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giovedì 28 maggio 2015

Dionne Brègent - Deux (1977)


Album simmetricamente bipartito nelle due facciate, che esalta la vena sinfonica della coppia ben più del precedente, ed attinge ad una molteplicità timbrica da vera e propria orchestra, manovrata come una marionetta robot da due stregoneschi allievi di Stockausen.
Una colonna sonora per l'avvento del profeta bambino in terre di frontiera orientali: un flusso continuo, ora di tumulto ora gentile, che espande a dismisura l'ambient psichedelico degli Agitation Free e culmina nella melodia impeccabile di Gratte-Ciel Polyphonique / Postlude.
Il lato B, due lunghi brani, scorre in un prog elettronico che pesca dal jazz futurista quanto da eroi delle tastiere vecchi di qualche anno ma riesce ad inserirsi alla perfezione nel contesto di fine '70, dimostrando una perizia tecnica ed una fantasia d'orchestrazione impressionanti. E finalmente Vincent Dionne può sfogare sulla batteria tutta la sua insospettabile carica rock.


Dionne-Brégent ‎– Deux - Capitol Records ‎– ST-70.052 - 1977

A1 Ouverture 6:10
Le Prophète (Suite Fraternelle) (17:47)
A2.1 Dans La Mémoire 2:40
A2.2 Évocation De Rê 2:57
A2.3 Léthargie 1:03
A2.4 Chant Fraternel 2:44
A2.5 Danse Françoyse (Médiéval Électrique) 1:51
A2.6 Gratte-Ciel Polyphonique / Postlude 6:52
Campus (10:06)
B1.1 Population
B1.2 Plage
B1.3 Confrontation
B1.4 Pourquoi Pas
B1.5 Fix
B1.6 Surpopulation
B1.7 Corrida
B1.8 Code-Data
B1.9 Implosion
B2 Transit-Express 9:52

venerdì 16 gennaio 2015

QuebecRockSampler - Note d'ascolto - 3

   

Ville Emard Blues Band
Live À Montréal (1974)

Quello che si consumò al Teathre St. Denis di Montreal, nel Gennaio 1974, fu uno degli happening zenithali del Quebec Rock, quando la cooperativa musicale della Ville Emard Blues Band, dispiegò il suo imponente serbatoio di talenti in uno show che diventa, ascoltato oggi, uno dei doppi live più interessanti che ancora manca alla vostra collezione.
Copertina scarna da bootleg, coi colori bianco e blu della bandiera "nazionale". Una quindicina i musicisti che si alternano sul palco, eclettismo spinto, che si muove con nonchalance tra il R'nB più raffinato, libertà prettamente jazz, malinconie progressive (con menzione per la sonata per pianoforte e mellotron di Ode À Une Belle Inconnue), fusion e rock delle tribù acide (Ville Emard Blues, deliquio latineggiante in foreste senegalesi), senza artifici o lambiccamenti, ma con tutta la classe dei grandi entertainer di confine: Chicago, Zappa, Blood Sweet and Tears, Santana, Weather Report. Riferimenti trattati con la bella estemporaneità tipica di una jam band della Baia, in più, a fare da legante, le voci suadenti da odissea mediterranea di Christianne Robichaud e Lise Cousineau. Se poi vi sentite più spigolosi, preferirete i 10 minuti strumentali per pattuglia free funk alla Captain Black di Konky Donky, quelli altrettanto liberi di Poivrots Névrosés o il pieno d'orchestra nell'iperfunk terminale di Strangle.
Ma in verità, ciò che più resta, è il tangibile spirito comunitario di coloro che con modestia si sono fatti piccoli ma sinceri testimoni d'un epoca.



Morse Code
La Marche Des Hommes (1975)

Lenta assolvenza elettrica, silenzio, poi il dinosauro compare e spiana un tremendo riff d'apertura, terremoto che squassa i Deep Purple giapponesi con tutta la mistica degli Uriah Heep d'annata, per spalancarsi su orizzonti violacei di sospensione barocca, che ripiombano nel miglior hard rock prodotto sull'altra sponda atlantica.
Così si apre una delle più spettacolari trilogie del prog pesante, non solo canadese.
Passata la tormenta di un popolo in marcia, la sciarada continua su forme canzoni impeccabili, devote al rigore degli Octobre, arrangiate con gusto e incarnate in una foga strettamente rock, attraversate da una narrazione certo romantica, all'occasione malinconica, riflessiva (la ragnatela nella grotta degli specchi de La Ceremonie De Minuit), ma sempre capace di scatenarsi nel disco-funk per mellotron e flauto di Cocktail e nella scossa metal di umanesimo combattente (così dannatamente "quebecois") di Qu'est-ce Que T'as Compris? una nuova Maudite Machine ad amplificatore zeppeliniano.

Sound strabordante, sull'esempio degli Offenbach, e potenza inusitata nel contesto del Quebec per uno degli LP che dovete ascoltare per comprendere il valore del movimento.


Seguin
Récolte De Rêves (1975)

Nel 1975 (les) Seguin(s) approdano alla Kot'ai, di casa Infonie. E subito ecco lo zampino di Raöul Duguay nella lunga Les Saisons.
Ma se un album si apre con una versione gregoriana di una chanson di Gilles Vigneault, voilà la sponda lunare del folk progressivo degli Harmonium, che scende delicato come una foglia che si posa sull'acqua del lago.
In un ciclo stagionale in cui è importante solo la Terra, si incontrano una Joni Mitchell floreale danzante nelle tele di un rinato Tim Buckley, come nella liquida ed azzurra Et C'Est L'Hiver o in Les Enfant D'un Siècle Fou, in un alternarsi di tramonti ancorato alla melodia della canzone d'autore più raffinata, rinnegando l'elettricità del rock ma devoto a certe rinascimentali sonate progressive come Hé Noe o la dolente serenata barocca di Fugue En Do Mineur, ouverture alla notturna evocazione di silfidi di À La Pleine Lune, rifinita da una mistica coda per flauto elettrico modulato.

Un incantesimo che recita a memoria l'hippy-prog della Incredible String Band, trapiantata nell'antica terra dei totem dei Nativi.



Pollen
Pollen (1976)

Una storia che parte indietro nel 1972, ma il gruppo dei polistrumentisti Claude Lemay e Jaques Rivest arrivò tardi all'esordio discografico con la Kébec-Disc, appena in tempo per cogliere gli ultimi fuochi del Movimento, dopo un triennio passato ad elaborare un elettrico live act con tanto di laser.
Certo la loro vena è progressive in senso strettissimo, un flash rock alla Yes, magari un po' impersonale, delegando tanto feeling all'algida voce dei synth.
Disco diviso in due parti, una solare una lunare, che non si fanno in effetti mancare belle albe spaziali ad ampio respiro (Vieux Corps De Vie d’Ange) e la sicura padronanza del complicato gioco di incastri ritmici.
Un lavoro più affine al grande pomp rock di stampo statunitense (L’Étoile sarebbe un gran pezzo su ogni album degli Starcastle) piuttosto che allo stile dei colleghi francofoni, e comunque un LP oggi assai riverito, sarà anche per la futuristica cover da manga galattico. Nessun dubbio sul fascino saturniano della lunga La Femme Aillée.
Ma l’avventura del quartetto era già terminata.



Dionne - Brègent
...et le troisième jour (1976)

Musica permeata da un profondo senso religioso pan-confessionale, come derivata da una cerimonia pasquale eterodossa, celebrata sotto la volta modernista di una cattedrale di Alvar Aalto.
Bregeant non lesina sul voice synth che si mischia al coro in carne ed ossa generando uno strumento androide; intanto il collega dà fondo ad una fornita batteria di idiofoni che vibrano non distanti dai minimalisti rituali di un giardino zen, srotolando preghiere buddiste nel Temple du Silence, l'unica oasi di quiete in un lato B che è una sarabanda di evocazioni mefistofeliche e trionfanti.
Straniante l'eterna assolvenza dal fondo nero che conduce all'orrore post industriale di Possession / Destination , una cacofonia da Faust maligni a campane spigate in cieli rossi e tumultuosi.
Kraut-Quebec dello Schönberg maturo, un oratorio per mura sconsacrate.
Da ascoltare.


Conventum
L'Affût D'Un Complot (1977)

Ecco il tardivissimo esordio di uno dei simposi musicali e culturali più interessanti del Quebec.
Progressive più per habitat che per contenuti, la musica dei Conventum rilegge in tremenda profondità la chanson francese, guarnita di arrangiamenti costruttivisti quanto minimi, un artrock da cafè post moderno, di una attualità impressionante e traboccante di sana ironia. Mix di violini, elettronica spicciola, contrappunti vocali, ensamble da camera come i migliori Harmonium, teatro canzone (La Bataille, uno per tutti), balli tzigani (Les Réels Du Conventum), ed un zigzagante substrato di nevrosi cittadina.
Le titletrack, minisuite di 6 minuti, dove un elaboratissima apertura in dissonanza di archi introduce una recita per antagonista solista che puzza di disagio e polemica, intrappolato nella tela finissima di chitarre acustiche. E poi i due complessi strumentali che chiudono il lato B: avanguardia da salottino per intellettuali scaltri.
È il folk trascolorato di una Montmartre polare, frequentata da Zappa, Waits, i controversi Amon Duul della Tanz, premonitore di Magnetic Fields come di altra mezza dozzina di indiani acustici. LP tra i più spiccatamente “quebecois” del Movimento.


giovedì 8 maggio 2014

Pomeriggi di domande su Spotify (senza tante risposte)


"II continuo spostarsi da un genere e da un'era all'altra, con poco o nullo rispetto per il contesto storico o per l'origine della musica, e oggi I'esperienza musicale della maggioranza delle persone. Con la musica cosi facilmente accessibile e cosi abbondante, semplicemente ripetiamo, ascoltiamo con lo 'shuffle' e ne godiamo."
(David Buckley, Kraftwerk Publikation, Arcana 2103)

In effetti c'è sempre un "album dopo", c'è sempre "qualcosa di nuovo da ascoltare", lo stream scorre rapido, non ci si ferma mai. Questa esperienza musicale a flusso costante è interessante quanto frenetica. Spesso superficiale, certo, ma piuttosto stimolante per gli insoddisfatti cronici.
Una cosa ho notato: c'è una domanda che non mi faccio più tanto spesso, un aspetto su cui non mi soffermo.

Cosa mi sta dicendo questa canzone?

lunedì 7 aprile 2014

Pomeriggi di zapping su Spotify (con un manipolo di psycho-tici)


Una cosa devo dire di Spotify: è egalitario. Non voglio dire democratico - cosa ormai si può dire democratico? - ma egalitario sì. Sintetico, informazioni ridotte all'osso, profili degli artisti tutti uguali, date sbagliate un po' per tutti. La pubblicità interrompe tanto Physical Graffiti quanto My Sleeping Karma.
Puoi almeno provare ad ascoltare alla cieca, senza tanti pregiudizi.
Robespierre lo userebbe, merito o colpa, a voi giudicare.
E allora, qualche spettro incontrato di recente.

mercoledì 19 marzo 2014

Rudolf Sosna – L’intervista impossibile


                                   
Versione integrale su: THE CIRCLE REVIEW – rivista culturale letteraria del ring “Il circolo delle arti”
http://ilcircolodellearti.myblog.it/the-circle-review-rivista-culturale-letteraria-del-ring/

***

Troppo estremo? Musica troppo provocatoria, difficile? Forse il grande pubblico non era pronto.

Il pubblico non è mai pronto per nulla. Aspetta che l'artista lo imbocchi, lui deve solo deglutire. 
Come il bambino che chiede il latte. Devi assecondarlo.
Vedi, anche il dire che “la musica è estrema” non ha senso. E' come dire che un fiume è repubblicano, o che una mela è democratica. O che un albero è difficile. L’albero c’è e basta. Noi non facevamo musica estrema. Mi chiedo se facessimo o meno musica…

Ti vengono di questi dubbi molto spesso?

Ho molte più certezze di quanto sembri. Però hanno tutte a che fare con la negazione, con il non esserci; con il nulla.
Quando andammo in Inghilterra, se mai ci andammo, distribuivamo un Manifesto. C’erano scritte sopra parecchie idiozie ma alcune cose interessanti. They are in fact doing nothing… we could forget about music…

lunedì 8 luglio 2013

Il Blues di Alpha Centauri



"Come lo suonano il blues su Alpha Centauri?"
"E'... come un respiro. Che sembra sempre dover essere l'ultimo. Ma poi ce n'è un altro; e un altro".
"Emozione, feeling?"
"E' l'esternazione di un'atmosfera sulfurea e decadente, sotterrata dal grande fango dell'alluvione di idee derelitte, di tecnologie inutili, di progresso autoreferenziale".
Manuel Göttsching torna a sedersi a gambe incrociate quasi nel mezzo del Nihaven. Luci al tramonto. Riflessi.

lunedì 18 marzo 2013

Bambole, terminali e cieli stellati


Nel Vecchio Mondo, la scena rock tedesca degli anni '70 fu, per popolarità, seconda solo a quella britannica. Per volume di vendite, distribuzione e bacino d'utenza fu probabilmente dietro unicamente al mercato USA.
A posteriori facilita molto l'analisi "storica" del movimento collocare nel Festival di Essen del 1968 - Internationale Essener Songtage 1968 - quello snodo indispensabile attraverso cui band sperimentali, moderniste, originali ma tutto sommato semi-amatoriali, ebbero quel riconoscimento pubblico da parte della comunità intellettuale necessario a tenere a battesimo un vero e proprio genere oggi etichettato come Kraut-Rock. Una Woodstock europea di spessore artistico ben maggiore rispetto a quella più celebre su suolo americano.
E se in quella scena, che si sarebbe protratta come “in volo” per almeno un lustro, i musicisti non mancarono, anche il contorno grafico, ispirato in parte alle auto-produzione del Fillmore e di tutta la scena di San Francisco, dovette presto adattarsi ad un genere fantasioso e robotico allo stesso tempo, ma anche sintetico, digitale, spaziale, macchinista e industriale.
Alcuni sono i nomi che spiccano: Reinhard Hippen, Gunther Kieser e Peter Geitner.

venerdì 15 marzo 2013

Far East Family Band – Nipponjin



On the edges of the earth
There a new and virgin land
I just want to feel it with my eyes
There a new and virgin land
Waiting in the Northern lights
l just want to feel everything
Mysteries a thousand puzzles — waiting there
I just want to see it for myself

martedì 5 febbraio 2013

Il Bollettino di Capitan Vinile – Febbraio 2013 – Basi USA in Germania


Febbraio è appena cominciato e ospitiamo, declinando ogni responsabilità, il mensile dispaccio di Capitan Vinile.
Buona lettura… se ve la sentite.


Ombrosi discepoli dei trentatregirieunterzo, è Capitan Vinile che vi parla.
Ho dedicato le ultime settimane a cercare di sondare in profondità il mio rapporto col kraut-rock. A dirla tutta, nemmeno ho capito del tutto che cosa la gente intenda quando parla di kraut-rock. E’ qualcosa di geografico? Alimentare, musicale, estetico? E’ una facile etichetta giornalistica vagamente razzista, un genere autonomo, riconosciuto?
Avevo un amico, un gioioso estremista musicale, che considerava veramente kraut solo due gruppi: Neu! e Kraftwerk. Tutti gli altri stavano incasellati disordinatamente da altre parti: Can, troppo funky; Faust, industriali; Ash Ra Tempel, new age…. Non gli ho mai dato troppo peso, anche perchè era il tipo di integralista che si sarebbe volentieri fatto saltare in aria sul palco di X-Factor al grido di Hallogalloooooo!!!
Al contrario, coloro che devono vendere sembrano considerare questo genere in maniera estensiva: ogni album prodotto nelle lande mitteleuropee tra il ‘70 e il ‘77 diventa una Graal kraut-rock. Se poi ha un nome complesso - Subject ESQ, Emtidi, Missus Beastly - e una copertina con accostamenti cromatici bizzarri, allora ognuno si sente in dovere di sparare cifre pazzesche. Così l'ingenuo vinilomane alle prime armi corre il rischio di spendere una fortuna per qualche LP di europop belga o per una compilation proto-dance del Canton Ticino.
Ma del resto, cosa c'è di bello in un LP kraut se non il nome e la cover? Anzi, il valore di questi album pare direttamente proporzionale alla difficoltà di lettura di titolo e autore. Tanto che, scambiando due chiacchiere, ormai più nessuno si azzarda a citare letteralmente questi nomi. Vuoi mettere pronunciare Witthüser & Westrupp, Lieder von Vampiren, Nonnen und Toten? Molto più facile “Ohr -  56002”. Ed ecco che nasce una sorta di codice segreto per gli adepti del pop crucco.
Il mese scorso mi sono divertito a partecipare ed assistere ad alcune aste per titoli imponenti. Ho fatto un paio di offerte per un Tago Mago di stampa tedesca, fermandomi a quota 47,50 € e sono stato ad un passo dall'aggiudicarmi Yeti su etichetta Liberty: ho perfino rilanciato l’offerta all'ultimo secondo, roba che non facevo da tempo immemorabile, ma d'altronde Yeti è l'unico album che mi manca tra quelli che contano degli Amon Duul II (sempre che la ristampa Sunset di Phallus Dei conti qualcosa...) Alla fine, come al solito, mi hanno fregato e i miei 56,78 € non hanno ottenuto nulla.
Ma i botti veri si devono cercare per gruppi molto più remoti (a parte un Ege Bamyasi con poster a 604,33 euro...). Ho passato molto tempo ad affinare parametri di ricerca rigidissimi per scandagliare il web, e sopratutto i siti di aste, alla ricerca dei veri titoli kraut: incrociando nomi dei complessi e etichette discografiche importanti (perché è lì che si deve battere se si cercano i pezzi che contano davvero) pensavo di potere ottenere risultati precisi. Niente da fare, non faccio che trovare vecchie cassette magnetiche Basf da 90 minuti e orridi album di Emerson, Lake and Palmer. Però alla fine qualcosa rimane nella rete, e, a proposito dei gruppi remoti di cui sopra, è stato divertente assistere all'asta per il primo lp degli Eloy (Philips 6305089). Ora, è noto che gli Eloy sono tutto tranne un gruppo kraut e che quest'album vale sopratutto per il complicato formato del packaging che riproduce un bidone per rifiuti apribile, ma comprarlo per 555 euro, dopo 22 offerte... E neanche è stato il botto migliore perché un titolo assurdo come Reflections On The Future dei Twenty Sixty Six And Then (1972, UAS 29314), oltretutto con una delle copertine più brutte della storia, è stato battuto per 671 euro. Misteri del collezionismo.
Per riprendermi dallo smacco di aver perso Yeti sul filo di lana, forte comunque dei 56 euro risparmiati, ho deciso di buttarmi in un'altra zona d'ombra. Il mercato discografico americano è talmente vasto che non basterebbe una vita per esplorarlo tutto. In ambito prettamente rock, al di là degli eroi di fine anni ’50 (Berry, Holly, Lee Lewis) della psichedelia tra ‘66 e ’68 e di qualche uscita surf, non esistono veri filoni specifici di pietre preziose viniliche. Così ho scelto di girovagare tra il mainstream di quegli anni in apparenza terrificanti compresi tra il '75 e i primi ‘80. Cioè quando tutta l'androginia e il punk che arrivavano dall'Inghilterra venivano bellamente snobbati dall'americano medio per cui l'omosessualità sbandierata era roba, appunto, “da inglesi” e il "no future" era anticostituzionale.
Ero conscio del rischio: musicaccia melodica per ragazzine del college, pseudo-disco sintetica e chissà quante altre porcherie. Ma se sono esistiti i Pere Ubu, qualche speranza ci sarà pure…


Fortunatamente c'è sempre quel californiano che svuota la cantina, e con parte di quei 56 euro ho portato a casa un pacco di roba, tra cui: Teenage Magic dei Gambler, Pieces Of Eight degli Styx (a 0,74 euro… ma come chiedere di più?), l’album omonimo degli Zebra (addirittura 1,69) e About Us degli Stories (98 cent).
Spesso l'acquirente medio si fa spaventare dalle cifre dei costi di spedizione dagli USA, dimenticando che il buon vecchio euro un po' aiuta e che tutto sommato, se pago un disco appena 2 dollari... Senza contare poi che con acquisti multipli la spedizione si abbassa proporzionalmente. Una ventina di euro per cinque dischi fa poco più di quattro euro l’uno, non male per un viaggio di 8.000 chilometri.


Certo la cantonata è sempre dietro l’angolo: pacchi approssimativi, nessuna busta in plastica protettiva (costerebbe più del vinile stesso), tempi d’attesa lunghi. Tanto lunghi che qualche volta quando finalmente arriva il pacco nemmeno più ricordo cosa possa esserci dentro. Meglio! Effetto “auto-sorpresa”.
Quello degli Stories (Kama-Sutra KSBS 2068) è un gatefold ad apertura verticale, come Monster degli Steppenwolf, spesso tre dita e dalla copertina piena di occhioni languidi tra il ceruleo e l’oltremare. Anno 1973. In teoria roba da teenagers in calore; però non tutto è da buttare. Tredici brani, un pop leggermente frizzante come una versione plastificata dei Big Star, qualche groove interessante sul lato B, un po’ di glam, funk bianco a buon mercato. Alla fine c’è anche Brother Louie che fu addirittura n° 1 Billboard nel settembre ’73. Su Amazon non è nemmeno scontato trovare il CD; più di dieci dollari per un pezzo usato, probabilmente non esistono riedizioni della prima stampa del 1996. Non mi lamento, un acquisto discreto.


Zebra (Atlantic 80054-1) è un LP del 1983 in cui riponevo discrete aspettative. Mai coverto prima, ma qualcosa mi diceva che poteva essere un buon disco.
Copertina nera, busta interna nera coi testi, etichetta Atlantic verde e rossa: una garanzia. Dalle foto diresti che sono un amalgama tra Police e primissimi Rush. Dalla musica diresti decisamente Rush, non primissimi. Falsettoni e sintetizzatori di sfondo (non troppo invadenti, grazie al cielo). Ma anche metallici riff hard ’n’ roll. Nessuna bizzarria, pochissima auto indulgenza. Nessuna La Villa Strangiato e anche i sette minuti dell’imponente ballata Take Your Fingers From My Hair filano via lisci. Vinile lucido e ottimo audio, oltretutto. Bello.
Degli Styx non parlerò: sapevo bene cosa stavo comprando. Però ammetto che ancora non ho capito se, con quella voce così persuasiva sull’ottimismo pomposo dell’American Dream, Dennis DeYoung sia un cantante, un adepto di Scientology o un mental trainer del marketing piramidale ad una convention sull’ autoaffermazione. Cioè, ma veramente dobbiamo sorbirci roba come Great White Hope o I'm O.K??


Ammetto che Teenage Magic (EMI America ‎– SW 17009, busta interna bianca con i testi) mi spaventava alquanto. 1979, prodotto dalla EMI America su una label “verde clamoroso”, con quel logo in giacca-e-cravatta che trasudava funky-dance e una copertina dal vago sentore anni ’20. Mi consolava la foto del gruppo sul retro, a metà tra gangster di Chicago e facchini del Village (in grado però di sfoggiare qualche bel paio di jeans a zampa). Ebbene, surprise surprise, ecco un maturo album di AOR in uscita dal pub per lanciarsi nelle arene, ben cantato, rifinito da venature soul di Hammond e sostenuto da una chitarrona assai abile. Per l’amor di Dio: c’è romanticismo e miele a go-go, ballatone sentimentali ed happy-end scontati. Ma l’ascolto viaggia sempre alla grande tra Reo Speedwagon, Kansas, Toto, Jerry Rafferty, e anche qualche tentazione più robusta di fine decennio in zona Nazareth o Foreigner. Comunque, Americani fino al midollo. Tennage Magic che chiude il lato A è un pezzo assai scaltro. Dispiace quasi che furono subito scaricati dalla EMI dopo il secondo album. A quanto pare il disco non è mai stato ristampato in CD: ma del resto se non è qualche reliquia di psichedelica pesante a nessuno importa… Eppure, guarda un po’: proprio i Gambler sono stati la sorpresa più positiva del lotto.


Questo rafforza la mia convinzione che, nonostante tutto, ampie regioni del pop americano a cavallo tra 70 e 80 siano assolutamente zone vergini; per le orecchie e per i portafogli. Artisti indecisi tra nostalgia seventies, imitazioni punk, tentazioni metal e glamour disco. Nessun genere di riferimento, nessuna etichetta (ancora) da collezione, per fortuna. Prezzi contenutissimi e qualche bella sorpresa. Per non parlare di  quell' enorme buco nero del “progressive yankee”, il genere inesistente, un po’ come il Cavaliere di Calvino. E’ accaduto veramente? Chi ne faceva parte? Quali le sue caratteristiche? Fu una risposta ai grandi nomi inglesi o qualcosa di differente? Tante domande che meriteranno una discussione apposita, e forse anche qualche risposta.
Allora cosa aspettiamo?
La verità è là fuori!
Capitan Vinile alza la puntina e vi saluta!

Capitan Vinile

mercoledì 11 luglio 2012

PAGANESIMI ELETTRICI - Wim Wenders e il Fauno - Pt.1

"Wim Wenders e il Fauno" è l'ultimo racconto del ciclo "Paganesimi Elettrici". L'E-Book integrale è già disponibile qui, mentre per approfondire la genesi e il significato dei racconti il post di riferimento è questo


sabato 12 maggio 2012

Can - Horrortrip In The Paperhouse - 1972


Can
Koln Sporthalle 03 - 02 - 1972

Horrortrip In The Paperhouse

Legendary Can bootleg

01 Paperhouse
02 Spoon
03 Love Me Tonight
04 Bring Me Coffee Or Tea
05 Hallelujah

Tracks 1-5: Koln Sporthalle 3.2.72
Some editions have also a sixth track, Pinch, from 1973 BBC sessions

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sabato 17 marzo 2012

Ash Ra Temple - Paris Downers - 1974



Ash Ra Temple
6-12-1974

Paris Downers
Recorded live in Salle Wagram, Paris, December 6,1974
(Japanese Bootleg)

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