Visualizzazione post con etichetta punk. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta punk. Mostra tutti i post

lunedì 24 agosto 2015

Letters from The End – Nuovi inizi?




Sono convinto che il vecchio, bistrattato, sepolto “rapporto epistolare” abbia in realtà ancora molto da dire pur in questi tempi di comunicazione generalizzata, massificata e superficiale. Il piacere di rivolgersi ad una persona e ad una soltanto; di richiedere ed ottenere la sua attenzione. Di richiedere ed ottenere una risposta.
Negli ultimi giorni ho discusso “attorno alla Fine” con alcuni amici; un tema proposto da un piccolo post e rilanciato da un giro di mail qualche tempo addietro.
Di seguito, un collage di alcune conversazioni; un collage che è saltato fuori in maniera talmente fluente e naturale da stupirmi, quasi non fosse frutto di sei mani e tre teste, ma di un unica creatura (non) pensante.
Per chi non li conoscesse, i miei preziosi interlocutori sono Massi di Detriti di Passaggio ed Ant di AntBlog.
Grazie a loro per primi, e anche a tutti i nostri lettori.

***

ANT: Accade che il "lavoro" arretrato assume dimensioni mastodontiche, senza che io me ne renda conto; le recensioni in stand-by, gli artisti ancora nel limbo e le cartelle "work in progress" si moltiplicano come conigli infoiati. Gli album da ascoltare sono troppi, le cose da scrivere pure, ma poi perché farlo? Ha senso tutto questo? C'è veramente qualcuno dall'altra parte del monitor?

MASSI: Non riesco più a organizzare le idee, anche le più semplici; scrivere – quella “cosa” che un tempo fluiva con tale naturalezza da costringermi a frenare la spontaneità – è diventato una affanno ingrato, un atto di molestia perpetrato ai danni del me stesso che vorrei essere, e che forse non sono.
È questo il sapore della fine? Da quando hai lanciato quest’idea della fine, non penso ad altro. Che suono ha la fine? Ce l’ha, un suono? Mentre scrivo queste righe, nel lettore sta girando “Brothers In Arms”, e la cosa terribile è che sono costretto ad ammettere che mi piace. I Dire Straits. Il genere di gruppo che ho sempre deriso con acida (immatura?) supponenza da becero intellettuale. Sono a un passo da Jovanotti, cioè a un passo dalla fine?


EVIL: Nell'ultimo periodo, correndo come sul ciglio di un burrone, mi sono appoggiato ai Grandi, perchè in certi momenti c'è necessità di buttarsi ad occhi chiusi su chi sai non può tradirti: Rolling Stones, soprattutto. Ma i Dire Straits non mi meravigliano: ultimamente ascolto compulsivamente Eminem, Robbie Williams, Mia Martini... ed altro. Credo sia uno sfogo di rigetto, la necessità di trovare altri ambienti, altri spazi che fino a qualche giorno prima sembravano non esistere neppure.
Aria nuova. Che sia poi già viziata... pazienza.

MASSI: Io non so se questa è la fine, Evil, o una possibile fine. Anche perché siamo abituati a parlare di fine solo al singolare; ma chi ha detto che la fine è una sola, di un solo tipo e genere? Chi ha detto che la fine debba per forza essere totale, assoluta? Potrebbe essere anche lieve, indolore, silenziosa, nascosta; potrebbe arrivare senza squilli di trombe o fragorose catastrofi. Potrebbe non esistere nemmeno, la fine, ovvero potrebbe essere una condizione costante in cui siamo incondizionatamente immersi. Oppure potrebbe essere già arrivata: e noi non ce ne siamo ancora accorti. In questo momento ha il suono di “Brothers In Arms”, fra poco potrebbe avere il suono di “Decades” (sì, negli anni della giovinezza fui uno di quelli che “knocked on the doors of hell’s darker chamber”) e domattina quello “Art Official Age”.

EVIL: La "Fine" ha sempre contorni incerti, sfumati. A guardarla con distacco la fine di un avventura di blogging, di scrittura, di relazione, di comunicazione - chiamiamola come ci pare - è piccola cosa. E facilmente rimediabile. La realtà è che in queste avventure, seppur piccole, mettiamo in gioco tante cose di noi, ci esponiamo, togliamo maschere e armature e siamo totalmente vulnerabili. Condividiamo gli amori e le passioni profonde (per la musica, per l'arte...) e rischiamo costantemente di scottarci. Scottarci con l'insensibilità e l'indifferenza che ci circondano. Ce ne stiamo lì, nudi, fragili, con le parole sulla punta della lingua... e nessuno se ne accorge.

The hatred you project
Does nothing to protect you
You leave yourself so exposed
You want to open up
When someone says
Lighten up
You find all your doors closed
Get yourself a break from self rejection

End Of Silence, di Henry Rollins, è un album che negli ultimi mesi ho messo a memoria. Credo che sia uno dei corpus di testi più spietati, masochisti e reali che sia mai stato scritto.
Ma la mia "fine" ha due colonne opposte ed antitetiche: The End (va da sè...) e We Will Fall degli Stooges. L'una certamente trendy, "hip", magari un po' modaiola ma innegabilmente affascinante e dolorosamente suadente; l'altra tetra, buia, senza scampo. Queste opposte facce di una uguale moneta tengono già su tutto... Il resto nel mio gusto, è speculazione intellettualistica e puro decoro.
Nel commento al post di Ant parlavo di deserto. E' un altro aspetto che mi ossessiona: deserto di fatto, ma deserto di silenzio, deserto di voci e relazioni, deserto delle persone attorno. "Deserto sulla Terra", così entra il tenore nel primo atto del Trovatore. cantando di guerra.
Quella sabbia rossa, calda, arida, secca, piena di crepe di siccità, è il terreno su cui immagino di muovermi. In lontananza, figure tremolanti, ombre, fantasmi o solo miraggi. Miraggi di colore che ci stanno attorno ma che alla fine svaniscono in un commento mancato, in una parola non detta.

ANT: Certo che il “deserto” intorno, il declino di questa nazione e di tutto l’ammasso di pietra e fuoco che abbiamo sotto i piedi, non lasciano intravvedere niente di buono per il futuro.
Mai come adesso la FINE mi è sembrata così vicina.
In questi giorni ho pensato più volte alla colonna sonora che dovrebbe accompagnare il sipario sul mondo (o sui nostri blog) ma poi non ho avuto tempo di metterla nero su bianco.
In questo periodo gli arretrati mi si stanno accumulando a dismisura e non riesco a stare dietro a loro e alle bislacche idee che ogni tanto mi balzano in mente.
Però, devo dire che End of Silence di Rollins non è male in questa veste, come anche la classica The End e gli Stooges ci stanno. Però con Decades (la sa bene Massi) ci vado a nozze. Borthers In Arms perché no, pensandoci bene non è fuori luogo.
Se vi può interessare in questo momento io sto ascoltando Battiato, anche se qui siamo sicuramente fuori tema.
Intanto per la mia colonna sonora per la fine (l’ennesima) parziale del mio blog in questi giorni stavo pensando ai Zoar di In The Bloodlit Dark trattasi di dark ambient pesante e oppressivo. Buio. Ma anche No Fun di Iggy Pop.
Anche se il modo in cui si sta riducendo il pianeta, distrutto e intossicato da violenza, inquinamento, schifezze e ingiustizie di ogni genere mi fa ritenere più adatti i Discharge. O in alternativa qualche band d-beat crust hardcore più recente come gli Halshug o i Nightfall, ma forse è solo l’incazzo dilagante di questi giorni che mi fa optare per questa scelta.


MASSI: Come sarà la fine, Evil?
Ho la sensazione che non lo sapremo mai perché ci nasconderanno anche quella. Forse ce l’hanno già nascosta in mezzo a milioni di nuovi falsi inizi.

EVIL: ...scivolare lentamente e placidamente verso il basso. Goin' Down Slow, diceva quel vecchio blues.
E magari trovare un perverso piacere nel farlo.


***

A margine, una considerazione personalissima (ed una non richiesta “difesa” di questo post).
Credo fermamente che quelli che a prima vista possono sembrare piccoli sfoghi e frustrazioni private, nascondano invece una disillusione ed una mortificazione generalizzate molto più profonde di quanto si possa credere.
Sono sogni infranti, promesse non mantenute, appuntamenti mancati.
Dalla “rete”, che promettendo libertà e democrazia diretta ha invece ottenuto superficialità e populismo gretto.
Dalla Musica, che NON salverà il mondo (per chi non se ne fosse ancora accorto...) e dovrebbe già essere felice di risollevare il morale a qualche (vecchio) ragazzo depresso: un grande merito, a mio avviso, ma sempre trascurato rispetto alla necessità di propagandare il “bello” ed allo sbandierare propositi umanitari superomistici.
Dalla politica e dai contesti “allargati” (economia, religione...), certo va da sé: e chi non se la prende con la politica di questi tempi?
Inoltre ci sono le promesse che abbiamo fatto a noi stessi e che noi non siamo riusciti a mantenere. Piccole cose, certo: lo scrivere un post a settimana; essere recensiti da qualche rivista; ottenere un buon seguito di lettori. Pubblicare un libro, vendere un disco, spuntare un contratto di lavoro.
Piccole cose ma ciò non di meno determinanti per il NOSTRO di morale, che perdonerete, è la cosa ora più importante.

Di nuovo grazie ai miei amici interlocutori; ed ai lettori tutti.

Di seguito una prima, scarna playlist che stiamo costruendo (con l'aiuto di Massi e Ant, si intende)




Killing Joke – Requiem (1980)

Iggy Pop - Funtime (1977)

Slayer - Hell awaits (1985)

Discharge - The End (1982)

St. Louis Jimmy Oden - Going Down Slow (1941)
Uno standard che piaceva ai Free (dirompente Kossof su Tons of Sobs) e ai Led Zeppelin che spesso la inserivano nel medley a chiusura dei concerti.

Rollins Band - Low Self Opinion (1992)
Così si alza il sipario su End Of Silence; morsi hard rock che affondano nella propria carne

Edgar Broughton Band - Evening over Rooftops (1971)
Esistenzialismo in cima ai tetti; una panoramica che starebbe bene sui diari di Palomar; stanchi di tutte le ultime rivoluzioni.

Stooges – We Will Fall (1969)
La pietra tombale sulla stagione dell'amore la mettono Iggy e John Cale con un tetro rituale in penombra.

martedì 6 gennaio 2015

Ripartire da uno scarabocchio



Nei giorni scorsi si sono sentiti, letti, visti tanti proclami, tanti giudizi, tanti consuntivi.
Moniti e auspici. Come sempre.
Lessico forbito, sintassi curata, giacche eleganti.
Il mio auspicio è ripartire da uno scarabocchio.
Veloce, su un foglietto di riciclo, un appunto, una parola, due note, un volto.

Scarabocchi Ubriachi, progetto aperto per la costruzione di un nuovo libro di racconti di Bartolo Federico, è uno dei miei rammarichi dell'anno passato. Ora, sono certo che il progetto non sarà, alla fine, esattamente come lo volevamo, non sarà completo, forse non sarà perfetto, certamente non arriverà in tempo.
No satisfaction; ma chi può mai dirsi realmente soddisfatto, in questo mondo?
So per certo però che questo anno appena iniziato, sarà l'anno degli scarabocchi (ubriachi, possibilmente).
Forse non sono riuscito a dare un volto al volume, ma di certo ho lavorato sui volti.
Ho letto (e riletto) i pezzi di Bart, ne ho isolato i protagonisti; ne ho studiato foto e biografie, ho selezionato le immagini che mi sembravano più adatte e le ho date in pasto al colpo d'occhio di Mr. Hyde (mai visto Cassetti Confusi?) affinchè le scarabocchiasse di colore, appunto.
Un po' punk, un po' Joker, un po' pagliacci metropolitani.
Lavoro pregevole, il suo. Esattamente quello che avevamo in mente per illustrare la prosa guerrigliera di Bart.
Riguardo quelle foto, e cerco di leggere negli sguardi di Patty Smith, di Jeffrey Lee Pierce, di Roy Orbison e di tutti gli altri.
Ci vedo dentro sempre quella punta di insoddisfazione, di precarietà, di dubbio, di rimorso. È ciò che li rende artisti e non marionette del jet set.
No satisfaction.
Mi piace leggerci dentro una cosa: urgenza
Il rock è la musica dell'urgenza.
Del qui, ora, subito.
We want the world and we want it now!
Ricordate, lo diceva anche Morrison, no?
Urgenza di utopia.
Vogliamo il mondo (utopia), lo vogliamo adesso (urgenza).
Nessuna lunga mediazione, nessun compromesso, nessuna verbosa diplomazia, niente patti subdoli. Niente politica, solo la massima posta in gioco.
Urgenza, quindi. Di esprimersi, di comunicare, di suonare, di acchiappare quell'idea, la parola giusta, il pubblico caldo. Di arrivare in sala d'incisione prima degli altri, di registrare quel refrain per primi. Urgenza di fare soldi, di diventare celebri.
Quell'urgenza sta dentro agli Scarabocchi. E anche quel briciolo di utopia, perchè no.
Le due note che diventano un riff, la parola che diventa un titolo, la frase che sarà un inno.
Scarabocchi veloci su foglietti di riciclo.
Rileggo un lungo commento lasciato su G+ da Blakswan, il "Killer" di comeunkillersottoilsole, a corollario di un post di Detriti di Passaggio; ne isolo un frammento: partigiani della bellezza. Bart è un agguerrito partigiano della sua bellezza; una bellezza che a tanti altri può apparire rugginosa, trasandata, popolana, grossolana. Ciò non di meno è vitale, scalcia, tira pugni; ha quell'espressione vissuta di costante, mascherata insoddisfazione. Di chi non ha ancora acciuffato la sua personale utopia.
Questo ci auguriamo che sia del libro di Bart.
Che si porti appresso tutta l'urgenza di parlare, magari senza tanta cura alla sintassi, senza lessici forbiti o giacche blu, ma con la sincerità di dire tutto ciò che va detto.
È questo che ci piace del Rock.
E che ci piace di Bart.



Il messaggio agli "addetti ai lavori", ma non solo, è semplice: siamo qui, siamo vivi; ricominciamo. Disposti ad investire un po' del nostro tempo; ed in futuro forse non solo quello.
Sapendo bene due cose:
1) Che la vita, con tutti i suoi casini, viene comunque prima. Lavoreremo nei suoi interstizi.
2) Non ci sono crocicchi o juke joint; ce la giochiamo in un terreno digitale, virtuale, che non ci piace, e non è il nostro.
Giocheremo in trasferta, allora.

lunedì 21 luglio 2014

Un giornale per terroristi Rock


Ho delegato il “segno punk” ad altri. A Mr. Hyde per la precisione.
Ringraziate lui per l’immagine qui sopra.
L'impaginazione di Scarabocchi si sta muovendo, quasi da sola, verso uno stile da free press: colonne, titolo, occhiello, formattazione minimale. Mi piacerebbe ancora aggiungerci sopra il tratta a mano, lo sfregio, il nero. Vedremo.
In pratica è stampa libera di cronaca nera rock. Da distribuire agli angoli delle strade, come Piazza Grande a Bologna.
E quelle foto all'inizio di ogni capitolo.
Vorrei che fossero delle foto segnaletiche per terroristi rock. Con espressioni di sfida e sfiducia, occhiaie, mezze sigarette. Foto segnaletiche dal paese dell'acido: colorate, improbabili.
Pop.
Come la Marilyn di Andy Warhol.
Ma ora bando alle ciance!
Trovate qualche assaggio del "work in progress" qui sotto:


Nulla di segreto, nulla che Bart non abbia già pubblicato su Dustyroad. E poi è un aggiornamento già vecchio: c’è stato da lavorare sui numeri di pagina, sull’intestazione…
Il vero dubbio riguarda già la stampa: tutti quei complessi font come il “Trashed” o il “CF Anarchy” riusciremo a incorporarli nel PDF? Non credo che sulle comuni piattaforme di self-publishing sarà agevole stamparli correttamente. Anche qui, vedremo…
Rimane il lavorone di redigere una discografia accurata per ogni racconto; qualcosa che stacchi un po' dalle colonne scritte e sia un'agile scorciatoia alla musica.
Se qualcuno ha voglia di impegnarsi in un lavoro non retribuito…

Non preoccupatevi, tanto funziona così anche qui fuori, nella vita reale!

giovedì 26 giugno 2014

Uno sguardo a Scarabocchi Ubriachi


Lista aggiornata dei racconti?
Fatta.
Lista delle canzoni?
Ormai completa
Impaginazione?
Diverse idee sul piatto, probabilmente faremo un layout a più colonne… Per le canzoni siamo già al 90%.
Piattaforma e formato?
Ormai decisi: A4 in quadricromia su “Il Mio Libro”, ci costa una quindicina di euro a volume, si può fare…
C'è un denominatore comune profondamente “Amerikano" nella musica di Bart, in quella che trasudano le sue pagine.
E sarà pure quella ormai “solita” America delle periferie, del profondo, dei blue-collar. Sarà quella, ma vista in maniera personalissima, originale, attraverso l'occhio distante ma affine di chi sta vivendo una congiuntura economica tremenda (tre-men-da, non badate a chi dice il contrario) sia pure dall'altra parte del mondo.
Ci sono i vinti, ci sono i vincitori; ci sono i vivi e i morti. Vincono sempre gli stessi, anche nel rock e nei tormentoni dell'ultima estate. Ma ci sono altri che restano, resistono, si nascondono, discreti, nascosti sul fondo di un bicchiere.

Sarà triste rincasare
per attendere la notte
e poterti ritrovar
al fondo di un bicchiere
nel cielo dei bars

(Fred Buscaglione)

E nonostante l'apparenza non la smettono un attimo di lottare, anche si tratta di gettare sassi contro i carri armati, come cantava Everlast in un bel disco: Love, War and the Ghost of Whitey Ford.

You build your fighter jets, you drop your bombs
You kill our fathers, you kill our moms
Kill our brothers and our sisters, and our uncles and our aunts
Still I'm fighting with the stone that's in my hand

Scarabocchi Ubriachi non è nulla più che uno di quei sassi, e si dovrà tenere conto di questo.
Consentire un'evoluzione coerente a quel dolciastro e rurale fatalismo afroamericano che emergeva evidente in Viaggiatori nella Notte; farne slogan di opposizione, magari anche di lotta, di contestazione. Graffiti sul muro, forse l’unica cosa che mi è chiara dall’inizio.
Mi passo tra le mani alcuni volumetti, incoerenti, eterogenei, da cui trarre qualche ispirazione, fosse anche solo per un colore, un'immagine, un carattere...
Do it! di Jerry Rubin, e i suoi manifesti a collage. Il Sinclair di Guitar Army. Poi Rock Babilonia di Gary Herman, un testo che consiglio a chi ancora non fosse (un po') disincantato; ci sarà ancora qualcuno là fuori?

Con Bart ci sentiamo spesso; non credo gli dispiacerà se dedico questo post ad “un altro orfano” raccolto dal web “nella sua ricerca dei figli perduti”... Vik di Radio Nowhere.
Spero sia in ascolto.  Chissà che Scarabocchi Ubriachi non abbia bisogno anche di lui...

P.S. Nel frattempo Massi di Detriti di Passaggio sta correggendo qualche bozza ed impostando un'introduzione. Mr. Hyde sta rovistando nei suoi Cassetti Confusi alla ricerca di qualche illustrazione.

Chi ce lo farà mai fare?
La musica? Il rock? Bart? La noia, la frustrazione?
La voglia di riscatto?
Barrate la casella giusta.


Evil Monkey

lunedì 28 aprile 2014

Hank Williams il punk


Quando non ci sarò più, la gente dirà: solo un altro ragazzo nelle perdute autostrade.


Hank Williams.
Uno che moriva di overdose dopo una vita di dolori ed eccessi già nel 1953. Aveva 29 anni. Lui si che “die before get old”…

Un precursore.

lunedì 14 aprile 2014

Capitan Vinile, il Capitano Nero ed altri racconti



Rieccovi qui, manipolo di rockettari impenitenti!
Allora, alzi la mano chi di voi ha già il biglietto per lo spettacolo dei Rolling Stones al Circo Massimo.

Uno … due … tre...

Ma come?

NON VI VERGOGNATE!?

Ma non sapete che il concerto potrebbe mettere a serio rischio l'integrità di un importantissimo sito archeologico?!?
Potrebbero esserci dei crolli!!!!
E tutto senza nemmeno dovere attendere che incuria e mancanza di fondi facciano il loro onesto lavoro, come a Pompei!

Chi la sente dopo la Sovrintendenza?

lunedì 7 aprile 2014

Pomeriggi di zapping su Spotify (con un manipolo di psycho-tici)


Una cosa devo dire di Spotify: è egalitario. Non voglio dire democratico - cosa ormai si può dire democratico? - ma egalitario sì. Sintetico, informazioni ridotte all'osso, profili degli artisti tutti uguali, date sbagliate un po' per tutti. La pubblicità interrompe tanto Physical Graffiti quanto My Sleeping Karma.
Puoi almeno provare ad ascoltare alla cieca, senza tanti pregiudizi.
Robespierre lo userebbe, merito o colpa, a voi giudicare.
E allora, qualche spettro incontrato di recente.

venerdì 15 febbraio 2013

The Pink Fairies - What A Bunch Of Sweeties


All’abbandono del visionario Twink, i Pink Fairies si ritrovarono a gestire un classico power-trio di inusitate anarchia e ruvidezza. Senza timori di sorta, si issarono felicemente a portabandiera della sbandata fauna alla periferia di Notting Hill, e, lasciando agli Hawkwind le incombenze intergalattiche, si gettarono a capofitto in What A Bunch Of Sweeties, una collezione di jam rock urbane che risuonano grezze come improvvisazioni di buskers elettrici nella stazione di Portobello. Right On, Fight On è l’inno archeo-punk di turno, Portobello Shuffle la divertente caricatura delle gang della zona. Poi la chitarra di Paul Rudolph si impossessa con la forza di mastodontiche maratone come I Went Up, I Went Down e Walk Don't Run che dilata la leggera visione surf dei Ventures in un’epopea di stordimenti cittadini alla luce dei primi neon dopo il tramonto. E che peccato sprecare il riff di Marylin per l’ennesimo drum solo! Ma del resto damerini come i Led Zeppelin facevano anche di peggio.

venerdì 8 febbraio 2013

The Eighties Matchbox B-Line Disaster ‎– The Royal Society


E allora venite! Venite infaticabili cercatori di alternativo, ragazzini curiosi, ventenni indie e antichi punk. Venite al malefico Luna Park che gli Eighties Matchbox B-Line Disaster hanno costruito su quel vecchio terreno di sepoltura indiano i cui spiriti riemergono nelle notti che piacciono all'Uomo Lupo.
Uno psychobilly nevrotico, dalle pesanti tinte dark, inserito su paure di chitarre distorte e terapie alla Clorpromazina. Un cantante che fa la voce grossa per spaventare i bambini nella notte di Halloween, rimasugli dei Cramps, battiti di Bo Diddley (Rise Of The Eagles), cattiverie fender alla Ward Dotson (The Fool) ed un'estetica di tetra ironia tra la Famiglia Addams e le trascrizioni più truci di Scooby-Doo, che arriva fino a qualche frammento di Joy Division a fumetti,  rumorismi mentali da Killing Joke (I Rejection) e le zanne di plastica dell’ultimo Jon Spencer.
The Royal Society è il loro secondo album: tantissime tracce, tantissime giostre; poche superflue, alcune veri e propri labirinti dell'orrore (Puppy Dog Snails, Drunk On The Blood, Freud's Black Muck), altre giochi di specchi alla neo-mescalina (The Dancing Girls, Temple Music). Il rondò diabolico di I Could Be An Angle vale il prezzo del biglietto.

venerdì 30 novembre 2012

The Flash Express ‎– Introducing The Dynamite Sound Of


Anno 2004. Tre teppisti in abiti mod fanno irruzione nelle torri di cristallo dei nuovi yuppie Nasdaq come Heat Ledger nell’attico di Bruce Wayne.
Baccano metropolitano, funk da depravati bianchi, strade intasate, taxi che usano clacson come mitra, trasporti nel caos; meglio prendere il Flash Express per downtown, con quel titolo che strizza tanto l’occhio al nord-est più rozzo dei Sonics. Ci troverete un ultra-garage irrobustito dal gelido taglio della Telecaster, una versione dei Cream uscita dal CBGB nel 1977, ubriaca di rock pesante e di tutte le false depravazioni losangeliane. C’è pure un blues ipercaratterizzato da fumetto (Feel These Blues) e fortunatamente nessuna zuccherosa ballatona unplugged, solo un lento fine anni ’50 da “Ballo Incanto Sotto al Mare” (Baby I'm Wrong). La California più urbana ha prodotto questo rock così a fior di pelle, tanto elettrico da sembrare quasi robotico, tanto strafottente da parlare di sé in terza persona, tanto scontato che alla fine resta appiccicato addosso come un chewing-gum masticato. E questi tre hanno veramente il “ritmo che uccide”, anche quando strappano una pagina notturna, cerchiata col rossetto, da un finale di James Ellroy (Sneak Around).
Peccato siano scomparsi presto.

Tra parentesi: CD  a 0,01 $ su Amazon… 0,01…

lunedì 3 settembre 2012

Se il CBGB trasloca in Maxwell Street (TVEye)


Per la serie “I Cynics sono esistiti, veramente!” un documento filmato, incontrovertibile, della reale presenza sulle scene di questo Sacro Graal del Rock Alternativissimo in epoche di orrendi latex sgargianti. Dagli immensi e preziosi archivi del Rockpalast, impaginato con rigore realmente teutonico, un bello show del 2007: torrenziale, esagitato, elettrico; l’invasione dell’ultragarage. E peccato che il buon Von Hagen non sia più della partita, perché la sopraffina chitarra di Gregg Kostelich può districarsi senza affanni in qualunque swamp psycho-blues da horror adolescenziale, mentre il tempo ha reso Michael Kastelic una sorta di Guru-ur-Punk da marciapiede, sopravvissuto alle strade affollate di fine ’70, estroverso, ipercinetico, con tanto di cintura e pantalone à la Jim Morrison portati con strafottente e ambigua disinvoltura.
Divertitevi!

domenica 17 giugno 2012

Musica per Immagini - Capolavori in cerca d’Autore - Pt. 3

III Parete: La Forma e la Figura
Da: Musica per immagini, immagini per la musica 



Un insospettabile filo rosso collega il mondo pubblicitario di Madison Avenue alla Pop-Art per antonomasia, quella di Warhol,  all’ espressionismo realista di certo kraut-rock e al contrasto acido e ipersaturo, intriso di autodistruzione, del punk britannico di fine anni ’70; fino al minimalismo elegante eppure usa e getta dei nostri giorni. Un percorso per figure nette, colori puri e concetti sintetici. 

domenica 8 aprile 2012

The New Original Seattle Sound - The Sonics - Pt.4



I 5 di Tacoma, nel 1966, erano all’apice del loro successo e aprivano i concerti di Kinks e Beach Boys quando transitavano nello stato di Washinghton; le radio locali passavano in continuazione le loro hit da The Witch a Psyco; erano pronti per un tentativo di lancio su scala nazionale; ma erano anche totalmente estranei a ogni sommovimento musicale e sociale dell’epoca. Introducing the Sonics, del 1966, primo album per la Jerden, fu il loro tentativo di sfondare sul mercato nazionale. Inevitabile, per una distribuzione più massiva, ripiegare su una produzione maggiormente levigata e su un suono più pulito e morbido. L’influenza maggiore non sono più i Kinks quanto i più seriosi e composti Yardbirds; anche la copertina preferisce alle tonalità scure e monocromatiche, dei bei riflessi verde acido. I 5 musicisti sono perfino ritratti abbigliati in ghingheri con gilet spagnoleggiante. Fu inevitabilmente un errore madornale: vero è che forse il loro sound e il loro atteggiamento non avrebbero mai sfondato nell’americano medio, ma è vero anche che quando si altera e si snatura un meccanismo collaudatissimo e artisticamente impeccabile, si finisce sempre per perdere l’identità propria di una band. L’identità dei Sonics era legata a elementi semplici e generalissimi: volume, minimalismo produttivo, impulsività; tre caratteri in realtà non così facili da riprodurre in studio e fissare su vinile; furono i primi a essere persi. Non che l’album sia mediocre, anzi è perfettamente sintonizzato sulle frequenze del momento: pieno di effetti e di riverberi, anche di lunghe parti strumentali; sorprende in tutto questo la presenza dei vecchi classici The Witch e Psycho, avulsi dal contesto come due reperti neolitici in un Oxygen Bar di Amsterdam: salta agli occhi (e alle orecchie) lo scarto con il vecchio sistema di sottoproduzione, tanto da sembra che le stesse canzoni siano opera di gruppi diversi. Eppure il riff discendete di I’m going home è efficace e la canzone ossessiva e martellate; non sono male neanche You Got Your Head on Backwards e I'm a Man, suonate in puro stile “blues revival” inglese (Stones e Yardbirds su tutti). Certamente manca la hit clamorosa, quella con la possibilità di trascinarsi l’intero album dietro, la Pushin’ too hard (dei Seeds) o la Psychotic Reaction (dei Count Five) di turno, capaci da sole di illuminare LP altrimenti alquanto di routine. Così finisce che le tracce migliori sono le cover delle “vecchie” Bama Lama Bama Loo e Diddy Wah Diddy più congeniali all’approccio scatenato di un tempo.

martedì 27 marzo 2012

The New Original Seattle Sound - The Sonics - Pt.2



Come inventare il punk senza dirlo a nessuno 


Sul versante più strettamente musicale, le caratteristiche del gruppo sono esplicite se si pensa ai “padri spirituali” scelti dalla band: sul lato “ritmico” e stilistico, i vecchi divi del rock n’roll: Berry, Lee Lewis e soprattutto la voce di Little Richards (uno degli eroi di Roslie); i Wailers, e la scena del Nord-Ovest tutta, per quanto riguarda il “sound”, l’atteggiamento e la produzione; poi i Kinks di Ray Davies (per cui i Sonics apriranno qualche concerto), ultima novità del 1964 e insospettabilmente i più scalmanati alfieri della “British Invasion” in USA, autori di alcuni brani che li identificheranno negli anni - loro malgrado? - con un certo tipo di musica “alternativa” (Come On Now e All the day and All the night nonché la celebre You really got me). Da tali nomi risulta evidente come quella dei Sonics sia stata un’avventura puramente musicale, o meglio “sonora”. Mancano del tutto: la contestazione politica, il nichilismo, l’alienazione umana e la provocazione attribuiti al punk inglese del 1977 (ma già in parte negati ai Ramones); sbaglia chi cerca nel gruppo di Tacoma queste caratteristiche, le quali necessitavano di un contesto sociale ben diverso, che covava in Gran Bretagna già dall’inizio dei ’70 e che puntualmente ha trovato eco nella musica (rimossa) dell’underground del periodo (Deviants – Pink Fairies – Third World War). 


mercoledì 21 marzo 2012

The New Original Seattle Sound - The Sonics - Pt.1




Siamo soliti conoscere Seattle come la capitale del Grunge, una delle novità musicali dei primi anni ’90; eppure questa città, e per esteso lo Stato di Washinghton, è sempre stata musicalmente viva e variegata, già a partire dagli anni ’50.


They were really loud, and aggressive, and pretty much ahead of their time
Erano veramente pesantied aggressive, e molto Avanti rispetto al loro tempo
(Mark Lindsey – Paul Revere and the Riders)

We didn’t have any idea of what going on
Non avevamo alcuna idea di cosa stesse succedendo
(Bob Bennett)
I would scream my brains out trying to be as loud and strong as I could
Avrei volute urlare fuori il mio cervello, cercando di essere più forte e rumoroso possibile
(Gerry Roslie)
  
You’re loud and noisy and we get complaints about you guys all the time!
Siete rumorosi e fastidiosi ragazzi, abbiamo reclami continuamente!
(Gestore di motel)

mercoledì 7 marzo 2012

Miami – La voce davanti


In copertina ci sono tre volti appena sfocati che sembrano affogare nel trasparente verdastro delle swamp che presto sarebbero state territorio sintetico per Sonny Crockett e Rico Tubbs.
La strenua lotta contro il soffocamento della vita e del mondo tutt’attorno, porta Jeffrey Lee Pierce a servirsi come feticcio del più Amerikano degli stili: il country. Quello stesso country che anno dopo anno pareva sempre più un vessillo per la destra repubblicana più reazionaria, ma che i Gun Club distorcono e imbastardiscono fino fargli ritrovare un’originale seppur deviata verginità, raccontando parallelamente un Amrica Psycho che frequenta la metropoli con l’alienazione di un vagabondo delle Pianure del sud. Country-contro. Un sound che sostiene l’autore nei suoi insistiti tentativi di “tornare a casa”, nel senso più ampio; tornare agli affetti, al preto davanto alla veranda in cui sedersi a bere una birra con il vicino guardando il football. Ritornare in quel luogo da cui si era partiti urlando e sbattendo forte la porta. L’emozione crescete del tentato ritorno costringe ad alzare il volume, elettrificare e distorcere la vecchia tradizione del campione solitario che torna al focolare dopo avere ucciso i “cattivi indiani”.
Così si spiega per esempio l’autopsia che il gruppo fa di Fire of Love, vecchia hit del 1958 di Jody Reynolds, al tempo ricalcata sulla moda del twang chitarristico di Duane Eddy, che nell’idea di Pierce diventa un mostruoso riff quasi fossero AC/DC in abiti mariachi. E la cover di Run Through the Jungle, il brano più tormentato e sinistro dei campioni del country-rock democratico, i Creedence. Ma anche quella specie di surf da sballo di John Hardy, in cui Dotson si immedesima nell’equivalente hardcore di Dick Dale mentre Jeffrey si sgola nel racconto della vecchia storia del ferroviere del West Virginia, neanche fosse una ballata di The Times They Are A-Changin'.
Ma non è finita: Jeffrey Lee è veramente uno dei pochissimi che può fregiarsi del titolo di Erede di “quel” James Morrison, con il quale condivideva tra l’altro il retaggio di giovane borghese bianco cresciuto nel profondo sud, nonché la non invidiabile abitudine di mortificare la propria esistenza affogando nelle bottiglie vuote di Southern Comfort. Riesumando Jim direttamente dal Pere Lachaise, ne sfigura il crooning baritonale con uno yodel che è più un incubo nel dormiveglia che il virtuosismo del vecchio Jimmie Rodgers o la malinconia sentimentale del contemporaneo Chris Isaak. Ciònonostante Pierce resta un personaggio tanto misconosciuto che pare incredibile sia nientemeno che il reale anello mancante tra il Re Lucertola e il futuro anti-divo Kurt Kobain. La sua voce sta sempre davanti; sbattuta sul proscenio come l’attrazione della serata. Dietro di lei stanno quinte su quinte, strati su strati di chitarre che suonano punk, rock e blues all’unisono, senza soluzione di continuità, procedendo su binari paralleli e sovrapposti, generando un fragore avvolgente dal caldo riverbero antiquato. Come nell’invito sciamanico e lunare di Carry Home, o nell’invocazione femminea di Mother Of Earth (con lo stesso twanging tra Ombre Rosse e El Mariachi) che chiude il disco così come si era aperto: immagini in controluce, tutte con lo stesso sfondo e tutte risucchiate nello stesso vortice, “in the dark”. L’album intero è una fenomenologia, una declinazione continua di un’oscurità (dark) onnipresente, tanto nei paesaggi esteriori, quanto nell’intimo del cantante e di tutti i suoi “doppi” che sfilano nelle 12 canzoni come una processione di flagellanti incappucciati che si puniscono pur senza riconoscere un Dio a cui chiedere l’assoluzione.

mercoledì 29 febbraio 2012

Fugs - L'amplesso sulla bara


Dopo il primo LP, “First Album”, pareva difficile parlare dei Fugs come di un gruppo musicale. Improvvisazione, satira da marciapiede, filosofia metropolitana, body-poetry: ma non musica. Più agevole ascoltare un vecchio 78 giri della Victor Record che “Swinburne Stomp” o “Baby Done Left Me”
Così all’uscita di Virgin Fugs nel 1966 si potrebbe gridare al miracolo: finalmente la scalcagnatissima band di Sanders, Kupfenberg & Weaver ha finalmente cominciato a “suonare”, costruendo canzoni con tanto di struttura armonica e un minimo arrangiamento. Il gruppo nel frattempo ha cambiato radicalmente formazione: all’uscita di Weber e Stampfel, impegnati a tempo pieno con gli “Holy Modal Rounders”, sono subentrati nuovi musicisti tra cui il chitarrista Vinny Leary e il polistrumentista Lee Crabtree, il cui piano elettrico diventa subito il fulcro sonoro del gruppo. E’ cambiata anche l’etichetta: dalla Broadside/Folkways alla mitica ESP di Sun Ra e Albert Ayler. Grazie al produttore Richard Alderson il gruppo potè incidere in un VERO studio, usare VERI strumenti e addirittura un registratore a 4 piste, come i Beatles! …cioè lo standard dell’epoca, ma sempre un bel passo avanti rispetto al garage e ai bonghi di Ken Weaver.

martedì 17 gennaio 2012

Riletture Americane - La Rapidità - parte 3


“Categorie calviniane” applicate alla Popular Music - La Rapidità - Pt. 3



Il tutto avvenne troppo rapidamente perché qualcuno potesse rendersi conto di chi fosse in realtà John Simon Ritchie. Anzi, questa è anche una chiave di lettura di buona parte del movimento punk: le vicende pubbliche e private, la musica, i personaggi, passavano così velocemente che, tanto lo spettatore quanto il critico o il promoter, non riuscirono mai a comprendere a fondo ciò che stava succedendo. Quando qualcuno cominciò a domandarsi se quella fosse vera musica o solo una trovata pubblicitaria da reality-show, il punk stesso era già scomparso e la più pacifica e borghesuccia New Wave, con le sue camicie chiare e le cravatte strette, era accorsa a calmare le acque. In realtà di musica buona ce ne fu parecchia, pur se nascosta sotto un mucchio di propaganda giovanilistica.
Un'altra vicenda umana consumatasi veloce come la luce di un fiammifero fu quella di Darby Crash, morto per overdose a soli 22 anni, il cui gruppo, i Germs, nella sua breve esistenza, fece a tempo ad incidere un solo importante album, GI, nel 1979. Pur lontano dalle charts e ad anni luce dal main-stream, Darby riuscì a trapiantare il germe del più puro  punk anglosassone nell’assolata west-coast: il suo impatto fu deflagrante tanto che a distanza di qualche anno L.A. diventerà patria di una delle più coinvolgenti scene hardcore d’America mentre la California è ancora oggi con Offsprings, Green Day e Blink 182 la sovrana del punk-rock più commerciale.
GI è un collage di pezzi brevissimi e suonati come fossero in una centrifuga: velocità spaventosa, parole che si accavallano l’un l’altra come rigurgitate da uno stomaco insofferente alla vita sociale.

Quando Darby Crash muore a Los Angeles sul pavimento sotto quel cartello, è il 7 dicembre 1980.
Il giorno dopo è l’8 dicembre. A New York, davanti alI’ ingresso del Dakota Building, un tale che si chiama Mark David Chapman ammazza John Lennon sparandogli quattro colpi nella schiena.
Sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo ci finisce quel]’altro, l’ex cantante e chitarrista dei Beatles.
(Carlo Lucarelli – La Faccia Nascosta della Luna)

ShareThis

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...