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lunedì 21 settembre 2015

Mostri in Paradiso (riletture)



Non hai visto in Mostri in Paradiso?”
Spread, default, debito, Tsipras, filo spinato, ISIS, presidenti non eletti.
Sono piombati dal nulla a distruggere le torri del potere. Ricacciandoci indietro nel tempo.
Questi mostri in Paradiso sono una delle immagini più forti e misconosciute emerse dal rock britannico. La copertina elaborata dallo studio Hipgnosis per il debutto dei Quatermass ha acquistato, oggi, un’aura mistica.
Quegli pterosauri plananti tra le torri di vetro sembrano un presagio sinistro del 11/09, quando la preistorica violenza terroristica planò tra i grattacieli di New York, ricacciando i governi nell’oscurantismo medioevale di crociate e jihad.
Ma i Mostri non se ne sono andati dal nostro vecchio e derelitto Paradiso, sbattono ancora le loro ali rettiliane tra l’avorio dei Palazzi.
Tsipras, filo spinato, ISIS, governi in bancarotta. E prima o poi, i sauri volanti si poseranno finalmente a terra.
Mostri in Paradiso.

La canzone “Monster in Paradise” (Gustafson, Gillian, Glover), già nel repertorio live dei Quatermass e risalente al periodo di fine anni '60 quando Gustafson, Glover e Gillian militavano negli Episode Six, comparirà solo nel 1971 nell’album Bulletproof degli Hard Stuff.

La foto originale della copertina di Quatermass fu scattata a Londra, ai palazzi governativi di Victoria St. La duplicazione dell’immagine restituisce una forte illusione ottica, quasi fosse un quadro Op-Art.

18 luglio 2011


lunedì 18 maggio 2015

Morse Code - Procreation (1976)


Morse Code strike back.
E nel secondo capitolo della saga, Christian Simard affonda la lama nel cuore del rock sinfonico (vedi la fuga d'organo di Nuage), svincolandosi dalla chanson degli Octobre, in favore di una suite che va montandosi fino ad occupare tutta la seconda facciata, con tre movimenti per un totale di 25 minuti, di cui l'ouverture strumentale che apre il disco è solo premonizione.
Enormi nuvole bianche, arcobaleni di positivismo yankee mutuate dalle contemporanee esperienze più meridionali (i Kansas di Leftouverture, senza l'assillo della hit) o di altri oceani (i primissimi Journey), ma un integrità territoriale sempre riconoscibile nel substrato funk, nelle liriche, in quella romantica combattività che guarda al futuro.
Teatralissima quella vocalità da Gabriel mefistofelico di che canta in Des Hauts Et Des Ha!... con i Quatermass a far da backing band.
E poi la Grand Suite, Procreation, una delle più robuste architetture heavy prog ai due lati dell'atlantico, un poema cosmogonico che si fa grazia di una linea vocale ricca, melodica, pure in un brano che corre sempre sul groove più sfrenato, sulla potenza addirittura heavy metal, e che mai degenera in lambiccamenti solisti cervellotici, facendosi forza su un quartetto dalla coesione sopraffina, memore - o precursore - degli Eloy più maturi e dei Rush meno autoreferenziali. Che schiude orizzonti celesti, quando il mellotron, il synth e l'organo da Chiesa Alta fanno sono la troposfera per i duetti dei solisti di turno.

La Capitol non apprezzò, ma almeno concesse al gruppo di chiudere la trilogia.

Morse Code – Procréation 1976 - Capitol Records – SKAO 70.046


A1          Précréation (Instrumental) 5:07
A2          Qu'est-Ce T'Es V'nu Faire Ici 4:40
A3          Nuage (Instrumental) 4:40
A4          L'Eau Tonne 3:59
A5          Des Hauts Et Des Ha!... 4:27
A6          De Tous Les Pays Du Monde 3:49

Procreation        25:58
B1 Procréation I 6:41
B2 Procréation II 8:49
B3 Procréation III 10:28

giovedì 14 maggio 2015

Vos Voisins - Holocauste A Montreal - 1971

 

Attenzione ai vicini.
Una copertina bianca e nera, monocroma, strafottente (e subito censurata) e pure un titolo che era un mirabile artefatto archeopunk. Una proposta rock lontanissima dalle raffinatezze neoclassiche di Harmonium o Maneige, "progressiva" come potevano considerarsi certe elucubrazioni degli ultimi Yardbirds o dei Cream. Nel concreto, uno scatenato grezzo boogie per manipolo di sciroccati tra lo shock di Alice Cooper e i timbri agli albori dei BOC, costola precoce dello stesso scontroso "joual rock" di Offenbach e Dyonisos, con la dirompente muscolarità Grand Funk di L’ instrumental e it beat eversivo di Voisins (Mon Chum), virale brano d'apertura. Eppure il meglio sta nelle magniloquenti decadenze da sobborgo Mott the Hoople di Tania e Le 3/4 De L'Archeveque, nonchè nella spassosa teatralità da horror seriale di Le Monstre De La Main: Jack the Ripper in formato heavy rock d'antologia, e attenzione, perchè e solo il 1971...
Album di spessore e sostanza, oggi pezzo da sfrenata collezione, purtroppo I'unico della band.
Serge Vallieres presterà una formidabile ed eclettica chitarra rock a Ville Emard e Toubabou.


Holocauste À Montréal - Polydor - 2424 048 - Canada - 1971

Voisins (Mon Chum)            3:10
Sous La Lune            4:46
L'Instrumental            4:27
Tania  5:05
Le Monstre De La Main Ou The Main Monster            6:05
Y'a Juste De T'ça     3:49
Le 3/4 De L'Archevêque            6:07

giovedì 6 novembre 2014

Capitan Vinile e il gioco dei pacchi


Sopravvissuti a questa ricolonizzazione pagana della vigilia di Ognissanti?
Allora mettetela in fila accanto all'albero di natale, alla befana, ai primi dischi dei Black Widow e sappiate che:

HALLOWEEN NON È SOLO COMMERCIALIZZAZIONE DI ONESTE TRADIZIONI
NON È COLONIALISMO DI RITORNO A STELLE E STRISCE.

È IL NOSTRO VUOTO. CHE ALTRI RIEMPIONO.

giovedì 25 settembre 2014

Head Over Heels - Head Over Heels (US Hard Rock)


Artista: Head Over Heels
Album: Head Over Heels
Anno: 1971
Label: Capitol Records – ST-797

John Bredeau   Drums
Paul Frank          Guitar, Vocals  
Michael Urso     Bass, Vocals      

A1          Road Runner     3:21
A2          Right Away         3:04
A3          Red Rooster      7:32
A4          Children Of The Mist     3:30
B1           Question             3:00
B2           Tired And Blue / Land, Land       5:00
B3           (That's What I Like ) In My Woman         2:45
B4           Circles

Ulteriore incompetentissimo power trio detroitiano che azzecca un titolo grandioso e assembla mezz'ora di hard garage a presa diretta dalle sfacciate tinte blues. Come degli ancor più scalcagnati Pretty Things.
Abrasioni a sei corde, momenti di strafottente epicità per un bell'album di scassatissime Chevrolet color carbone che filano giù per le strade di Dazed and Confused, scippano il riff che gli AC/DC faranno grande in Go Down, visitano piacevolezze soft (poche!) prendendo per il culo gli Youngbloods di turno. E fanno ben leva su quella certa malefica proposta vocale di Paul Frank.
Fino a sprofondare nel sartiame black prog di Circles sette minuti di intrugli zeppi di riff e ripartenze, così poi come una Little Red Rooster che finirà per atterrare sul dorso di una jam metallica rivestita di testosterone, sulla falsariga di degni compari di label quali i Grand Funk.
Bello.
Arriveranno a suonare fino sulla costa pacifica, presenziando addirittura alle ultime serate del Fillmore.

Puro Michigan rock di marca Capitol, il vinile originale USA (ST-797) è un pezzo noto e tutto sommato abbordabile (una cinquantina di euro). Ne è nota una stampa venezuelana!.
Svariate le possibilità per acquistare il CD dell’ Aurora Records ‎ (AUCD5013) con al massimo una quindicina di euro. Ci sono pure gratis sulle principali piattaforme di streaming.

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venerdì 12 settembre 2014

Capitan Vinile non le manda a dire



E voi avete presente una puttana ottimista e di sinistra?
Io no.
Non tanto per la puttana, di quelle ne sono pieni i palazzi, quanto per l'essere, oggi, “ottimisti e di sinistra”.
Magari un paio di dozzine di anni fa, quando Dalla la cantava, poteva essere ancora plausibile, ma oggi...
Lucio…
Quelle 3 o 4 volte che l'ho incrociato in centro a Bologna l'ho sempre visto impegnato a parlottare con qualche musicista da strada o qualche barbone (oh, scusate, è una parola “politicamente scorretta”, si dice senza-fissa-dimora).
Decenni ad ascoltare rock straniero, blaterare anglosassone, e si finisce per perdere completamente di vista il valore di alcune espressioni musicali nostrane. Una valore magari provinciale, magari marginale e sovrastimato, ma immediatamente comprensibile, almeno quello.
Ma c'è dell'altro..
Per esempio, prendete Albachiara.

Aaaah, e qui vi volevo!

Piccoli burocrati alternativi post comunisti imboscati in qualche ufficio pubblico…

Voi che
<<No no, io Liga, Jova, Pelù...no no>>
PER PRINCIPIO!

Voi che
<<Mah, la musica italiana, sai l'ascolto poco…>>
PER PRINCIPIO!

Voi che
<<la musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese>>
PER PRINCIPIO!

Voi che
<<Si, io preferisco Zappa>>
PER PRINCIPIO!

Cosa sono quelle espressioni di disgusto sulle vostre facce?
Allora, provate ad immaginare “respiripianipernonfarrumoretiaddormentilaseratirisveglicolsole”

1)Tradotta in inglese
2)Incisa a Los Angeles
3)Cantata da un teppistello belloccio (no, Vasco NON è belloccio)
4)Con un mega assolone di un solista di finta razza ebrea
(oooh, “razza ebrea” è ancora più scorretto di “barbone”...)

Si, insomma immaginatela fatta dai Guns.
Allora?
Non credete sarebbe perfetta su Use Your Illusion II? Con qualche coretto qua e là, qualche patinatura di produzione, qualche foulard volante, qualche aaahiaaahi in più.
Ma io credo starebbe bene anche su Appetite For Destruction, magari al posto magari di Sweet Child O' Mine.

Sweet Child O' Mine…

La settimana scorsa in rete girava una classifica dei “migliori riff di sempre” (uuuaaaoooh), stilata dalla BBC, o dagli ascoltatori della BBC, o da cugini di ascoltatori della BBC. O roba simile.
Sweet Child O' Mine era al secondo posto.
Certo una classifica inutile, come tutte.
Anche perché sappiamo bene che il riff più figo di tutti è quello di Sharp Dressed Man (o di qualunque altro pezzo gli ZZ Top abbiano scippato a John Lee Hooker).
Però Sweet Child O' Mine è veramente un caso. Una canzone così popolare, tra i fan, tra i non fan; ascoltata, condivisa, citata...

<<There's no doubt people will still be listening to "Welcome to the Jungle" and "Sweet Child o' Mine" in 100 years.>>
Rolling Stones Magazine


<<The song was an instant classic, and hasn't lost an ounce of its potency since its release.>>
Allmusic

Bè... scusate, posso parlare io?
Per me, Sweet Child O' Mine…

È una cagata pazzesca!!!

No, non mi aspetto i 91 minuti di applausi.
Però dico solo che ‘sta canzoncina da teen-rock per adolescenti viziati sfigurerebbe anche sul secondo volume di un Greatest Hits dei Nazareth.
Questo perché:

1) appunto, è una cagata pazzesca.

2) perché i Nazareth, in quanto a sincere ballatone al caramello potevano fare mangiare la polvere a chiunque.

Chiunque.

Senza scomodare la guns-n-rosissima Child In The Sun (su Loun n’ Proud, 1973) prendete Vigilante Man. Un folk di polvere e vagabondaggio del buon Woody Guthrie. Trasmutata in una tirata southern di hard & heavy ben oltre al primo lp di Physical Graffiti!
E se volete godere, procuratevi quel “piccolo” disco che è BBC Radio 1 Live in Concert (WIN CD 005, 1991, ancora BBC, nella sua incarnazione migliore, qui). Un’esibizione di ruvidezza e potenza mortifere targata 1972, poi riemersa anche sul buon Back to the Trenches, un doppio live antologico del 2001.
Devastante.
Devastante, meglio anche degli oscuri Masters of Reality di John Brown, almeno qui c'è Dan McCafferty che è un cantante vero.
Come?
Mai sentito parlare di Masters Of Reality?
È qualcosa di misterioso. Voodoo e yuppie allo stesso tempo. Avete presente una versione indie di Mezzanotte nel giardino del bene e del male? Ossa di coniglio, uomini neri, crocicchi nel mezzo di sterminati campi di mais, illuminati ancora prima del tornado. Cielo plumbeo e ombre lunghe.
Per chi avrà voglia, ne riparleremo.
Gli altri si tengano pure Sweet Child o' Mine.

Capitan Vinile



lunedì 25 agosto 2014

Psycho-pills su Spotify (cercando altro)



Battendo il web alla specifica ricerca di “altro” - prog americano, nella fattispecie - è fin troppo facile imbattersi in rottamature del passato, nuovi nomi del mondo alternativo, vecchie glorie che non abdicano al tempo.
Sintetiche, sinteticissime prime impressioni di quanto potete incontrare setacciando, casualmente e senza meta, la rete.


Black Pistol Fire



Con tripletta di LP: Omonimo (2011) Big Beat ’59 (2012) e Hush or Howl (2014)
A prima vista scatenati blues-tamarri tex-mex alla corte di Eric Sardinas, ma più alternativisti e low-fi e quindi discepoli invasati degli ovvi Black Keys prima maniera (tra 20 anni forse si potrà ben valutare la reale portata di Auerbach, magari anche di fronte alla scomparsa dalla memoria dei White Stripes). Del resto coppia pure loro (canadese) e - del resto - quando una canzone si intitola Jezebel Stomp qualche motivo per sbattere in giro la testa ci deve poi essere... Sort me Out è addirittura sfacciata nella copia carbone del duo di Akron.
Big Beat '59, già un titolo che attinge al primordiale, spiana un beat veramente troglodita, riduce il numero di brani (bene), ne riduce pure il minutaggio (bene, se vi piace così),  inserisce qualche malsana tonalità da mariachi rock (Beelzebub) e qualche ronzio in più negli strati di accompagnamento desertico, con slide obbligatoria (Crows Feet). Roba da motociclisti debosciati in stile Sons Of Anarchy. Lamentatevi!
Il terzo LP finge di complicare un po' la rifferia, ma è poi sempre la stessa roba di contrabbando al mercato nerissimo del garage blues, più cinetico e cromato degli esordi, questo sì.


The Stone Foxes



Ancora tripletta: omonimo, Bears and Bulls e Small Fires. Americani di San Francisco, mica scherzi.
Iniziano in un juke joint indie, quasi agreste, anzi addirittura campagnolo, con certe rozze leccate di slide e armonica che neanche nella contea di Hazzard. Sul primo album ci sono titoli ingombrantissimi come Rollin’ and Tumblin e Spoonfull, risolte con amichevole menefreghismo, ma anche tortuosità acidule come Take a Breath e ballatone slow. Menzione per la jammona ustionante di Under the Gun, 7 minuti di Power Trio confederato e Larsen a valanga.
Bears and Bulls (2010), che si avventura in un naturale glam-stomp mica male, si arrischia perfino di un titolo come I Killed Robert Johnson, una murder ballad a 320 volt. Poi rollingstonismi assortiti, un po' di iperboogie cannedheattiani, il solito tributo alla tradizione (Little Red Rooster) compiti ben svolti ed un eloquio sempre educato e a volte troppo rispettoso (Mr. Hangman a parte, che potrebbe essere un Lester Butler in stato di grazia...). Restano, per fortuna, gli echi acidi della Frisco che fu (Reno, bella).
Su Small Fire (2013) solo 10 brani (ottimo), che lasciano le campagne per urbanizzarsi in un funk cittadino, costruito da un sound maturo, voluminoso nello spessore, a colonna sonora di un notturno poliziesco e revivalista. Vicini agli ultimi B.R.M.C, con qualche afflato sognante e una pericolosa tendenza melensa che pur salvano sempre in corner. Copertina pulp di straniamento hollywoodiano, tra Hipgnosis e Strange Days.


Grodeck Whipperjenny



Album omonimo, anno 1970.
Psycho-funky spaziale e distorto, dal sound fantasioso ed imprevedibile. Progressivo nelle intenzioni, funkadelico nei risultati, come dei Love furibondi per le strade più rissose di Detroit. Furono backing band di James Brown. Conclusions è un nero strumentale con intro per quartetto d'archi, ma occhio a Put Your Thing On Me: devastante assolo di chitarra ultra fuzz che smitraglia raffiche di black pulp nel midollo del più cool dei pusher. Fantastico! Evidence Of The Existance Of The Unconscious è inedito black prog strumentale e morboso, tra Hysaac Hayes e Quatermass.


Thee Image

Due album: omonimo (ma vè…) del ‘75 e Inside The Triangle, sempre ‘75.
Soft rock da west-coast di secondissima generazione, mescolato a sensuale slow funky da nightclub, rilassato sulla spiaggia di Venice e senza pretese di trionfi internazionali. Nel trio c’è pure il buon Mick Pinera, che dopo Blues Image e Iron Butterfly, sa il fatto suo in fatto di latineggianti colate di Fender (Temptation). Secondo album più robusto e rockettaro.
Prodotti dalla Manticore, label di proprietà di ELP, per cui negli stessi anni suonava pure la PFM; strani incroci.


Joe Henry

Invisible (2014) cioè l’ultimo album; solo questo perché il personaggio merita ben altro approfondimento.
Lo immagini nella penombra di una stanza d'albergo al crepuscolo di un Mardi Gras anni '20. Uno spleen dal sapore di sano eroismo piccolo borghese (bianco, indubbiamente), che affonda le radici nel cuore stesso della Grande Canzone Cantautorale Americana, dal Bob nazionale al primo Tom Waits fino ai Grandi Disillusi sulle soglie del millennio: i Kozelek, gli Eitzel.
Classe da vendere, Sign (in crescendo di epico abbandono), Alice e Swayed da ascoltare. La riscoperta di un “segno folk” arricchito da orchestrazioni minime ed eleganti, mai appariscenti, che meditano sulla profondità nascosta nelle cose semplici. Traccia di un blues dell'assenza riempito da un country jazzato da settimane astrali, di sincera nostalgia.
Tante penne non sospette ne scrivono; a ragione.


Mystic Braves

Due album tra il ‘12 e il '14 (fa impressione scritto così, eh?)
Il primo, omonimo, si apre con Mystic Rabbit, tanto per ribadire il concetto di rosicchiatori mistici a piede libero. Un juke-box distorto da estati anni '60 riparato da un vetro giallastro di revivalismo stile Barracuda; chitarre western piene di riverberi e miraggi di 13th Floor, Quicksilver e pigrizie doorsiane (Strange Lovers). Un pop pulsante come facevano Bryan MacLean e Arthur Lee privi di ispirazione, copertine di colorati mandala appesi alle porte chiuse del Fillmore. Esordio bello ma monocorde (Please Let Me Know, brit-pop risuonato da qualche sballato psicotico texano della International Artist) che fluisce senza salti come un unico eterno brano di 3 minuti, ciclico e riflesso da 1000 specchi.
Desert Island (2014) si scuote dal torpore ipnotico e non rinnega certo il passato, aggiungendo qualche logica (e timida) linea di Farfisa da Ventures spaziali. Personalità rinvigorita da qualche assolo azzeccato, songwriting più multiforme, dal vago sapore spagnolesco, vocalità rivedibile, produzione ancora un po’ piatta. Bello il surf di Valley Rat e la sarabanda virulenta di Born Without a Heart.

Un pomeriggio di stordimento fumoso su un morbido e oppressivo divano psichedelico. Poi correre all'aria aperta, spalancando finestre e sperando nella pioggia.

lunedì 7 aprile 2014

Pomeriggi di zapping su Spotify (con un manipolo di psycho-tici)


Una cosa devo dire di Spotify: è egalitario. Non voglio dire democratico - cosa ormai si può dire democratico? - ma egalitario sì. Sintetico, informazioni ridotte all'osso, profili degli artisti tutti uguali, date sbagliate un po' per tutti. La pubblicità interrompe tanto Physical Graffiti quanto My Sleeping Karma.
Puoi almeno provare ad ascoltare alla cieca, senza tanti pregiudizi.
Robespierre lo userebbe, merito o colpa, a voi giudicare.
E allora, qualche spettro incontrato di recente.

giovedì 9 gennaio 2014

Il disco sbagliato

Articolo originariamente apparso sulla rivista online "The Circle review" sempre disponibile qui



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lunedì 25 novembre 2013

JPT Scare Band - The sound is the message


Tanti aspiranti Nuovi Critici che pasteggiano su internet fanno carte false per qualche remota intervista via mail o due frammentate chiacchiere telefoniche con l’eroe di turno; o per l’esclusiva della recensione dell’ultimo dico super pop che domina il momento presente da postare sul portale più figo della rete.
Non che io abbia avuto chissà quali occasioni di frequentare questo jet-set, ma ammetto che in contesti diversi dal blog, ho avuto le mie possibilità (come tutti, ormai).
Insomma, non me ne è mai fregato nulla.
Però quando la JPT Scare Band mi contatta e mi fa i complimenti per un articolo, inserendo il link nella loro home page, io sono contento.
E non per il link, o per la visibilità (e chi cazzo se la fila la Scare Band…); perché è la prova definitiva che la JPT Scare Band esiste.
Chi sono costoro? Nessuno lo sa, quindi non divulgate il segreto, mi raccomando. Se siete curiosi, se ne parla un pochino qui:


Così, per ringraziare di questo contatto virtuale, ho promesso che avrei tradotto il mio articolo in inglese per loro…
Ed eccoci qui.

sabato 9 novembre 2013

L’Uomo Selvaggio tra le nebbie del Prog

  
Avete mai attraversato la campagna al tramonta d’autunno? Quando il vento si ferma e dai campi e dai canali sale una foschia galleggiante come il fumo blu di una sigaretta appena spenta? E i contorni degli alberi, delle torri e degli enormi tralicci dell’alta tensione si fanno confusi.
Questo piccolo album attraversa la vasta brughiera dei Baskerville, sempre sulle tracce della Bestia. Senza mai catturarla, intravedendola di sfuggita tra le pieghe di un rock che oggi diremmo dark. Che allora, anno 1970, era un progressive dalle tinte fosche, di quelli che stanno adagiati tra le pieghe della spirale Vertigo e certe rosee etichette Folk della Island. In realtà Volume One uscì addirittura per la Decca e il trio, un classico triangolo chitarra-basso-batteria, dal tetro nome The Human Beast, scendeva direttamente dalla lontana Edimburgo (ma vado a memoria…), tra questi solchi più decadente che mai: basti ascoltare il rumoristico intermezzo di clarinetto su Mystic Man. E se è evidente che il wha-wha esasperato di Buchan insegue certe fluidità funk-hendrixiane, i brani sono più trasfigurati che psichedelici; più sognanti (Naked Breakfast) che lisergici. Addirittura parafilosofici nei loro elaboratissimi titoli, tra cui spicca il fantastico Reality Presented As An Alternative. Ed è pur vero che il pezzo migliore, Maybe Someday, è la cover di un conterraneo fuoriclasse come Mike Heron della Incredible String Band, ma le distorsioni su danza tribale di Appearance Is Everything, Style Is A Way Of Living e le onde d’urto elettrico di Reality Presented As An Alternative testimoniano di uno sciamanismo rock veramente crepuscolare che attraversa tutte le tonalità della cenere per viaggiare senza meta tra un’apparente folk elettrico che non ha paura di virare su sponde più robuste, addirittura hard con Brush With The Midnight Butterfly, fino ad intravedere quel che resta di tante estati dell’amore che sembrano passate da decenni, pur se ancora fisse nelle memorie dei musicisti più come il rimpianto di occasioni perdute che come il piacevole ricordo di felicità sperimentate.
Notevole la copertina, che potrebbe essere uno schizzo di Goya completato da un Bacon calato nello spazio metafisico di qualche De Chirico di passaggio.
Inutile dire che il gruppo non avrà seconde occasioni…
Certo, questo unicum non sarà sempre facile da reperire in giro. Io ho un vecchio CD usato… direi di stampa giapponese a giudicare dall’interesante booklet. Va comunque peggio a chi pretende il 33 giri originale della Decca: non sperate di spendere, oggi come oggi, meno di 300 euro…



The Human Beast - Volume One (LP) – Decca - SKL 5053 – UK – 1970

A1 Mystic Man 6:47       
A2 Appearance Is Everything, Style Is A Way Of Living 4:31        
A3 Brush With The Midnight Butterfly 5:19        
B1 Maybe Someday 6:19            
B2 Reality Presented As An Alternative 4:57     
B3 Naked Breakfast 3:06             
B4 Circle Of The Night 3:09

mercoledì 11 settembre 2013

Dust - Dust (US Hard Rock)


Artista: Dust
Album: Dust
Anno: 1971
Label: Kamasutra  KSBS 2041

Kenny Aaronson: bass, guitar, dobro
Marc Bell: drums, vocals
Richie Wise: guitar, vocals

A1 Stone Woman              4:02      
A2 Chasin' Ladies             3:34      
A3 Goin' Easy                    4:28      
A4 Love Me Hard              5:25      
B1 From A Dry Camel      9:49      
B2 Often Shadows Felt     5:10      
B3 Loose Goose               3:48

Grandissimi tra i minimi, i Dust ebbero per lo meno il merito storico di offrire la prima batteria importante a Marc Bell, futuro fratellino Ramones.
E mentre voi state a rimuginare sul reale valore di tale merito, ecco che questo trio vi riversa già addosso tutta la carica del doppio uppercut chitarristico di Aaronson & Wise, fautori di un rock duro ma lineare, in piena scia di Highway Robbery o Poobah, senza derive troppo acide ma con ampie concessioni alla velocità ed alla professionalità, adeguatamente nascosta sotto zazzere improponibili e giubbotti in pelle nera, che pure dovettero andare a genio a quelli della Kamasutra che, dopo questo esordio, concessero loro pure il bis.
E si capisce anche il perché, magari ascoltando roba come Love Me Hard, che il trio esegue con la foga di chi sta facendo tardi all’appuntamento con la sgualdrina preferita. Cosa che per altro accade anche in chiusura, con lo scatenato rock n’ roll di Loose Goose, degno dei Ten Years After più selvatici.
Troppo facile scegliere i 10 minuti di From Dry Camel come manifesto dell’album? Bè, e allora concediamoci questa banalità, anche considerando tutte quelle vibrazioni profonde e veramente dark che il brano si porta appresso, sviluppando galoppate rombanti su di un riff ipnotico e rallentato, tra Iommi e Dazed and Confused. Metteteci poi la decadenza malinconica di Often Shadows Felt e l’orrorifica copertina che ritrae tre scheletri in polvere ed ossa, ed il culto è presto servito.
Non meraviglia poi tanto che questi ragazzini si fecero presto un nome nel giro di Brooklyn.

Album piuttosto maturo, ben prodotto, ben suonato e ben confezionato, non stupisce che sia un pezzo noto e sempre ricercato. Molte le possibilità di trovare una stampa americana (su label fucsia) tra i 50 e i 70$; esistono anche stampe inglesi e tedesche. Akarma e Kama Sutra stessa hanno ristampato l’album in vinile in anni recenti e la Repertoire in CD. Da non sottovalutare la recente uscita Kama Sutra nel formato 2 album 1 CD: prezzi sotto i 10$ anche per un pezzo nuovo.

Ampia scelta pure in digitale: sia su Amazon che su I-Tunes e Google Play. Li trovate pure su Spotify.

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lunedì 26 agosto 2013

Riff Raff – US Hard Rock Underground Compilation #3


Respira profondo, trattieni il fiato 3 secondi; mira bene, appena sopra al naso, in mezzo agli occhi.
E spara!
Booom!!
E’ bello colpire gli zombie perché, se li prendi bene, la testa esplode come un palloncino pieno di sangue. Fantastico.
Poi riprendiamo la 35 verso il Minnesota; zone poco battute. Radio a tutta manetta.




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