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lunedì 25 agosto 2014

Psycho-pills su Spotify (cercando altro)



Battendo il web alla specifica ricerca di “altro” - prog americano, nella fattispecie - è fin troppo facile imbattersi in rottamature del passato, nuovi nomi del mondo alternativo, vecchie glorie che non abdicano al tempo.
Sintetiche, sinteticissime prime impressioni di quanto potete incontrare setacciando, casualmente e senza meta, la rete.


Black Pistol Fire



Con tripletta di LP: Omonimo (2011) Big Beat ’59 (2012) e Hush or Howl (2014)
A prima vista scatenati blues-tamarri tex-mex alla corte di Eric Sardinas, ma più alternativisti e low-fi e quindi discepoli invasati degli ovvi Black Keys prima maniera (tra 20 anni forse si potrà ben valutare la reale portata di Auerbach, magari anche di fronte alla scomparsa dalla memoria dei White Stripes). Del resto coppia pure loro (canadese) e - del resto - quando una canzone si intitola Jezebel Stomp qualche motivo per sbattere in giro la testa ci deve poi essere... Sort me Out è addirittura sfacciata nella copia carbone del duo di Akron.
Big Beat '59, già un titolo che attinge al primordiale, spiana un beat veramente troglodita, riduce il numero di brani (bene), ne riduce pure il minutaggio (bene, se vi piace così),  inserisce qualche malsana tonalità da mariachi rock (Beelzebub) e qualche ronzio in più negli strati di accompagnamento desertico, con slide obbligatoria (Crows Feet). Roba da motociclisti debosciati in stile Sons Of Anarchy. Lamentatevi!
Il terzo LP finge di complicare un po' la rifferia, ma è poi sempre la stessa roba di contrabbando al mercato nerissimo del garage blues, più cinetico e cromato degli esordi, questo sì.


The Stone Foxes



Ancora tripletta: omonimo, Bears and Bulls e Small Fires. Americani di San Francisco, mica scherzi.
Iniziano in un juke joint indie, quasi agreste, anzi addirittura campagnolo, con certe rozze leccate di slide e armonica che neanche nella contea di Hazzard. Sul primo album ci sono titoli ingombrantissimi come Rollin’ and Tumblin e Spoonfull, risolte con amichevole menefreghismo, ma anche tortuosità acidule come Take a Breath e ballatone slow. Menzione per la jammona ustionante di Under the Gun, 7 minuti di Power Trio confederato e Larsen a valanga.
Bears and Bulls (2010), che si avventura in un naturale glam-stomp mica male, si arrischia perfino di un titolo come I Killed Robert Johnson, una murder ballad a 320 volt. Poi rollingstonismi assortiti, un po' di iperboogie cannedheattiani, il solito tributo alla tradizione (Little Red Rooster) compiti ben svolti ed un eloquio sempre educato e a volte troppo rispettoso (Mr. Hangman a parte, che potrebbe essere un Lester Butler in stato di grazia...). Restano, per fortuna, gli echi acidi della Frisco che fu (Reno, bella).
Su Small Fire (2013) solo 10 brani (ottimo), che lasciano le campagne per urbanizzarsi in un funk cittadino, costruito da un sound maturo, voluminoso nello spessore, a colonna sonora di un notturno poliziesco e revivalista. Vicini agli ultimi B.R.M.C, con qualche afflato sognante e una pericolosa tendenza melensa che pur salvano sempre in corner. Copertina pulp di straniamento hollywoodiano, tra Hipgnosis e Strange Days.


Grodeck Whipperjenny



Album omonimo, anno 1970.
Psycho-funky spaziale e distorto, dal sound fantasioso ed imprevedibile. Progressivo nelle intenzioni, funkadelico nei risultati, come dei Love furibondi per le strade più rissose di Detroit. Furono backing band di James Brown. Conclusions è un nero strumentale con intro per quartetto d'archi, ma occhio a Put Your Thing On Me: devastante assolo di chitarra ultra fuzz che smitraglia raffiche di black pulp nel midollo del più cool dei pusher. Fantastico! Evidence Of The Existance Of The Unconscious è inedito black prog strumentale e morboso, tra Hysaac Hayes e Quatermass.


Thee Image

Due album: omonimo (ma vè…) del ‘75 e Inside The Triangle, sempre ‘75.
Soft rock da west-coast di secondissima generazione, mescolato a sensuale slow funky da nightclub, rilassato sulla spiaggia di Venice e senza pretese di trionfi internazionali. Nel trio c’è pure il buon Mick Pinera, che dopo Blues Image e Iron Butterfly, sa il fatto suo in fatto di latineggianti colate di Fender (Temptation). Secondo album più robusto e rockettaro.
Prodotti dalla Manticore, label di proprietà di ELP, per cui negli stessi anni suonava pure la PFM; strani incroci.


Joe Henry

Invisible (2014) cioè l’ultimo album; solo questo perché il personaggio merita ben altro approfondimento.
Lo immagini nella penombra di una stanza d'albergo al crepuscolo di un Mardi Gras anni '20. Uno spleen dal sapore di sano eroismo piccolo borghese (bianco, indubbiamente), che affonda le radici nel cuore stesso della Grande Canzone Cantautorale Americana, dal Bob nazionale al primo Tom Waits fino ai Grandi Disillusi sulle soglie del millennio: i Kozelek, gli Eitzel.
Classe da vendere, Sign (in crescendo di epico abbandono), Alice e Swayed da ascoltare. La riscoperta di un “segno folk” arricchito da orchestrazioni minime ed eleganti, mai appariscenti, che meditano sulla profondità nascosta nelle cose semplici. Traccia di un blues dell'assenza riempito da un country jazzato da settimane astrali, di sincera nostalgia.
Tante penne non sospette ne scrivono; a ragione.


Mystic Braves

Due album tra il ‘12 e il '14 (fa impressione scritto così, eh?)
Il primo, omonimo, si apre con Mystic Rabbit, tanto per ribadire il concetto di rosicchiatori mistici a piede libero. Un juke-box distorto da estati anni '60 riparato da un vetro giallastro di revivalismo stile Barracuda; chitarre western piene di riverberi e miraggi di 13th Floor, Quicksilver e pigrizie doorsiane (Strange Lovers). Un pop pulsante come facevano Bryan MacLean e Arthur Lee privi di ispirazione, copertine di colorati mandala appesi alle porte chiuse del Fillmore. Esordio bello ma monocorde (Please Let Me Know, brit-pop risuonato da qualche sballato psicotico texano della International Artist) che fluisce senza salti come un unico eterno brano di 3 minuti, ciclico e riflesso da 1000 specchi.
Desert Island (2014) si scuote dal torpore ipnotico e non rinnega certo il passato, aggiungendo qualche logica (e timida) linea di Farfisa da Ventures spaziali. Personalità rinvigorita da qualche assolo azzeccato, songwriting più multiforme, dal vago sapore spagnolesco, vocalità rivedibile, produzione ancora un po’ piatta. Bello il surf di Valley Rat e la sarabanda virulenta di Born Without a Heart.

Un pomeriggio di stordimento fumoso su un morbido e oppressivo divano psichedelico. Poi correre all'aria aperta, spalancando finestre e sperando nella pioggia.

lunedì 26 maggio 2014

Capitan Vinile e l’ascolto nudo



Svendo.
Mi svendo.
Scaffali pieni di dischi che prendono polvere.
Meglio sfoltire un po’.
E’ bastato mettere tutto su e-Bay a 5 euro - prezzo di partenza - che i Famelici del risparmio a 33 giri, gli Straccioni del prezzo stracciato (come me, intendiamoci) si sono fatti sotto sbavando.
Piazza (quasi) pulita.
Devo solo gettare fuori bordo un Blue Oyster Cult (bello, il primo LP, stampa USA, fatevi sotto…) un Byrds, qualche cosa dei Quicksilver, forse.  E ancora quel maledetto CD di Little Walter che allo scorso giro nessuno di voi ha avuto l’ardire di vincere…
Ma le vendite alla fine, sono andate discretamente. Si sono perfino azzuffati per un Threshold Of A Dream (Deeram SML 1035) dei Moody Blues: bello eh, con booklet ben tenuto, tutto quanto… E pure un orrido e graffiato Fragile di stampa USA (Atlantic SD 7211) è volato via. Potere di Roger Dean, forse. Perché South Side Of The Sky  gracchiava alquanto. Ma sapete com’è: quelle belle illustrazioni Art Nouveau tirano più di un Chris Squire qualunque.

La confezione, al giorno d’oggi, significa molto.

lunedì 19 maggio 2014

Un sogno di luna blu


Questo è il canto che potreste sentire nell’ultimo night di Las Vegas, mentre accanto, nella Rose Bound Chapel, un officiante vestito con frange bianche alla Elvis unisce in matrimonio Bob, dipendente delle poste, e Mary Ann, la figlia di un piccolo dettagliante di San Bernardino, al settimo mese di una gravidanza travagliata.
Dolcissima tristezza. E una chitarra che ondeggia crepuscolare e fluida a disegnare un chiaroscuro jazz di morbido abbandono.
Musica al fior di loto.
Musica del sonno, di nostalgia, di linee rosa che scompaiono al tramonto; tutta incastonata tra silenzi che sembrano infiniti e bolle di vuoto che sarebbe blasfemo riempire.
Pericoloso da ascoltare per gli inclini alla malinconia.

Da qualche parte, gli stessi Cowboy Junkies hanno proposto una cover di Powerdfinger.
Mentre la visione combattiva ed incendiaria di Neil Young pareva la cronaca di una battaglia in presa diretta, i languori di Margo Timmins appaiono quelli di uno Spirito di Carità che si aggira tra il vapore del mattino carezzando defunti, socchiudendo loro gli occhi e coprendogli il volto scorticato; evocando la sogno di quella stessa battaglia come fosse un nebbioso ricordo del dormiveglia.

Ecco, tutta la loro musica sta in quel ricordo.


Cowboy Junkies – The Trinity Session (RCA, 1988)

Mining For Gold 1:34
Misguided Angel 4:58
I Don't Get It 4:34
I'm So Lonesome I Could Cry 5:24
To Love Is To Bury 4:47
200 More Miles 5:29
Dreaming My Dreams With You 4:28
Sweet Jane 3:41
Postcard Blues 3:28
Walking After Midnight 5:54

mercoledì 13 novembre 2013

Danny just wasn't happy


Strana cosa la felicità.
Diresti che i soldi non possono comprarla, che alla fine si trova nelle piccole cose. Ma il mondo è sempre più banale e spietato di quanto ci piaccia credere.
No satisfaction uguale no happiness. E i soldi la soddisfazione te la comprano eccome. Che sia reale, fittizia, chimica o in carne ed ossa.
Forse è vero che “Danny, semplicemente, non era felice”. Altrimenti perché tutto quel valium, quell’alcol. L’eroina. Era il 18 novembre del 1972. Lui aveva 29 anni e in pochi sapevano realmente chi fosse quando qualche giornale riportò la notizia tra le “brevi” nelle pagine interne.
Danny Whitten era un rocker. Quello con i capelli chiari, gli occhi dolci, i folti baffi da cowboy della controcultura. Cresciuto a Columbus, in Georgia, si ritrovò presto in quel di L.A. con qualche embrione musicale per le mani… Con quei suoi amici freak, Billy Talbot e un oriundo portoricano, Ralph Molina, formò un gruppetto di doo-wop: Danny And The Memories. Ma a metà anni ’60 quello non era certo nome dal grande appeal, in più tutta la gente più cool era in viaggio su Maggioloni colorati verso San Francisco. Lì Danny e i suoi amici ebbero vita facile nel riconvertirsi a band dalle ondeggianti movenze psichedeliche. Imbarcati i fratelli Whitsel alle chitarre e il fiddle di Bobby Notkoff, ecco i Rockets, una sestetto tremendamente affiatato, anche se dal sound bastardo, schizofrenico, non sempre in linea con i comandamenti dell’epoca. Eppure andavano forte, tanto che fu Barry Goldberg a produrli per una piccola label indipendente, la White Whale Records.
Succede così che l’album omonimo di esordio diventa un piccolo classico, seppur ignoto, di un genere “indie” veramente ante-litteram. Indipendente, alternativo pure in quell’epoca. Sul gonfio basso di Talbot e il sicuro e robusto mestiere di Molina, Danny compone, canta, schitarra senza freni, accompagnato da violini folk e chitarre semiacustiche, con ritornelli orecchiabili da cantare attorno al fuoco mentre i cavalli si riposano. Avrebbero potuto essere una versione modernista degli Hot Tuna, ma anche una deriva folk del power-pop per antonomasia, quello dei Big Star. E l’avrebbero fatto per primi.

domenica 18 marzo 2012

Lorca – La Paura nella vertigine sonora - Lato B


I Had A Talk With My Woman è una tregua sia dagli scenari di paura di Lorca sia dagli stordimenti di Anonymous Proposition; un atto di pietà del cantante verso I suoi ascoltatori; è una canzone, vera, comprensibile, fissata al suolo dal beat delle congas e colorata come sempre dalla meravigliosa melodia di Underwood, uno dei più grandi tra I chitarristi misconosciuti dell’epoca. Un frammento di Goodbay Hello, una chitarra acustica che ristabilisce l’armonia e l’accordo nell’impalcatura del pezzo. Non dura molto.

venerdì 16 marzo 2012

Lorca – La Paura nella Vertigine Sonora - Lato A


The dusk was repeating them  persistent whisper all around us, in a whisper seemed to swell menacingly like the first  of rising wind. “The horror! The horror!' 

Tutt'intorno a noi il crepuscolo le ripeteva in un bisbiglio insistente, in un bisbiglio che mi pareva crescere minaccioso come il primo bisbiglio del vento che s'alza. “Che orrore. Che orrore!”

mercoledì 29 febbraio 2012

Fugs - L'amplesso sulla bara


Dopo il primo LP, “First Album”, pareva difficile parlare dei Fugs come di un gruppo musicale. Improvvisazione, satira da marciapiede, filosofia metropolitana, body-poetry: ma non musica. Più agevole ascoltare un vecchio 78 giri della Victor Record che “Swinburne Stomp” o “Baby Done Left Me”
Così all’uscita di Virgin Fugs nel 1966 si potrebbe gridare al miracolo: finalmente la scalcagnatissima band di Sanders, Kupfenberg & Weaver ha finalmente cominciato a “suonare”, costruendo canzoni con tanto di struttura armonica e un minimo arrangiamento. Il gruppo nel frattempo ha cambiato radicalmente formazione: all’uscita di Weber e Stampfel, impegnati a tempo pieno con gli “Holy Modal Rounders”, sono subentrati nuovi musicisti tra cui il chitarrista Vinny Leary e il polistrumentista Lee Crabtree, il cui piano elettrico diventa subito il fulcro sonoro del gruppo. E’ cambiata anche l’etichetta: dalla Broadside/Folkways alla mitica ESP di Sun Ra e Albert Ayler. Grazie al produttore Richard Alderson il gruppo potè incidere in un VERO studio, usare VERI strumenti e addirittura un registratore a 4 piste, come i Beatles! …cioè lo standard dell’epoca, ma sempre un bel passo avanti rispetto al garage e ai bonghi di Ken Weaver.

venerdì 24 febbraio 2012

Buffy Sainte-Marie - Hansel e Gretel nel bosco dei Beatnik


Buffy Sainte-Marie, la piccola nativa Cree che scese dal Canada con la chitarra in mano, sembrò una bizzarra proiezione dello spirito più anticonformista del Village di metà anni ’60. Troppo colorata per il rigore acustico di Dave Van Ronk, troppo sopra le righe per la lotta politica continua, troppo “indiana” per diventare manifesto della gioventù democratica che affollava le coffe houses.
Eppure, con un fascino mediano tra la Fata Morgana e l’antica sciamana indigena, Buffy si fece portatrice di uno stile originalissimo e colto come pochi. Un canto estroverso costruito su esagerazioni vocaliche e aperture lunghissime anche sulle consonanti, tenute, sospese, blandite, che rendono il canto espressionista e quasi grottesco, inserito per contrasto su una figura minuta e naif come la sua. Una vocalità unica al tempo che declina in folk gli esperimenti magnetici di Berio e Cathy Berberian, prodromo dei tentativi di estremisti quali Tim Buckley o Demetrio Stratos.

lunedì 30 gennaio 2012

Fuoriorario – Redgum, frustrazioni ai confini dell’Impero



Per completare la minuscola antologia dei Redgum, dopo I Was Only 19, altri due brani dalla misconosciuta band di Shumann.
One More Boring Night In Adelaide, aperta da un flauto che potrebbe essere Grace Slik all’alba di una nuova Estate dell’Amore mai sbocciata, è insistente nel refrain, scorbutica e a tratti depressa, pervasa da una foschia sottile di malinconia e rimpianto mai risolti. Forse il miglior brano del gruppo, così sospeso fra speranza e frustrazione, fra folk impegnato e noia post-adolescenziale alla periferia del Regno.
Poor Ned è una ballata irlandese con flauti e fiddle, nella migliore tradizione della canzone di protesta stile 1963. Omaggio a Ned Kelly fuorilegge, ribelle e paladino dei dissidenti dell’Impero Britannico in quel di Victoria (Australia) alla fine del XIX secolo. Catturato dopo una furibonda sparatoria in cui morirono (eroicamente?) i tre compagni del suo mucchio selvaggio, fu impiccato il giorno 11 novembre 1880 all'età di 25 anni. Già protagonista di numerose canzoni, da Johnny Cash a Waylon Jennings, fu portato sul grande schermo addirittura da Mick Jagger prima e da Heath Ledger poi, a testimonianza di quanto ancora sia popolare la figura romantica del fuorilegge gentiluomo.
I Redgum, riesumando un vecchio pezzo del conterraneo Trevor Lucas coi Fairport, ne fanno un brano assolutamente contagioso, spumeggiante ed agrodolce allo stesso tempo, irrobustito da un clamoroso accento Aussie e cantato in prima persona. Se la versione di studio è pulita, ritmata e professionale, quella live è assolutamente irresistibile, con quel cinguettare allegro di flauti celtici che contrasta meravigliosamente con le tragiche vicende del giovane Ned.

martedì 29 novembre 2011

Mr. Tambourine Man - Discography and Videography


DISCOGRAFIA SELEZIONATA DA: 


Mr. Tambourine Man - The Byrds










45’s
Mr. Tambourine Man/I Knew I'd Want You (Columbia 43271) 1965 (USA)
Mr. Tambourine Man/I Knew I'd Want You (CBS 201765) 1965 (UK)
Mr. Tambourine Man/I Knew I'd Want You (CBS 1922) 1965 (Italia)



I° U.S.A. Press
II° U.S.A. Press

33’s   
Mr. Tambourine Man (Columbia CS 9172) 1965 (USA)
Mr. Tambourine Man (CBS S BPG 62571) 1965 (UK)
Ristampato in CD: 1993 (Columbia - 9172), 1996 (Columbia/Legacy 64845), 2004 (Sony 483705)

CD
The Essential Byrds (Columbia/Legacy  89110) (Compilation 3CD)

domenica 27 novembre 2011

The Marshall In The House Of The Rising Sun - Byrds


The House Of The Rising Sun


All this was the prelude of what would have happened exactly one year after in Los Angeles January 1965, when a group of novice twentys, who called themselves the Byrds, entered in the studio to cut a traditional, "Mr.Tambourine Man”, which later appeared on Dylan’s "Bringing It All Back Home” (March 1965), of which the band had a demo for the hands. They had no arrangements or revolutions in the head, but an idea, and one of them even an electric guitar. The idea was to "plug the jack" in the Dylan’s acoustic version, adopted without hesitation and even halved in duration and slowed in rhythm. The guitar was a Rickenbacker 12-string property of Roger McGuinn, leader of the group: a sound so much instantly recognizable, to becoming the "trademark" of the band in the following years. Did the rest vocal harmonies (taken by the Beatles and the Everly Brothers) that will be a standard of the west-coast. Trump card: the production of Terry Melcher, able to follow the thread that binds folk to "jingle jangle" Surf guitar and Merseybeat’s easy melody. The result is Mr. Tambourine Man, one of the most fulminating debut single. That guitar reverb, dreamy adolescent voices, the sound clear and solar, were soaked with California Youth and breathability summer scenarios of innocent transgression on the beaches of the Pacific.

"Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me,
In the morning I'll come followin jingle jangle 'you.
Take me on a trip upon your magic swirlin 'ship,
My senses Have Been stripped, my hands can not feel to grip,
My toes too numb to step, wait only for my boot heels
To be Wanderin '.
I'm ready to go anywhere, I'm ready for to fade
Into my own parade, cast your dancing spell my way,
I promise to go under it. "

venerdì 18 novembre 2011

The House of the Rising Sun - Discography and Videography


DISCOGRAFIA SELEZIONATA DA:  

The House of the Rising Sun - The Animals

                      

45’s
The House Of The Rising Sun/Talkin' Bout You  (Columbia DB 7301) 1964 (UK)
The House Of The Rising Sun/Talkin' Bout You  (MGM K 13264) 1964 (USA)
The House Of The Rising Sun/Talkin' Bout You  (Columbia SCMQ 1802) 1964 (Italia)





33’s   
The Animals (Columbia 33SX 1669) 1964 (UK)
The Animals (MGM E-264) 1964 (USA)
Ristampati in CD nel 1997 (CD - EMI)

CD
The Complete Animals (EMI 7946132) 1997 (Compilation 2CD)
The Best of the Animals (1997 EMI 6406) 1997 (Compilation)

giovedì 17 novembre 2011

The Marshall In The House Of The Rising Sun - The Animals


The House Of The Rising Sun


"House Of The Rising Sun", that old story of New Orleans’ joint and its world of misery and depravity, had always been a delicacy. Many had sung it, bending from time to time to their musical needs. Nina Simone ("At The Village Gate", 1962) had made it a nightly jazzy atmosphere, and listening to it, seems to see the spread of smoke in the room. Woody Guthrie did not betray the storytelling’s popular spirit: an all narrative cut, like a crime news in the fifth page. The old bluesman Josh White, from a first recording even in 1942, had built a twilight and dilated epic, like a Chandler’s page, using a vocal line suspended on long vowels and an arrangement with piano and trumpet of grim charm.

Is with this version in the head, says bassist Chas Chandler, that The Animals entered in the studio, in February of 1964, to record the song. The RnB band from Newcastle had already released an adaptation of a folk number, Baby, Let Me Take You Home (derived from "Baby, Let Me Follow You Down," already on Dylan's debut), but this time the things would have been different. Alan Price, keyboardist and musical leader, had set up a fighting and rampant arrangement, all played on the warm tone of his organ, the dark voice of Eric Burdon and the undeniable working –class style of all the combo. Difficult, however, to think that the group did not know the version just recorded by Dylan (again on his debut LP, in 1962), whose descending guitar line is full taken by Price’s keyboard.
The song is opened by a western arpeggio by Vestine, before being led, in the first two stanzas, by the crescendo controlled but dramatic of the singer, who comes to a climax with real pathos ("And the only time he's satisfied Is When He's on a drunk"); Price then, in the song’s barycentre, unleashes the best organ solo of the era: symmetrical, concise: perfect. The music start again, but the crescendo is repeated in the last two stanzas, in which even Vestine's guitar becomes more insistent to support the last declamation of a truly visceral Burdon. At the end it turned out a song of more than 4 minutes, an eternity for that era. So much that in EMI they were doubtful of a song they thought long and perhaps boring; incredibly Mickie Most, producer of the band and a true artist of the fade-outs at 2'30'', believed in the song that was well distributed both in England and America, albeit with some "cut".
"House of the Rising Sun" jumped on “top of the pop” on July 7, and remained there for a week before giving way to the Stones’new release. In America was again No. 1. It was undeniably a rock song, rampant, rhythmic, yet serious, even dramatic, steeped in realism, different from the standards of the era who sent fifteen into raptures. It was the first rock hit to take whole home from the popular heritage of the old white American, to which were devoted folk giants as Guthry or Pete Seeger, who had nothing to do with the '60s British charts, far more inspired by the blues. And of this Blues were disciples the Animals: twisting with their electric charge a piece of an old folk singer, had found success, but the song will remain unique in their catalog, much more generous with references to the black music.

All this was the prelude of what would have happened exactly one year after in Los Angeles January 1965, when a group of novice twentys, who called themselves the Byrds, entered in the studio to cut a traditional, "Mr.Tambourine Man”...               (to be continued...)


The House Of The Rising Sun

House Of The Rising Sun”, quella vecchia storia del bordello di New Orleans e del suo mondo di miseria e depravazione, era sempre stata un boccone prelibato. L’avevano cantata in tanti, piegandola di volta in volta alle proprie esigenze musicali. Nina Simone (“At The Village Gate”, 1962) ne aveva fatto un jazz d’atmosfera notturna e, ad ascoltarla, sembra di vedere le volute di fumo spandersi nella sala. Woody Guthrie non aveva tradito lo spirito popolare del cantastorie: un’esecuzione tutta narrativa, da colonna di cronaca in quinta pagina. Il vecchio bluesman Josh White, a partire da una prima incisione addirittura nel 1942, ci aveva costruito dentro un’epica crepuscolare e dilatata come una pagina di Chandler, utilizzando una linea di canto sospesa su vocali lunghissime e un arrangiamento con pianoforte e tromba dal fascino sinistro. 

martedì 31 maggio 2011

FROM THE CRYPT - THE FUGS


Che siano o meno stati la prima band underground, i primi veri alternativi, o addirittura l’embrione della musica punk, oggi si può discutere all’infinito; ciò che conta è che i Fugs furono autori di un corpus musicale esilarante, satirico e straordinariamente anticonformista, impostato sul dilettantismo musicali dei singoli, sull’acume beatnik dei testi e sulla più totale anarcoide conduzione di un complesso aperto e liquido. Continua...>>


Possibly the first punk or, better, the first conscious unconventional and alternative band, The Fugs were authors of an hilarious, satiric and nonconformist musical “corpus”, based on amateurism of players and on a total anarchist band conduction.

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