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lunedì 24 agosto 2015

Letters from The End – Nuovi inizi?




Sono convinto che il vecchio, bistrattato, sepolto “rapporto epistolare” abbia in realtà ancora molto da dire pur in questi tempi di comunicazione generalizzata, massificata e superficiale. Il piacere di rivolgersi ad una persona e ad una soltanto; di richiedere ed ottenere la sua attenzione. Di richiedere ed ottenere una risposta.
Negli ultimi giorni ho discusso “attorno alla Fine” con alcuni amici; un tema proposto da un piccolo post e rilanciato da un giro di mail qualche tempo addietro.
Di seguito, un collage di alcune conversazioni; un collage che è saltato fuori in maniera talmente fluente e naturale da stupirmi, quasi non fosse frutto di sei mani e tre teste, ma di un unica creatura (non) pensante.
Per chi non li conoscesse, i miei preziosi interlocutori sono Massi di Detriti di Passaggio ed Ant di AntBlog.
Grazie a loro per primi, e anche a tutti i nostri lettori.

***

ANT: Accade che il "lavoro" arretrato assume dimensioni mastodontiche, senza che io me ne renda conto; le recensioni in stand-by, gli artisti ancora nel limbo e le cartelle "work in progress" si moltiplicano come conigli infoiati. Gli album da ascoltare sono troppi, le cose da scrivere pure, ma poi perché farlo? Ha senso tutto questo? C'è veramente qualcuno dall'altra parte del monitor?

MASSI: Non riesco più a organizzare le idee, anche le più semplici; scrivere – quella “cosa” che un tempo fluiva con tale naturalezza da costringermi a frenare la spontaneità – è diventato una affanno ingrato, un atto di molestia perpetrato ai danni del me stesso che vorrei essere, e che forse non sono.
È questo il sapore della fine? Da quando hai lanciato quest’idea della fine, non penso ad altro. Che suono ha la fine? Ce l’ha, un suono? Mentre scrivo queste righe, nel lettore sta girando “Brothers In Arms”, e la cosa terribile è che sono costretto ad ammettere che mi piace. I Dire Straits. Il genere di gruppo che ho sempre deriso con acida (immatura?) supponenza da becero intellettuale. Sono a un passo da Jovanotti, cioè a un passo dalla fine?


EVIL: Nell'ultimo periodo, correndo come sul ciglio di un burrone, mi sono appoggiato ai Grandi, perchè in certi momenti c'è necessità di buttarsi ad occhi chiusi su chi sai non può tradirti: Rolling Stones, soprattutto. Ma i Dire Straits non mi meravigliano: ultimamente ascolto compulsivamente Eminem, Robbie Williams, Mia Martini... ed altro. Credo sia uno sfogo di rigetto, la necessità di trovare altri ambienti, altri spazi che fino a qualche giorno prima sembravano non esistere neppure.
Aria nuova. Che sia poi già viziata... pazienza.

MASSI: Io non so se questa è la fine, Evil, o una possibile fine. Anche perché siamo abituati a parlare di fine solo al singolare; ma chi ha detto che la fine è una sola, di un solo tipo e genere? Chi ha detto che la fine debba per forza essere totale, assoluta? Potrebbe essere anche lieve, indolore, silenziosa, nascosta; potrebbe arrivare senza squilli di trombe o fragorose catastrofi. Potrebbe non esistere nemmeno, la fine, ovvero potrebbe essere una condizione costante in cui siamo incondizionatamente immersi. Oppure potrebbe essere già arrivata: e noi non ce ne siamo ancora accorti. In questo momento ha il suono di “Brothers In Arms”, fra poco potrebbe avere il suono di “Decades” (sì, negli anni della giovinezza fui uno di quelli che “knocked on the doors of hell’s darker chamber”) e domattina quello “Art Official Age”.

EVIL: La "Fine" ha sempre contorni incerti, sfumati. A guardarla con distacco la fine di un avventura di blogging, di scrittura, di relazione, di comunicazione - chiamiamola come ci pare - è piccola cosa. E facilmente rimediabile. La realtà è che in queste avventure, seppur piccole, mettiamo in gioco tante cose di noi, ci esponiamo, togliamo maschere e armature e siamo totalmente vulnerabili. Condividiamo gli amori e le passioni profonde (per la musica, per l'arte...) e rischiamo costantemente di scottarci. Scottarci con l'insensibilità e l'indifferenza che ci circondano. Ce ne stiamo lì, nudi, fragili, con le parole sulla punta della lingua... e nessuno se ne accorge.

The hatred you project
Does nothing to protect you
You leave yourself so exposed
You want to open up
When someone says
Lighten up
You find all your doors closed
Get yourself a break from self rejection

End Of Silence, di Henry Rollins, è un album che negli ultimi mesi ho messo a memoria. Credo che sia uno dei corpus di testi più spietati, masochisti e reali che sia mai stato scritto.
Ma la mia "fine" ha due colonne opposte ed antitetiche: The End (va da sè...) e We Will Fall degli Stooges. L'una certamente trendy, "hip", magari un po' modaiola ma innegabilmente affascinante e dolorosamente suadente; l'altra tetra, buia, senza scampo. Queste opposte facce di una uguale moneta tengono già su tutto... Il resto nel mio gusto, è speculazione intellettualistica e puro decoro.
Nel commento al post di Ant parlavo di deserto. E' un altro aspetto che mi ossessiona: deserto di fatto, ma deserto di silenzio, deserto di voci e relazioni, deserto delle persone attorno. "Deserto sulla Terra", così entra il tenore nel primo atto del Trovatore. cantando di guerra.
Quella sabbia rossa, calda, arida, secca, piena di crepe di siccità, è il terreno su cui immagino di muovermi. In lontananza, figure tremolanti, ombre, fantasmi o solo miraggi. Miraggi di colore che ci stanno attorno ma che alla fine svaniscono in un commento mancato, in una parola non detta.

ANT: Certo che il “deserto” intorno, il declino di questa nazione e di tutto l’ammasso di pietra e fuoco che abbiamo sotto i piedi, non lasciano intravvedere niente di buono per il futuro.
Mai come adesso la FINE mi è sembrata così vicina.
In questi giorni ho pensato più volte alla colonna sonora che dovrebbe accompagnare il sipario sul mondo (o sui nostri blog) ma poi non ho avuto tempo di metterla nero su bianco.
In questo periodo gli arretrati mi si stanno accumulando a dismisura e non riesco a stare dietro a loro e alle bislacche idee che ogni tanto mi balzano in mente.
Però, devo dire che End of Silence di Rollins non è male in questa veste, come anche la classica The End e gli Stooges ci stanno. Però con Decades (la sa bene Massi) ci vado a nozze. Borthers In Arms perché no, pensandoci bene non è fuori luogo.
Se vi può interessare in questo momento io sto ascoltando Battiato, anche se qui siamo sicuramente fuori tema.
Intanto per la mia colonna sonora per la fine (l’ennesima) parziale del mio blog in questi giorni stavo pensando ai Zoar di In The Bloodlit Dark trattasi di dark ambient pesante e oppressivo. Buio. Ma anche No Fun di Iggy Pop.
Anche se il modo in cui si sta riducendo il pianeta, distrutto e intossicato da violenza, inquinamento, schifezze e ingiustizie di ogni genere mi fa ritenere più adatti i Discharge. O in alternativa qualche band d-beat crust hardcore più recente come gli Halshug o i Nightfall, ma forse è solo l’incazzo dilagante di questi giorni che mi fa optare per questa scelta.


MASSI: Come sarà la fine, Evil?
Ho la sensazione che non lo sapremo mai perché ci nasconderanno anche quella. Forse ce l’hanno già nascosta in mezzo a milioni di nuovi falsi inizi.

EVIL: ...scivolare lentamente e placidamente verso il basso. Goin' Down Slow, diceva quel vecchio blues.
E magari trovare un perverso piacere nel farlo.


***

A margine, una considerazione personalissima (ed una non richiesta “difesa” di questo post).
Credo fermamente che quelli che a prima vista possono sembrare piccoli sfoghi e frustrazioni private, nascondano invece una disillusione ed una mortificazione generalizzate molto più profonde di quanto si possa credere.
Sono sogni infranti, promesse non mantenute, appuntamenti mancati.
Dalla “rete”, che promettendo libertà e democrazia diretta ha invece ottenuto superficialità e populismo gretto.
Dalla Musica, che NON salverà il mondo (per chi non se ne fosse ancora accorto...) e dovrebbe già essere felice di risollevare il morale a qualche (vecchio) ragazzo depresso: un grande merito, a mio avviso, ma sempre trascurato rispetto alla necessità di propagandare il “bello” ed allo sbandierare propositi umanitari superomistici.
Dalla politica e dai contesti “allargati” (economia, religione...), certo va da sé: e chi non se la prende con la politica di questi tempi?
Inoltre ci sono le promesse che abbiamo fatto a noi stessi e che noi non siamo riusciti a mantenere. Piccole cose, certo: lo scrivere un post a settimana; essere recensiti da qualche rivista; ottenere un buon seguito di lettori. Pubblicare un libro, vendere un disco, spuntare un contratto di lavoro.
Piccole cose ma ciò non di meno determinanti per il NOSTRO di morale, che perdonerete, è la cosa ora più importante.

Di nuovo grazie ai miei amici interlocutori; ed ai lettori tutti.

Di seguito una prima, scarna playlist che stiamo costruendo (con l'aiuto di Massi e Ant, si intende)




Killing Joke – Requiem (1980)

Iggy Pop - Funtime (1977)

Slayer - Hell awaits (1985)

Discharge - The End (1982)

St. Louis Jimmy Oden - Going Down Slow (1941)
Uno standard che piaceva ai Free (dirompente Kossof su Tons of Sobs) e ai Led Zeppelin che spesso la inserivano nel medley a chiusura dei concerti.

Rollins Band - Low Self Opinion (1992)
Così si alza il sipario su End Of Silence; morsi hard rock che affondano nella propria carne

Edgar Broughton Band - Evening over Rooftops (1971)
Esistenzialismo in cima ai tetti; una panoramica che starebbe bene sui diari di Palomar; stanchi di tutte le ultime rivoluzioni.

Stooges – We Will Fall (1969)
La pietra tombale sulla stagione dell'amore la mettono Iggy e John Cale con un tetro rituale in penombra.

mercoledì 19 agosto 2015

Una missione per Capitan Vinile


Cool, it’s a fairly self-explanatory plot. Each week we let the hounds of hell lose and we chase that jar-head, no talent, cracker asshole all over the globe … 'till I finally catch that fruity little pony tail of his in the back, pull him to his knees, put a shot-gun in his mouth like a big black cock of death and we’ll be back in '95 with 'Lets Hunt and Kill Michael Bolton’
Bill Hicks

La mia prossima missione sarà trovare ed uccidere Alvaro Soler.
Non lo conosco, non lo seguo; magari è pure una persona a modo, ma non mi interessa.
Tanto meno mi interessa ascoltare la sua musica: voglio ucciderlo.

“Oh, ma quanto sei deficiente!? Giudichi le persone senza conoscerle; giudichi la musica senza ascoltarla! Bravo!! Fai come quei cazzoni che sparano giudizi sul metal e sul punk senza nemmeno sapere cosa sono! Spargi merda su Sanremo solo perchè sei uno chic del cazzo che preferisce Frank Zappa?!
Vai a vedere in quanti lo conoscono! Vai a sentire se lo passano per radio!
La musica va ascoltata!”

Bene, bel discorso.

Adesso possiamo possiamo tornare a parlare seriamente.
Ovvero, seriamente: la vita è breve.
Non avrete il tempo di ascoltare tutto quello che vi piacerebbe.
Quindi, bisogna sfrondare.
Uccidendo Soler impedirò che si aggiungano altri dischi a quella marea di plasticaccia che già invade il mercato ogni mese. E per plasticaccia intendo anche tutte le millemila ristampe di Frank Zappa, miei cari bacchettoni pop.
L'altra linea di azione, se mai non dovessi scovare Soler, è comprare tutti i CD che posso, ammassarli in uno stanzino e chiuderli dentro.
Bruciarli no. Quella è roba da nazisti.
Io non sono un nazista.
Mi ritengo più un equo stalinista illuminato.

Ascolti roba che mi fa schifo?

“Niet problema tovarish! Gulag!”
“Come?”
“Si, no problema! Tu va bel villeggiatura fresca, in posto nome “gulag”, su a Solovki. Ci sono campi, e reti; tu sistema, ripara, lavora e non ascolta più Soler.
Anche perchè Soler morto scorsa settimana, sai? Picozza in testa sai... O forse quello era altro...”

Illuminato perchè poi, per contro, investirei un sacco di soldi per diffondere ininterrottamente e gratuitamente nel mondo, non so, Gimme Shelter, Statesboro Blues degli Allman, Roll Over Beethoven, tutto il lato A di Rain Dogs... Così, a gratis, per tutti, in giro per le città, per le autostrade. Tiri giù il finestrino e arriva la musica; libera nell'aria.

… certo, la Musica la DECIDO IO.

Ad ogni modo nelle ultime torride settimane mi sono divertito con qualche acquisto a scatola chiusa, così tanto per spendere una decina di euro acquistando orrendi CD usati di Indie primi anni 2000 o giù di lì.
Devo ancora ascoltarli, ma so già che per la maggior parte saranno canzoni educate di civile alternativismo chitarristico, con quel substrato punk che non manca mai; poi magari c'è qualche sorpresa.
Altrimenti se non ci piacciono le sorprese che ascoltiamo musica a fare?
Questa la breve lista della spesa:

- Let's Bottle Bohemia dei Thrills

- Datsuns... dei Datsuns
Sono anni che lo voglio... ma sapete, torniamo al discorso del surplus di plasticaccia...

- Wilderness Is Paradise Now dei Morning Runner
(bel titolo...)

Vi terrò informati. Anzi, se già li conoscete tenetemi informato voi.


Musica parlata, ora.
Ho finito la ponderosa autobiografia di Keith Richards,Life.
Sì, non è mica male. Soprattutto le pagine in cui ci sono preziosi consigli su come consumare droga. Di ogni tipo.
Circa metà del libro.
Nell'altra metà sono tutte cose che più o meno già sapete (certo se siete tossici incalliti, anche la metà sulle droghe, nulla di nuovo eh?)

Musica suonata. O meglio, ascoltata di recente.
Poca roba. Golden Earring e Humble Pie. Potete immaginare quanto sia stato noioso il mio Agosto.
Però c'è una considerazione.
Per chi non li conoscesse, i Golden Earring sono un gruppo di megalomani olandesi con una versione di 18 minuti di Eight Miles Hight come cavallo di battaglia. Non malaccio, dai. In linea con il periodo (1969).
Per il resto suonano un possente hard prog.
Gli Humble Pie... degli Humble Pie ho sempre pensato che da un lato Frampton sia stato clamorosamente ipervalutato, più dal pubblico (che ha comprato 11 milioni di copie di Comes Alive!...) che dalla critica; dall'altro che gli stessi Humble Pie siano sempre rimasti quel maledetto “scalino sotto“ rispetto ai loro reali meriti (che non sono certo clamorosi, ma insomma, si difendono bene).
Per il resto suonano un possente hard soul; più yankee che british.
Entrambi questi gruppi hanno avuto come proprio punto forte il sound.
Il sound
Decine di altri gruppi dell'epoca hanno avuto come punto forte il sound.
Cioè quell'impasto sonoro pieno ma diretto, senza trucchi, senza patinature, senza troppi fronzoli. Eppure caldo, intenso, zeppo di naturale riverbero e vibrazioni profonde. Una pasta che conosciamo bene, fatta di Hammond, Gibson, Marshall, Ludwig, volume al massimo, roba analogica, valvolare...
Spesso sottovalutiamo l'importanza del “puro suono”.
Al di là del songwriting, della melodia, dei ritornelli, delle parole (e chi se ne frega di quelle...).
Perchè poi diciamocelo: mica sempre si ascolta una canzone nota-per-nota, beat-per-beat, secondo per secondo. Spesso si è un pochino distratti, a volte un po' sovrappensiero...
“Dove avrò messo le chiavi?”
“Quanto era gnocca la cassiera...”
E allora ecco che un bel sound fa il suo dovere.
“Cazzo! Bella questa! Questo è Rock!”
E in realtà ve la dimenticate subito; anzi nemmeno l' ascoltate.
Ma “quel” suono... ehi!
Ecco, potrei stare qui o re a disquisire di quanto ogni decennio, o meglio ogni generazione abbia un suo sound, oltre che una sua melodia, un suo atteggiamento... un suono che a volte esce direttamente dalle piccole/grandi innovazioni comprese in quell'angusto spazio tra l'uscita del jack dallo strumento e il banco mixer.
E lì... chi ci capisce...
E quindi tra il '63 e il '68 cambia... era una certa cosa, poi fino a metà '70 un po' diverso... poi ti arrivano gli '80, la Roland e tutto di nuovo va a catafascio...
E' un lungo lungo affare...

Per ora basta; vado a caccia.
A presto, e non piantate picozze nei posti sbagliati...


Capitan Vinile

martedì 16 dicembre 2014

Capitan Vinile e la scelta di Angus


“Scava porca troia, Angus! Scava.”

Credo ci sia una cosa buona, in questo ennesimo, luccicante e consumistico periodo d'Avvento: ascoltare una quindicina di volte al giorno il refrain del piano di Nicky Hopkins in She's a Rainbow nella perenne pubblicità della Vodafone.
Certo, mi direte, che devo anche sorbirmi il faccione di Fabio Volo, ma bisogna pur acquistare in tolleranza e quindi ritengo la presenza di questo “popolare scrittore” come un danno collaterale sopportabile.
Capisco anche che i più alternativi tra voi mi diranno che avrebbero preferito She Comes in Colors dei Love, ma non si può mica sempre issare la bandiera delle minoranze, o no?
Vi dirò che c'è un altro pezzo tra Stones e arcobaleno che non mi dispiacerebbe ascoltare. Una canzonetta assai minore, Blinded by Rainbows, che sta da qualche parte in quel di Voodoo Lounge (1994).
Magari qualcuno la ricorda in un filmetto sul rugby con Keanu Reeves e il grande Gene Hackman. Discreta, graziosa, modesta nel senso migliore del termine, quello che di solito si dimentica.
Ma gli spot mica fanno sconti, devono vendere il loro prodotto e non possono affidarsi ad outtakes.
E se qualcuno volesse sfuggire a questo marchingegno infernale?

Siamo ancora in tempo?

lunedì 14 aprile 2014

Capitan Vinile, il Capitano Nero ed altri racconti



Rieccovi qui, manipolo di rockettari impenitenti!
Allora, alzi la mano chi di voi ha già il biglietto per lo spettacolo dei Rolling Stones al Circo Massimo.

Uno … due … tre...

Ma come?

NON VI VERGOGNATE!?

Ma non sapete che il concerto potrebbe mettere a serio rischio l'integrità di un importantissimo sito archeologico?!?
Potrebbero esserci dei crolli!!!!
E tutto senza nemmeno dovere attendere che incuria e mancanza di fondi facciano il loro onesto lavoro, come a Pompei!

Chi la sente dopo la Sovrintendenza?

lunedì 9 dicembre 2013

Jukin' Bone ‎- Way Down East (US Hard Rock)


Artista: Jukin' Bone ‎
Album: Way Down East
Anno: 1972
Label: RCA Victor (LSP-4786)

Joe Whiting : Vocals      
Mark Doyle : Guitar, Piano         
George Egosarian : Guitar          
John DeMaso : Bass      
Tom Glaister : Drums, Percussions

domenica 4 marzo 2012

Torn and Frayed – All’apogeo della Seconda Decadenza


Massima attenzione; e orecchie aperte. Perché questo potrebbe essere il vero capolavoro nascosto dei Rolling Stones. Qualche anno dopo Between the Buttons e il primo flirt con Bob Dylan, Jagger ritorna dove molto (tutto?) era cominciato: sull’autostrada rivisitata che a suo tempo era un nuovo concetto di Rock d’Autore, nonché scena  del delitto. Morirono Compassione e Tradizione. Mick e Keith ritornano su questa CSI colore dell’asfalto per capire come ci si sente, davvero. Per vedere dove è arrivata quella pietra che rotolava giù, verso il basso. Per seguirla sprofondare, prigionieri di un vortice in cui immergersi con la smorfia beffarda di che si aspettava una pallottola o un’overdose già da molto tempo. Beware doll, you're bound to fall… Dylan aveva capito che essere un Simbolo per una generazione in marcia era faticoso, scarnificante. E soprattutto che non era vero, semplicemente. Nessun simbolo, un solo, MASTODONDICO, errore. Credevano fosse il Messia, era un Giovanni Battista qualunque. Risolse con una paio di capolavori simbolisti e arcani per poi scomparire dalla circolazione per un tempo che allora parve interminabile. Gli Stones cavalcarono la Swinging London, il beat, il blues-revival, la psichedelia, la protesta di strada; vi si gettarono a capofitto come il teenager che si fa la prima pista, lasciandosi consumare fino al midollo, godendo di quella depravazione di cui erano i portabandiera. Se fossero spariti anche loro, travolti da un’onda mistica in Costa Azzurra o magari in un bel suicidio di massa dopo una “Gran Bouffe” di morfina, se fossero scomparsi dopo Exile on Main Street sarebbero stati più grandi di Dylan; più dei Beatles. Ben più di Gesù. E forse lo sono comunque.
Dimostrarono almeno, una volta di più, che in quel tempo, dal Rock non si poteva uscirne vivi. No One Here Gets Out Alive, direbbe Morrison. E se non morti era la malattia, e se non la malattia era la droga. E alla fine, se anche fisicamente integri, erano il gusto, la sincerità e la misura ad uscirne martirizzati dalle metastasi di una vita che era missione. No One Here Gets Out Alive; una volta per tutte ribadirono che Arte e Morale dovrebbero evitarsi nel Mondo Reale; l’arte deforma la natura ed eleva l’artista a divinità creativa: è immorale per definizione. Deve esserlo.

lunedì 27 febbraio 2012

The Stone that never was - 1975 - La scelta



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Nell’agenda degli Stones gli impegni restavano fittissimi e poco dopo l’uscita di It’s Only Rock n’ Roll il gruppo era già in studio per l’album successivo. Di nuovo furono decisive le sessions di registrazione, questa volta per Black n’ Blue. Per quanto sconosciuti, i due americani Perkins e Mandel parteciparono alle incisioni di "Hot Stuff",  "Memory Motel”, "Hand of Fate" e "Fool to Cry". Perkins in particolare aveva passato qualche mese ospite di Richards con il quale aveva provato molto vecchio materiale degli Stones; Jagger, che preferiva Wood, non ne era molto convinto eppure Wayne fu veramente ad un passo dall’entrare nella band. Lo stesso Wood è accreditato come musicista in diversi brani, la sua lunga amicizia con i Glimmer Twins e la recente collaborazione per il suo album solista erano fattori importanti. 
Dal canto loro Beck e Gallagher pur avendo suonato “liberamente” in qualche jam con gli Stones e senza sospettare di essere “sotto esame”, avrebbero poi declinato l’invito, desiderosi di concentrarsi sulle rispettive carriere soliste: di nuovo in ascesa quella dell’ex-Yardbirds con Blow by Blow eccellente disco di fusion, destinata al contrario ad arenarsi assolo dopo assolo quella di Rory, musicista un po’ fuori tempo nei tardi anni ’70. Frampton e soprattutto Ronson apparivano elementi troppo destabilizzanti per gli ormai consolidatissimi equilibri di una band tra le più longeve del panorama.
Se la scelta di Taylor fu un po’ “garantista” ma di sicura qualità all’atto pratico, con quella di Wood il gruppo dimostrò di avere veramente "tirato i remi in barca", avviandosi verso un lento pensionamento da buoni professionisti e poco altro. Come scrive Nick Kent nell’autobiografia Apaty for the Devil “Magari non era un genio, ma il cuorcontento con la faccia da faina e la pettinatura da ananasso era ancora abbastanza svelto di dita e sufficientemente di bell’aspetto per essere cercato dalla creme de la creme musicale del momento”
L’ex Faces aveva veramente la faccia giusta ancor prima che il plettro o l’ispirazione. In una foto di gruppo era l’unico dei pretendenti a sembrare uno Stones di vecchia data.

Le "sliding doors" non funzionano secondo logiche inappuntabili; non funzionano solo con la fortuna, o con il merito; né con  giustizia o equità. Funzionano e basta. Mentre Ronnie Wood si accasava con la squadra che avrebbe garantito un reddito ai suoi pronipoti, dall’altra parte del mondo Mike Bloomfield, uno che la chiatarra elettrica rock quasi l’aveva inventata, languiva nell’eroina incidendo colonne sonore per film porno.
Funzionano e basta.

sabato 25 febbraio 2012

The Rolling Stones - 1971-3-14 - London Roundhouse



The Rolling Stones
March 14, 1971

London Roundhouse
Live in London Chark Farm, Roundhouse
(King snake Records 001)

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sabato 18 febbraio 2012

The Rolling Stones - Hold On Tight - 27-6-1975



The Rolling Stones
June 27, 1975

Hold On Tight
VGP 255

New York - Madison Square Garden

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venerdì 17 febbraio 2012

Fantarock: The Stone that never was - 1975



Proprio mentre il “rivale” Grosvenor, ora noto come Ariel Bender, portando i Mott The Hoople a essere il miglior Live-act in Gran Bretagna, distruggeva l’ormai labile equilibrio psichico di Ian Hunter, decretando così la fine del gruppo, Taylor è sempre più all’angolo: Jagger e Richards lo hanno trangugiato come carne fresca e negli album incisi con gli Stones il chitarrista non compare mai in veste d’autore. La convivenza con i Glimmer Twins non è più possibile e nel dicembre 1974 Mick abbandona il gruppo.
A cinque anni di distanza, la chitarra solista di uno dei più grandi gruppi del pianeta è ancora vacante. A chi toccherà questa volta?
Dopo il divorzio con gli Stones, Mick Taylor fu risucchiato in un buco nero senza fine: per il grande pubblico la sua carriera era già finita, ad appena 25 anni. In futuro qualche album solista, molte reunion con vecchie glorie della scena Britannica di fine ’60, una grande classe apparentemente sciupata da un carattere introverso, schivo e frastornato dalla ribalta.
Nel frattempo Jagger & Richards avevano il non facile compito di riempire di nuovo la casella della chitarra solista per il loro complesso. Metà anni ’70, apogeo del Classic Rock e prime avvisaglie punk dall’underground inglese. L’America sembra insensibile alla No Future Generation ed è ancora terreno di conquista per vecchi “dinosauri” e loro discepoli. Gli Stones hanno appena pubblicato It’s only Rock n’ Roll, il loro dodicesimo album, un nuovo successo commerciale anche se ben distante dai capolavori del periodo ’68 -’71. In effetti sono insieme da ormai 12 anni e quindi tra i primi complessi britannici a fare i conti con un età a cui forse nemmeno loro pensavano di arrivare. Che direzione prendere dopo la defezione di Taylor? La scelta è ancora più definitiva che nel 1969: cercare di innescare un nuovo corso o lasciare che le canzoni rimanessero le stesse? I pretendenti non mancano …

domenica 12 febbraio 2012

The Rolling Stones - Black Strap Jaket - 1973


The Rolling Stones
24 February 1973

West Australian Cricket Ground - Perth
Black Strap Jaket
Tarantura TCDRS 3-1:2
(CD1 24 February 1973 West Australian Cricket Ground Perth)

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sabato 11 febbraio 2012

FantaRock: The Stone that never was - 1969 - La scelta



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Vi erano in giro elementi del calibro di Dick Taylor, già in una prima embrionale versione degli Stones, o addirittura Peter Green, il mistico solista dei Fleetwood Mac, entrambi in crisi aperta con i rispettivi gruppi. Oltre ogni fantasia immaginare il chitarrista dei Fleetwood assieme a Jagger & Richards: un mix di spiritualità, decadenza e Rock n’ Roll come non si sarebbe mai visto. Dick Taylor avrebbe rappresentato invece un chiaro ritorno alle origini.
Per assegnare il posto vacante furono decisive le sessions per Let It Bleed dove si ritrovano assieme Cooder, Taylor e lo stesso Jones, ormai incapace di suonare altro all’infuori di un paio di bonghi.

mercoledì 8 febbraio 2012

FantaRock: The Stone that never was - 1969



Con oltre 40 anni di storia alle spalle, la vicenda umana e musicale dei Rolling Stones è sicuramente una delle più lunghe saghe della mitologia Rock. Tanti enormi successi, tanti grandi scandali ma anche alcuni momenti realmente drammatici. Momenti che hanno costruito il mito seguendo un copione che oggi conosciamo. Ma cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente?
Tra i numerosi avvenimenti eclatanti della loro biografia ne isoliamo due, musicalmente fondamentali: la defezione di Brian Jones e l’abbandono di Mick Taylor. E’ risaputo che gli Stones valutarono a fondo come sostituirli e furono prese in esame diverse soluzioni. Cosa ci fu dietro quelle scelte? Cosa sarebbe successo se Taylor e Wood non fossero mai saliti a bordo della “Più Grande Rock Band del Mondo”?

venerdì 3 febbraio 2012

The Rolling Stones - Headin' For an Overload - 1973



The Rolling Stones
Europe Tour – 1973

Headin' For an Overload
Totonka - CD Pro 18
(The King Biscuit Flower Hour)

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sabato 10 dicembre 2011

The Rolling Stones - Some Satanic Tour - 1969



The Rolling Stones
1969-11-26 Baltimore, Civic Center
1969-11-29 Boston, Boston Garden (2nd show)

Some Satanic Tour
DAC-015

lunedì 25 luglio 2011

Songs to (re)discover: Rock Jam

Tempo di jam; anzi: la nascita della rock-jam. Tra la metà del 1966 e l’inizio del ’67, alcuni gruppi studiarono come riempire tutto quanto il lato di un LP (solitamente il B) con un flusso continuo di musica. A partire dalle canzoni estese che il jazz (e il blues, in misura minore) aveva già sperimentato da anni, gli Stones costruirono la maratona di Goin’ Home (Aftermath, 4/1966): un semplice ritmo blues dilatato fino a 15’. Direttamente influenzato da questo pezzo, Arthur Lee, leader dei Love, mise insieme  Revelation (2/1967): una sorta di semi-collage ragionato (e per nulla “sovversivo” come accadeva per Zappa o i Fugs) di rock, pop, musica barocca e addirittura accenti free jazz. In un curioso intreccio di vicendevoli ispirazioni gli Stones guarderanno poi a “She Comes in Colors” nell’incidere “She’s Like a Rainbow”
Nel mezzo di queste due lunghe canzoni sta forse la più compiuta del lotto, a firma Butterfiled Blues Band: East-West (12/1966) in cui l’epica chitarra di Bloomfiled colora con ovvie scale orientali un pezzo corale che arriva a toccare i 13; mai noiosa o fuori tema, questa è la canzone che stabilirà il canone per le jam psichedeliche della Baia.


Time to jam, or rather: the birth of jam rock. Between mid 1966 and early '67, some groups studied how to fill whole the side of an LP (usually B-side) with a continuous flow of music. Starting from the extended songs that jazz (and blues, secondly) had experienced for years, the Stones built a marathon with Going Home (Aftermath, 4/1966): a simple blues shuffle dilated up to 11'. Directly influenced by this piece, Arthur Lee’s Love put together, in early 1967, Revelation: a sort of semi-rational collage (and not at all "subversive"  as it was for Zappa or Fugs) of rock, pop, baroque music accents and even free jazz.
In the middle of these two there is perhaps the most accomplished of the lot, signed by Butterfiled Blues Band: East-West (12/1966) where the Bloomfiled‘s epic guitar colors with obvious oriental scales a choral piece that touches the 13’; never boring or out of focus, this is the song that will establish the rule for the psychedelic jams of the Bay.


     

sabato 23 luglio 2011

LIVE DESK - Rolling Stones

The Rolling Stones
Cricket Ground, Perth, Australia, February 24, 1973

Rocks Off !
Swingin' Pig CD ( TSP CD 056 )


Groundbreacking soundboard recording!!
More infos and Download at LIVE DESK >>

domenica 12 giugno 2011

The Rolling Stones - Between the Buttons


Nell’Anno Fatidico dei trips e dei fiori, dopo avere dipinto tutto di Nero, gli Stones si concedono a colori e armonia di raffinato psyco-pop seguendo un doppio binario: Beatles (Ruby Tuesday) - Dylan (She Smiled Sweetly) che li condurrà in territori supremi in quanto Jones e soci non rinunceranno mai all’attacco puramente Rock e alle pose decadenti da drogati irrimediabilmente cool. In un album, in tutta una stagione di transizione, Who's Been Sleeping Here? è la gemma nascosta; e se Dylan contava sulle trovate armoniche di Al Kooper (I Want You per esempio), l’Eccelso Vagabondo Nicky Hopkins comincia qui l’avventura con gli Stones con una delle sue inconfondibili epiche discendenti da carillon.
In the “Annus Mirabilis” of trips & flowers, after painting all black, the Stones yield to colors and harmonies of refined psycho-pop, following a two-lane blacktop: Beatles (Ruby Tuesday) – Dylan (She Smiled Sweetly), that will drive them into highest territories, since Jones & Co. never will give up the rock attack and the decadent poses as cool addicts.In a record, in all a season of the witches of transition, “Who's Been Sleeping Here?” is the hidden gem; and, if Dylan could count on Al Kooper’s harmonic inventions (I Want You, for example), the Sublime Vagrant Nicky Hopkins starts here the adventure with the Stones, thanks to one of his unmistakable carillon-like descending epic.

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