Riemergono dal vecchio
quadernetto, sempre rimandati al “giorno dopo” nel mio ultimo lungo periodo di
silenzio. E allora tanto vale riscriverle ora, queste due paginette di appunti
su uno dei dischi più idolatrati eppure inesplorati di cui sono in possesso.
31/05/2011 - 01/10/2015
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venerdì 29 novembre 2013
sabato 14 aprile 2012
The 10 Best & Lost Guitar Solos From ‘60s
Una nuova infornata di classici scomparsi, frutto di agguerrittissima
schiera di riservisti rock che compongono una seconda linea che nulla ha da
invidiare ai Soliti Noti; Clapton, Hendrix, Garcia ed Harrison lascino spazio alle “riserve”
dunque!
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domenica 18 marzo 2012
Lorca – La Paura nella vertigine sonora - Lato B
I Had A Talk With My Woman è
una tregua sia dagli scenari di paura di Lorca sia dagli stordimenti di Anonymous
Proposition; un atto di pietà del cantante verso I suoi ascoltatori; è una
canzone, vera, comprensibile, fissata al suolo dal beat delle congas e colorata
come sempre dalla meravigliosa melodia di Underwood, uno dei più grandi tra I
chitarristi misconosciuti dell’epoca. Un frammento di Goodbay Hello, una chitarra acustica che ristabilisce l’armonia e
l’accordo nell’impalcatura del pezzo. Non dura molto.
venerdì 16 marzo 2012
Lorca – La Paura nella Vertigine Sonora - Lato A
The dusk was repeating them persistent whisper all around us, in a
whisper seemed to swell menacingly like the first of rising wind. “The horror! The
horror!'
Tutt'intorno a noi il crepuscolo
le ripeteva in un bisbiglio insistente, in un bisbiglio che mi pareva crescere minaccioso come il
primo bisbiglio del vento che s'alza. “Che orrore. Che orrore!”
martedì 22 novembre 2011
Riletture Americane - La Leggerezza - parte 2
"Categorie
calviniane” applicate alla Popular Music - La Leggerezza - Pt. 2
Non
che l’estrema rarefazione corrisponda forzatamente ad estrema leggerezza; sotto
quest’ottica l’opera omnia dei Sigur Ros potrebbe essere considerata un’ode alla
nostra categoria. Questa è piuttosto la leggerezza della “piuma di Valery”, una
leggerezza che è incerta e in balia di ogni brezza; diversa, per l’autore
francese la leggerezza dell’uccello: “Il
faut être léger comme l'oiseau et non comme la plume”.
Ad
un terzo tipo di qualità, mediana rispetto agli estremi del poeta francese, si dedicò
un illustre antenato di Mark Kozelek, quel Nick Drake che oggi è di moda citare
come fonte d’ispirazione, ma che nel 1974 morì solissimo e ignoto ai più. Già
il titolo dell’esordio, Five Leaves Left, riassume parte della sua poetica
autunnale: la sua è la leggerezza della foglia che cade lieve ma dritta al
suolo alla rottura del picciolo. Un momento in cui anche il peso di qualcosa
ormai morto è troppo gravoso da sostenere: Drake è il cantore di quell’istante.
Se il suo primo album fu illuminante, il terzo e ultimo, Pink Moon, è il
tentativo struggente di non fare precipitare a terra quella foglia. Già dalla
bellissima copertina surrealista, con oggetti improbabili che galleggiano nel
cielo notturno. Ma se la “luna rosa” si può solamente guardare da lontano,
tornano spesso parole come ground o floor: è la fragilità di un’anima che si
allontana sempre più dalle cose del mondo. Distantissimo appare poi Drake nella
voce che incide su disco. Una lievità sepolcrale e notturna; dunque, sia lieve
anche la terra allo sfortunato artista.
Per
riemergere da questo lato oscuro vorrei tornare ad un contesto già accennato
parlando dei Quiciksilver, ovvero la grande stagione della West-Coast. Due
gruppi in particolare hanno saputo cogliere una sfumatura essenziale:
l’eleganza della leggerezza, quel fascino mai ostentato che trae il suo
magnetismo dalla perfezione del prodotto. Spirit e Love furono complessi che
della “grazia” e della classe strumentale fecero i propri cavalli di battaglia.
Il gruppo di Randy California e Joy Ferguson ebbe un inizio di carriera
folgorante con Fresh Garbage e per
esteso tutto il primo album: cinque musicisti diversi ma complementari e
intimamente affini, amalgamati da quel grande batterista che fu Ed Cassidy:
alle sue ritmiche, complesse eppure immediatamente accattivanti, si deve quel
misto di giovane impudenza e di elettricità controllata che pervade Straight Arrow o Girl In Your Eyes . domenica 6 novembre 2011
Riletture Americane - La Leggerezza - parte 1
“Categorie
calviniane” applicate alla Popular Music - La Leggerezza - Pt. 1
La
leggerezza, nel suo significato più esteso e distante dalla definizione che ne
da la fisica meccanica, dovrebbe essere una caratteristica intrinseca e
importante della musica Popolare. Potrebbe addirittura considerarsi una
discriminante rispetto alla musica così detta colta. Tanto quest’ultima è complessa, orchestrata, formalizzata e,
perché no, pesante, tanto il Pop dovrebbe servire a veicolare emozioni di
immediata comprensione e sentimenti di piacevole svago. L’espressione tipicamente
italiana “musica leggera” eleva la qualità a categoria. Ma se questo pur
generico assunto trovava buoni riscontri nel primo decennio di dominio del Rock
n’ Roll, tra il 1950 e il ’60 su per giù, la via percorsa dal Pop e dal Rock
degli anni successivi fu ben diversa. Cercando l’approvazione delle masse, ma ambendo
allo stesso tempo allo status di artisti a tutto tondo, (e non più solo entertainer) cantanti e strumentisti
hanno lavorato per colmare la distanza tra “musica popolare” e “musica colta”,
cercando di uscire dall’adolescenza della forma-canzone e del 45 giri, per
giungere ad una fase più matura costruita attraverso l’album, la poesia, il
live show sempre più perfezionati e complessi. Non è più così scontato oggi applicare
la categoria “leggerezza” al Pop e tantomeno al Rock, che anzi ha trovato nella
scientifica ricerca della durezza prima, del peso poi, una redditizia linea
evolutiva. Non esistono reali opposti ad “Hard Rock”, “Power Pop”, “Hardcore”
e, soprattutto, “Heavy Metal”; se quindi il peso entra così prepotentemente non
solo nelle singole canzoni, ma addirittura nei generi codificati, forse la
leggerezza è oggi una qualità in estinzione. Forse non sarebbe nemmeno sbagliato
leggere parte dell’evoluzione della musica Popolare degli ultimi 50 anni come
un succedersi di addizioni di peso: aggiunte di db al volume, aggiunte di piste
sul mixer, aggiunte di strumenti e sovraincisioni.
Se
dovessi qui indicare un manifesto per la leggerezza in musica sarebbe una
canzone remota e forse poco nota ai più: Buzzin’Fly
di Tim Buckley è la prima che mi salta alle orecchie. In questo pezzo del 1969
tutto congiura a favore della leggerezza: dalla meravigliosa linea melodica
della chitarra di Underwood che sale e scende in barba alla gravità esplorando
tutta l’estensione dello strumento; alla semantica stessa del testo in cui
compaiono sostantivi lievi come honey,
sand, seabird ed espressioni verbali altrettanto chiare come l’iterazione
float away nonché il titolo stesso,
con quell’essere per metà onomatopea e per metà dichiarazione di intenti
musicali. La mancanza di una sezione ritmica lascia che il brano si sviluppi
come un duetto tra chitarra e la voce controllata ed, eccezionalmente, radiosa
di Tim Buckley, cantante abituato a registri ben più mesti. Una leggerezza
ottenuta attraverso la scrittura della musica e la fluidità dell’esecuzione,
oltre che dall’uso delle parole.
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