerterà gratis un atteso concerto il 4 maggio. Numerose le altre espressioni di solidarietà. Era già avvenuto alcuni anni fa, quando si dovette ricorrere al commissariamento e si paventò la chiusura dei teatri fiorentini dedicati alla lirica e alla musica “colta” in generale.
Il commissario Bianchi, sottolineato che “il Maggio è un malato grave, da codice rosso”, pone l’accento sui costi da ridurre (circa 4,5 milioni di euro l’anno; la cifra esatta dopo il completamento della meticolosa ricognizione in corso), sull’urgenza di contrarre l’organico amministrativo, di risolvere “carenze” gestionali (pure tramite l’informatizzazione), di mettere in sicurezza i conti con “un pareggio strutturale di bilancio” (anche per evitare scarti del 30% tra preventivo e consuntivo, come avvenuto di frequente negli ultimi anni) e di aumentare la produzione. Tutti devono “lavorare a testa bassa, perché i teatri non vivono con cinquanta spettacoli l’anno. Devono essere aperti ogni giorno e tutto il giorno, con spettacoli diversi. E non solo spettacoli”.



Non voglio fare appelli, nè farvi firmare petizioni online in cui nutro spesso limitata fiducia.
Ma se c'è una cosa peggiore di lasciare che la cultura scompaia, è che questo accada in silenzio, nell'ignoranza e di nascosto.

3 commenti:

allelimo ha detto...

Si ma, "circa 4,5 milioni di euro l’anno" è il costo per una cinquantina di spettacoli?
Cioè 90.000 euro a spettacolo?
E di questi il 10% scarso viene coperto con i biglietti?

Se il resto è coperto con finanziamento privato, ok, niente da dire.
Se è coperto con finanziamento pubblico, esticazzi...

Vlad Tepes ha detto...

Vorrei dire una cosa impopolare: i mostri sacri che si sbracciano dall'estero riescono insopportabili.
Siete italiani e popolari, tutti vi riconoscono come personaggi pubblici importantissimi, avete messo da parte qualche sacchetto di talleri per la vecchiaia e allora fate qualcosa di irreparabile: prendete a schiaffi qualche assessore, arringate le folle, minacciate ministri, rispondete a muso duro ... Invece sempre i soliti brodini; ci sarà una colletta finale con ridimensionamento incorporato, come sempre. Ma la colpa è di Internet.

allelimo ha detto...

ma il punto è, se non c'è abbastanza pubblico per lo spettacolo "X", sia pure manifestazione di cultura "alta" (che di solito vuol dire roba vecchia, e non si sa chi possa decidere cosa sia cultura alta e cosa bassa) perchè mai lo stato deve elargire miliardi a piene mani a chi di quella branca della "cultura alta" si occupa?

i signori abbado claudio e muti riccardo si rassegneranno a guadagnare un po' meno, oppure a suonare dove qualcuno potrà permettersi di pagare i loro cachet.

qui non sparisce la cultura, spariscono i miliardi regalati a cazzo a chi autodefinisce il suo proprio valore culturale... per quanto mi riguarda, meglio così.

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