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lunedì 26 maggio 2014

Capitan Vinile e l’ascolto nudo



Svendo.
Mi svendo.
Scaffali pieni di dischi che prendono polvere.
Meglio sfoltire un po’.
E’ bastato mettere tutto su e-Bay a 5 euro - prezzo di partenza - che i Famelici del risparmio a 33 giri, gli Straccioni del prezzo stracciato (come me, intendiamoci) si sono fatti sotto sbavando.
Piazza (quasi) pulita.
Devo solo gettare fuori bordo un Blue Oyster Cult (bello, il primo LP, stampa USA, fatevi sotto…) un Byrds, qualche cosa dei Quicksilver, forse.  E ancora quel maledetto CD di Little Walter che allo scorso giro nessuno di voi ha avuto l’ardire di vincere…
Ma le vendite alla fine, sono andate discretamente. Si sono perfino azzuffati per un Threshold Of A Dream (Deeram SML 1035) dei Moody Blues: bello eh, con booklet ben tenuto, tutto quanto… E pure un orrido e graffiato Fragile di stampa USA (Atlantic SD 7211) è volato via. Potere di Roger Dean, forse. Perché South Side Of The Sky  gracchiava alquanto. Ma sapete com’è: quelle belle illustrazioni Art Nouveau tirano più di un Chris Squire qualunque.

La confezione, al giorno d’oggi, significa molto.

lunedì 19 maggio 2014

Un sogno di luna blu


Questo è il canto che potreste sentire nell’ultimo night di Las Vegas, mentre accanto, nella Rose Bound Chapel, un officiante vestito con frange bianche alla Elvis unisce in matrimonio Bob, dipendente delle poste, e Mary Ann, la figlia di un piccolo dettagliante di San Bernardino, al settimo mese di una gravidanza travagliata.
Dolcissima tristezza. E una chitarra che ondeggia crepuscolare e fluida a disegnare un chiaroscuro jazz di morbido abbandono.
Musica al fior di loto.
Musica del sonno, di nostalgia, di linee rosa che scompaiono al tramonto; tutta incastonata tra silenzi che sembrano infiniti e bolle di vuoto che sarebbe blasfemo riempire.
Pericoloso da ascoltare per gli inclini alla malinconia.

Da qualche parte, gli stessi Cowboy Junkies hanno proposto una cover di Powerdfinger.
Mentre la visione combattiva ed incendiaria di Neil Young pareva la cronaca di una battaglia in presa diretta, i languori di Margo Timmins appaiono quelli di uno Spirito di Carità che si aggira tra il vapore del mattino carezzando defunti, socchiudendo loro gli occhi e coprendogli il volto scorticato; evocando la sogno di quella stessa battaglia come fosse un nebbioso ricordo del dormiveglia.

Ecco, tutta la loro musica sta in quel ricordo.


Cowboy Junkies – The Trinity Session (RCA, 1988)

Mining For Gold 1:34
Misguided Angel 4:58
I Don't Get It 4:34
I'm So Lonesome I Could Cry 5:24
To Love Is To Bury 4:47
200 More Miles 5:29
Dreaming My Dreams With You 4:28
Sweet Jane 3:41
Postcard Blues 3:28
Walking After Midnight 5:54

mercoledì 7 marzo 2012

Miami – La voce davanti


In copertina ci sono tre volti appena sfocati che sembrano affogare nel trasparente verdastro delle swamp che presto sarebbero state territorio sintetico per Sonny Crockett e Rico Tubbs.
La strenua lotta contro il soffocamento della vita e del mondo tutt’attorno, porta Jeffrey Lee Pierce a servirsi come feticcio del più Amerikano degli stili: il country. Quello stesso country che anno dopo anno pareva sempre più un vessillo per la destra repubblicana più reazionaria, ma che i Gun Club distorcono e imbastardiscono fino fargli ritrovare un’originale seppur deviata verginità, raccontando parallelamente un Amrica Psycho che frequenta la metropoli con l’alienazione di un vagabondo delle Pianure del sud. Country-contro. Un sound che sostiene l’autore nei suoi insistiti tentativi di “tornare a casa”, nel senso più ampio; tornare agli affetti, al preto davanto alla veranda in cui sedersi a bere una birra con il vicino guardando il football. Ritornare in quel luogo da cui si era partiti urlando e sbattendo forte la porta. L’emozione crescete del tentato ritorno costringe ad alzare il volume, elettrificare e distorcere la vecchia tradizione del campione solitario che torna al focolare dopo avere ucciso i “cattivi indiani”.
Così si spiega per esempio l’autopsia che il gruppo fa di Fire of Love, vecchia hit del 1958 di Jody Reynolds, al tempo ricalcata sulla moda del twang chitarristico di Duane Eddy, che nell’idea di Pierce diventa un mostruoso riff quasi fossero AC/DC in abiti mariachi. E la cover di Run Through the Jungle, il brano più tormentato e sinistro dei campioni del country-rock democratico, i Creedence. Ma anche quella specie di surf da sballo di John Hardy, in cui Dotson si immedesima nell’equivalente hardcore di Dick Dale mentre Jeffrey si sgola nel racconto della vecchia storia del ferroviere del West Virginia, neanche fosse una ballata di The Times They Are A-Changin'.
Ma non è finita: Jeffrey Lee è veramente uno dei pochissimi che può fregiarsi del titolo di Erede di “quel” James Morrison, con il quale condivideva tra l’altro il retaggio di giovane borghese bianco cresciuto nel profondo sud, nonché la non invidiabile abitudine di mortificare la propria esistenza affogando nelle bottiglie vuote di Southern Comfort. Riesumando Jim direttamente dal Pere Lachaise, ne sfigura il crooning baritonale con uno yodel che è più un incubo nel dormiveglia che il virtuosismo del vecchio Jimmie Rodgers o la malinconia sentimentale del contemporaneo Chris Isaak. Ciònonostante Pierce resta un personaggio tanto misconosciuto che pare incredibile sia nientemeno che il reale anello mancante tra il Re Lucertola e il futuro anti-divo Kurt Kobain. La sua voce sta sempre davanti; sbattuta sul proscenio come l’attrazione della serata. Dietro di lei stanno quinte su quinte, strati su strati di chitarre che suonano punk, rock e blues all’unisono, senza soluzione di continuità, procedendo su binari paralleli e sovrapposti, generando un fragore avvolgente dal caldo riverbero antiquato. Come nell’invito sciamanico e lunare di Carry Home, o nell’invocazione femminea di Mother Of Earth (con lo stesso twanging tra Ombre Rosse e El Mariachi) che chiude il disco così come si era aperto: immagini in controluce, tutte con lo stesso sfondo e tutte risucchiate nello stesso vortice, “in the dark”. L’album intero è una fenomenologia, una declinazione continua di un’oscurità (dark) onnipresente, tanto nei paesaggi esteriori, quanto nell’intimo del cantante e di tutti i suoi “doppi” che sfilano nelle 12 canzoni come una processione di flagellanti incappucciati che si puniscono pur senza riconoscere un Dio a cui chiedere l’assoluzione.

domenica 4 marzo 2012

Torn and Frayed – All’apogeo della Seconda Decadenza


Massima attenzione; e orecchie aperte. Perché questo potrebbe essere il vero capolavoro nascosto dei Rolling Stones. Qualche anno dopo Between the Buttons e il primo flirt con Bob Dylan, Jagger ritorna dove molto (tutto?) era cominciato: sull’autostrada rivisitata che a suo tempo era un nuovo concetto di Rock d’Autore, nonché scena  del delitto. Morirono Compassione e Tradizione. Mick e Keith ritornano su questa CSI colore dell’asfalto per capire come ci si sente, davvero. Per vedere dove è arrivata quella pietra che rotolava giù, verso il basso. Per seguirla sprofondare, prigionieri di un vortice in cui immergersi con la smorfia beffarda di che si aspettava una pallottola o un’overdose già da molto tempo. Beware doll, you're bound to fall… Dylan aveva capito che essere un Simbolo per una generazione in marcia era faticoso, scarnificante. E soprattutto che non era vero, semplicemente. Nessun simbolo, un solo, MASTODONDICO, errore. Credevano fosse il Messia, era un Giovanni Battista qualunque. Risolse con una paio di capolavori simbolisti e arcani per poi scomparire dalla circolazione per un tempo che allora parve interminabile. Gli Stones cavalcarono la Swinging London, il beat, il blues-revival, la psichedelia, la protesta di strada; vi si gettarono a capofitto come il teenager che si fa la prima pista, lasciandosi consumare fino al midollo, godendo di quella depravazione di cui erano i portabandiera. Se fossero spariti anche loro, travolti da un’onda mistica in Costa Azzurra o magari in un bel suicidio di massa dopo una “Gran Bouffe” di morfina, se fossero scomparsi dopo Exile on Main Street sarebbero stati più grandi di Dylan; più dei Beatles. Ben più di Gesù. E forse lo sono comunque.
Dimostrarono almeno, una volta di più, che in quel tempo, dal Rock non si poteva uscirne vivi. No One Here Gets Out Alive, direbbe Morrison. E se non morti era la malattia, e se non la malattia era la droga. E alla fine, se anche fisicamente integri, erano il gusto, la sincerità e la misura ad uscirne martirizzati dalle metastasi di una vita che era missione. No One Here Gets Out Alive; una volta per tutte ribadirono che Arte e Morale dovrebbero evitarsi nel Mondo Reale; l’arte deforma la natura ed eleva l’artista a divinità creativa: è immorale per definizione. Deve esserlo.

venerdì 27 gennaio 2012

Tarbox Ramblers: New Coffeehouse sound




La  musica dei Tarbox Ramblers fuoriesce da una vecchia valigia di cartone legata con uno spago e gettata al volo sul retro di un vagone merci che attraversa le Grandi Pianure in una giornata d’inizio inverno. Impolverata e appena colorata da un effetto seppia d’inizio secolo, dalla slide di Michael Tarbox trasuda molto fatalismo da Grande Depressione e una cascata di blues pre-bellico rigoroso eppure accattivante, suonato con piglio e volume moderni, impreziosito dal fiddle di Daniel Kellar e da una sezione ritmica agilissima e mai invadente. Un gruppo che aggiorna il repertorio del circuito delle coffee house universitarie che fu di Josh White, Blues Project e Big Boy Crudup, pescando in quell’enorme ed inesplorato territorio che va dalle piantagioni del Mississippi agli Appalachi, in equilibrio tra bluegrass, Piedmont Blues e Folk.
Pieno di traditional, senza farsi mancare momenti divertenti e ballabili (Jack of Diamonds, Honey in the Rock, Columbus Stockade), questi vagabondi dell’Est danno il meglio di sè quando il modo diventa minore e la slide attacca il jack e alza il volume per tessere una trama di “blue note” rinforzata dalla voce profonda del leader: Third Jinx Blues, No Harm Blues (un treno in corsa) e lo standard Shake 'Em on Down del nume tutelare Bukka Withe sono un mazzo di foto in bianco e nero che riescono a mantenere tutta la tradizione degli anni ‘30 e assieme un fragore e un ritmo addirittura rock, nello stile di John Campbell. Fra tanta bella roba una piccola menzione all’arcaica e ipnotica The Cuckoo, strisciante come un rettile nella sabbia,  che continua a ronzare in testa anche quando tutto il disco è finito da un pezzo. 




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