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lunedì 28 settembre 2015

Consigli per ascolti trascorsi (riletture)


Free - Tons of Sobs (1968)
Il blues sepolcrale

Assieme a Spooky Two ecco forse il disco definitivo della Via Bianca al Blues, e siamo solo ad inizio ’68! Un approccio alla Cream, talmente diretto da essere addirittura sfacciato. La produzione trasandata e grezza di Hamilton, la debordante e felina chitarra di Kossof che singhiozza tonnellate di dolore, la barba incolta di Rodgers, catapultano l’album verso l’era finale del rock britannico: paradossale che sia il prodotto di un gruppo di teenagers.
Ma questi ragazzi si divertono a giocare nella tenebra, camminando nell’ombra; e questo esordio è una continua ode sepolcrale sparsa tra le lapidi di un cimitero di campagna in cui il vento sibila messaggi di morte. Fin dall’arcana copertina, dalle prime 3 canzoni, che sono una perenne variazione di un unico riff culminante nell’ipnosi totale, dall’enfasi dello standard di Going Down Slow; fino alla notte fonda della litania di Moonshine. Considerando che del lotto avrebbe potuto far parte anche Visions of Hell, Tons of Sobs si candida ad essere il primo vero “Black Album” della scena rock inglese.

9 agosto 2011


The Marshall Tucker Band - The Marshall Tucker Band (1973)

Esponenti di riguardo di una “2° generazione della jam” che rimpiazzò I fasti delle band della Baia nei primi ’70, la M.T.B. fu un gruppo “Southern” solo geograficamente. Scegliendo la strada della fusion di vecchio country, pattern blues e pop in versione yankee, ispirati ad una filosofia cristianeggiante, il gruppo sembra più l’evoluzione dei Grateful Dead ripuliti dall’acido piuttosto che l’apripista per gli assalti boogie di Lynyrd Skynyrd o Black Oak Arkansas.
Lunghe canzoni rilassate, che sanno di vecchio mito di frontiera ma senza pellerossa cattivi o sparatorie da “straniero senza nome”. Come una pigra ma devota carovana di pellegrini che procede lungo il fiume. Can't You See è una piccola gemma, così come l’acquerello di copertina di James Flournoy Holmes.

3 luglio 2011


Emerson, Lake & Palmer - Pictures at an Exhibition (1971)
Questo NON è Rock

Ascoltandolo oggi, pare impossibile che questo pachidermico LP fu all'epoca un successo. Tutto il prog più deteriore, eccessivo, barocco, falsamente rock è qui dentro.
Ridondante come ogni finto intellettuale parvenu che gioca con la musica colta, avendo addirittura la presunzione di migliorarla, riuscendo invece a rendersi quasi ridicolo, ricopiando pedissequamente qualche linea melodica e lasciandosi costantemente sfuggire il quadro totale della suite di Mussorgsky. Silenzi imbarazzanti e indecisi, improvvisazioni senza meta che ondeggiano come una piuma in preda al tornado. La differenza con la sinfonia vera, magari anche moderna, per esempio quella di Klaus Shulze, è abissale e incolmabile.
Non paghi, i tre moschettieri dell’ovvio si lanciano in un allucinante “bis” dallo Schiaccianoci di Ciajkovskij; senza bisogno di considerare l’originale, basti dire che riescono a prenderle addirittura dai Ventures la cui ben più spigliata versione risaliva addirittura a 5 anni prima!
Non sarà questa la vera, originale “Great Rock 'n' Roll Swindle”?

30 settembre 2011


Sweet - Desolation Boulevard (1974)
Rock in Polyester

Tra i fuochi artificiali del glam britannico, quello degli Sweet è oggi ingiustamente dimenticato. Eppure il quartetto aveva ogni cosa al suo posto: un tasso di lustrini non indifferente, zeppe del 12, una naturale cafonaggine da borgatari londinesi, nonché un look da macho-omosessuale-spaziale tra i P-Funk e le drag-queen a noleggio per un addio al celibato. Colpa dei New York Dolls che crearono disastri facendo credere che qualunque teenager sessualmente incerto con una Gibson e un po’ di rossetto potesse inventarsi il punk.
E nonostante tutto, Desolation Boulevard è un fantastico LP di bubblegum alla Ramones (ma un paio d'anni prima...) con coretti contagiosi, chitarre plastificate elementari e incalzanti, brani indimenticabili (Ballroom Blitz ma anche AC/DC, Fox on the Run, Six Teens) tenuto assieme da una specie di concept sulla vita di strada tra Ray David e i Dictators. Un mix niente male…

5 settembre 2011


lunedì 21 settembre 2015

Mostri in Paradiso (riletture)



Non hai visto in Mostri in Paradiso?”
Spread, default, debito, Tsipras, filo spinato, ISIS, presidenti non eletti.
Sono piombati dal nulla a distruggere le torri del potere. Ricacciandoci indietro nel tempo.
Questi mostri in Paradiso sono una delle immagini più forti e misconosciute emerse dal rock britannico. La copertina elaborata dallo studio Hipgnosis per il debutto dei Quatermass ha acquistato, oggi, un’aura mistica.
Quegli pterosauri plananti tra le torri di vetro sembrano un presagio sinistro del 11/09, quando la preistorica violenza terroristica planò tra i grattacieli di New York, ricacciando i governi nell’oscurantismo medioevale di crociate e jihad.
Ma i Mostri non se ne sono andati dal nostro vecchio e derelitto Paradiso, sbattono ancora le loro ali rettiliane tra l’avorio dei Palazzi.
Tsipras, filo spinato, ISIS, governi in bancarotta. E prima o poi, i sauri volanti si poseranno finalmente a terra.
Mostri in Paradiso.

La canzone “Monster in Paradise” (Gustafson, Gillian, Glover), già nel repertorio live dei Quatermass e risalente al periodo di fine anni '60 quando Gustafson, Glover e Gillian militavano negli Episode Six, comparirà solo nel 1971 nell’album Bulletproof degli Hard Stuff.

La foto originale della copertina di Quatermass fu scattata a Londra, ai palazzi governativi di Victoria St. La duplicazione dell’immagine restituisce una forte illusione ottica, quasi fosse un quadro Op-Art.

18 luglio 2011


venerdì 12 ottobre 2012

Stop, and look! (Visibilità – Pt.3)


“You don’t look, do you? You don’t look at the world, you just drive straight through it. Stop, and look!"

Wallander - The Fifth Woman


Il Rock ha spesso guidato attraverso veloci autostrade, sgasando a folle velocità per città rivestite di neon;  ha attraversato stati, deserti, oceani e palchi, fronteggiando isteriche masse umane in delirio per l’eroe di turno. Più raramente si è fermato, ad osservare. Ad osservare la realtà attorno a lui, a considerare la visibilità delle cose, o come esse appaiono agli occhi di chi le osserva. Come lo sguardo, ancor prima del cervello, costruisca la propria realtà.

giovedì 27 settembre 2012

Eroi belli, non sempre buoni (Visibilità - parte 2)


L’immagine del giovane cantante di Tupelo era così magnetica da spalancare ad Elvis le porte del cinema (oggi si direbbe di serie B…) che lo vide protagonista di una serie di filmetti sdolcinati a base musicale che in Italia chiamavamo musicarelli. Tra il ’56 e il ’66 Elvis girò 22 pellicole (tra cui titoli inquietanti come Kissin' Cousins, Girls! Girls! Girls! o Blue Hawaii)  che nei momenti di forzata assenza del Divo dal palcoscenico, durante il servizio militare per esempio, essi contribuirono a congelarne l’immagine in modo massivo. Il cantante era percepito come presente, attivo, tangibile e senza interrompere la relazione visiva si manteneva un solido rapporto tra pubblico e artista.

venerdì 7 settembre 2012

Stiamo davvero ascoltando? (Visibilità - Parte 1)



“Every great magic trick consists of three parts or acts. The first part is called "The Pledge". The magician shows you something ordinary: a deck of cards, a bird or a man. He shows you this object. Perhaps he asks you to inspect it to see if it is indeed real, unaltered, normal. But of course... it probably isn't. The second act is called "The Turn". The magician takes the ordinary something and makes it do something extraordinary. Now you're looking for the secret... but you won't find it, because of course you're not really looking. You don't really want to know. You want to be fooled. But you wouldn't clap yet. Because making something disappear isn't enough; you have to bring it back. That's why every magic trick has a third act, the hardest part, the part we call "The Prestige".

“Ogni numero di magia è composto da 3 parti o atti. La prima parte è chiamata "La Promessa". L'illusionista vi mostra qualcosa di ordinario: un mazzo di carte, un uccellino, o un uomo. Vi mostra questo oggetto. Magari vi chiede di ispezionarlo, di controllare se sia davvero reale, sia inalterato, normale. Ma ovviamente... è probabile che non lo sia. Il secondo atto è chiamato "La Svolta". L'illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ora voi state cercando il segreto... ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati. Ma ancora non applaudite. Perché far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Per questo ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo "Il Prestigio".

Christopher Nolan – The Prestige

martedì 24 luglio 2012

Riletture Americane - La Visibilità - Introduzione

Tornano, in edizione “estiva”, le Riletture Americane, liberi percorsi nella musica commerciale del dopoguerra, che cercano di tracciare rotte inconsuete per semplici associazioni di idee, sulla falsariga di categorie generali come Rapidità, Leggerezza, Esattezza. E’ ora il turno della Visibilità, caratteristica che solo apparentemente appare distante dalla Musica…
Buon viaggio!



giovedì 24 maggio 2012

Riletture Americane - L’Esattezza Parte 5 – Alla ricerca di Pitagora



Chiudiamo questo percorso alla ricerca dell’ Esattezza ritornando indietro addirittura a Pitagora ed alla sua mistica scuola per iniziati parlando di un’altra moderna mistica scuola per iniziati –  The Theatre of Eternal Music – e di un suo esponente in particolare: Tony Conrad. Restio, come del resto i suoi colleghi, ad incidere e rendere replicabile e diffondibile la sua musica, il violinista del New Hampshire fuoriuscì dal suo territorio solo per rinchiudersi in un altro tipo di prigione: gli studi di Wumme, persi nelle campagne di Amburgo, in cui i Faust, l’esperimento “ferankensteiniano” del produttore Uwe Nettelbeck, erano segregati da ormai un anno in uno stile di vita pressoché monastico. Qui, nell’autunno del 1972, con l’accompagnamento del basso intellettuale di Pèron e della trogloditica batteria di Werner Diermaier e l’apporto del prezioso tecnico del suono e tuttofare Kurt Graupner, Conrad incise su disco una delle grandi “evasioni” dai circuiti iniziatici del Teatro della Musica Eterna: Outside the Dream Syndacate. Quello che oggi è senza dubbio uno degli archetipi sia minimalismo estremo, sia di certo post-rock à la Jim O’Rurke (che collaborò vent’anni dopo aell’unica apparizione dal vivo del singolare terzetto), sia di certo Metal “sui generis” come quello Om e Earth.

venerdì 11 maggio 2012

Riletture Americane - L' Esattezza - Pt. 4 – Hi Infidelity?


Pensando al di fuori della filiera artista-disco-pubblico, la migliore incarnazione dell’esattezza nella musica commerciale sta nel concetto di Alta Fedeltà.  “Hi Fi”, definizione pur di origine datata (1936, RCA) fu una delle parole chiave per il mercato discografico di inizio anni ’80. In concomitanza con l’introduzione sul mercato del Compact Disc, il nuovo, apparentemente rivoluzionario supporto ottico destinato a soppiantare il vecchio LP a 33 giri, fu necessario adottare decodificatori all’avanguardia e dalle specifiche tecniche sempre più complesse.

sabato 5 maggio 2012

Riletture Americane - L' Esattezza parte 3 – Dal Produttore al Consumatore


Furono i produttori pop, impegnati senza mezzi termini a interpretare le idee grezze dei musicisti come prodotti di richiamo per il mercato di massa dei teen-ager, a sviluppare la registrazione come nuova  forma di comunicazione, e dunque a consentire al rock di guadagnarsi un suo credito di “autenticità'.
Colin Frith

L’esattezza dietro la consolle è divenuta quindi una necessità, tanto da rendere i servigi dei migliori tecnici del suono e dei migliori produttori ricercatissimi; le band più importanti possono scegliersi lo studio di registrazione più adatto in giro per il mondo, alla ricerca del suono perfetto e possono passare mesi a mixare e remixare il loro lavoro. Alla fine è spesso una questione sottilissima di labor limae a rendere un pezzo discreto una hit clamorosa. George Martin mise tutto sé stesso al servizio dei Beatles; grandi ingegneri del suono come Glyn Johns o Eddie Kramer o fecero la fortuna di Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Rolling Stones e tanti altri. Sono innumerevoli le eminenze grigie che si celano nella scia della rockstar che ci mette la faccia.
In questa categoria uno tra i personaggi più interessanti, eppure forse poco celebrato, nacque musicista, chitarrista e tastierista, e percorse in modo estensivo la scena Rock americana e britannica degli anni 60 e 70: Al Kooper.
Precoce frequentatore del Blues Revival dei primi anni ’60, poi “master mind” degli ottimi Blues Project, uno dei pochi complessi americani a potere tener testa ad Animals e Yardbirds, Al divenne presto una presenza rilevante in sala d’incisione accanto ai massimi nomi della sua epoca. Indimenticabile, musicalmente essenziale, quanto estemporaneo e imprevisto all’atto pratico, fu il suo contributo all’incisione dell’immortale Like a Rolling Stone di Bob Dylan: l’inconfondibile giro di organo che marchia il celebre chorus del pezzo fu tutta opera del giovane Kooper che incise assieme a Dylan in barba al produttore Tom Wilson che non riteneva il giovane Al un vero tastierista.


domenica 15 aprile 2012

Riletture Americane - L'Esattezza - Pt.2 - Dietro al mantello del Prestigiatore



Negli anni ’30 John e Alan Lomax potevano vagabondare per 12.000 miglia attraverso gli stati del sud con un registratore a bobine e un microfono per incidere a presa diretta le canzoni di Leadbelly, Son House o Mississippi Fred MacDowell. La loro fu una delle più pure esperienze musicali del secolo passato: nessun intermediario, nessuna sovrastruttura, un’avventura più antropologia che “pop”, dall’esecutore al consumatore tutto attraverso un singolo “medium” per immagazzinare i dati. Un medium, quest’ultimo, utilizzato sul campo in un modo del tutto insolito ma redditizio, sfruttato per immagazzinare cultura peronta per essere redistribuita. Il tutto nonostante le inevitabili difficoltà tecniche.

venerdì 6 aprile 2012

Riletture Americane - L'Esattezza - Pt.1- Apollo o Marsia?



“Categorie calviniane” applicate alla Popular Music - L'Esattezza - Parte 1


Cominciamo con un aneddoto riportato da Stephen Davis nella celebre biografia dei Led Zeppelin “Il martello degli Dei”.

Dietro le quinte, Relf e il cantante degli Hollies incominciarono a spaccare i vassoi del refettorio con colpi di karatè. Relf si ruppe tutte le dita di una mano, che finirono per gonfiarsi come salsicce, e si precipitò nuovamente al bar per alleviare il dolore. Durante il secondo set degli Yardbirds, Relf era ubriaco marcio: mentre la band eseguiva i propri classici, scoreggiò nel microfono, mandò affanculo gli studenti attillati nelle loro divise e poi incominciò a strisciare sul palco. Quando si rialzò, cadde all'indietro contro la batteria e dovette essere trascinato via. In mezzo al pubblico, Page si teneva la pancia dal gran ridere. Per il terzo set legarono Relf con una cinghia all'asta del microfono e suonarono versioni strumentali di tutti i loro classici. Nei camerini, dopo lo show, Paul Samwell-Smith abbandonò gli Yardbirds disgustato.

lunedì 20 febbraio 2012

Riletture Americane - La Rapidità - Parte 6



“Categorie calviniane” applicate alla Popular Music - La Rapidità - Pt. 6
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Per concludere, ritornando in tema, due ultimi riferimenti che da soli riassumono buona parte l’essenza della rapidità nella musica commerciale; una canzone, It's The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine) dei R.E.M. e un intero album, Highway 61 Revisited di Bob Dylan.

It's The End Of The World, da Document (1987), è un tour de force di Micheal Stipe che in quattro minuti galoppa tra immagini disparate, libere associazioni, dissolvenze oniriche: la velocità del pensiero che arriva rapidamente alla fine del mondo così come lo conosciamo; nessun trauma, è un’Apocalisse morbida che si può anzi rilassare e distendere nell’immortale chorus della canzone.

Six o'clock - TV hour. Don't get caught in foreign towers.
Slash and burn, return, listen to yourself churn.
Locking in, uniforming, book burning, blood letting.
Every motive escalate. Automotive incinerate.
Light a candle, light a votive. Step down, step down.
Watch your heel crush, crushed. Uh-oh, this means no fear cavalier.
Renegade steer clear! A tournament, a tournament, a tournament of lies.
Offer me solutions, offer me alternatives and I decline.

domenica 5 febbraio 2012

Riletture Americane - La Rapidità - Parte 5: Il problema del Tempo


“Categorie calviniane” applicate alla Popular Music - La Rapidità - Pt. 5
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Una domanda è quasi spontanea dopo tante riflessioni. Dove si dirige a così alta velocità il Rock? Quel senso d’urgenza, quell’esigenza di fuga e di corsa, dove portano questa musica?

“Rock 'N' Roll Is Here To Stay” si cantava in Grease. Ma e’ veramente “qui per restare?” E’ una forma di espressione artistica fatta per permanere o una moda consumistica a tempo determinato? O ancora: quanto ha veramente a che fare il tempo con la musica Rock,  e per esteso, con la maggior parte della musica commerciale moderna?
Risposta sintetica: moltissimo.
Tanto da esserne a volte prigioniera. Moltissimo sia per quanto riguarda il tempo interno, proprio della canzone (il beat, il ritmo) sia quello esterno ad essa (il “momento”).
Il beat, il timing interno, è a tratti la banalizzazione, nei casi migliori la semplificazione, dei complessi ritmi “neri” di derivazione africana, molto più spesso una copia-carbone del posato e monocromo ritmo del Country bianco.

C’è qualcosa di intrinsecamente tedioso, di questi tempi, nella scansione ritmica, nel beat in 4/4 e nelle rauche grida (quasi sempre maschili) per la libertà.
(Simon Frith – Il Rock è finito)

mercoledì 25 gennaio 2012

Riletture Americane - La Rapidità - parte 4


“Categorie calviniane” applicate alla Popular Music - La Rapidità - Pt. 4



Come già ricordato, né Ramones, né Stooges, né la maggior parte dei gruppi Punk potevano considerarsi virtuosi dei propri strumenti.
La connessione tra virtuosismo strumentale e velocità d’esecuzione è sempre piuttosto stretta in molta musica occidentale, dai gorgheggi dei castrati, ai capricci di Paganini fino agli assoli del be-bop.
La musica popolare ha spesso riservato un posto di riguardo al virtuoso, all’improvvisatore, al guitar-hero del momento, riscoprendo in parte l’importanza che l’abbellimento, il gorgheggio, la variazione, la parte “di bravura”, avevano avuto nella musica barocca che il Romanticismo aveva disprezzato e sepolto per diverso tempo. Furono forse i grandi improvvisatori jazz a riscoprire il gusto del virtuosismo non fine a sé stesso. Primo e forse ancora insuperato Charlie Parker, che può a ben diritto essere considerato uno dei maggiori strumentisti del secolo scorso non solo in ambito jazzistico. Brani di 3-4 minuti, assoli brevi ma con quantità torrenziali di note, dinamiche irregolari e variazioni armoniche eccezionali: una musica pensata, “scritta” ed eseguita nello stesso istante, un prodigio di velocità di pensiero ancor prima che di dita.

Quando il Rock, a metà degli anni ’60, arrivò a piena maturità, trovò un posto per i grandi virtuosi, ahimè spesso totalmente autoreferenziali; non tutti facevano della velocità il loro cavallo di battaglia, ma una scala diatonica eseguita ai 100 all’ora è pur sempre d’impatto. Rick Wakeman, tra i tastieristi del Prog, fu quello che più di altri riscoprì un certo gusto neoclassico e barocco per il suo organo. Il suo ingresso negli Yes, da Roundabout in poi, coincise con periodo d’oro del gruppo, che venne arricchito dei mille colori strumentali e dalla perizia tecnica del tastierista: la sinergia con un altro mostro di abilità come Chris Squire diede alla band una dinamismo ed una propulsione uniche, anche in brani di complicata struttura. La sua parte solista in Seasons of Man, quarto movimento di “Close To The Edge” resta uno dei vertici del Progressive d’epoca.
Tra i chitarristi, i primi a destreggiarsi con staccato fulminanti, quasi sulle tracce del “Volo del Calabrone”, furono i solisti del surf: Dick Dale ne faceva un suo marchio di fabbrica e anche il grande Nokie Edwards dei Ventures era capace di accelerazioni micidiali.

martedì 17 gennaio 2012

Riletture Americane - La Rapidità - parte 3


“Categorie calviniane” applicate alla Popular Music - La Rapidità - Pt. 3



Il tutto avvenne troppo rapidamente perché qualcuno potesse rendersi conto di chi fosse in realtà John Simon Ritchie. Anzi, questa è anche una chiave di lettura di buona parte del movimento punk: le vicende pubbliche e private, la musica, i personaggi, passavano così velocemente che, tanto lo spettatore quanto il critico o il promoter, non riuscirono mai a comprendere a fondo ciò che stava succedendo. Quando qualcuno cominciò a domandarsi se quella fosse vera musica o solo una trovata pubblicitaria da reality-show, il punk stesso era già scomparso e la più pacifica e borghesuccia New Wave, con le sue camicie chiare e le cravatte strette, era accorsa a calmare le acque. In realtà di musica buona ce ne fu parecchia, pur se nascosta sotto un mucchio di propaganda giovanilistica.
Un'altra vicenda umana consumatasi veloce come la luce di un fiammifero fu quella di Darby Crash, morto per overdose a soli 22 anni, il cui gruppo, i Germs, nella sua breve esistenza, fece a tempo ad incidere un solo importante album, GI, nel 1979. Pur lontano dalle charts e ad anni luce dal main-stream, Darby riuscì a trapiantare il germe del più puro  punk anglosassone nell’assolata west-coast: il suo impatto fu deflagrante tanto che a distanza di qualche anno L.A. diventerà patria di una delle più coinvolgenti scene hardcore d’America mentre la California è ancora oggi con Offsprings, Green Day e Blink 182 la sovrana del punk-rock più commerciale.
GI è un collage di pezzi brevissimi e suonati come fossero in una centrifuga: velocità spaventosa, parole che si accavallano l’un l’altra come rigurgitate da uno stomaco insofferente alla vita sociale.

Quando Darby Crash muore a Los Angeles sul pavimento sotto quel cartello, è il 7 dicembre 1980.
Il giorno dopo è l’8 dicembre. A New York, davanti alI’ ingresso del Dakota Building, un tale che si chiama Mark David Chapman ammazza John Lennon sparandogli quattro colpi nella schiena.
Sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo ci finisce quel]’altro, l’ex cantante e chitarrista dei Beatles.
(Carlo Lucarelli – La Faccia Nascosta della Luna)

lunedì 2 gennaio 2012

Riletture Americane - La Rapidità - parte 2


“Categorie calviniane” applicate alla Popular Music - La Rapidità - Pt. 2



La vita è una corsa a due contro la Morte, che va condotta rapidamente a gas spalancato; questo apparente non-senso ha però radici profonde nella tradizione popolare. Di nuovo Robert Johnson, già cantore della vecchia Terraplane, che con Me and the Devil Blues si augura che il suo corpo possa essere sepolto sul ciglio dell’autostrada per da modo al suo spirito di prenedere un Greyhound bus and ride:

You may bury my body
down by the highway side
So my old evil spirit
can catch a Greyhound bus and ride



Come la Maybellene di Barry che rilegge la vecchia Terraplane, anche Me and the Devil, trapiantata negli anni 50 da Gene Vincent, diventa una vera e propria corsa contro il Demonio, laddove invece Johnson e il maligno camminavano tranquillamente fianco a fianco:

Well I've led an evil life, so they say
But I'll hide from the devil on judgement day, I said
Move, hot-rod, move man!
Move, hot-rod, move man!
Move hot-rod, move me on down the the line.
(Gene Vincent – Me and The Devil)

Tutto questo lessico che già nei primissimi anni ’60 è terreno comune di molto Rock n’ Roll, si trasforma da essere solo un orizzonte letterario ad un vero e proprio comandamento di vita. In molti casi carriere inaspettatamente lunghe riducono lo slogan a clichè: curioso sentire Daltrey cantare My Generation ancora oggi a 60 suonati... Ma in altri casi la vita e la carriera dell’artista coincidono a perfezione con un immaginario a tutta velocità.
Parabole artistiche di vertiginosa pendenza, che passano come sulle montagne russe: giovanissimi, presto famosi, prestissimo idolatrati, ma presto poi dimenticati, a volte anche rapidamente morti. Ciò non toglie che pur nella rapidità delle loro vicende umane, alcuni di questi personaggi abbiano lasciato tracce indelebili e contributi culturali anche rilevanti pur in tempi molto stretti. Il Punk più di tutti ha elevato questo stile a vera filosofia di vita.
Antesignano a volte misconosciuto di certi campioni di velocità fu Eddie Cochran, rocker di mezzo tra due generazioni, buon amico di Gene Vincent e apparentemente destinato a clamorosi successi. Dopo una gavetta nel circuito hillibilly con il fratello, arriva alla notorietà nel Settembre del ‘58 con Summertime Blues un hit “generazionale” imponente; il successo è replicato a pochi mesi di distanza da C’mon Everybody e Something Else: in appena un anno è, assieme a Buddy Holly, il giovane più promettente della scena. Ma, ahimè, Eddie condivide con Buddy un altro aspetto ben più drammatico: entrambi morirono giovanissimi in tragiche circostanze, Holly in un incidente aereo (assieme a Richie Valens e Big Bopper) Cochran in auto mentre era in tour in Inghilterra, occasione in cui rimase gravemente ferito anche l’amico Vincent. Sono le prime grandi tragedie pubbliche del Rock’n’Roll; eppure, se quella di Holly apparve come una tragica fatalità, l’incidente automobilistico del ribelle Cochran fu la prima vera e tangibile trasposizione nell’immaginario Rock del mito di James Dean. Il bello-dannato che muore viaggiando a folle velocità nel buio.

domenica 18 dicembre 2011

Riletture Americane - La Rapidità - parte 1



“Categorie calviniane” applicate alla Popular Music - La Rapidità - Pt. 1


La rapidità ha a che fare con il tempo. E il tempo è una delle colonne portanti della musica universale.
Fare musica significa, tra l’altro, scegliersi e modellarsi un battito, un respiro, un colpo; isolarlo. Su esso costruire una melodia, più melodie; una sinfonia o una canzone. Ogni musica ha il suo proprio tempo interno (il beat, il ritmo). Ma possiede altresì uno specifico tempo esterno, il momento in cui viene eseguita (per una cerimonia religiosa, un concerto, una ricorrenza …). In aggiunta esiste poi un tempo proprio per l’ascoltatore, per il “pubblico” che non sempre coincide con il momento né tanto meno con il beat. La latenza tra momento e tempo dell’ascolto è la distanza che separa l’esecuzione di un pezzo dal suo diventare oggetto per il pubblico. Se solo 40 anni fa un singolo inciso in Tennesee o in California poteva impiegare mesi per essere distribuito nel resto d’America e addirittura anni per essere ascoltato nel resto del mondo, oggi le autostrade informatiche hanno di fatto annullato questo “ritardo” e chiunque possieda un computer  può ascoltare un brano nel momento stesso in cui viene pubblicato. L’unica rapidità che interessa, in questo contesto, è il bitrate in download.
“Ritardi” e “distanze” sono stati pressoché azzerati dall’informatica. Certo il ritmo interno della musica è ancora un aspetto determinate ed anzi, è stato forse l’aspetto più caratterizzante di tantissima musica commerciale. Un cambio di passo e nasce il twist, o il rock’n Roll o la samba.
Forse il Rock è il genere che più di tutti è in debito con il beat.

mercoledì 23 novembre 2011

Leggerezza - Playlist e Discografia

RilettureAmericane – La Leggerezza
“Categorie calviniane” applicate alla Popular Music

PLAYLIST






DISCOGRAFIA CITATA NELL’ ARTICOLO

Tim Buckley – Buzzin’ Fly (da Happy/Sad 1969)
Gene Vincent - Blue Jean Bop (1956)
Gene Vincent - Jump Back (1956)
Gene Vincent - Race With The Devil (1956)
The Penguins – Earth Angel (1955)
Quicksilver Messenger Service - Light On Your Windows (da: Quicksilver Messenger Service 1968)

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