Questo è il canto che potreste sentire nell’ultimo night di Las Vegas,
mentre accanto, nella Rose Bound Chapel, un officiante vestito con frange
bianche alla Elvis unisce in matrimonio Bob, dipendente delle poste, e Mary
Ann, la figlia di un piccolo dettagliante di San Bernardino, al settimo mese di
una gravidanza travagliata.
Dolcissima tristezza. E una chitarra che ondeggia crepuscolare e
fluida a disegnare un chiaroscuro jazz di morbido abbandono.
Musica al fior di loto.
Musica del sonno, di nostalgia, di linee rosa che scompaiono al
tramonto; tutta incastonata tra silenzi che sembrano infiniti e bolle di vuoto
che sarebbe blasfemo riempire.
Pericoloso da ascoltare per gli inclini alla malinconia.
Da qualche parte, gli stessi Cowboy Junkies hanno proposto una cover
di Powerdfinger.
Mentre la visione combattiva ed incendiaria di Neil Young pareva la
cronaca di una battaglia in presa diretta, i languori di Margo Timmins appaiono
quelli di uno Spirito di Carità che si aggira tra il vapore del mattino carezzando
defunti, socchiudendo loro gli occhi e coprendogli il volto scorticato; evocando
la sogno di quella stessa battaglia come fosse un nebbioso ricordo del
dormiveglia.
Ecco, tutta la loro musica sta in quel ricordo.
Cowboy Junkies – The Trinity Session (RCA, 1988)
Mining For Gold 1:34
Misguided Angel 4:58
I Don't Get It 4:34
I'm So Lonesome I Could Cry 5:24
To Love Is To Bury 4:47
200 More Miles 5:29
Dreaming My Dreams With You 4:28
Sweet Jane 3:41
Postcard Blues 3:28
Walking After Midnight 5:54

