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mercoledì 27 febbraio 2013

US Hard Rock Underground - Una nuova British Invasion?


The roads are larger now, it’s a grey afternoon in the stars' back yard. Now I have to write quickly as the altimeter is beating me. The city looks dusty — L.A. is supposed to be 60 miles across. Sixty miles of freaks, stars, pretenders, and dollar worshippers — here we come! Toy palm trees, a baseball stadium. The dinkies become real cars. We’re low and still no airport. You get that ‘Will we hit the runway' feeling about now. Some American airports are frightening. Down, down, down - we’ve landed — our American tour begins!
Oil containers, radar towers, Delta, Shell, Castrol, ‘Fly TWA - L.A'. Captain welcomes us to the USA.
 Ian Hunter – Diary of a Rock n’ Roll Star

Se la prima, più celebre, British Invasion portò oltreoceano il merseybeat dei Beatles, il primo brit-pop di Kinks e Manfred Mann, il blues bianco di Stones e Animals, vi fu un altro, minore, arrembaggio inglese alle classifiche americane tra la fine degli anni ’60 e i primissimi ‘70. E questa volta il volume era decisamente più elevato.

giovedì 31 gennaio 2013

Blob – Parliamo degli intoccabili!



La cosa più orribile che abbia mai visto in vita mia!

Da tempo mi stavo arrovellando su come poter affrontare in modo originale riflessioni o addirittura recensioni dei titoli “intoccabili”: Dark Side of the Moon, Sgt. Pepper, Born to Run, The Velvet Underground & Nico…
Gli Esercizi di Stile su Led Zeppelin IV hanno offerto una risposta parziale, più di forma letteraria che non di contenuto concreto, e sono comunque stati un buon inizio.
Poi mi sono ricordato di Blob, la perenne trasmissione preserale di Rai Tre che ho sempre seguito da vent'anni a questa parte. Le risposte ovvie spesso ci stanno sotto gli occhi...

Negli anni Novanta, infatti, “Blob” ha rappresentato la dimostrazione di come la realtà fosse penetrabile soltanto scomponendo i suoi elementi semantici, e costruendone sul piccolo schermo una versione manipolata.

La schifosa melassa nera della prima sigla di Blob fu il suo timbro profetico all'esordio: la tv era melassa, la società italiana era melassa. Sera a dopo sera, sono passati qualcosa di più di 20 anni. Il lavoro critico che Enrico Ghezzi e il suo team hanno portato avanti ha consentito al pubblico di compiere sistematicamente un salto quotidiano: dalla rappresentazione del reale verso l'irreale per approdare al surreale. Con un risultato sempre invariato: quella che emerge è proprio la realtà.



Ed allora ecco: costruire una recensione fatta come l’esperimento di Frankenstein, composta da brani di articoli altrui, già presenti sul web, tratti da blog, webzine, portali musicali... Tutti ben ricomposti e montati a formare un testo coerente e filante.
Ripescando il formato di puro "ipertesto", che una decina d'anni fa pareva essere il futuro imprescindibile della letteratura in epoca digitale, ecco pronto un montaggio in cui ogni frase, ogni parola (punteggiatura esclusa) è in realtà un link, una porzione di un “testo altro”, che qui è riutilizzata e rimontata, non sempre ricontestualizzata, per formare un articolo autonomo.
Ma mi rendo bene conto che è tremendamente difficile cercare di spiegare a parole questo "progetto". E allora parto subito. Quello che segue prendetelo come un esempio, il cui risultano in verità non mi ha lasciato affatto soddisfatto, ed è quindi assolutamente migliorabile.

sabato 12 gennaio 2013

US Hard Rock Underground - Power Ballad


Fu una "forma canzone" assai abusata dai grandi nomi dell’hard & heavy americano almeno fino all’avvento del punk, ed ancora oggi è una tipologia, seppur sfuggente e non sempre univocamente definita, assai comune tra i gruppi “pesanti”.
Alcuni caratteri ricorrenti: lunghezza spesso sopra la media, tempo lento, inizio acustico o comunque assai dolce, assolo imponente di chitarra solista, crescendo finale, testo malinconico / strappalacrime / filosofico.
Di chi fu il peccato originale che diede il via a questo nuovo standard? Le risposte plausibili sono numerose e vanno da Georgia on My Mind a The House of the Rising Sun (versione Animals), alla mitica Hey Joe, alla Wild Horses degli Stones, ai Free di tutto quanto Fire and Water,  fino a Joe Cocker o addirittura Tom Jones.
Certo che all’atto pratico pezzi come Stairway to Heaven e Child in Time il loro contributo lo diedero eccome…

venerdì 26 ottobre 2012

Prigioniero del proprio testo


  
La maggior parte delle recensioni che ho scritto e un buon numero di quelle che si leggono in giro sono organizzate, più o meno esplicitamente, secondo un immutabile schema tripartito, buono per ogni tema dalla seconda superiore in su:

introduzione

svolgimento

conclusioni

Uno schema assai funzionale, che agisce bene soprattutto con gli album che poco concedono alla fantasia, adatto a testi lineari, scorrevoli e senza troppe pretese ma che presto prende il totale controllo del prodotto e lascia al povero autore scarsi margini di manovra. Non c’è nulla di male a seguire un canovaccio simile: si possono scrivere ottimi articoli seguendo quest’impostazione, ma la verità è che alla fine stanca. Forse più l’autore del lettore; ad ogni modo dopo avere toccato il fondo con un paio di pezzi su Maypole e Tongue, mi sono ripromesso di cercare alternative, soprattutto alla cronica sclerotizzazione di ognuna delle tre parti.
Quali sono i temi ricorrenti e ormai consunti? Vediamoli punto per punto.

NB: questa NON è una lezione; non voglio fare la morale a nessuno, sono considerazioni che faccio a me per primo e non pretendo assolutamente di insegnare a scrivere a chi già lo sa fare. Detto questo, se la galassia dei blog musicali, e più in generale delle fanzine sul web (e magari anche della stampa specializzata?) vuole arrivare ad avere quei riconoscimenti e quella considerazione che forse merita, credo si debba lavorare sulla qualità innanzi tutto, magari partendo proprio dai testi.

domenica 14 ottobre 2012

Vanilla Fudge: il più grande enigma del 1967


Mark Stein, Tim Bogert, Vince Martell  e Carmine Appice formarono i Vanilla Fudge sulle ceneri degli Electric Pigeons nel 1967 in quel di Long Island. Rimasero assieme per tre anni e cinque album.
Ancora oggi i Vanilla Fudge sono uno di quei gruppi, pochi per la verità, di cui si può coerentemente sostenere tutto e il contrario di tutto.

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L’articolo che segue è piuttosto lungo ma ho deciso di postarlo comunque tutto insieme. Ne ho fatto però una versione in PDF, credo più facilmente fruibile, scaricabile dal link seguente:

A coloro che decideranno di avventurarsi nel testo: buona lettura!

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