When the revolution comes
Jesus Christ is gonna be standing on the corner of Lennox Ave and 125th
Street trying to catch the first gypsy cab out of Harlem, when the revolution
comes
Poeti, musicisti, attivisti, rivoluzionari, “MC” senza microfoni, newyorchesi.
Neri. Last Poets.
Abiodun Oyewole, Omar Ben Hassen, Jalal Mansur Nuriddin si incontrano
spesso all’incrocio tra Lennox Avenue e la 125°. Mettono in ritmo, più che in
musica, le loro rime.
Non si parla di sesso, né d’amori finiti o ragazze dei sogni. Si parla
di società, di politica, di razza, razze e razzismi. Di diritti. Lo si fa in un
modo che 20 anni dopo abbiamo chiamato hip-hop. Non ci sono chitarre,
pianoforti, mellotron né sezioni d’archi. C’è il battito delle mani, la
chiamata e risposta tra il solista e il coro.
Per un bianco ascoltare questa musica è sempre spiazzante.
Inevitabilmente; ai limiti dell’imbarazzo.
Chi dice il contrario, mente.
Si potrà obbiettare che per chi ascolta, parla, ha ascoltato, scritto
e trattato di Ornette Coleman, dell’Art Ensemble of Chicago e di tutta quell’
enorme mole di Great Black Music, potrebbe essere facile sparare qualche
sentenza anche in questo caso. Non è così; però certamente anche questa è “Great Black Music” nella pura accezione che
ne dava Joseph Jarman.
Ma resta spiazzante.
Come trovarsi nel mezzo di una scena tipo quella in cui Clint
Eastwood/Henry Callaghan va ad interrogare Albert Popwell/Mustapha in “Cielo di piombo
ispettore Callaghan”:
-You got the wrong number, boy. We don't deal
in violence.-
-What do you deal in?
-Waiting.-
-For what?-
-Waiting for all you honkies...to blow each
other up so we can move on in.-
O come nel pranzo che Al Pacino/Tony D’amato offre a Willie Beamen/Jamie
Foxx in “Ogni maledetta domenica”:
-Maybe it’s not racism, maybe it’s placism, but the black man still gotta
know his place, right, coach?-
