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giovedì 3 settembre 2015

Disraeli Gears & Safe as Milk (recensioni doppie)




Cream - Disraeli Gears 


Captain Beefheart & His Magic Band - Safe as Milk

Appena otto settimane separano la pubblicazione di questi due album, da settembre a novembre 1967. Entrambi furono registrati pochi mesi prima in America (a New York Disraeli Gears, a Los Angeles Safe as Milk).
Sono album divergenti, che si incrociano lungo la strada e poi continuano il loro viaggio in direzioni opposte, senza guardarsi indietro.
Entrambi sono di dichiarata ed esplicita matrice blues. Blues bianco, suonato da giovanotti borghesi, benestanti e mediamente istruiti, cresciuti sui dischi della Chess, di Otis Rush, di Howlin' Wolf, Albert King, Muddy Waters e Little Walter.
Un approccio al blues di “seconda generazione” mediato dal revival di metà anni '60 e appunto dai 33 giri dei grandi maestri, piuttosto che dal contatto diretto.
Da una parte, i Cream sullo scheletro blues si fanno costruttivi, variopinti, risentono del polline della stagione dei fiori (a partire dalla copertina fino allo psycho rock di SWLABR) costruiscono abbellimenti sovraincisi e ricami d'oriente (Dance the Night Away); si dimostrano il primo vero supergruppo; di virtuosi più che di autori.
Dall'altra parte, la Magic Band scava ulteriormente quello scheletro, lo lascia sbiancare al sole, ne fa macerie e fossili, cerca di riallacciare il filo non tanto con il “revival”, ma direttamente con la sorgente della musica del Delta (Plastic Factory in tutto il suo primitivismo), un'involuzione che guarda almeno 30 anni indietro (tale Son House, non so se avete presente). Sure 'Nuff 'n Yes I Do, e tutto ciò che segue, è del resto un blues del deserto, laddove quella dei Cream è musica urbana, uscita dai club di una “Swinging London” che stava dettando la moda. Safe As Milk, volutamente, non segue per nulla la moda e nulla ha a che spartire con la stagione dei fiori e dei loro figli.
Lo spettacolo dei Cream è pirotecnico, tutto proteso a liberarsi nell'assolo spaziale, morbido e modulato dagli effetti; sono giocolieri di scale e ritmi supersonici, virtuosi avvenenti, con capelli lunghi, caffettani retrò, camice preraffaellite.
La Magic Band a confronto è piuttosto una galleria di curiose bizzarre bestie licantrope, pur in giacca e capello curato, deformate dalla laringe horror di Beefheart e dalla furia animalesca del gruppo che si sublimano nella temibile tirata per slide di Electricity. Questo è il blues dell' hobo errante che mendica un whisky e nulla ha da dimostrare, l'altro è quello raffinato degli allievi di Mayall che usano una strabiliante perizia strumentale per divagare un po' paternalisticamente grazie alle possibilità di improvvisazione offerte dalle 12 battute. Van Vliet è fuori dal tempo, suona blues per un'esigenza spirituale, artistica e forse biografica; i Cream, e Clapton per il resto della carriera, sono certo “in time” e utilizzano il blues come veicolo mondano per la propria maestria. Il che non significa che lo suonino peggio né che la loro musica sia svalutata (vedi Outside Woman blues...); però è così, mettiamoci l'animo in pace. Ecco che il riff memorabile di Sunshine of Your Love marchia di diritto le classifiche di quell'annata magica, mentre quello altrettanto memorabile di Drop Out Boogie echeggia oggi come un protopunk d'antologia, senza nessuna eco commerciale. Eppure riemergerà più volte in anni recentissimi, anzi sta riemergendo ancora adesso; chiedere ai Black Keys se abbiano mai ascoltato quest' album.
A dimostrazione di quanto la musica blues sia sfuggente ed elastica, di quante soluzioni offra e di quante suggestioni si nutra.
All'epoca i Cream divennero superstar proprio grazie a Sunshine, mentre Van Vliet faticava a trovare contratti e litigava continuamente con i discografici. Disraeli Gears fu in top 5 tanto in USA che in Inghilterra; Safe As Milk non entrò nemmeno in classifica.
Oggi chi si sognerebbe di fare una cover di Tales of Brave Ulysses piuttosto che di Zig Zag Wanderer?
Per una volta, vince la sincerità.

venerdì 14 agosto 2015

Sun Ra – Appunti per una discografia (parte 2) – Ra su Spotify


In attesa che accada la stessa cosa per altri bulimici estremisti della registrazione come Haino, Jim O'Rourke o K.K. Null - personaggi dalle discografie non facilmente circoscrivibili - Spotify regala numerose soddisfazioni con il beneamato Herman Poole Blount in arte Sun Ra. Occorre ringraziare la Enterplanetary Koncepts, etichetta che sta pubblicando parte del catalogo di Ra in versione digitale rimasterizzata (http://soundcolourvibration.com/2014/05/20/sun-ra-remasters).
Thanks!
Di seguito una prima ricognizione minimamente ragionata di ascolti liberi, tra riconosciuti capisaldi ed oscure uscite tutte da indagare, in ordine meravigliosamente casuale.

***


lunedì 22 settembre 2014

Sun Ra – Appunti per una discografia (parte 1)



"Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine".
J. Borges


La produzione del tastierista “jazz” Herman Poole Blount, in arte Sun Ra, è uno dei più colossali, profondi ed imperscrutabili labirinti discografici del '900.
Un' eredità mastodontica che ha scaraventato ispirazione e meraviglia negli angoli più disparati della musica popolare e colta, da MC5 a Hawkwind dal Kraut-rock ad Ornette Coleman, da George Clinton all’Art Ensemble of Chicago, dai Grateful Dead alla musica noise ed industriale.
Pretendere di censire il suo lascito è un po' come cercare di contare le stelle ad occhio nudo, puntando l'indice in alto, in una notte di mezza luna. Il mio indice scorre lungo le pagine redatte da Martin Strong in The Great Rock Discography. Arrivo a contare oltre ottanta uscite discografiche. Su internet i numeri variano (pur sempre oltre il 200…), ma restano comunque qualcosa di difficilmente quantificabile e i conti sembrano non tornare mai, come in un rompicapo orientale. E se agli album ufficiali si sommano i live, i singoli, i bootleg, le ristampe e le compilation, questa galassia musicale diventa realmente non misurabile.
Da metà anni ‘50, ininterrottamente fino ai primi ‘90, la parabola di Sun Ra e della sua Arkestra, ha attraversato le strade dell'avanguardia più sfuggente ed inclassificabile. Un “unicum” spaventoso, una creatura dalle mille teste e dai mille corpi, che finisce per non trovare mai spazio, per uno o per altro motivo, tanto nei cataloghi jazz, quanto in quelli rock o addirittura "classici". Equidistante com'è da ogni facile standardizzazione, l'astronave di Blount ha veleggiato col vento in poppa, quasi di nascosto anche agli iniziati, tanto che viene il dubbio che fosse veramente un vascello alieno in visita alla musica terrestre.

mercoledì 27 agosto 2014

In (non) difesa di Jim Morrison


In risposta all’articolo di Detriti di passaggio Toccare l’intoccabile: Jim Morrison ai tempi dei rave party e una 2cv chiamata Percezione


Ecco un genere di post che è sempre un intrigante filo sottile su cui camminare, destreggiandosi tra l'attacco populista alla celebrità di turno e la silenziosa accondiscendenza del collaborazionismo con il mainstream.
Massi però, blogger "giovane" ma pur già scafato equilibrista, non disdegna di tentare la fortuna, questa volta con un personaggio per certi versi più ingombrante del "pigro" John Lennon post-Beatles. Lo fa con una brillante sceneggiatura che gioca la carta della commedia, piuttosto che quella dell'analisi, ma è bello così.
Qualche considerazione personale sui Doors, in apertura, premettendo che del Jim Morrison “cheguevarizzato" sulle t-shirt per adolescente nulla mi frega. Quella è la solita merceria postuma. Cerchiamo di stare ai fatti
I Doors sono stati un grande gruppo. Per un brevissimo periodo. Un anno, forse due. Il tempo del primo LP (un grande album, dai! Qui c'è poco da essere "alternativisti") e Strange Days; il resto è una triste parabola discendente fatta di liti, alcool, incomprensioni; pur con un bel colpo di coda finale (L.A. Woman, Raiders...).
I Doors sono stati una band ben amalgamata: un tastierista blues "neoclassico", un chitarrista di psycho flamengo, un batterista solido e un cantante con una buona voce e qualche idea; perchè ci sono stati anche cantanti con 0 idee, attenzione. A Jim qualche intuizione iniziale, anno '66, va ben riconosciuta.
Jim però aveva anche un'altra caratteristica vincente: era un giovane americano bianco belloccio. Basta poco, a volte. Arthur Lee, per esempio, era un nero strambo. Chiedere - oggi - alle periferie di Ferguson, Missouri, la differenza.
Detto questo, il primo, grande, album del gruppo, subito dopo la sua pubblicazione (e quella dei primi singoli) stava placidamente naufragando. Avrebbe forse fatto la fine di Velvet Underground & Nico se non fosse stato per un singolo estrapolato a viva forza e "rieditato" per il 45 giri: Light My Fire. Lighr My Fire canzone arrangiata da Manzarek e composta da Krieger, parole e musica. Parole e musica (ah, sì, poi c'è la "pira funeraria", la genialata!). Comunque il pezzo divenne n° 1 proprio nel luglio ’67: il singolo forte nell'Estate dell’Amore! BUM!
A questo aggiungete qualche (bella) foto di Jim mezzo nudo. BUM BUM! Il gioco si risolse nello spazio di un mese. Basta poco, se quel poco è fatto bene, nel tempo giusto.
Poi il resto della storia la conosciamo, probabilmente i pezzi forti di Morrison sono tutti quelli scritti prima di entrare nel gruppo. Soft Parade, Waiting For The Sun... lasciano il tempo che trovano, come per altro tanti altri album coevi di grandi nomi della West Coast (Love, Spirit…)
Morrison, nel suo periodo più cupo, quando stava clamorosamente ingrassando (basti vedere la differenza nelle foto tra il '67 e il '70...) e avrebbe avuto bisogno di girare col pannolone per non pisciare ovunque, ebbe almeno la capacità di comprendere di non potere continuare ad essere una figurina per ragazzine cantando canzonette come Touch Me, ma di tramutarsi in un moderno bluesman satradaiolo e ubriacone. Un post-beat. Comunque più credibile così che come teen-idol, no? Credo che a questa “autoanalisi” si debba L.A. Woman.
Ebbe anche la trovata di sfuggire dagli Stati Uniti per rifugiarsi tra i vicoli dei suoi (amati?) poeti maledetti. In questa casuale "pianificazione" si dimostrò molto più attento di Hendrix o della Joplin che arrivarono "al passo estremo", come dire, clamorosamente impreparati. Vuoi mettere lasciarci le penne a Parigi?
Per quanto riguarda lo spinoso capitolo dell'adorazione “post mortem”, un paio di considerazioni. Il giallo della morte, la fuga, la CIA, l'isoletta segreta: queste sono pratiche che procedono in automatico ogni volta che qualche artista mediamente famoso muore. In automatico; tanto che ce ne abbiamo un paio di casi perfino noi in Italia.
Personaggio di culto? Non so... andate a Graceland. Quello è culto. Un paio di fiori di qualche hipster a Père Lachaise è roba da ridere.
Oggi cosa resta?
Un Morrison sopravalutato? Si, forse in certi ambienti si, ma tutto sommato credo in maniera ragionevole. Tutti i fan sopravvaluteranno sempre all'inverosimile il loro idolo, mentre gli altri non ne spenderanno parole: è chiaro da che parte pende la bilancia.
Restano anche un paio di grandi album, belle testimonianze live, e qualche canzone entrata di diritto nell'immaginario Rock.
Poi, non so Ian Curtis, ma diversi performer hanno avuto in Morrison chiara ispirazione; faccio un nome su tutti: Jeffrey Lee Pierce. Capitolo lungo, in cui ora non mi addentro.
Ah, sì... restano anche le magliette. Ma chi se ne frega di magliette, qui si parla di musica!


P.S.: Sono di questi giorni alcune dichiarazioni di Marianne Faithfull in merito al ruolo avuto dal suo fidanzato nella morte di Jim. Marianne Faithfull che mi risulta avere un album in uscita a settembre e quindi abbiamo già capito il perché di queste clamorose rivelazioni oggi… 
Ma queste cose NON sono colpa di Morrison.

mercoledì 14 agosto 2013

Inacquistabile! Devil’s Anvil, bouzouki e la guerra dei sei giorni


Dio benedica gli anni ’60!
Vi ricordate? Quelli dell’amore universale; in cui le persone scendevano in strada dandosi la mano, e dandosi quella mano formavano grandi girotondi vorticosi con cui proclamavano la pace nel mondo e l’inizio di una nuova era di fraternità e propizie congiunture cosmiche.
Quelli del solo-unico-vero-rock-che-conta. Morrison, Hendrix, Lennon…
Bè, magari poi le cose non stanno proprio così…
Però all’epoca ti poteva pure capitare di trovare un bellimbusto arabo, con baffoni e scarpe a punta da sultano, fronteggiare una complessino beat nel giro del Village.
E il bello dei bassifondi del rock è che ti riservano sempre qualche sorpresa, qualche colpo di coda che ti costringe a rivedere continuamente la tua personale classifica di bizzarrie musicali. Pensi di averle sperimentate tutte con qualche Big Boy Pete, con i Randy Holden, con il prog giapponese, con la JPT Scare Band.
Poi spuntano fuori questi Devil’s Anvil.
Fioriti tra quei girotondi di pacificazione cosmica, vagabondavano per le stesse coffe house di Dave Van Ronk con nomi che oggi sarebbero sulla lista nera di qualsiasi controspionaggio: Kareem Issaq, Mike Mohel, Eliezer Adoram. Strumenti che sanno di deserto, bouzouki, oud, tamboura, timbri salmastri di Mediterraneo, costa meridionale: un happening scalzo alla prima moschea a destra.
Ma pur immerso fino al collo nello stordimento di quegli anni alla marijuana. Se fossero fioriti sulla costa ovest avrebbero strappato ai Caleidoscope lo scettro di Contaminatori Definitivi.
Ma a New York fecero la conoscenza di tale Felix Pappalardi, uno sdolcinato produttore/bassista che smerciava sogni colorati a tutto volume per le masse indistinte che avrebbero presto osannato Cream e addirittura Mountain. Ma era pure un personaggio con gli agganci giusti, tanto da riuscire ad accasare quell’accozzaglia di oriundi medio orientali con la Columbia.
Dio benedica gli anni ’60!
Così anche i nostri prodi clandestini mettono assieme 11 pezzi per un lp: Hard Rock From The Middle East. Piuttosto chiaro, no?
Roba da fare andare di traverso fior di biscottini al mitico George W. Bush. Ma ve lo immaginate l’americano medio a comperare un lp con in copertina un truce volto scuro avvolto in un turbante candido con tanto di deshdasheh a righe alla Ahmad al-Shuqayri?
Inacquistabile!
Quei pochi che lo acquistarono saranno forse rimasti interdetti. O forse no, tanto all’epoca qualunque orientaleggiamento di maniera era fin troppo ben accetto. Pappalardi, ahimè, riduce la carica arabica del gruppo ad un sound indecisissimo tra bordoni psichedelici e pruriti garage, tra unplugged folk da menestrelli della Grande Depressione, canzonette da juke-box, ed abbozzati tentativi di world music che più imperialista non si può.
Neocolonialismo rock, ma dagli Amerikani ci si poteva aspettare qualcosa di meglio? Electric Prunes del Sahara.
Per fortuna la totale follia di testi cantati in arabo, turco, greco e ovunque incomprensibili pur quando in inglese rende divertente tutto quanto il disco. Con l’aggiunta di un paio di pezzi di bello spessore e trance assicurata: Wala Dai, BesahaSelim Alai  in particolare.
Ma la ciliegina sulla torta fu che nel giorno esatto in cui il disco comparve nei negozi, il conflitto israelo-palestinese deragliò nella Guerra dei 6 giorni. Era il giugno 1967.
Chi si sarebbe azzardato, per le strade di New York, a girare con sottobraccio un lp 30x30 dominato da un sinistro simil-kamikaze e la parola “diavolo” a caratteri cubitali nel titolo?
Inacquistabile…
Allora, ma forse anche adesso.

PS: non ne sono assolutamente sicuro… ma metà del ’67 credo ci siano ottime possibilità che questo sia il disco in cui per la prima volta compare esplicitamente l’espressione “Hard Rock”…

domenica 14 ottobre 2012

Vanilla Fudge: il più grande enigma del 1967


Mark Stein, Tim Bogert, Vince Martell  e Carmine Appice formarono i Vanilla Fudge sulle ceneri degli Electric Pigeons nel 1967 in quel di Long Island. Rimasero assieme per tre anni e cinque album.
Ancora oggi i Vanilla Fudge sono uno di quei gruppi, pochi per la verità, di cui si può coerentemente sostenere tutto e il contrario di tutto.

***

L’articolo che segue è piuttosto lungo ma ho deciso di postarlo comunque tutto insieme. Ne ho fatto però una versione in PDF, credo più facilmente fruibile, scaricabile dal link seguente:

A coloro che decideranno di avventurarsi nel testo: buona lettura!

***

sabato 2 giugno 2012

Musica per Immagini - Capolavori in cerca d’Autore - Pt. 1

Capolavori in cerca d’Autore


Benvenuti nella stanza più ampia e variegata del Museo Virtuale di Rock Design: un atelier creativo aperto, che non viaggia su binari cronologici o monografici obbligati, ma bensì procede per libere ed immediate associazioni psichiche, cromatiche, geometriche che agiscono come un meccanismo istantaneo di azione-reazione, stabilendo collegamenti ipertestuali tra geografie disparate, figurazioni differenti, generi lontani di artisti diversi.
Una grande esposizione di oltre 100 opere, disposta in un’ ampia sala eptagonale su sette pareti, organizzata in sette percorsi distinti, ma tenuta assieme da un solo criterio: la qualità dell’opera esposta.

I Parete: Ridondanze cromatiche
II Parete: Capisaldi sulla scala del Grigio
III Parete : La Forma e la Figura
IV Parete: Paesaggi di muta contemplazione musicale
V Parete: Un Fantasy per tutti
VI Parete: Copertine ad olio
VII Parete: Tutti gli spettri del visibile

Prendetevi tutto il tempo di osservare i particolari, di cogliere le analogie o le differenze, di lasciarvi trasportare nell’osservare la musica.
Buona visione!

mercoledì 18 aprile 2012

Randy Holden – Un pioniere oltre il muro del Suono - Pt.1



Questa è la storia, breve, di uno dei grandi esploratori delle frontiere sonore che si estendono oltre il Volume, oltre la Distorsione, oltre il Feedback. La storia di una chitarra in grado di piegare le onde elettromagnetiche attorno sé. Una storia interrotta e poco conosciuta. La storia del primo guitar-hero anarchico del Rock, che in un desolato teatro di periferia inventò il Doom e forse tutto quanto il Metal. Randy Holden.

sabato 14 aprile 2012

The 10 Best & Lost Guitar Solos From ‘60s


Una nuova infornata di classici scomparsi, frutto di agguerrittissima schiera di riservisti rock che compongono una seconda linea che nulla ha da invidiare ai Soliti Noti; Clapton, Hendrix, Garcia ed Harrison lascino spazio alle “riserve” dunque!

domenica 19 febbraio 2012

Don Van Vliet - Art Gallery


L’opera di Van Vliet è un’ode al deserto, all’antropomorfismo di animali e oggetti; forse un atto di accusa alla Società degli Uomini, con cui l’artista ha sempre incontrato insormontabili difficoltà di comunicazione. Perfetta sintonia esiste invece tra i quadri e i testi di molte canzoni, sempre caratterizzati da precise aggettivazioni riguardanti colori, forme e movimenti.



Don Van Vliet
Ghost Red Wire (1967)
Olio su masonite
61 x 61 cm

venerdì 4 novembre 2011

Rick Griffin - Fillmore Art Gallery

Il rosso, il nero e lo scarabeo spaziale alla conquista di ‘Frisco
Da: Musica per immagini, Immagini per la musica





Rick  Griffin – Poster – 1967
Arabesco dell’Alahambra


The Cult – Electric (1987)
Copertina (fronte)
Rick Griffin – logo
Arabesco dell’Alahambra

Il lettering di Griffin si ispira a volte a  tratti arabeggianti ed orientali, fino a comporre delle vere figure e strutture architettoniche con le lettere.




Rick Griffin – Poster - Data: 07-09/02/1969

Il Flying Eyeball di Griffin è figlio di numerose e forse inconsapevoli suggestioni.

mercoledì 31 agosto 2011

LIVE DESK - Cream - Detroit 1967

Cream
October 15th, 1967

Live at ‘Grande Ballroom’
Detroit, Michigan
CRM101/102

Cream played 2 shows each of the three nights.
Unsubstantiated rumors attribute this recording to Jimmy McCarty, guitarist for the Detroit Wheels, Cactus and the Rockets. McCarty is said to have negotiated permission to record by offering Ginger Baker some "pharmaceuticals" in a little plastic bag ..






Full Album mp3:

lunedì 25 luglio 2011

Songs to (re)discover: Rock Jam

Tempo di jam; anzi: la nascita della rock-jam. Tra la metà del 1966 e l’inizio del ’67, alcuni gruppi studiarono come riempire tutto quanto il lato di un LP (solitamente il B) con un flusso continuo di musica. A partire dalle canzoni estese che il jazz (e il blues, in misura minore) aveva già sperimentato da anni, gli Stones costruirono la maratona di Goin’ Home (Aftermath, 4/1966): un semplice ritmo blues dilatato fino a 15’. Direttamente influenzato da questo pezzo, Arthur Lee, leader dei Love, mise insieme  Revelation (2/1967): una sorta di semi-collage ragionato (e per nulla “sovversivo” come accadeva per Zappa o i Fugs) di rock, pop, musica barocca e addirittura accenti free jazz. In un curioso intreccio di vicendevoli ispirazioni gli Stones guarderanno poi a “She Comes in Colors” nell’incidere “She’s Like a Rainbow”
Nel mezzo di queste due lunghe canzoni sta forse la più compiuta del lotto, a firma Butterfiled Blues Band: East-West (12/1966) in cui l’epica chitarra di Bloomfiled colora con ovvie scale orientali un pezzo corale che arriva a toccare i 13; mai noiosa o fuori tema, questa è la canzone che stabilirà il canone per le jam psichedeliche della Baia.


Time to jam, or rather: the birth of jam rock. Between mid 1966 and early '67, some groups studied how to fill whole the side of an LP (usually B-side) with a continuous flow of music. Starting from the extended songs that jazz (and blues, secondly) had experienced for years, the Stones built a marathon with Going Home (Aftermath, 4/1966): a simple blues shuffle dilated up to 11'. Directly influenced by this piece, Arthur Lee’s Love put together, in early 1967, Revelation: a sort of semi-rational collage (and not at all "subversive"  as it was for Zappa or Fugs) of rock, pop, baroque music accents and even free jazz.
In the middle of these two there is perhaps the most accomplished of the lot, signed by Butterfiled Blues Band: East-West (12/1966) where the Bloomfiled‘s epic guitar colors with obvious oriental scales a choral piece that touches the 13’; never boring or out of focus, this is the song that will establish the rule for the psychedelic jams of the Bay.


     

domenica 12 giugno 2011

The Rolling Stones - Between the Buttons


Nell’Anno Fatidico dei trips e dei fiori, dopo avere dipinto tutto di Nero, gli Stones si concedono a colori e armonia di raffinato psyco-pop seguendo un doppio binario: Beatles (Ruby Tuesday) - Dylan (She Smiled Sweetly) che li condurrà in territori supremi in quanto Jones e soci non rinunceranno mai all’attacco puramente Rock e alle pose decadenti da drogati irrimediabilmente cool. In un album, in tutta una stagione di transizione, Who's Been Sleeping Here? è la gemma nascosta; e se Dylan contava sulle trovate armoniche di Al Kooper (I Want You per esempio), l’Eccelso Vagabondo Nicky Hopkins comincia qui l’avventura con gli Stones con una delle sue inconfondibili epiche discendenti da carillon.
In the “Annus Mirabilis” of trips & flowers, after painting all black, the Stones yield to colors and harmonies of refined psycho-pop, following a two-lane blacktop: Beatles (Ruby Tuesday) – Dylan (She Smiled Sweetly), that will drive them into highest territories, since Jones & Co. never will give up the rock attack and the decadent poses as cool addicts.In a record, in all a season of the witches of transition, “Who's Been Sleeping Here?” is the hidden gem; and, if Dylan could count on Al Kooper’s harmonic inventions (I Want You, for example), the Sublime Vagrant Nicky Hopkins starts here the adventure with the Stones, thanks to one of his unmistakable carillon-like descending epic.

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