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venerdì 14 agosto 2015

Sun Ra – Appunti per una discografia (parte 2) – Ra su Spotify


In attesa che accada la stessa cosa per altri bulimici estremisti della registrazione come Haino, Jim O'Rourke o K.K. Null - personaggi dalle discografie non facilmente circoscrivibili - Spotify regala numerose soddisfazioni con il beneamato Herman Poole Blount in arte Sun Ra. Occorre ringraziare la Enterplanetary Koncepts, etichetta che sta pubblicando parte del catalogo di Ra in versione digitale rimasterizzata (http://soundcolourvibration.com/2014/05/20/sun-ra-remasters).
Thanks!
Di seguito una prima ricognizione minimamente ragionata di ascolti liberi, tra riconosciuti capisaldi ed oscure uscite tutte da indagare, in ordine meravigliosamente casuale.

***


martedì 14 ottobre 2014

QuebecRockSampler - Bozza per un'introduzione


Questo lavoro non è nemmeno cominciato.
E tantomeno verrà concluso.
Nessun lavoro è mai realmente concluso, quando si tratta di riesumare vecchi dischi rock.
In parte perché tuttora, ogni giorno, ne emergono di nuovi; sul web, sui social, in negozi virtuali e non, ripescati da archivi discografici sotterrati, da paesi equatoriali e in apparenza improbabili, se non dai meandri dello sterminato mercato nord americano.
In parte perché è l'epoca stessa dell’ascolto che ne cambia la prospettiva e addirittura la consistenza artistica. Ascoltare gli Highway Robbery nel 1973 poteva essere quasi noioso. Oggi, dopo qualche decennio di pop sintetico e teen idol, in piena epoca di risveglio, apogeo e crollo revivalista, Bad Talk dei Granicus o Persecution dei Third Power (tanto per citare qualche nome di U.S. Hard Rock Underground) potrebbero addirittura diventare dei classici. La stessa cosa si può dire per i Maneige, o per un capolavoro come Dimension “M”.
A titolo di "introduzione" bastino alcune righe estrapolate da un testo più ampio, che chissà mai se troverà spazio qui sul blog.

***

Julian Cope ha avuto certo il merito di codificare, una volta per tutte, il kraut rock e l’avanguardia giapponese come movimenti unitari, consapevoli, innovativi e non meramente derivati da modelli anglo-americani.
La scena del progressive underground italiano ha trovato e trova tuttora (vedi l'ultima collana in "regalo" con l'Espresso) una propria solidissima strada alla riesumazione e glorificazione. Ed ecco che le tre grandi scuole di prog - o meglio di rock, per non essere troppo restrittivi - “non anglofone”, italiana, tedesca e giapponese, sono ormai sdoganate e riconosciute per il loro reale valore artistico e storico.
Eppure c'è una quarta, solidissima ed originale scuola nazionale, anzi regionale - se non addirittura metropolitana - ancora tutta da scoprire: il “Quebec Prog”.
Fiorito in una nazione, il Canada, che ha dato i natali ad alcuni grandissimi, pur presto emigrati negli USA per farsi un nome, si è in breve tempo arroccato e radicato come pura tipicità locale, senza troppe intromissioni o interferenze coi colossi musicali yankee.
Sorto in una regione francofona, il Quebec appunto, dallo spiccato senso di indipendenza ed appartenenza, un territorio che nei primi anni ‘70 contava appena 6 milioni di abitanti, per la maggior parte residenti nell’area urbana di Montreal, è dal punto di vista geografico un movimento ancora più coeso delle 3 scuole sopra citate e forse più affine ad una Canterbury boreale che ad un movimento di estensione nazionale e forzatamente frammentario. Anzi questo suo essere espressione pura di una minoranza linguistica e culturale ne ha accentuato i caratteri distintivi e l’autoconsapevolezza, creando una breve ma intensa parabola, terminata, come accade di solito, in una fase di stanco manierismo, che caso vuole sia spesso la più celebrata.

Non pretendiamo il completismo, nè certo l’(auto) pubblicazione.
Sarebbe sufficiente segnalare alcuni ascolti veramente interessanti, legati l’un l’altro da un sottile filo rosso geografico, sociale e temporale, oltre che musicale.
Ad altri il giudizio, qui ci accontenteremo della descrizione.

lunedì 22 settembre 2014

Sun Ra – Appunti per una discografia (parte 1)



"Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine".
J. Borges


La produzione del tastierista “jazz” Herman Poole Blount, in arte Sun Ra, è uno dei più colossali, profondi ed imperscrutabili labirinti discografici del '900.
Un' eredità mastodontica che ha scaraventato ispirazione e meraviglia negli angoli più disparati della musica popolare e colta, da MC5 a Hawkwind dal Kraut-rock ad Ornette Coleman, da George Clinton all’Art Ensemble of Chicago, dai Grateful Dead alla musica noise ed industriale.
Pretendere di censire il suo lascito è un po' come cercare di contare le stelle ad occhio nudo, puntando l'indice in alto, in una notte di mezza luna. Il mio indice scorre lungo le pagine redatte da Martin Strong in The Great Rock Discography. Arrivo a contare oltre ottanta uscite discografiche. Su internet i numeri variano (pur sempre oltre il 200…), ma restano comunque qualcosa di difficilmente quantificabile e i conti sembrano non tornare mai, come in un rompicapo orientale. E se agli album ufficiali si sommano i live, i singoli, i bootleg, le ristampe e le compilation, questa galassia musicale diventa realmente non misurabile.
Da metà anni ‘50, ininterrottamente fino ai primi ‘90, la parabola di Sun Ra e della sua Arkestra, ha attraversato le strade dell'avanguardia più sfuggente ed inclassificabile. Un “unicum” spaventoso, una creatura dalle mille teste e dai mille corpi, che finisce per non trovare mai spazio, per uno o per altro motivo, tanto nei cataloghi jazz, quanto in quelli rock o addirittura "classici". Equidistante com'è da ogni facile standardizzazione, l'astronave di Blount ha veleggiato col vento in poppa, quasi di nascosto anche agli iniziati, tanto che viene il dubbio che fosse veramente un vascello alieno in visita alla musica terrestre.

lunedì 7 luglio 2014

Sommersioni di U.S. Prog – Volume 3


Una nuova infornata di nomi, tra cui qualcuno di spicco e di merito. Un viaggio in orbita attorno al pianeta prog, visto da un’angolazione insolita.

lunedì 23 giugno 2014

Sommersioni di U.S. Prog – Volume 2



Cronologicamente, se nella prima metà del decennio 70 il genere era un morboso incesto di stordimenti acidi, suggestioni anglosassoni e fantasiose tendenze folk jazz miscelate all’esigenza di fusion, è nel triennio 1975 – 1978 che il progressive americano arriva al suo apogeo, con qualche anno di latenza rispetto alla controparte inglese. A maturazione, si presenta come un pomp rock sinfonico da arena, ispirato tanto agli Zeppelin quanto, soprattutto agli Yes, in effetti tra i pochissimi gruppi inglesi di reale prog ad avere più successo in America che in patria. Per quanto riguarda il pubblico americano, esso resterà sempre piuttosto freddo con quanto prodotto dai compatrioti epigoni del flash rock di Howe e Wakeman. Ben diversamente andrà invece alla fine del decennio, quanto, scesi a più miti e radiofonici consigli, i rocker “romantici” americani escogiteranno una forma di AOR orchestrato che farà la fortuna di Asia, Boston e compagnia bella.
Del periodo zenitale dello U.S. Prog restano testimonianze luminose, dagli Starcastle ai Cathedral, dagli Happy the Man agli Ethos. Gruppi ed album oggi in buona parte sommersi, che faticano ancora a trovare la strada del digitale, rimanendo confinati in pregiatissimi vinili dal valore eterogeneo ma dal fascino notevole.

giovedì 19 giugno 2014

Sommersioni di U.S. Prog – Volume 1


Il prog sommerso statunitense è un curioso ponte incerto ed ondeggiante, gettato dagli ultimi spasimi acidi alle grandeur AOR, passando per mille tentazioni hard, folk, jazz. Più caotico e disorganizzato della controparte britannica, vanta però una carica, perfino una violenza, tutta americana e mascolina ignota alle prelibatezze europee. Non mancano i barocchismi esasperati, gli stucchi rococò, le inutili sperimentazioni e le pietose auto indulgenze, ma c’è sempre qualcosa di divertente e piacevole, pur nelle suite più esasperanti.

Un viaggio coloratissimo, da oceano ad oceano, lungo le solite traiettorie (da New York a Detroit, passando per l’Ohio) con l’apparente defezione della California e un buon contributo dalle province più remote.

giovedì 23 gennaio 2014

21 dischi per Capitan Vinile


Poi dice che l'acquisto in internet è facile, conveniente e si risparmia tempo...
Forse per una scopa elettrica è così. Ma avete mai provato a scartabellare tra pagine di risultati con centinaia di dischi impilati uno sull'altro, illustrati con micro-immagini che paiono francobolli!?
Mica è facile!

mercoledì 15 gennaio 2014

Un anno e mezzo di Heavy Rock in 36 micro-recensioni



Come passa il tempo…
Sono già 36 gli album passati sotto la lente d’ingrandimento di US Hard Rock Underground. Numero assai diluito nei biblici tempi di redazione di questa, chiamiamola “rubrica”.
Ebbene, tanto per riprendere un po’ il filo e dare – io stesso – uno sguardo d’assieme a questi sciamannati licantropi hardrockettari, ecco tutti i 36 dischi micro recensiti in un paio di righe.
Vedendo ora il risultato, penso che avrei potuto fare così dall’inizio…
Quindi, servitevi pure! E quando trovate il vostro favorito, tenete bene il calcio del fucile appoggiato alla spalla, un bel respiro, mano sinistra salda. E BUUUM!
Portatevi via il cadavere però. Non voglio sangue di zombie in giro per il blog.

mercoledì 18 dicembre 2013

La discografia del divano


Nel mio lungo periodo di torpore e umor nero autunnale, non ho rinunciato all’ascolto.
Ma era più autolesionismo che desiderio di scoprire.
Ripensando a quel periodo, da cui non mi sento certo al sicuro, ho affidato alla rivista online “The Circle review” qualche considerazione su quei giorni. Mi spaventava riportarli, nudi e crudi, sul blog.
L’articolo completo è disponibile qui:



mercoledì 13 novembre 2013

Danny just wasn't happy


Strana cosa la felicità.
Diresti che i soldi non possono comprarla, che alla fine si trova nelle piccole cose. Ma il mondo è sempre più banale e spietato di quanto ci piaccia credere.
No satisfaction uguale no happiness. E i soldi la soddisfazione te la comprano eccome. Che sia reale, fittizia, chimica o in carne ed ossa.
Forse è vero che “Danny, semplicemente, non era felice”. Altrimenti perché tutto quel valium, quell’alcol. L’eroina. Era il 18 novembre del 1972. Lui aveva 29 anni e in pochi sapevano realmente chi fosse quando qualche giornale riportò la notizia tra le “brevi” nelle pagine interne.
Danny Whitten era un rocker. Quello con i capelli chiari, gli occhi dolci, i folti baffi da cowboy della controcultura. Cresciuto a Columbus, in Georgia, si ritrovò presto in quel di L.A. con qualche embrione musicale per le mani… Con quei suoi amici freak, Billy Talbot e un oriundo portoricano, Ralph Molina, formò un gruppetto di doo-wop: Danny And The Memories. Ma a metà anni ’60 quello non era certo nome dal grande appeal, in più tutta la gente più cool era in viaggio su Maggioloni colorati verso San Francisco. Lì Danny e i suoi amici ebbero vita facile nel riconvertirsi a band dalle ondeggianti movenze psichedeliche. Imbarcati i fratelli Whitsel alle chitarre e il fiddle di Bobby Notkoff, ecco i Rockets, una sestetto tremendamente affiatato, anche se dal sound bastardo, schizofrenico, non sempre in linea con i comandamenti dell’epoca. Eppure andavano forte, tanto che fu Barry Goldberg a produrli per una piccola label indipendente, la White Whale Records.
Succede così che l’album omonimo di esordio diventa un piccolo classico, seppur ignoto, di un genere “indie” veramente ante-litteram. Indipendente, alternativo pure in quell’epoca. Sul gonfio basso di Talbot e il sicuro e robusto mestiere di Molina, Danny compone, canta, schitarra senza freni, accompagnato da violini folk e chitarre semiacustiche, con ritornelli orecchiabili da cantare attorno al fuoco mentre i cavalli si riposano. Avrebbero potuto essere una versione modernista degli Hot Tuna, ma anche una deriva folk del power-pop per antonomasia, quello dei Big Star. E l’avrebbero fatto per primi.

lunedì 8 aprile 2013

Le avventure di un Rocker nella jungla


Questa è una di quelle storie che non si possono non raccontare.
Che trovi quasi per caso, scritte in carattere minuscolo sul booklet di qualche CD usato, comprato anch’esso per caso,  ad occhi chiusi.
Che presto potrebbero scomparire, non trovando più posto nei supporti unicamente digitali, e che vanno quindi preservate, custodite come l'ultima sottospecie di camaleonte in estinzione.
L' avventura di un rocker nella jungla.
Testimonianza di un epoca e di uno spirito pioneristico, curioso, un po' incosciente ma sincero.
Il nostro protagonista fu a suo modo un romantico, uno degli ultimi. Oppure il primo di quelli cosiddetti new.

lunedì 25 marzo 2013

JPT Scare Band – Il Nulla al di fuori del Suono


Dai primi anni ‘70, da periferie anonime di Kansas City.
Sempre assieme. Sempre a suonare in quello stesso scantinato orrendo.
Chiusi dentro come in un Conclave per Santità Rock, con stormi di falene attorno e Buffalo Bill nascosto al buio, col coltello in mano.
Gloriosamente ignoti a tutti; addirittura inediti (I-N-E-D-I-T-I, 0 dischi, 0 singoli) fino alla metà degli anni '90, Paul Grigsby (bassista), Jeff LIttrell (battersita) e Terry Swope (chitarrista) sono i Supremi Invisibili.
Ben più di Zerfas o Granicus. Una band inesistente, oltre perfino al cavaliere di Calvino.
Dimenticate Helios Creed e Randy Holden. Dimenticate anche Keiji Haino, gli Sleep e gli Earth del secondo album. Scordatevi il Neil Young di Dead Man.
E’ esistita, ebbene si, la JPT Sare Band.
A questi non fregava un cazzo di fare canzoni. A loro interessava solo suonare.
I loro brani sono semplicemente continui, reiterati, insistenti, logorroici, dementi assoli. All’unisono. Basso, batteria, chitarra. Niente strofe, bridge, chorus. Una totale dedizione al free-form, spinta tanto da fare invidia a un Braxton o ad un Roscoe Mitchell.
Immaginate un 45 giri dei Cream riprodotto con la levetta del giradischi sul 33: gonfiato, esteso, deformato, piagato. Cantato con il mellifluo menefreghismo di chi parla ad una folla di sordi rinchiusa in qualche ospedale psichiatrico progettato dal Terry Gilliam dell’Esercito delle 12 Scimmie. La JPT si materializza proiettata nel tempo, come lo spaesato Bruce Willis che prova a salvare il mondo dall’epidemia. Senza riuscirci.
Il totale di tante parti è quasi un live dei Grand Funk suonato attraverso gli Sleep di Holy Mountain che succhiano avidi quella stecca di Quaalude rimasta nella tasca dello zaino per oltre vent’anni. Il  Mirror Man di Beefheart ricalcato da un Hendrix più strafatto di baccano di quello che suonò a Woodstock.
Gli unici termini di paragone plausibili sono sauropodi come Amboss degli Ash Ra Tempel e sopratutto Population II del “Vate” Randy Holden, ma del tutto privi del vagabondare cosmico e dell'aura mistica da guru capriccioso in favore di un ghigno e una siringa da teppisti da marciapiede. E con un basso elettrico che sembra veramente percosso da un gigantesco Hartmut Enke del profondo sud, un Titano Mancino dell'onda profonda che prende a prestito i giri più intontiti del Jack Casady di Saturday Afternoon per farne un bordone che al tempo stesso è enorme di suono e trascinante di ritmo: King Rat ne è il testamento assoluto. Un Death Metal degli abissi deformato da fumo afgano e LSD a litri, gettato impunemente nell’acquedotto dell’ultimo paese della frontiera.
La batteria di Littrell si ritaglia con la forza un autopsia di stonature in sottofondo; potrebbe stare in un’altra inquadratura, su un altro set, dalla parte opposta del globo, per come divaga senza guinzaglio, per come sbatte a destra e sinistra come una cassa da morto che cade dalla tromba delle scale del World Trade Center.
Su tanta ritmica potrebbe parere facile per Terry Swope  dispiegare una foga punk unita ad una perseveranza acida dal volume ignoto e da un feeling blues di ispirazione, assolutamente metal d'atteggiamento; che mai si nega il gusto del clichè ultra-macho, ma sempre talmente verboso da sommergere ogni noia con valanghe tidali di feedback esasperanti.
Brani di un quarto d'ora che passano rapidi e godevoli come una scopata sul retro di una Camaro; salvo poi risvegliarti in uno sconosciuto motel dalla parte opposta dello stato, mentre una grossa cimice trotterella allegra sulla tua pancia.
Wha-wha declinati in ogni forma, senza badare all'opportunità, al tempo e senza alcun freno inibitore. La James Gang di Funk #48 rinchiusa in una campana di bronzo che affonda nell’abisso, mentre i reduci dell’ Estate dell’Amore sono sbandati accattoni che mendicano una dose all’ingresso del vecchio Fillmore. Ma la porta è sprangata da anni. Non c’è salvezza per i reclusi nelle comuni rurali, per i Guru dell’amore libero, per i teorici yippie; Billy e Capitan America se ne sono andati da un pezzo col loro carico di “roba”.
Tracce di Black Sabbath che si prostituiscono all’acido e rinnegano ogni Dio, soprattutto quello più cattivo, anziano, con la barba bianca e un figlio pieno di problemi. Una selva di corde metalliche come violino e Gibson degli High Tide intrecciati assieme in un unico mefistofelico strumento, che nutre una jungla attraverso la quale si procede solo con un machete che urli di languori funky e stupefacenti forse ignoti perfino ai più estremi Funkadelic e al volante Reaper degli Guess Who.
E Jerrys' Blues dovrebbe essere una specie di slow bianchiccio da west side Chicago? O solo l'ultimo bootleg di qualche ramingo viso pallido perso in Maxwell Street? Veramente questi vogliono farci credere di sapere cosa sia il blues? Con quei minuti finali in cui il brano degenera in un altoforno di NWOBHM industriale?
Lo hanno ascoltato qualche volta, il blues, per radio, quando Clapton, Bruce e Baker stavano ancora sullo stesso palco. Quasi dieci anni dopo, sono ancora lì, sulla stessa stazione. Fantastico.
Ma quando attacca un insulto musicale come Rape Of Titan's Sirens lo stordimento è servito. Quando arriverete alla metà di Acid Acetate Excursion sarete irrimediabilmente persi in un dedalo privo di uscita, forse senza Minotauro, sicuramente senza il filo. Sono gli echi della Fender dell’ultimissimo Hendrix, quello più nero, quello intransigente; lo zingaro dell’iper-funky. Sono gli echi di uno strumento sotterrato come il tomahawk di un capo indiano di cui il Ku Klux Klan ha cancellato memoria e onore. Non c’è melodia, non c’è nessuna idea musicale. Ma non c’è neanche il puro rumorismo di Metal Machine Music o di certi Fushitsusha. Non c’è la meditazione trascendente di Earth 2.
C’è l’espansione totale degli spunti più anarchici di un Kaukonen bastardo, mischiato a qualche kraut-rocker atterrato bruscamente sulle esigenze progressive dei Blues Creation o della Flower Travellin' Band. Questo, ed un lercio pub di periferia in cui esibirsi due sere su tre, con le stesse quattro puttane che ti ascoltano prima di iniziare il turno. Per terra chiazze di birra, sangue e sperma.
E non cercate un senso dentro Time To Cry o Sleeping Sickness. Perché non c’è. Spirali che lasciano quel retrogusto di chimica marcescenza alle spalle; come nel sogno di una Detroit decadente e senza salvezza, in cui la lotta per i Sacrosanti Diritti ha lasciato il posto ad una scena frammentata di Fight Club clandestini in cui yuppies precoci sfogano il testosterone senza causa né ideologia.
Quando il brano più corto nel mezzo di un catalogo che di rado si abbassa sotto i 10 minuti, sono i 90 secondi di It's Too Late - follia backwords, incomprensibile, inutile, nichilista, falsamente psichedelica - allora è chiaro.
Il suono è il messaggio.
Chi se ne frega dei contenuti.

We travelled to the edge of the Cosmic Universe and returned semi-intact
Jeff Litrell

sabato 29 settembre 2012

Riff for the Mass - US Hard Rock Compilation #1



Due giorni con lo sguardo fisso sulla strada e le mani sul volante; il sole è in perenne tramonto come nella notte artica.
Duemila miglia, da Madison a Baltimora e ritorno, in un paese popolato da zombie antropofagi che sbranano ciò che resta degli uomini al suono ininterrotto di jingle pubblicitari di qualche compagnia telefonica. A Columbus c’è quella vecchia Roadhouse all’ Oaks Park. E’ come entrare in un saloon elettrico al neon giallo. Una moneta cade nel jukeboxe.

E’ tempo di fermarsi, e sulla Ghost Highway di U.S. Hard Rock Underground diamo spazio alla prima compilation che ripassa i dieci dischi presentati dall’inizio del viaggio.
Riff for the Mass è un concentrato di energia brutale, una tempesta elettrica erogata via Youtube, da ascoltare a volume alto, molto alto!

Keep on Rockin’!!

venerdì 10 agosto 2012

PAGANESIMI ELETTRICI - Wim Wenders e il Fauno - Discografia e Playlist


DISCOGRAFIA CITATA NEGLI ARTICOLI

Bob Dylan - The Freewheelin' Bob Dylan (1963)
Hawkwind - Hawkwind (1970)
Amon Düül - Psychedelic Underground (1969)
Quicksilver Messenger Service - Happy Trails (1969)
MC5 - Kick Out The Jams (1969)
Grand Funk Railroad - Grand Funk (1969)
Yes - Close to the Edge  (1972)
Pink Floyd - The Dark Side Of The Moon (1973)
Carl Maria von Weber - Il franco cacciatore (1821)
The Velvet Underground - White Light/White Heat (1968)
Jefferson Airplane - Surrealistic Pillow (1967)
Jefferson Airplane - After Bathing At Baxter's (1967)
Cream - Wheels Of Fire (1968)
The Paul Butterfield Blues Band - East West (1966)
Doors - Strange Days (1967)
Iron Butterfly - In-A-Gadda-Da-Vida (1968)
The Kinks - Kinks-Size (1965)

mercoledì 27 giugno 2012

Black Widow e Horse - Discography & Playlist


BLACK WIDOW - DISCOGRAFIA


Lp:
Sacrifice (CBS 63948) 1970
Black Widow (CBS 64133) 1970
Black Widow Three (CBS 64562) 1971

45s:
Come To The Sabbat/Way To Power (CBS 5031) 1970
Wish You Would/Accident (CBS 7596) 1971

HORSE - DISCOGRAFIA

Horse (RCA SF 8109) 1970

martedì 29 maggio 2012

The Misunderstood - Discography and Playlist


DISCOGRAFIA

tratta da: Vernon Joynson - Tapestry of Delights - Comprehensive Guide to British Music of the Beat, R & B, Psychedelic and Progressive Eras, 1963-76 - Borderline Productions, 1995

ALBUMS:

1(A) BEFORE THE DREAM FADED (Cherry Red BRED 32) 1982
2(B) GOLDEN GLASS (Time Stood Still TSS LP 1) 1984


giovedì 26 aprile 2012

Randy Holden - Discography and Playlist


DISCOGRAFIA SELEZIONATA

The Sons Of Adam

Ep
Sons Of Adam (Moxie 1032) 1980

45s
1 Take My Hand/Tomorrow's Gonna Be Another Day (Decca 31887) 1966
2 You're A Better Man Than I/Saturday's Son (Decca 31995) 1966
3 Feathered Fish/Baby Show The World  (Alamo 5473) 1966

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