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sabato 4 febbraio 2012

Eloy - Discography and Playlist



ELOY – OCEAN
Harves EMI Electrola - 1C 064-32 596 - Germany – 1977

A1 Poseidon's Creation        
A2 Incarnation Of The Logos           
B1 Decay Of The Logos       
B2 Atlantis' Agony At June 5th - 8498, 13 P.M. Gregorian Earthtime





 Eloy - Ocean - Full Album 



domenica 22 gennaio 2012

PAGANESIMI ELETTRICI - Il Naufragio di Atlantide - Pt. 3


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La barca faceva ora rotta verso la Fusina dove era agevole l’accesso alle foci della Brenta Vecchia, ultime ramificazioni naturali dell’antico corso fluviale da cui era possibile inoltrarsi nell’entroterra veneto. In una rete fittissima di cavi, scoli, meandri morti e canali, tanto intricati da avere richiesto in passato la consulenza tecnica di Leonardo, la bragagna infilò il Naviglio di Brenta, che portava dritto verso Padova.

Ocean è diviso con regolarità quasi simmetrica in 4 parti, due canzoni per lato: due suite enormi e due pezzi più brevi, in uno schema rigoroso ABBA.

Poseidon’s Creation, il brano d’apertura è un’intricata vicenda cosmogonica che attinge a piene mani da un’ apocrifa religione Olimpica passata al vaglio di Platone e Campanella ma illustrata come fosse un fumetto di fantascienza, o qualche vecchio B-movie: Clash of the Titans in musica.
La storia di un tempo remoto in cui i figli degli dei camminavano sulla terra. Poseidone, divinità degli oceani e dei terremoti, regnava sull’isola di Atlantide, una sorta di Eden incontaminato che il Dio popolò con i figli avuti da Kleito. Qui, in pace e distante armonia, protetti da una muraglia dorata e da una legge suprema, condussero una vita di perfezione e felicità.
Il brano inizia con un crescendo strumentale come i Pink Floyd di Meddle fino ad assestarsi su un semplice riff da barcarola con l’ organo rinforzato dalla chitarra, un suono che potrebbe stare tanto su Vanilla Fudge quanto su Machine Head: è contagioso, ritmico; molto rock. Dopo la lunga recita di Borenmann che sfoggia un accento teutonico imbarazzante, è il basso che con una linea intricata e piena di staccato segna l’inizio di una nuova sezione strumentale: il chitarrista, sul proscenio, sfodera un lungo assolo fluido e striato di arabeschi mediorientali e arabeggianti, che disegnano glifi contorti sulla ritmica e sul tenue ma ampio sottofondo delle tastiere. Il tutto approda nel mezzo di uno stormo di gabbiani meccanici migranti nello spazio, verso nebulose punteggiate da oceani freddi; la chitarra geme languidamente, si intreccia con la sua stessa eco su di un fondo di voice synth ponderoso e orbitante. Una banalizzazione di un certo modo di suonare alla Gilmour, forse. Ma l’effetto nel suo complesso è notevole.
Già da qui si delinea l’ampiezza dell’architettura musicale di un album che risuona come nell’abside di una cattedrale neoclassica dai candidi stucchi rifiniti con striature dorate. Il suono pulito e levigato come un marmo, i molteplici livelli di tastiere adornano una concezione semplice, ripetitiva come un salmo.

Intanto la barca aveva attraversato l’antico borgo fluviale di Mira, che dal medioevo controllava gli accessi al padovano. Le campagne dintorno odoravano ancora di alghe e sale e folti stormi di gabbiani si appollaiavano chiassosi sui rami bassi dei salici grigi.

mercoledì 14 dicembre 2011

PAGANESIMI ELETTRICI - Il Naufragio di Atlantide - Pt. 1




Il quadrato esatto in cui è inscritta la facciata della Chiesa del Redentore sembrava sapientemente intagliato dai pochi raggi sfuggiti alla pesante coltre di nuvole bluastre sovrastanti la Giudecca. Il candore immacolato del timpano e delle colonne neoclassiche risplendevano ancora di più sull’acqua della laguna che rifletteva i tormenti del cielo: tutta la basilica pareva irradiare una luce pura e misteriosa al tempo stesso.
Al suo interno, il Principe Viaggiatore era rimasto per lunghi minuti silenziosi in osservazione della
Madonna con Bambino, tavola lignea di Alvise Vivarini, un pittore del luogo vissuto oltre centocinquant’anni prima, alla fine del 1400. Quella Madonna enorme, ricoperta da un manto di purissimo blu, con le mani appena giunte, dominava la scena e forse tutta l’ampia navata della chiesa. Sul suo grembo il Bambino, pieno di movimento e tensione verso la Madre; ai suoi piedi due piccoli angeli suonatori, che toccavano la corde del liuto con lo sguardo adorante rivolto verso l’alto. La loro era una musica inudibile agli umani e totalmente soggiogata alla composta figura della Vergine che ne dominava il ritmo e la melodia, fondendola con quelli della sua preghiera sussurrata. Il Principe Viaggiatore si chiedeva se mai sarebbe riuscito ad ascoltare note come quelle, imprigionate nella solenne compostezza di quell’immagine: un’ armonia di serafica semplicità, fatta per la contemplazione e la pace. Sembrava difficile in una terra decadente come quella.
Ad una voce del suo timoniere che attendeva all’attracco, il Principe attraversò ad ampi passi la navata rettangolare: quando il Palladio la ideò, quella costruzione doveva apparire come la sintesi difficile e perfetta tra il tempio Olimpico e il pensiero cristiano. Il bianco puro degli stucchi, le proporzioni perfette, gli acuminati campanili che si slanciano quasi fossero minareti la rendevano ora il luogo di culto perfetto per ogni discendete di Abramo, vuoi che fosse cattolico, musulmano od ortodosso.
Ma all’esterno di quella sublime architettura languiva una Città morente.
Dopo la peste del 1630 pareva che nulla di peggio potesse abbattersi sulla Serenissima. Invece, appena qualche anno più tardi, la Morte visitò nuovamente la laguna quando la flotta Ottomana attaccò le derelitte fortificazioni venete di Canea, sull’isola di Creta. Il sangue versato nel Mediterraneo fu tanto da arrossarne le onde fino all’Istria. Per quasi due decenni un conflitto aprissimo dilagò fino tra le più sperdute Isole dell’Egeo. La città di Candia resistette eroicamente ad un assedio lungo oltre vent’anni, ma alla fine Venezia fu costretta a cedere Creta, la sua più rigogliosa colonia. L’ombra delle scimitarre musulmane dilagò per tutto il Mare Nostrum e i baluardi della cristianità si dileguarono in ordine sparso tra sguardi di terrore.

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