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lunedì 24 agosto 2015

Letters from The End – Nuovi inizi?




Sono convinto che il vecchio, bistrattato, sepolto “rapporto epistolare” abbia in realtà ancora molto da dire pur in questi tempi di comunicazione generalizzata, massificata e superficiale. Il piacere di rivolgersi ad una persona e ad una soltanto; di richiedere ed ottenere la sua attenzione. Di richiedere ed ottenere una risposta.
Negli ultimi giorni ho discusso “attorno alla Fine” con alcuni amici; un tema proposto da un piccolo post e rilanciato da un giro di mail qualche tempo addietro.
Di seguito, un collage di alcune conversazioni; un collage che è saltato fuori in maniera talmente fluente e naturale da stupirmi, quasi non fosse frutto di sei mani e tre teste, ma di un unica creatura (non) pensante.
Per chi non li conoscesse, i miei preziosi interlocutori sono Massi di Detriti di Passaggio ed Ant di AntBlog.
Grazie a loro per primi, e anche a tutti i nostri lettori.

***

ANT: Accade che il "lavoro" arretrato assume dimensioni mastodontiche, senza che io me ne renda conto; le recensioni in stand-by, gli artisti ancora nel limbo e le cartelle "work in progress" si moltiplicano come conigli infoiati. Gli album da ascoltare sono troppi, le cose da scrivere pure, ma poi perché farlo? Ha senso tutto questo? C'è veramente qualcuno dall'altra parte del monitor?

MASSI: Non riesco più a organizzare le idee, anche le più semplici; scrivere – quella “cosa” che un tempo fluiva con tale naturalezza da costringermi a frenare la spontaneità – è diventato una affanno ingrato, un atto di molestia perpetrato ai danni del me stesso che vorrei essere, e che forse non sono.
È questo il sapore della fine? Da quando hai lanciato quest’idea della fine, non penso ad altro. Che suono ha la fine? Ce l’ha, un suono? Mentre scrivo queste righe, nel lettore sta girando “Brothers In Arms”, e la cosa terribile è che sono costretto ad ammettere che mi piace. I Dire Straits. Il genere di gruppo che ho sempre deriso con acida (immatura?) supponenza da becero intellettuale. Sono a un passo da Jovanotti, cioè a un passo dalla fine?


EVIL: Nell'ultimo periodo, correndo come sul ciglio di un burrone, mi sono appoggiato ai Grandi, perchè in certi momenti c'è necessità di buttarsi ad occhi chiusi su chi sai non può tradirti: Rolling Stones, soprattutto. Ma i Dire Straits non mi meravigliano: ultimamente ascolto compulsivamente Eminem, Robbie Williams, Mia Martini... ed altro. Credo sia uno sfogo di rigetto, la necessità di trovare altri ambienti, altri spazi che fino a qualche giorno prima sembravano non esistere neppure.
Aria nuova. Che sia poi già viziata... pazienza.

MASSI: Io non so se questa è la fine, Evil, o una possibile fine. Anche perché siamo abituati a parlare di fine solo al singolare; ma chi ha detto che la fine è una sola, di un solo tipo e genere? Chi ha detto che la fine debba per forza essere totale, assoluta? Potrebbe essere anche lieve, indolore, silenziosa, nascosta; potrebbe arrivare senza squilli di trombe o fragorose catastrofi. Potrebbe non esistere nemmeno, la fine, ovvero potrebbe essere una condizione costante in cui siamo incondizionatamente immersi. Oppure potrebbe essere già arrivata: e noi non ce ne siamo ancora accorti. In questo momento ha il suono di “Brothers In Arms”, fra poco potrebbe avere il suono di “Decades” (sì, negli anni della giovinezza fui uno di quelli che “knocked on the doors of hell’s darker chamber”) e domattina quello “Art Official Age”.

EVIL: La "Fine" ha sempre contorni incerti, sfumati. A guardarla con distacco la fine di un avventura di blogging, di scrittura, di relazione, di comunicazione - chiamiamola come ci pare - è piccola cosa. E facilmente rimediabile. La realtà è che in queste avventure, seppur piccole, mettiamo in gioco tante cose di noi, ci esponiamo, togliamo maschere e armature e siamo totalmente vulnerabili. Condividiamo gli amori e le passioni profonde (per la musica, per l'arte...) e rischiamo costantemente di scottarci. Scottarci con l'insensibilità e l'indifferenza che ci circondano. Ce ne stiamo lì, nudi, fragili, con le parole sulla punta della lingua... e nessuno se ne accorge.

The hatred you project
Does nothing to protect you
You leave yourself so exposed
You want to open up
When someone says
Lighten up
You find all your doors closed
Get yourself a break from self rejection

End Of Silence, di Henry Rollins, è un album che negli ultimi mesi ho messo a memoria. Credo che sia uno dei corpus di testi più spietati, masochisti e reali che sia mai stato scritto.
Ma la mia "fine" ha due colonne opposte ed antitetiche: The End (va da sè...) e We Will Fall degli Stooges. L'una certamente trendy, "hip", magari un po' modaiola ma innegabilmente affascinante e dolorosamente suadente; l'altra tetra, buia, senza scampo. Queste opposte facce di una uguale moneta tengono già su tutto... Il resto nel mio gusto, è speculazione intellettualistica e puro decoro.
Nel commento al post di Ant parlavo di deserto. E' un altro aspetto che mi ossessiona: deserto di fatto, ma deserto di silenzio, deserto di voci e relazioni, deserto delle persone attorno. "Deserto sulla Terra", così entra il tenore nel primo atto del Trovatore. cantando di guerra.
Quella sabbia rossa, calda, arida, secca, piena di crepe di siccità, è il terreno su cui immagino di muovermi. In lontananza, figure tremolanti, ombre, fantasmi o solo miraggi. Miraggi di colore che ci stanno attorno ma che alla fine svaniscono in un commento mancato, in una parola non detta.

ANT: Certo che il “deserto” intorno, il declino di questa nazione e di tutto l’ammasso di pietra e fuoco che abbiamo sotto i piedi, non lasciano intravvedere niente di buono per il futuro.
Mai come adesso la FINE mi è sembrata così vicina.
In questi giorni ho pensato più volte alla colonna sonora che dovrebbe accompagnare il sipario sul mondo (o sui nostri blog) ma poi non ho avuto tempo di metterla nero su bianco.
In questo periodo gli arretrati mi si stanno accumulando a dismisura e non riesco a stare dietro a loro e alle bislacche idee che ogni tanto mi balzano in mente.
Però, devo dire che End of Silence di Rollins non è male in questa veste, come anche la classica The End e gli Stooges ci stanno. Però con Decades (la sa bene Massi) ci vado a nozze. Borthers In Arms perché no, pensandoci bene non è fuori luogo.
Se vi può interessare in questo momento io sto ascoltando Battiato, anche se qui siamo sicuramente fuori tema.
Intanto per la mia colonna sonora per la fine (l’ennesima) parziale del mio blog in questi giorni stavo pensando ai Zoar di In The Bloodlit Dark trattasi di dark ambient pesante e oppressivo. Buio. Ma anche No Fun di Iggy Pop.
Anche se il modo in cui si sta riducendo il pianeta, distrutto e intossicato da violenza, inquinamento, schifezze e ingiustizie di ogni genere mi fa ritenere più adatti i Discharge. O in alternativa qualche band d-beat crust hardcore più recente come gli Halshug o i Nightfall, ma forse è solo l’incazzo dilagante di questi giorni che mi fa optare per questa scelta.


MASSI: Come sarà la fine, Evil?
Ho la sensazione che non lo sapremo mai perché ci nasconderanno anche quella. Forse ce l’hanno già nascosta in mezzo a milioni di nuovi falsi inizi.

EVIL: ...scivolare lentamente e placidamente verso il basso. Goin' Down Slow, diceva quel vecchio blues.
E magari trovare un perverso piacere nel farlo.


***

A margine, una considerazione personalissima (ed una non richiesta “difesa” di questo post).
Credo fermamente che quelli che a prima vista possono sembrare piccoli sfoghi e frustrazioni private, nascondano invece una disillusione ed una mortificazione generalizzate molto più profonde di quanto si possa credere.
Sono sogni infranti, promesse non mantenute, appuntamenti mancati.
Dalla “rete”, che promettendo libertà e democrazia diretta ha invece ottenuto superficialità e populismo gretto.
Dalla Musica, che NON salverà il mondo (per chi non se ne fosse ancora accorto...) e dovrebbe già essere felice di risollevare il morale a qualche (vecchio) ragazzo depresso: un grande merito, a mio avviso, ma sempre trascurato rispetto alla necessità di propagandare il “bello” ed allo sbandierare propositi umanitari superomistici.
Dalla politica e dai contesti “allargati” (economia, religione...), certo va da sé: e chi non se la prende con la politica di questi tempi?
Inoltre ci sono le promesse che abbiamo fatto a noi stessi e che noi non siamo riusciti a mantenere. Piccole cose, certo: lo scrivere un post a settimana; essere recensiti da qualche rivista; ottenere un buon seguito di lettori. Pubblicare un libro, vendere un disco, spuntare un contratto di lavoro.
Piccole cose ma ciò non di meno determinanti per il NOSTRO di morale, che perdonerete, è la cosa ora più importante.

Di nuovo grazie ai miei amici interlocutori; ed ai lettori tutti.

Di seguito una prima, scarna playlist che stiamo costruendo (con l'aiuto di Massi e Ant, si intende)




Killing Joke – Requiem (1980)

Iggy Pop - Funtime (1977)

Slayer - Hell awaits (1985)

Discharge - The End (1982)

St. Louis Jimmy Oden - Going Down Slow (1941)
Uno standard che piaceva ai Free (dirompente Kossof su Tons of Sobs) e ai Led Zeppelin che spesso la inserivano nel medley a chiusura dei concerti.

Rollins Band - Low Self Opinion (1992)
Così si alza il sipario su End Of Silence; morsi hard rock che affondano nella propria carne

Edgar Broughton Band - Evening over Rooftops (1971)
Esistenzialismo in cima ai tetti; una panoramica che starebbe bene sui diari di Palomar; stanchi di tutte le ultime rivoluzioni.

Stooges – We Will Fall (1969)
La pietra tombale sulla stagione dell'amore la mettono Iggy e John Cale con un tetro rituale in penombra.

giovedì 31 luglio 2014

Cronache da un continente alla deriva



Album strumentale di mesozoica graniticità e geologica scossa tellurica, prodotto negli anfratti orfici in cui furono precipitati la Gerusalemme degli Sleep, le anfetamine degli Earth e i mantra degli Om.
Lunghi brani che coniano, rinnovano, resuscitano forse, un metal chitarristico progressivo ma schietto e ruvido, direttamente dalle sabbie rosse di Joshua Tree, senza l'alea e il free form totale di un Haino, o il rumorismo di un Brötzmann, ma con l'impatto deformante dei Boris prestati a monologhi che, se a prima vista appaiono flussi destrutturati, sono in realtà incastri meccanici di riff, armonie e ritmi colossali ma pur sempre riconoscibili, addirittura accattivanti; come quando il vento spazza le dune e lascia affiorare le ossa del titano sepolto.
Il dialogo finale di NightEndDay, chitarre che si danno le spalle, schiena contro schiena, parlandosi addosso; l'assalto maledetto dei carri armati in Drought, che avanzano tra popoli di pastori avvolti solo in bandiere verdi, rosse e nere. Una Reign in Blood per un emisfero davvero al buio, mai artatamente horror o fintamente violento, mai auto indulgente, nemmeno nell’enfasi di Angel Tears, inno per una nazione senza più parole. C'è la subdola pressione psicologica al prigioniero altre le linee nemiche, la contestazione all'ordine costituito che culmina con l'assalto caotico ai Wall-Mart di un popolo di consumatori zombie che si mangiano l'un l'altro con perverso compiacimento.
Come se le grandi jam della Baia o del southern - Gold and Silver, Whipping Post, Dark Star - fossero state ricoperte da colate di lava luminescente, solidificatasi nella schiuma dell’oceano, in cordoni di basalto nero che lasciano appena trasparire la melodia sotto un perenne drone sotteso a tutto il racconto, che diventa eco di abbandono nostalgico nell'ultimo capitolo dell'avventura.
Finchè la faglia non arriva talmente in profondità nella crosta continentale da esplorare tutti i colori del rosso, per riemergere su di un lembo di spiaggia al tramonto.
Pelican: notevole (e personale) riscoperta di inizio millennio.


Pelican - Australasia (2003)

giovedì 8 maggio 2014

Pomeriggi di domande su Spotify (senza tante risposte)


"II continuo spostarsi da un genere e da un'era all'altra, con poco o nullo rispetto per il contesto storico o per l'origine della musica, e oggi I'esperienza musicale della maggioranza delle persone. Con la musica cosi facilmente accessibile e cosi abbondante, semplicemente ripetiamo, ascoltiamo con lo 'shuffle' e ne godiamo."
(David Buckley, Kraftwerk Publikation, Arcana 2103)

In effetti c'è sempre un "album dopo", c'è sempre "qualcosa di nuovo da ascoltare", lo stream scorre rapido, non ci si ferma mai. Questa esperienza musicale a flusso costante è interessante quanto frenetica. Spesso superficiale, certo, ma piuttosto stimolante per gli insoddisfatti cronici.
Una cosa ho notato: c'è una domanda che non mi faccio più tanto spesso, un aspetto su cui non mi soffermo.

Cosa mi sta dicendo questa canzone?

lunedì 7 aprile 2014

Pomeriggi di zapping su Spotify (con un manipolo di psycho-tici)


Una cosa devo dire di Spotify: è egalitario. Non voglio dire democratico - cosa ormai si può dire democratico? - ma egalitario sì. Sintetico, informazioni ridotte all'osso, profili degli artisti tutti uguali, date sbagliate un po' per tutti. La pubblicità interrompe tanto Physical Graffiti quanto My Sleeping Karma.
Puoi almeno provare ad ascoltare alla cieca, senza tanti pregiudizi.
Robespierre lo userebbe, merito o colpa, a voi giudicare.
E allora, qualche spettro incontrato di recente.

venerdì 28 marzo 2014

Quei bravi ragazzi del Metal

Pubblico questa “invettiva” in ossequio al Manifesto, già diffuso da questo blog e da Detriti di Passaggio. 

***

C'è poco da fare.

I FAN DEL METALLO SONO IN ASSOLUTO I MIGLIORI A VENDERE LA LORO PASSIONE SUL WEB.

O meglio a “diffondere”, perchè loro sono sinceri, infervorati, credenti.

Discepoli

Grandi esperti del superlativo, virtuosi dell'iperbole e dell’inglesismo… e oggettivamente profondi conoscitori di Flash, HTML, php, ogni prodotto Adobe e compagnia bella.
Sanno usare parole come: drumming, metaller, platter; aggettivazioni come: memorabile, incalzante, definitivo, assoluto, fantastico, miracoloso.
Vorreste mai paragonarli all’understatement dell’indie rock, al low-fi del punk, alle ragnatele del classic rock?
Perchè navigando in rete, a volte pare che:

L'HEAVY METAL SIA LA SUPREMA ESPRESSIONE DELLA MUSICA POPOLARE OCCIDENTALE-ANGLOSASSONE.

La critica più feroce che si può rivolgere ad un album metal?
NON ESSERE ABBASTANZA METAL

(III legge di Tipton & Downing o della non scalfibilità dei metalli)

Talmente bravi ‘sti ragazzi che sono riusciti a creare un'intera tassonomia fatta di decine di generi differenti, alcuni dai nomi financo imbarazzanti:

Avant-garde metal‎
Christian metal‎
Depressive black metal‎
Emotional metalcore‎
Folk metal‎
Gothic metal‎
Latin metal‎
Melodic metalcore‎
Neoclassical metal‎
Symphonic black metal‎
Viking metal‎

Sono riusciti a trasformare un genere (uno!), che da 40 anni sfrutta sempre gli stessi riff, lo stesso sound, le stesse tesi, in un cosmopolita assembramento di razze, culture, stili, religioni, confessioni, approcci musicali differenti.

Uno, nessuno, centomila?

Resta che i portali metal sono i più belli, i più fighi, i più eloquenti, i più tecnologici.
Potresti veramente pensare che esistano grandi album Wagneriani, cicli fantasy per chitarra elettrica, epopee barbariche ed enciclopedie filosofiche. Che esista un "neoclassical metal", che i grandi virtuosi citino Bach e Haydn.
Potresti addirittura pensare che death metal e speed metal siano cose diverse; o che epic metal e power metal siano due mondi a parte.

Bravissimi, ‘sti ragazzi, eh?

martedì 11 febbraio 2014

Pomeriggi di terrore su Spotify (con Swans e Godflesh)



Piaccia o no ai cyber-fanatici a 5 stelle, la cara vecchia TV è ancora l'elettrodomestico "pensante" che domina il gusto, la moda, il voto e nella peggiore delle ipotesi le nostre giornate.
Lo fa perchè si addice alla pigrizia: è di facile utilizzo e permette di cambiare canale istantaneamente quando sullo schermo compare il volto di qualche nemico (Mario Draghi, Renzi, Salvini…).
Spotify, e con esso altri sistemi di streaming che sono certo esistano - o tutt’al più esisteranno - ma che ancora non conosco, ebbene anch’esso si addice alla pigrizia. Passare da un brano all'altro, da una playlist all'altra, da un disco all'altro “non è mai stato così facile”, lo dice anche la reclame.
Facile, indolore ma ruffiano: perchè ti esorta a credere che sia tu al centro della scelta e sia tu il DJ di turno, mica il solito falso quarantenne belloccio di Radio DJ.
La realtà, al contrario, dice che è facile ritrovarsi in balia della musica.
Mani in alto: sei circondato da bilioni di brani a portata di mouse. Bilioni di brani che ti si rovesciano addosso istantaneamente e senza esborso. Serve un bel sangue freddo e una rigida programmazione per non perdersi in un dedalo in cui Arianna non ci fa nemmeno la cortesia di porgerci un capo del suo filo. Per non parlare di quella sottile foschia di imponderabile aleatorietà che circonda ogni “edizione digitale”. Chi ci suona? Chi ci canta? E l’anno di pubblicazione? Sarà proprio quel disco, o no? Una serie di spettri musicali che escono come il vapore dalla lampada magica; e ti chiedi se mai riuscirai a rificcarli lì dentro.
Sangue freddo – rigida programmazione.
Allora ecco il resoconto di uno dei pomeriggi in cui, dopo una pianificazione in realtà assai superficiale, mi sono immerso, con scafandro e bombole, nell'universo del tutto-qui-e-subito.
Una mondo mica privo di rischi, sopratutto se vi imbattete in qualche mostruosità industriale per sole orecchie adulte.

giovedì 9 gennaio 2014

Il disco sbagliato

Articolo originariamente apparso sulla rivista online "The Circle review" sempre disponibile qui



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sabato 8 giugno 2013

Il Bollettino di Capitan Vinile – Giugno 2013 - Il Figliol Prodigo

Ne sentivate la mancanza...?


...scusate il ritardo, miei prodi.

Ho appena finito di ascoltare un lp di glam olandese Use Your Imagination dei Mud (…ecco da chi hanno copiato i Guns!).
Potete ben capire che è stato un ascolto impegnativo, di quelli da ben ponderare, da farsi lentamente, con giudizio, che ti prendono almeno 3 o 4 giorni. Poi Evil Monkey ha pure festeggiato l’anniversario del blog, e quindi mi sono tenuto alla larga per un po’...
Purtroppo non sono riuscito a ricomporre quell'enorme articolo di 6000 battute sulle cover gatefold del prog britannico tra il 1969 e il 1972, con tanto di guide illustrate ai design di Charisma e Island!

Avete l'acquolina in bocca eh?

Siete ai limiti dello sbavamento?

domenica 14 ottobre 2012

Vanilla Fudge: il più grande enigma del 1967


Mark Stein, Tim Bogert, Vince Martell  e Carmine Appice formarono i Vanilla Fudge sulle ceneri degli Electric Pigeons nel 1967 in quel di Long Island. Rimasero assieme per tre anni e cinque album.
Ancora oggi i Vanilla Fudge sono uno di quei gruppi, pochi per la verità, di cui si può coerentemente sostenere tutto e il contrario di tutto.

***

L’articolo che segue è piuttosto lungo ma ho deciso di postarlo comunque tutto insieme. Ne ho fatto però una versione in PDF, credo più facilmente fruibile, scaricabile dal link seguente:

A coloro che decideranno di avventurarsi nel testo: buona lettura!

***

martedì 3 luglio 2012

Musica per Immagini - Capolavori in cerca d’Autore - Pt. 5

V Parete: Un Fantasy per tutti
Da: Musica per immagini, immagini per la musica 



Dagli Hawkwind all’ Italian-Prog, dagli scapestrati anarco-comunisti agli introversi campioni del nazionalismo reazionario, nel segno di Conan il Barbaro, D&D, Marvel Comics e Il Signore degli Anelli. Il legame tra musica Rock e Fantasy è un leitmotiv che è andato rafforzandosi nel tempo, uscendo dall’underground degli anni ’70, istituzionalizzandosi nel metal epico dei primi anni ’80, trovando in Roger Dean e Rodney Mattews due cantori d’eccezione, che gli hanno consentito di sopravvivere alle ventate grunge e stoner degli primi anni ’90.

venerdì 13 aprile 2012

TVEye - Blue Oyster Cult – Hollywood - 1981-10-09


Tutine spaziali manco fosse la versione americana dei Mott The Hoople, chitarroni Hard-Rock e testi di morbosa paranoia urbana: sono i Blue Oyster Cult in tutto il loro astronomico splendore. Oltre un’ora di grandi classici di questi veterani di guerre psichiche, addobbati con fontane di fuoco, Harley-Davidson rombanti in scena e addirittura 4 metri di Godzilla gonfiabile e sputa fuoco, a sottolineare un riff megalomane e ultra-tamarro di elementare devozione  BlackSabbathiana. Potrebbe essere l’ultimo grande B-Movie dei ’70: Iron Man vs. Godzilla. Chi ne uscirebbe vincitore?
Buona visione!

venerdì 20 gennaio 2012

1983: il Metal nell’ Era Hyboriana




Know, O prince, that between the years when the oceans drank Atlantis and the gleaming cities, and the years of the rise of the sons of Aryas, there was an Age undreamed of, when shining kingdoms lay spread across the world like blue mantles beneath the stars ... Hither came Conan, the Cimmerian, black-haired, sullen-eyed, sword in hand, a thief, a reaver, a slayer, with gigantic melancholies and gigantic mirth, to tread the jeweled thrones of the Earth under his sandaled feet." –
The Nemedian Chronicles  From: http://hyboria.xoth.net/history/hyborian_age.htm


Ebbene, tra la scomparsa del Punk dalle classifiche e la nascita dei figli di MTV, vi fu un tempo in cui il Metal scoprì le saghe di Robert Ervin Howard, i fumetti della Marvel, i libri D&D e stabilì un nuovo orizzonte culturale per i teenager maschi: il Fantasy.
Correva l’anno 1983 e, per una di quelle fortunate coincidenze che rendono le storie interessanti, due gruppi, nel loro genere, mitici, Dio e Manowar, davano alle stampe due canzoni-manifesto: Holy Diver e Gloves of Metal. Ma, caso ancora più improbabile, entrambi i pezzi furono accompagnati da video fenomenali tanto da fare impallidire qualunque Ed Wood. Primi e insuperati esempi di B-Clip nella storia del Rock e clamorosa testimonianza di un Hero Quest casereccio come neanche lo fu Maciste alla Corte del Gran Khan. E per fortuna che le canzoni sono niente male!
Holy Diver: spadoni di plastica, colonne in polistirolo e demoni porporati: Ronnie procede imperterrito tra alberi spogli e vulcani in eruzione verso il Tempio del Nemico. Erano, dopotutto, gli anni della Storia Infinita e soprattutto di “The Princess Bride” il film che mise una parola definitiva sulla prima generazione del fantasy cinematografico.
Gloves of Metal: Moon Boot ricoperti di pelo sintetico, mazze ferrate come piovesse e ratto delle Sabine con annessa battaglia all’arma bianca in cui Ross the Boss, Joey DeMaio e il grande heldentenor Eric Adams  ce la mettono tutta a fracassare crani e tagliare arti ai nemici. La cover dell’album Into the Glory Ride già la dice lunga…
Due video da godersi con tanto di popcorn e coca-cola. Buona visione!
P.S.: Reagan ringrazia.

martedì 10 gennaio 2012

Derek Riggs - Gallery

British Heavy Metal  in Techinicolor
Assieme a quello tra Neon Park e Little Feat, il lavoro di Riggs per il gruppo di Steve Harris è sicuramente il più coerente, distintivo e duraturo rapporto tra designer e band nella storia del rock. A partire dal logo, le copertine dei primi celebri album degli Iron Maiden godono di una omogeneità che le rende immediatamente riconoscibili.


Iron Maiden – Omonimo (1980)
Derek Riggs – Copertina (fronte)

Esordio della band ed esordio di “Eddie” la mostruosa mascotte del gruppo: uno zombie-punk che suona Heavy Metal! L’idea deriva da un precedente personaggio disegnato da Riggs in piena epoca punk, Electric Mattews. 

mercoledì 28 dicembre 2011

Rodney Matthews - Gallery - Pt.2

British Heavy Metal  in Techinicolor


Diamond Head – Borrowed time (1982)
Rodney Matthews – Copertina (fronte)

Prima copertina per il gruppo di Harris e Tatler, tra i più preparati e originali esponenti della NWOBHM.




Diamond Head – Am I Evil ? (1987)
Rodney Matthews – Copertina (fronte)

Bellissimo esempio di tecnologia animalesca, futuristica e post-nucleare.

martedì 15 novembre 2011

Magnum - Les Mortes Dansant



It never ceases to amaze the ability of the early '80s Metal to transform a simple and mean riff in a Wagnerian stadium anthem. Just as the unfailing regularity in trivializing the slightest poetic inspiration of the lyrics.
Among the great forgotten by that huge commercial and social boom that was the NWOBHM, Magnum deserve a place of respect, and among their vast and unknown catalog (a dozen albums between '78 and '88) deserves a place this Les Mortes Dansant, from On a Storyteller's Night, 1985, Lp inter alia embellished by a great fantasy cover by Rodney Matthews. Conceived as yet another clone of the "heavy ballad," is based entirely on a descending 4 note  riff , some small change and on a dangerous text about life in the trenches during the Great War. Catley & Clarkin are able to maintain the balance, on one side with an attractive color tone (though still very pop ...) as distant bells in Flanders; on the other with a taste so exquisitely descriptive (By the wall in a silouette standing Through a flash of sudden light Cigarette from His mouth just hanging) enough to make us forget some heavy rhetoric part.
A song that goes like winter wind through destroyed quarters. Not a masterpiece, but a piece to spend 5 minutes of simple and direct Rock, without entirely disconnecting the brain.



Non smette mai di meravigliare la sconvolgente capacità del Metal dei primi anni ’80 di trasformare un riff semplice e meschino in una cadenza wagneriana da stadio. Così come l’infallibile regolarità nel banalizzare ogni minimo spunto poetico del testo.
Tra i grandi dimenticati di quel enorme boom commerciale e sociale che fu la NWOBHM, i Magnum meritano un posto di riguardo; e tra la loro sterminata e ignota produzione (una decina di album tra ’78 e ’88) un accenno in più lo merita questa Les Mortes Dansant, da On a Storyteller's Night, 1985, Lp impreziosito tra l’altro dalla notevole copertina fantasy di Rodney Matthews.
Concepita come l’ennesima clonazione della “ballata pesante”, si basa totalmente su di un riff discendente di 4 note, qualche sua minima variazione e su di un pericoloso testo sulla vita di trincea durante la Grande Guerra. Catley & Clarkin riescono a mantenere l’equilibrio da una parte con un colore timbrico accattivante (pur se assai pop…) come di campane lontane nelle Fiandre; dall’altro con un gusto così squisitamente descrittivo (By the wall in a silouette standing Through a flash of sudden light Cigarette from his mouth just hanging) da far dimenticare una certa pesantezza retorica in eccesso. Una canzone che passa come il vento invernale per contrade distrutte. Non un capolavoro, ma un brano per trascorrere 5 minuti di Rock semplice e diretto, senza scollegare del tutto il cervello.




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