La barca faceva ora rotta verso la Fusina dove era agevole
l’accesso alle foci della Brenta Vecchia, ultime ramificazioni naturali
dell’antico corso fluviale da cui era possibile inoltrarsi nell’entroterra
veneto. In una rete fittissima di cavi, scoli, meandri morti e canali, tanto
intricati da avere richiesto in passato la consulenza tecnica di Leonardo, la
bragagna infilò il Naviglio di Brenta, che portava dritto verso Padova.
Ocean è diviso con
regolarità quasi simmetrica in 4 parti, due canzoni per lato: due suite enormi
e due pezzi più brevi, in uno schema rigoroso ABBA.
Poseidon’s Creation, il brano d’apertura è
un’intricata vicenda cosmogonica che attinge a piene mani da un’ apocrifa
religione Olimpica passata al vaglio di Platone e Campanella ma illustrata come
fosse un fumetto di fantascienza, o qualche vecchio B-movie: Clash of the
Titans in musica.
La storia di un tempo
remoto in cui i figli degli dei camminavano sulla terra. Poseidone, divinità
degli oceani e dei terremoti, regnava sull’isola di Atlantide, una sorta di
Eden incontaminato che il Dio popolò con i figli avuti da Kleito. Qui, in pace
e distante armonia, protetti da una muraglia dorata e da una legge suprema,
condussero una vita di perfezione e felicità.
Il brano inizia con un
crescendo strumentale come i Pink Floyd di Meddle fino ad assestarsi su un
semplice riff da barcarola con l’ organo rinforzato dalla chitarra, un suono
che potrebbe stare tanto su Vanilla Fudge quanto su Machine Head: è contagioso,
ritmico; molto rock. Dopo la lunga recita di Borenmann che sfoggia un accento
teutonico imbarazzante, è il basso che con una linea intricata e piena di staccato
segna l’inizio di una nuova sezione strumentale: il chitarrista, sul proscenio,
sfodera un lungo assolo fluido e striato di arabeschi mediorientali e
arabeggianti, che disegnano glifi contorti sulla ritmica e sul tenue ma ampio
sottofondo delle tastiere. Il tutto approda nel mezzo di uno stormo di gabbiani
meccanici migranti nello spazio, verso nebulose punteggiate da oceani freddi;
la chitarra geme languidamente, si intreccia con la sua stessa eco su di un fondo
di voice synth ponderoso e orbitante. Una banalizzazione di un certo modo di
suonare alla Gilmour, forse. Ma l’effetto nel suo complesso è notevole.
Già da qui si delinea
l’ampiezza dell’architettura musicale di un album che risuona come nell’abside
di una cattedrale neoclassica dai candidi stucchi rifiniti con striature
dorate. Il suono pulito e levigato come un marmo, i molteplici livelli di
tastiere adornano una concezione semplice, ripetitiva come un salmo.
Intanto la barca aveva attraversato l’antico borgo fluviale di
Mira, che dal medioevo controllava gli accessi al padovano. Le campagne
dintorno odoravano ancora di alghe e sale e folti stormi di gabbiani si
appollaiavano chiassosi sui rami bassi dei salici grigi.