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lunedì 28 settembre 2015

Consigli per ascolti trascorsi (riletture)


Free - Tons of Sobs (1968)
Il blues sepolcrale

Assieme a Spooky Two ecco forse il disco definitivo della Via Bianca al Blues, e siamo solo ad inizio ’68! Un approccio alla Cream, talmente diretto da essere addirittura sfacciato. La produzione trasandata e grezza di Hamilton, la debordante e felina chitarra di Kossof che singhiozza tonnellate di dolore, la barba incolta di Rodgers, catapultano l’album verso l’era finale del rock britannico: paradossale che sia il prodotto di un gruppo di teenagers.
Ma questi ragazzi si divertono a giocare nella tenebra, camminando nell’ombra; e questo esordio è una continua ode sepolcrale sparsa tra le lapidi di un cimitero di campagna in cui il vento sibila messaggi di morte. Fin dall’arcana copertina, dalle prime 3 canzoni, che sono una perenne variazione di un unico riff culminante nell’ipnosi totale, dall’enfasi dello standard di Going Down Slow; fino alla notte fonda della litania di Moonshine. Considerando che del lotto avrebbe potuto far parte anche Visions of Hell, Tons of Sobs si candida ad essere il primo vero “Black Album” della scena rock inglese.

9 agosto 2011


The Marshall Tucker Band - The Marshall Tucker Band (1973)

Esponenti di riguardo di una “2° generazione della jam” che rimpiazzò I fasti delle band della Baia nei primi ’70, la M.T.B. fu un gruppo “Southern” solo geograficamente. Scegliendo la strada della fusion di vecchio country, pattern blues e pop in versione yankee, ispirati ad una filosofia cristianeggiante, il gruppo sembra più l’evoluzione dei Grateful Dead ripuliti dall’acido piuttosto che l’apripista per gli assalti boogie di Lynyrd Skynyrd o Black Oak Arkansas.
Lunghe canzoni rilassate, che sanno di vecchio mito di frontiera ma senza pellerossa cattivi o sparatorie da “straniero senza nome”. Come una pigra ma devota carovana di pellegrini che procede lungo il fiume. Can't You See è una piccola gemma, così come l’acquerello di copertina di James Flournoy Holmes.

3 luglio 2011


Emerson, Lake & Palmer - Pictures at an Exhibition (1971)
Questo NON è Rock

Ascoltandolo oggi, pare impossibile che questo pachidermico LP fu all'epoca un successo. Tutto il prog più deteriore, eccessivo, barocco, falsamente rock è qui dentro.
Ridondante come ogni finto intellettuale parvenu che gioca con la musica colta, avendo addirittura la presunzione di migliorarla, riuscendo invece a rendersi quasi ridicolo, ricopiando pedissequamente qualche linea melodica e lasciandosi costantemente sfuggire il quadro totale della suite di Mussorgsky. Silenzi imbarazzanti e indecisi, improvvisazioni senza meta che ondeggiano come una piuma in preda al tornado. La differenza con la sinfonia vera, magari anche moderna, per esempio quella di Klaus Shulze, è abissale e incolmabile.
Non paghi, i tre moschettieri dell’ovvio si lanciano in un allucinante “bis” dallo Schiaccianoci di Ciajkovskij; senza bisogno di considerare l’originale, basti dire che riescono a prenderle addirittura dai Ventures la cui ben più spigliata versione risaliva addirittura a 5 anni prima!
Non sarà questa la vera, originale “Great Rock 'n' Roll Swindle”?

30 settembre 2011


Sweet - Desolation Boulevard (1974)
Rock in Polyester

Tra i fuochi artificiali del glam britannico, quello degli Sweet è oggi ingiustamente dimenticato. Eppure il quartetto aveva ogni cosa al suo posto: un tasso di lustrini non indifferente, zeppe del 12, una naturale cafonaggine da borgatari londinesi, nonché un look da macho-omosessuale-spaziale tra i P-Funk e le drag-queen a noleggio per un addio al celibato. Colpa dei New York Dolls che crearono disastri facendo credere che qualunque teenager sessualmente incerto con una Gibson e un po’ di rossetto potesse inventarsi il punk.
E nonostante tutto, Desolation Boulevard è un fantastico LP di bubblegum alla Ramones (ma un paio d'anni prima...) con coretti contagiosi, chitarre plastificate elementari e incalzanti, brani indimenticabili (Ballroom Blitz ma anche AC/DC, Fox on the Run, Six Teens) tenuto assieme da una specie di concept sulla vita di strada tra Ray David e i Dictators. Un mix niente male…

5 settembre 2011


giovedì 3 settembre 2015

Disraeli Gears & Safe as Milk (recensioni doppie)




Cream - Disraeli Gears 


Captain Beefheart & His Magic Band - Safe as Milk

Appena otto settimane separano la pubblicazione di questi due album, da settembre a novembre 1967. Entrambi furono registrati pochi mesi prima in America (a New York Disraeli Gears, a Los Angeles Safe as Milk).
Sono album divergenti, che si incrociano lungo la strada e poi continuano il loro viaggio in direzioni opposte, senza guardarsi indietro.
Entrambi sono di dichiarata ed esplicita matrice blues. Blues bianco, suonato da giovanotti borghesi, benestanti e mediamente istruiti, cresciuti sui dischi della Chess, di Otis Rush, di Howlin' Wolf, Albert King, Muddy Waters e Little Walter.
Un approccio al blues di “seconda generazione” mediato dal revival di metà anni '60 e appunto dai 33 giri dei grandi maestri, piuttosto che dal contatto diretto.
Da una parte, i Cream sullo scheletro blues si fanno costruttivi, variopinti, risentono del polline della stagione dei fiori (a partire dalla copertina fino allo psycho rock di SWLABR) costruiscono abbellimenti sovraincisi e ricami d'oriente (Dance the Night Away); si dimostrano il primo vero supergruppo; di virtuosi più che di autori.
Dall'altra parte, la Magic Band scava ulteriormente quello scheletro, lo lascia sbiancare al sole, ne fa macerie e fossili, cerca di riallacciare il filo non tanto con il “revival”, ma direttamente con la sorgente della musica del Delta (Plastic Factory in tutto il suo primitivismo), un'involuzione che guarda almeno 30 anni indietro (tale Son House, non so se avete presente). Sure 'Nuff 'n Yes I Do, e tutto ciò che segue, è del resto un blues del deserto, laddove quella dei Cream è musica urbana, uscita dai club di una “Swinging London” che stava dettando la moda. Safe As Milk, volutamente, non segue per nulla la moda e nulla ha a che spartire con la stagione dei fiori e dei loro figli.
Lo spettacolo dei Cream è pirotecnico, tutto proteso a liberarsi nell'assolo spaziale, morbido e modulato dagli effetti; sono giocolieri di scale e ritmi supersonici, virtuosi avvenenti, con capelli lunghi, caffettani retrò, camice preraffaellite.
La Magic Band a confronto è piuttosto una galleria di curiose bizzarre bestie licantrope, pur in giacca e capello curato, deformate dalla laringe horror di Beefheart e dalla furia animalesca del gruppo che si sublimano nella temibile tirata per slide di Electricity. Questo è il blues dell' hobo errante che mendica un whisky e nulla ha da dimostrare, l'altro è quello raffinato degli allievi di Mayall che usano una strabiliante perizia strumentale per divagare un po' paternalisticamente grazie alle possibilità di improvvisazione offerte dalle 12 battute. Van Vliet è fuori dal tempo, suona blues per un'esigenza spirituale, artistica e forse biografica; i Cream, e Clapton per il resto della carriera, sono certo “in time” e utilizzano il blues come veicolo mondano per la propria maestria. Il che non significa che lo suonino peggio né che la loro musica sia svalutata (vedi Outside Woman blues...); però è così, mettiamoci l'animo in pace. Ecco che il riff memorabile di Sunshine of Your Love marchia di diritto le classifiche di quell'annata magica, mentre quello altrettanto memorabile di Drop Out Boogie echeggia oggi come un protopunk d'antologia, senza nessuna eco commerciale. Eppure riemergerà più volte in anni recentissimi, anzi sta riemergendo ancora adesso; chiedere ai Black Keys se abbiano mai ascoltato quest' album.
A dimostrazione di quanto la musica blues sia sfuggente ed elastica, di quante soluzioni offra e di quante suggestioni si nutra.
All'epoca i Cream divennero superstar proprio grazie a Sunshine, mentre Van Vliet faticava a trovare contratti e litigava continuamente con i discografici. Disraeli Gears fu in top 5 tanto in USA che in Inghilterra; Safe As Milk non entrò nemmeno in classifica.
Oggi chi si sognerebbe di fare una cover di Tales of Brave Ulysses piuttosto che di Zig Zag Wanderer?
Per una volta, vince la sincerità.

sabato 29 agosto 2015

Un album e il suo doppio


Dichiariamolo subito: alla base dell'idea c'è quel germe di supponenza che mi porto spesso appresso.
Perchè recensire un album alla volta, quando posso recensirne due contemporaneamente?
Dev'essere più o meno lo stesso pensiero che fece Keith Emerson a cavallo del 1971: perchè suonare una sola tastiera (che sarebbe stata ampiamente sufficiente) quando posso tenerne almeno sette tutt'attorno?
E così è degenerato il prog...
La mia speranza è che da questa idea parta quella crepa che sancisca finalmente la degenerazione del dilettantesco “giornalismo musicale da blog”, genere di cui mi ritengo esimio esponente (vedi la supponenza di cui sopra).
Allora, svisceriamo questa idea.
La musica Rock, e sopratutto le “Storie del Rock”, privilegiano sempre l'aspetto consequenziale ed evolutivo dei generi, degli stili, degli artisti stessi. Pongono l'accento su rapporti di causalità, sulle relazioni maestri – discepoli, modelli originali – copie derivate e così via. Prima e dopo.
Credo sia anche tale approccio ad avere favorito l'ipervalutazione di pochi e la relegazione nel limbo di tanti, troppi, consegnando alla storia solo un manipolo di oligarchici “album seminali” (brrrr...).
Raramente si indaga la contemporaneità rispetto alla consequenzialità. La compresenza nello scaffale delle nuove uscite. Raramente si tracciano brevi linee orizzontali piuttosto che lunghe rette verticali, tanto nelle discografie dei singoli (va da sé, la tirannia dell'Ordine Cronologico...) che negli studi “di genere”, sempre trattati con una deviata ottica darwiniana di maturazione ed evoluzione progressiva.

Con queste recensioni parallele, il proposito è quindi semplice: dare voce alla contemporaneità. Indagare album magari distanti per contenuti e risultati finali, ma affini per presupposti o per caratteri nascosti. Album, qui sta il nocciolo della questione, “accaduti” in un medesimo “quanto temporale”, nello stesso momento perfino; anche negli stessi luoghi magari. Indagarli per contrasto, per giustapposizione e per confronto, con risultati resi ben più interessanti dalla sincronia che sta alla base delle coppie.
Mentre questi pubblicavano x, quelli pubblicavano y.
Dove sta il bello e dove il brutto? Chi ha ragione? Quale strada ha preso l'uno, quale l'altro?
In tutto questo, tentazione assai forte è quella di formare accoppiate squilibrate: il vecchio rocker in declino con la nuova band emergente; gli idoli per teenager con l'introverso cantautore scostante. Insomma, l'Arte con la Merda. Ma sarebbe troppo facile, ed allora occorre setacciare e scegliere con oculatezza. Anche perchè questi non vogliono mica essere l'ennesimo scontato Deathmatch tra celebrità, ma solo un'indagine di “vite parallele”. O meglio “musiche parallele”, rispolverando una vecchia pagina di questo stesso blog (pagina che i curiosi, o i fan sfegatati, possono ancora trovare qui)...
E allora, in meravigliosa anteprima ed in ordine, come consueto, assolutamente casuale, ecco qualche accoppiata accuratamente selezionata:


Crosby, Stills & Nash – The Stooges
(Alla fine fu il 1969 il vero anno “spartiacque”?)

Let There Be Rock (AC/DC) - The Clash
(è il 1977... potrebbero essercene altre 134 di coppie, ma questa la trovo originale e molto più “intima” di quanto si possa pensare)

Wasa Wasa (Edgar Broughton Band) - In the Court of the Crimson King
(Questa la trovo intrigante, perchè Broughton, anni prima dei Clash e dei Sex Pistols, ha rischiato di mettere alla berlina una parte ampia ed importante di un rock allora rivoluzionario)

The Fugs First Album - The Beach Boys Today!
(Amerika e America; questa è certo la contrapposizione più violenta e spietata)

Radio Ethiopia (Patty Smith) – Leftoverture (Kansas)
(Come sopra, dieci anni dopo, pur con verdetti meno scontati dal mio punto di vista)

Disraeli Gears (Cream) – Safe as Milk (Captain Beefheart)
(Qui siamo ai due spettri opposti ed inconciliabili del miglior Blues bianco; gli Stones fanno razza per conto loro...)

Valentyne Suite (Colosseum) - Black Sabbath
(Questa sarà interessante. Insomma, chi potrebbe fare una nuova recensione del debutto dei B.S. nel 2015? Eppure in coppia con un suo album gemello (di etichetta, di epoca ma non solo) potrebbe fare tutta una nuova figura e gettare luce nuova tanto sul prog che sul metal...)

Wretch (Kyuss) – Nevermind (Nirvana)
(23 settembre 1991 l'uno, 24 settembre l'altro; perfetti...In un anno, il '91, che allinea anche i debutti di Pearl Jam e Sleep, Weld di Neil Young, le registrazioni di The End of Silence di Rollins uscito l'anno seguente e Use Your Illuson dei Guns... qualcosa bolliva in pentola...e non era solo il grunge...)

Zeit (Tangerine Dream) – Close To The Edge (Yes)
(Ridestatevi “JulianCopiani”; e poi è chiaro che il prog inglese appare mastodontico finchè lo si confronta sempre solo con il Merseybeat...)

Il gioco potrebbe espandersi a recensioni triangolari o addirittura quadrangolari, ma la mia supponenza per ora si ferma qui.
Chiaramente sono aperto ai suggerimenti e soprattutto alle critiche.
A proposito... avete già pensato alle vostre coppie?
Bravi!
Allora segnalatemele... però poi scriveteci su voi, che io non avrò tempo nemmeno di completare le mie!

Stay Tuned!!


lunedì 8 giugno 2015

Il Rock Invisibile

Sono un bugiardo.
Al lavoro, nella vita privata, qui sul web.
Di più; sono un virtuoso della bugia, un suo estimatore.
Credo che una menzogna ben costruita eviti più danni di qualunque verità cruda.
Per questo raramente me la prendo coi politici: è come se provassi un po' di malcelato imbarazzo nel biasimare le gesta di chi per mestiere è bugiardo, riconoscendomi in pieno nella categoria.
Dei bugiardi, non certo dei politici.
Perchè le balle occorre saperle raccontare bene.

Ci ho provato, con questo “Rock Invisibile” che finalmente chiude un cerchio iniziato tempo fa e che qui trova la sua definitiva versione.
Non starò qui a decantarne le lodi o spiegarvi pedantemente di cosa si tratta: è un manualetto che si legge in un'ora... quindi fate prima a capirlo da soli.
Dirò solo a chi è stanco dei “soliti noti”, del vacuo chiacchiericcio da internauti, delle solite copertine delle solite riviste, che qui è tutto dichiaratamente falso e mendace. Nulla di vero tra queste pagine.
Per me, oggi, una consolazione.

Link al libro in Versione PDF (gratuita)


Link al libro in versione cartacea


Un ringraziamento anticipato a quanti dei blogger amici hanno risposto al mio appello e contribuito alla realizzazione e alla diffusione di questo progetto.


E.M.

giovedì 28 maggio 2015

Dionne Brègent - Deux (1977)


Album simmetricamente bipartito nelle due facciate, che esalta la vena sinfonica della coppia ben più del precedente, ed attinge ad una molteplicità timbrica da vera e propria orchestra, manovrata come una marionetta robot da due stregoneschi allievi di Stockausen.
Una colonna sonora per l'avvento del profeta bambino in terre di frontiera orientali: un flusso continuo, ora di tumulto ora gentile, che espande a dismisura l'ambient psichedelico degli Agitation Free e culmina nella melodia impeccabile di Gratte-Ciel Polyphonique / Postlude.
Il lato B, due lunghi brani, scorre in un prog elettronico che pesca dal jazz futurista quanto da eroi delle tastiere vecchi di qualche anno ma riesce ad inserirsi alla perfezione nel contesto di fine '70, dimostrando una perizia tecnica ed una fantasia d'orchestrazione impressionanti. E finalmente Vincent Dionne può sfogare sulla batteria tutta la sua insospettabile carica rock.


Dionne-Brégent ‎– Deux - Capitol Records ‎– ST-70.052 - 1977

A1 Ouverture 6:10
Le Prophète (Suite Fraternelle) (17:47)
A2.1 Dans La Mémoire 2:40
A2.2 Évocation De Rê 2:57
A2.3 Léthargie 1:03
A2.4 Chant Fraternel 2:44
A2.5 Danse Françoyse (Médiéval Électrique) 1:51
A2.6 Gratte-Ciel Polyphonique / Postlude 6:52
Campus (10:06)
B1.1 Population
B1.2 Plage
B1.3 Confrontation
B1.4 Pourquoi Pas
B1.5 Fix
B1.6 Surpopulation
B1.7 Corrida
B1.8 Code-Data
B1.9 Implosion
B2 Transit-Express 9:52

giovedì 14 maggio 2015

Vos Voisins - Holocauste A Montreal - 1971

 

Attenzione ai vicini.
Una copertina bianca e nera, monocroma, strafottente (e subito censurata) e pure un titolo che era un mirabile artefatto archeopunk. Una proposta rock lontanissima dalle raffinatezze neoclassiche di Harmonium o Maneige, "progressiva" come potevano considerarsi certe elucubrazioni degli ultimi Yardbirds o dei Cream. Nel concreto, uno scatenato grezzo boogie per manipolo di sciroccati tra lo shock di Alice Cooper e i timbri agli albori dei BOC, costola precoce dello stesso scontroso "joual rock" di Offenbach e Dyonisos, con la dirompente muscolarità Grand Funk di L’ instrumental e it beat eversivo di Voisins (Mon Chum), virale brano d'apertura. Eppure il meglio sta nelle magniloquenti decadenze da sobborgo Mott the Hoople di Tania e Le 3/4 De L'Archeveque, nonchè nella spassosa teatralità da horror seriale di Le Monstre De La Main: Jack the Ripper in formato heavy rock d'antologia, e attenzione, perchè e solo il 1971...
Album di spessore e sostanza, oggi pezzo da sfrenata collezione, purtroppo I'unico della band.
Serge Vallieres presterà una formidabile ed eclettica chitarra rock a Ville Emard e Toubabou.


Holocauste À Montréal - Polydor - 2424 048 - Canada - 1971

Voisins (Mon Chum)            3:10
Sous La Lune            4:46
L'Instrumental            4:27
Tania  5:05
Le Monstre De La Main Ou The Main Monster            6:05
Y'a Juste De T'ça     3:49
Le 3/4 De L'Archevêque            6:07

giovedì 7 maggio 2015

Bozze di Musica che non c'è


Sempre più spesso trovo ridondante e addirittura inutile, continuare a scrivere di “nuova musica”, di nuovi album, di nuovissimi artisti.
Ed anche coi “vecchi” in realtà non trovo maggiore soddisfazione...
All'inizio dell'anno ho cercato, senza troppa fortuna, notizie sul numero totale di dischi pubblicati nell'allora appena trascorso 2014. Ho trovato briciole non sempre affidabili sui siti SIAE e FIMI così come sulla famigerata RIIA. Non un dato univoco - e chi l'avesse e mi facesse la grazia di condividerlo...- ad ogni modo numeri variabili ma sempre ben oltre il migliaio. Più fortuna avrà avuto chi avesse cercato lo stesso dato ma relativamente a libri o film. Secondo l'ISTAT, per esempio, nel solo 2013 sono state pubblicate (e ripubblicate) 61.966 opere letterarie (http://www.istat.it/it/archivio/libri).
Numeri innaturali, insani, riprovevoli in un'ottica di "sostenibilità culturale"; numeri non commensurabili dalla nostra memoria e tanto meno dalle nostre orecchie.
E come azzardarsi a proporre sguardi d'assieme, o consuntivi, o bilanci finali...? E come anche non rimanere sempre più delusi, annoiati, dallo scrivere in continuazione rispetto a quelle poche emersioni in questo mare spesso maleodorante?
Non per le solite abusatissime obiezioni della "mancanza di qualità" o del "primato dei classici sui moderni", argomenti comodamente sbandierati rispettivamente dai professionisti del pensiero alternativo e dai nostalgici senza cura.
Noia, piuttosto, nello scorgere la trasversale ossequiosa volontà di essere ascritti a generi e stili codificati, triti e semplicistici, col solo fine di ottenere una più semplice e redditizia diffusione ed una facile collocazione sugli scaffali dei megastore.
Abbiamo ascoltato tutto, ci avete fatto comperare di tutto.
Un po' di silenzio, per favore!


***

The Comitè
Songs For Open Mind
(1981)

È l'insinuarsi della viola tra le code del cembalo elettrico da cui scaturisce quella chimica gentile di ballata campestre, rubata tanto ai Magnetic Fields quanto ai Pogues più filologici.
Una collezione di canzoni che accarezzano l'udito, rotonde come capitelli candidi, rifinite da un vaporoso gusto folk riscritto da Canterbury.
Senza troppe pretese di grandeur prog (se non nella biblica Exodus, cortile dei Van Der Graaf), sinceramente ispirate a ballate gaeliche ben più di quanto non fosse una Battle Of Evermore, intrise di spirito sanamente eretico più della “vecchia” Fairport Covention.
Svetta alto il rondò neoclassico di Lescurel - non immemore dei Focus, certo - girotondo nobile per teatro di marionette in campielli rinascimentali, forte di un impasto timbrico originalissimo ed inestricabile all'orecchio. In piena crisi del rock romantico, un album che dieci anni prima avrebbe brillato per la Vertigo, fu spazzato via dalla foga più brada e stradaiola, come una farfalla perduta sull’autostrada.


Soft Boys
Mr. Sandman
(1972)

Quattro damerini con bolerino ben ordinato e pantaloni stretti, caschetti biondi su una spiaggia libera, lasciata all'abbandono da una stagione di festa.
I Soft Boys migrarono dalle colline del Kentucky con fiddle, banjo e armonica, per raggiungere quel California Dreamin' di Mamas & Papas sulla sponda opposta del paese.
Che resta lontanissima. Cielo grigio su...
Impiegarono tre anni per arrivare a Santa Monica, facendosi sì un nome nei circuiti folk più conservatori, ma giungendo in clamoroso ritardo sul sogno della Summer of Love. E presumibilmente fu proprio quel viaggio l'apogeo della loro parabola, che resta quindi celata e non scritta.
Il desiderio di essere i nuovi Byrds di Eight Miles High li trasformò in una più terrena versione orientaleggiante dei primi Crazy Horse nel guscio dei Rockets, qui delicati come in una favola di Donovan suonata per un pubblico di treccine liceali. E per fortuna che acciuffarono l'ultimo treno della Reprise, che nel '72 concesse loro di incidere questo album di illuminata nicchia, che conta almeno il raga acustico di Shape and Symmetry e la grande ballata di estrazione bluegrass Dance Now!, tramutata in una sarabanda acidula per banjo e viola con quella vena da Caleidoscope capitati per caso sul palco dell'Avalon Ballroom.
Disgiunto, incertissimo, come risvegliato da un sogno che non ha mai fatto in tempo ad incrociare l'alba dell'Acquario; finisce presto come una caramella zuccherina tra le lebbra del bambino, a cui resta quell'agrodolce sapore nella bocca.

mercoledì 21 gennaio 2015

Seconda introduzione al Rock Invisibile


Nel 1972 Italo Clavino, scrivendo Le Città Invisibili, immaginava “una serie di relazioni di viaggio che Marco polo fa a Kublai Kan imperatore dei tartari”. Un imperatore melanconico, avendo compreso che il suo vastissimo impero ed il suo sterminato potere contano poco in un mondo in rovina; un imperatore a cui l’ardito viaggiatore espone con minuzia e precisione racconti incredibili di città impossibili, ciò non di meno plausibili e piene di significati.
Allo stesso modo mi immagino la grande redazione di un vecchio e stanco giornale musicale cartaceo; quasi la sala di un museo nell’epoca del dominio di Internet. Qui, un ultimo redattore cerca materiale per un articolo che presenti il Rock in maniera nuova, descrivendo album sconosciuti ed illuminanti, rivedendo categorie e graduatorie, scoprendo nuovi nomi e titoli diversi.
Missione impossibile nei tempi di Google, in cui ogni appassionato conosce già la musica prima di ascoltare il disco, o di accendere lo smartphone visto che ormai i dischi non esistono nemmeno più.
Per svolgere tale incarico, dà mandato al suo migliore recensore di andare in giro per negozi e concerti e riportagli indietro una lista di novità e riscoperte che avrebbero composto l’ennesimo nuovo numero della rivista.
Se il giornalista non fosse riuscito nell’intento, avrebbe perso il posto di lavoro e, con tutta probabilità, la redazione avrebbe chiuso i battenti.
Dopo settimane di indagini e di ascolti, l’impavido recensore si rende conto che nulla di nuovo c’è da aggiungere, che tutti i grandi dischi sono già stati sezionati, ascoltati, giudicati ed archiviati; che la musica Rock (ed i suoi agiografi…) non fa che ripetere sé stessa all’infinto, nella fondata speranza di estorcere qualche saldo ai gonzi appassionati.
Rientra in redazione, pronto a subire le conseguenze del suo fallimento.
Ma in un estremo moto di orgoglio ed inventiva, presenta al redattore una dottissima serie di resoconti di meravigliosi e sconosciuti album, prodotti da band altrettanto ignote.
Tutto frutto della sua fantasia.
Originato da un collage di ascolti noti, smontati e rimontati un pezzo alla volta a formare ibridi improbabili come nel Bestiario di Borges.
Sarà sufficiente a salvare il posto di lavoro?
Ecco allora i 25 dischi fondamentali del Rock invisibile.
Ordinati non cronologicamente, né tanto meno per tipologia, non tenendo minimamente conto dei “generi tradizionali” (punk, progressive, grunge…), ma piuttosto organizzati per categorie che cercano una mediazione tra musica e orecchio. Tra musicista ed ascoltatore. Una nuova classificazione (album e orecchie, album e memoria) che mette al centro l’esperienza di ascolto e non pretende di essere descrizione dell’esteriorità, quanto introspezione soggettiva e relativissima.
Kublai Khan non salvò il suo impero, né forse il redattore la sua rivista.

Ma riuscire ad abbandonarsi alla fantasia rende la fine molto più dolce.

venerdì 16 gennaio 2015

QuebecRockSampler - Note d'ascolto - 3

   

Ville Emard Blues Band
Live À Montréal (1974)

Quello che si consumò al Teathre St. Denis di Montreal, nel Gennaio 1974, fu uno degli happening zenithali del Quebec Rock, quando la cooperativa musicale della Ville Emard Blues Band, dispiegò il suo imponente serbatoio di talenti in uno show che diventa, ascoltato oggi, uno dei doppi live più interessanti che ancora manca alla vostra collezione.
Copertina scarna da bootleg, coi colori bianco e blu della bandiera "nazionale". Una quindicina i musicisti che si alternano sul palco, eclettismo spinto, che si muove con nonchalance tra il R'nB più raffinato, libertà prettamente jazz, malinconie progressive (con menzione per la sonata per pianoforte e mellotron di Ode À Une Belle Inconnue), fusion e rock delle tribù acide (Ville Emard Blues, deliquio latineggiante in foreste senegalesi), senza artifici o lambiccamenti, ma con tutta la classe dei grandi entertainer di confine: Chicago, Zappa, Blood Sweet and Tears, Santana, Weather Report. Riferimenti trattati con la bella estemporaneità tipica di una jam band della Baia, in più, a fare da legante, le voci suadenti da odissea mediterranea di Christianne Robichaud e Lise Cousineau. Se poi vi sentite più spigolosi, preferirete i 10 minuti strumentali per pattuglia free funk alla Captain Black di Konky Donky, quelli altrettanto liberi di Poivrots Névrosés o il pieno d'orchestra nell'iperfunk terminale di Strangle.
Ma in verità, ciò che più resta, è il tangibile spirito comunitario di coloro che con modestia si sono fatti piccoli ma sinceri testimoni d'un epoca.



Morse Code
La Marche Des Hommes (1975)

Lenta assolvenza elettrica, silenzio, poi il dinosauro compare e spiana un tremendo riff d'apertura, terremoto che squassa i Deep Purple giapponesi con tutta la mistica degli Uriah Heep d'annata, per spalancarsi su orizzonti violacei di sospensione barocca, che ripiombano nel miglior hard rock prodotto sull'altra sponda atlantica.
Così si apre una delle più spettacolari trilogie del prog pesante, non solo canadese.
Passata la tormenta di un popolo in marcia, la sciarada continua su forme canzoni impeccabili, devote al rigore degli Octobre, arrangiate con gusto e incarnate in una foga strettamente rock, attraversate da una narrazione certo romantica, all'occasione malinconica, riflessiva (la ragnatela nella grotta degli specchi de La Ceremonie De Minuit), ma sempre capace di scatenarsi nel disco-funk per mellotron e flauto di Cocktail e nella scossa metal di umanesimo combattente (così dannatamente "quebecois") di Qu'est-ce Que T'as Compris? una nuova Maudite Machine ad amplificatore zeppeliniano.

Sound strabordante, sull'esempio degli Offenbach, e potenza inusitata nel contesto del Quebec per uno degli LP che dovete ascoltare per comprendere il valore del movimento.


Seguin
Récolte De Rêves (1975)

Nel 1975 (les) Seguin(s) approdano alla Kot'ai, di casa Infonie. E subito ecco lo zampino di Raöul Duguay nella lunga Les Saisons.
Ma se un album si apre con una versione gregoriana di una chanson di Gilles Vigneault, voilà la sponda lunare del folk progressivo degli Harmonium, che scende delicato come una foglia che si posa sull'acqua del lago.
In un ciclo stagionale in cui è importante solo la Terra, si incontrano una Joni Mitchell floreale danzante nelle tele di un rinato Tim Buckley, come nella liquida ed azzurra Et C'Est L'Hiver o in Les Enfant D'un Siècle Fou, in un alternarsi di tramonti ancorato alla melodia della canzone d'autore più raffinata, rinnegando l'elettricità del rock ma devoto a certe rinascimentali sonate progressive come Hé Noe o la dolente serenata barocca di Fugue En Do Mineur, ouverture alla notturna evocazione di silfidi di À La Pleine Lune, rifinita da una mistica coda per flauto elettrico modulato.

Un incantesimo che recita a memoria l'hippy-prog della Incredible String Band, trapiantata nell'antica terra dei totem dei Nativi.



Pollen
Pollen (1976)

Una storia che parte indietro nel 1972, ma il gruppo dei polistrumentisti Claude Lemay e Jaques Rivest arrivò tardi all'esordio discografico con la Kébec-Disc, appena in tempo per cogliere gli ultimi fuochi del Movimento, dopo un triennio passato ad elaborare un elettrico live act con tanto di laser.
Certo la loro vena è progressive in senso strettissimo, un flash rock alla Yes, magari un po' impersonale, delegando tanto feeling all'algida voce dei synth.
Disco diviso in due parti, una solare una lunare, che non si fanno in effetti mancare belle albe spaziali ad ampio respiro (Vieux Corps De Vie d’Ange) e la sicura padronanza del complicato gioco di incastri ritmici.
Un lavoro più affine al grande pomp rock di stampo statunitense (L’Étoile sarebbe un gran pezzo su ogni album degli Starcastle) piuttosto che allo stile dei colleghi francofoni, e comunque un LP oggi assai riverito, sarà anche per la futuristica cover da manga galattico. Nessun dubbio sul fascino saturniano della lunga La Femme Aillée.
Ma l’avventura del quartetto era già terminata.



Dionne - Brègent
...et le troisième jour (1976)

Musica permeata da un profondo senso religioso pan-confessionale, come derivata da una cerimonia pasquale eterodossa, celebrata sotto la volta modernista di una cattedrale di Alvar Aalto.
Bregeant non lesina sul voice synth che si mischia al coro in carne ed ossa generando uno strumento androide; intanto il collega dà fondo ad una fornita batteria di idiofoni che vibrano non distanti dai minimalisti rituali di un giardino zen, srotolando preghiere buddiste nel Temple du Silence, l'unica oasi di quiete in un lato B che è una sarabanda di evocazioni mefistofeliche e trionfanti.
Straniante l'eterna assolvenza dal fondo nero che conduce all'orrore post industriale di Possession / Destination , una cacofonia da Faust maligni a campane spigate in cieli rossi e tumultuosi.
Kraut-Quebec dello Schönberg maturo, un oratorio per mura sconsacrate.
Da ascoltare.


Conventum
L'Affût D'Un Complot (1977)

Ecco il tardivissimo esordio di uno dei simposi musicali e culturali più interessanti del Quebec.
Progressive più per habitat che per contenuti, la musica dei Conventum rilegge in tremenda profondità la chanson francese, guarnita di arrangiamenti costruttivisti quanto minimi, un artrock da cafè post moderno, di una attualità impressionante e traboccante di sana ironia. Mix di violini, elettronica spicciola, contrappunti vocali, ensamble da camera come i migliori Harmonium, teatro canzone (La Bataille, uno per tutti), balli tzigani (Les Réels Du Conventum), ed un zigzagante substrato di nevrosi cittadina.
Le titletrack, minisuite di 6 minuti, dove un elaboratissima apertura in dissonanza di archi introduce una recita per antagonista solista che puzza di disagio e polemica, intrappolato nella tela finissima di chitarre acustiche. E poi i due complessi strumentali che chiudono il lato B: avanguardia da salottino per intellettuali scaltri.
È il folk trascolorato di una Montmartre polare, frequentata da Zappa, Waits, i controversi Amon Duul della Tanz, premonitore di Magnetic Fields come di altra mezza dozzina di indiani acustici. LP tra i più spiccatamente “quebecois” del Movimento.


mercoledì 19 novembre 2014

QuebecRockSampler - Note d'ascolto - 2


Offenbach
Saint-Chrone de Néant (1973)

Il giorno 30 novembre del 1972 gli Offenbach, un rampante gruppo di Montreal con un solo album all'attivo, tenne un concerto promozionale all'oratorio di Saint Joseph in occasione della Messa per i Defunti.
Dominato dalle immani tastiere ascensionali di Gerard Boulet, nonché dall'organo di Pierre-Yves Asselin, l'esibizione si rivelò una mastodontica cerimonia rock, sulla falsariga della Messa in Fa Minore degli Electric Prunes o ancor più del famigerato Ceremony degli Spooky Tooth. Interamente trasmesso in diretta dalla CHOM, rappresentò uno dei momenti determinanti nell’affermazione del Quebec Prog.
Cantato in latino, con sermoni recitati in francese e inglese, sommerso da una spessa ombra gotica da secoli oscuri, squassato da terremoti di prepotenza metal e sospeso in minimalisti mantra da Florian Fricke, rifulge del naturale eco del ventre dell' Oratorio di St. Joseph. Gli 11 minuti di Pax Vobiscum, le incessanti spirali in crescendo del Kyrie, l'hard rock teatrale del Dies Irae, le spazialità pinkfloydiane di Domine Jesu Christe e Memento, il volume che trasudo fragoroso da ogni traccia: tutto appare bizzarro ma perfettamente collocato nel luogo e nel tempo.
L'anno dopo, la Barclay distribuì ufficialmente Saint-Chrone de Néant.
A tutt'oggi un documento impressionante.

mercoledì 12 novembre 2014

(7 volte) Led Zeppelin 4 - Remaster



Da poco ripubblicato in versione remaster, Led Zeppelin IV è questa settimana alla posizione numero 7 di Billboard.
Colgo allora l'occasione per ripubblicare anch'io una vecchia e gloriosa serie di post che hanno composto il libello "7 volte Led ZeppelinIV". E ne approfitto anche per aggiungere, alle tante recensioni redatte ad arte, il mio personale, sincero e chiaramente non richiesto, parere sull'album.
Un album cocciuto, prodotto da una band che con testardaggine e poca naturalezza si è sforzata di comporre Il Capolavoro. Senza riuscirci.
Un album che oggi suona più datato del Secondo, per esempio, senza quella giovanile freschezza e strafottenza, ma con su una patina grigiolina e un po' polverosa.
Detto questo, ci sono comunque grandi pezzi, perché va riconosciuto a 'sto gruppo di avere scritto enormi pagine della loro epoca. Una di questa è, a mio parere, When The Levee Breaks, brano sommo e paradigmatico di una nuova epoca per il Blues.
Altra postilla: non è colpa di Page & Plant se Stairway to Heaven è stata eletta da una generazione un po' miope (forse più di pubblico che non di critica ma è un giudizio, riconosco, azzardato per chi di quella generazione non ha fatto parte) come uno dei brani - se non proprio “il brano” - più rappresentativi nella storia del Rock.
Sarà merito anche nostro dimostrare che certe verità storiche si possono rivedere.
Ma ora basta!
Eccovi 7 volte Led Zeppelin 4 Remaster

Cosa cambia dall'originale?
Niente.
Proprio come nel remaster degli Zeppelin.
Buona lettura!



SETTE VOLTE LED ZEPPELIN QUATTRO
(scarica il PDF)

lunedì 6 ottobre 2014

Appunti per un Nuovo Scrittore Musicale - 2


Cercare la storia dentro la musica

Seguire i protagonisti e gli antagonisti. Descrivere il luogo, fissare il tempo.

SCRIVERE LA STORIA CHE È DENTRO LA MUSICA
(per dare un senso alla storia che è dentro di noi)

Una storia costruita canzone dopo canzone. O strofa dopo strofa.
Una storia che non è quella della band, né quella dell'album, né la nostra. Ma a tutte quelle, comunque, attinge. In quelle si riflette.
Scrivere questa storia, ricostruendola, senza seguire una trama o un ordine logico, cronologico o causale; assemblarla per singole visioni, tessere giustapposte e senza incastri, fantasticando sull'assente e senza mentire sul presente.

Rimontare la pellicola ad accesso casuale, traslare tempo e luogo.

Quando riusciamo a seguire quella storia, a dominarla, a gestirla con naturalezza, possiamo veramente dire di scrivere la musica in maniera nuova.

SCRIVERE LA MUSICA

RESTITUENDOLE UN PO’ DI QUEL MISTERO CHE PARE IRRIMEDIABILMENTE PERDUTO

MISTERO
…tanto parte proprio da qui…

SCRIVERE LA MUSICA

Un atto che, concepito letteralmente, è impossibile; ma se mediato e sanamente trasferito, come in un comune meccanismo psicologico, può ancora riservare sorprese e bellezza.
E utilità, per chi legge.

Abbandonare le terre utopiche dell’oggettività, le cui strade, costruite e solcate da migliaia di critici, sono ormai diventate un labirintico groviglio senza via d’uscita, per addentrarsi nel mistero più grande di tutti: l’esperienza soggettiva.

STORIA – IO – MISTERO – IO – STORIA

Un percorso palindromo che riconduce sempre al mistero, che inizia sempre dalla storia e che passa sempre attraverso l’io.

Scrivere la musica consapevoli dell’illusione della razionalità: musicare la scrittura.



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