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venerdì 29 novembre 2013

Vecchi appunti sul Viaggiatore delle stelle



Riemergono dal vecchio quadernetto, sempre rimandati al “giorno dopo” nel mio ultimo lungo periodo di silenzio. E allora tanto vale riscriverle ora, queste due paginette di appunti su uno dei dischi più idolatrati eppure inesplorati di cui sono in possesso.

sabato 14 aprile 2012

The 10 Best & Lost Guitar Solos From ‘60s


Una nuova infornata di classici scomparsi, frutto di agguerrittissima schiera di riservisti rock che compongono una seconda linea che nulla ha da invidiare ai Soliti Noti; Clapton, Hendrix, Garcia ed Harrison lascino spazio alle “riserve” dunque!

domenica 18 marzo 2012

Lorca – La Paura nella vertigine sonora - Lato B


I Had A Talk With My Woman è una tregua sia dagli scenari di paura di Lorca sia dagli stordimenti di Anonymous Proposition; un atto di pietà del cantante verso I suoi ascoltatori; è una canzone, vera, comprensibile, fissata al suolo dal beat delle congas e colorata come sempre dalla meravigliosa melodia di Underwood, uno dei più grandi tra I chitarristi misconosciuti dell’epoca. Un frammento di Goodbay Hello, una chitarra acustica che ristabilisce l’armonia e l’accordo nell’impalcatura del pezzo. Non dura molto.

venerdì 16 marzo 2012

Lorca – La Paura nella Vertigine Sonora - Lato A


The dusk was repeating them  persistent whisper all around us, in a whisper seemed to swell menacingly like the first  of rising wind. “The horror! The horror!' 

Tutt'intorno a noi il crepuscolo le ripeteva in un bisbiglio insistente, in un bisbiglio che mi pareva crescere minaccioso come il primo bisbiglio del vento che s'alza. “Che orrore. Che orrore!”

martedì 22 novembre 2011

Riletture Americane - La Leggerezza - parte 2


"Categorie calviniane” applicate alla Popular Music - La Leggerezza - Pt. 2


Non che l’estrema rarefazione corrisponda forzatamente ad estrema leggerezza; sotto quest’ottica l’opera omnia dei Sigur Ros potrebbe essere considerata un’ode alla nostra categoria. Questa è piuttosto la leggerezza della “piuma di Valery”, una leggerezza che è incerta e in balia di ogni brezza; diversa, per l’autore francese la leggerezza dell’uccello: “Il faut être léger comme l'oiseau et non comme la plume”.
Ad un terzo tipo di qualità, mediana rispetto agli estremi del poeta francese, si dedicò un illustre antenato di Mark Kozelek, quel Nick Drake che oggi è di moda citare come fonte d’ispirazione, ma che nel 1974 morì solissimo e ignoto ai più. Già il titolo dell’esordio, Five Leaves Left, riassume parte della sua poetica autunnale: la sua è la leggerezza della foglia che cade lieve ma dritta al suolo alla rottura del picciolo. Un momento in cui anche il peso di qualcosa ormai morto è troppo gravoso da sostenere: Drake è il cantore di quell’istante. Se il suo primo album fu illuminante, il terzo e ultimo, Pink Moon, è il tentativo struggente di non fare precipitare a terra quella foglia. Già dalla bellissima copertina surrealista, con oggetti improbabili che galleggiano nel cielo notturno. Ma se la “luna rosa” si può solamente guardare da lontano, tornano spesso parole come ground o floor: è la fragilità di un’anima che si allontana sempre più dalle cose del mondo. Distantissimo appare poi Drake nella voce che incide su disco. Una lievità sepolcrale e notturna; dunque, sia lieve anche la terra allo sfortunato artista.
Per riemergere da questo lato oscuro vorrei tornare ad un contesto già accennato parlando dei Quiciksilver, ovvero la grande stagione della West-Coast. Due gruppi in particolare hanno saputo cogliere una sfumatura essenziale: l’eleganza della leggerezza, quel fascino mai ostentato che trae il suo magnetismo dalla perfezione del prodotto. Spirit e Love furono complessi che della “grazia” e della classe strumentale fecero i propri cavalli di battaglia. Il gruppo di Randy California e Joy Ferguson ebbe un inizio di carriera folgorante con Fresh Garbage e per esteso tutto il primo album: cinque musicisti diversi ma complementari e intimamente affini, amalgamati da quel grande batterista che fu Ed Cassidy: alle sue ritmiche, complesse eppure immediatamente accattivanti, si deve quel misto di giovane impudenza e di elettricità controllata che pervade Straight Arrow o Girl In Your Eyes .

domenica 6 novembre 2011

Riletture Americane - La Leggerezza - parte 1


“Categorie calviniane” applicate alla Popular Music - La Leggerezza - Pt. 1


















La leggerezza, nel suo significato più esteso e distante dalla definizione che ne da la fisica meccanica, dovrebbe essere una caratteristica intrinseca e importante della musica Popolare. Potrebbe addirittura considerarsi una discriminante rispetto alla musica così detta colta. Tanto quest’ultima è complessa, orchestrata, formalizzata e, perché no, pesante, tanto il Pop dovrebbe servire a veicolare emozioni di immediata comprensione e sentimenti di piacevole svago. L’espressione tipicamente italiana “musica leggera” eleva la qualità a categoria. Ma se questo pur generico assunto trovava buoni riscontri nel primo decennio di dominio del Rock n’ Roll, tra il 1950 e il ’60 su per giù, la via percorsa dal Pop e dal Rock degli anni successivi fu ben diversa. Cercando l’approvazione delle masse, ma ambendo allo stesso tempo allo status di artisti a tutto tondo, (e non più solo entertainer) cantanti e strumentisti hanno lavorato per colmare la distanza tra “musica popolare” e “musica colta”, cercando di uscire dall’adolescenza della forma-canzone e del 45 giri, per giungere ad una fase più matura costruita attraverso l’album, la poesia, il live show sempre più perfezionati e complessi. Non è più così scontato oggi applicare la categoria “leggerezza” al Pop e tantomeno al Rock, che anzi ha trovato nella scientifica ricerca della durezza prima, del peso poi, una redditizia linea evolutiva. Non esistono reali opposti ad “Hard Rock”, “Power Pop”, “Hardcore” e, soprattutto, “Heavy Metal”; se quindi il peso entra così prepotentemente non solo nelle singole canzoni, ma addirittura nei generi codificati, forse la leggerezza è oggi una qualità in estinzione. Forse non sarebbe nemmeno sbagliato leggere parte dell’evoluzione della musica Popolare degli ultimi 50 anni come un succedersi di addizioni di peso: aggiunte di db al volume, aggiunte di piste sul mixer, aggiunte di strumenti e sovraincisioni.

Se dovessi qui indicare un manifesto per la leggerezza in musica sarebbe una canzone remota e forse poco nota ai più: Buzzin’Fly di Tim Buckley è la prima che mi salta alle orecchie. In questo pezzo del 1969 tutto congiura a favore della leggerezza: dalla meravigliosa linea melodica della chitarra di Underwood che sale e scende in barba alla gravità esplorando tutta l’estensione dello strumento; alla semantica stessa del testo in cui compaiono sostantivi lievi come honey, sand, seabird ed espressioni verbali altrettanto chiare come l’iterazione float away nonché il titolo stesso, con quell’essere per metà onomatopea e per metà dichiarazione di intenti musicali. La mancanza di una sezione ritmica lascia che il brano si sviluppi come un duetto tra chitarra e la voce controllata ed, eccezionalmente, radiosa di Tim Buckley, cantante abituato a registri ben più mesti. Una leggerezza ottenuta attraverso la scrittura della musica e la fluidità dell’esecuzione, oltre che dall’uso delle parole.

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