Tutti
stretti in un angusto juke-joint di marca Fat Possum, mentre qualche stracciato
bluesman si sforza di sembrare Jon Spencer di supporto a R.L. Burnside; e nei
momenti migliori ci riesce quasi.
Il
vecchio mestierante Don Howland, già coi Gibson Brothers e qui all’ennesima
uscita marcata Bassholes, rinforza il legame con vecchie piantagioni di cotone
e si associa ad un batterista di colore fingendosi parte di un duo: in realtà,
nelle tantissime 14 canzoni di Bassholes, gli ospiti fanno la fila fuori dalla
sala d'incisione, ognuno col suo sound vintage in tasca: banjo, dobro,
armonica…
E
allora eccoli i nuovi forzati indie-roots, ordinati in una chain gang con
qualche fronzolo, che suonano come dei Black Keys invecchiati cercando di
copiare i Tarabox Ramblers con la foga di Hound Dog Taylor. Bella la cover
blues-punk di Broke Down Engine, Daughter è una scalcagnata parodia
country alla Stones e la caoticissima jam Caravan
Man sfoggia il rantolo chitarristico più scaltro del lotto. Poi tanto sound
down home, sferragliamenti ferroviari, produzioni anticate ad arte, immagini impolverate e color
seppia neanche fosse una compilation della Excello. C'è addirittura
un'incomprensibile cover di Heaven And
Hell degli Who. Cosa non si trova rovistando in soffitta.
