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lunedì 21 settembre 2015

Mostri in Paradiso (riletture)



Non hai visto in Mostri in Paradiso?”
Spread, default, debito, Tsipras, filo spinato, ISIS, presidenti non eletti.
Sono piombati dal nulla a distruggere le torri del potere. Ricacciandoci indietro nel tempo.
Questi mostri in Paradiso sono una delle immagini più forti e misconosciute emerse dal rock britannico. La copertina elaborata dallo studio Hipgnosis per il debutto dei Quatermass ha acquistato, oggi, un’aura mistica.
Quegli pterosauri plananti tra le torri di vetro sembrano un presagio sinistro del 11/09, quando la preistorica violenza terroristica planò tra i grattacieli di New York, ricacciando i governi nell’oscurantismo medioevale di crociate e jihad.
Ma i Mostri non se ne sono andati dal nostro vecchio e derelitto Paradiso, sbattono ancora le loro ali rettiliane tra l’avorio dei Palazzi.
Tsipras, filo spinato, ISIS, governi in bancarotta. E prima o poi, i sauri volanti si poseranno finalmente a terra.
Mostri in Paradiso.

La canzone “Monster in Paradise” (Gustafson, Gillian, Glover), già nel repertorio live dei Quatermass e risalente al periodo di fine anni '60 quando Gustafson, Glover e Gillian militavano negli Episode Six, comparirà solo nel 1971 nell’album Bulletproof degli Hard Stuff.

La foto originale della copertina di Quatermass fu scattata a Londra, ai palazzi governativi di Victoria St. La duplicazione dell’immagine restituisce una forte illusione ottica, quasi fosse un quadro Op-Art.

18 luglio 2011


sabato 15 settembre 2012

Il Rock più grezzo degli Anni ’70? (TV Eye)


Anno 1977. Mentre gli inglesi impazziscono per creste e spille da balia e in Italia impazzano allucinanti neomelodici, l’America è alle prese con gli ultimi furori di un Hard Rock che ha messo a ferro e fuoco la nazione negli anni precedenti. Così, prima di abbandonarsi alle più educate sofisticazioni dell’AOR e della New Wave, ecco che un piccolo gruppo della costa atlantica, i Ram Jam, pesca il jolly con una micro-cover di un’ antica canzone di Leadbelly, Black Betty, trasformandola nel Rock più tamarro della sua epoca. 4 parole, 2 accordi, una specie di filastrocca insulsa à la Barbara Ann in versione ultra-southern, con capello lungo, baffo pendulo, bandane e Harley plaudenti sullo sfondo; notevole successo. E un video che è un’ode, dotata di una certa sottile ironia, alla più becera estetica redneck da fumetto: manca solo il divano sotto la veranda e cugina Fanny Mae che fa il bagno nella vasca in mezzo al giardino di casa. Cletus Spuckler approverebbe.
Roba da far invidia ai migliori Black Oak Arkansas.
Godetevelo!

martedì 22 maggio 2012

Il Rock e L'estetica del Nero - BlackPlayList

Paint it Black – Il Rock e L’estetica del Nero


Breve compilation “non ragionata” sul tema del Nero. Una menzione speciale per il sofisticato e forse poco noto avant-jazz di Sarah McLachlan e per la Black Moon dei Killing Joke, band “terrificante” anche nei momenti di scarsa ispirazione.


sabato 28 aprile 2012

Song to (re)discover: Cherry Red - Sangue Rosso Ciliegia


Incastonata nel plumbeo intrico di Split (brano di 20 minuti, tutto il lato A dell’album…) Cherry Red riporta la “forma canzone” nella più acuta fase underground dei Groundhogs, anno 1971. Ennesima variazione su standard hendrixiani, il brano del Reverendo McPhee rimbomba come un incubo all’alba di una notte trascorsa tra polluzioni sanguinolente e sudori freddi sul tremolo della Fender; una deformazione più splatter di certi Bloodrock, dove Peter Cruikshank, il bassista dal nome più impronunciabile del Regno, percuote il suo strumento con una clava, sostenendo un riff cavernicolo, saturo, stonato ma irresistibile,  mentre il collega Ken Pustelnik si crede Mitch Mitchell epilettico e McPhee estrapola il falsetto maligno di un goblin affamato per il chorus del pezzo. Una versione grunge dei Cream più rozzi. Alla terza ripartenza, chitarra-basso-batteria è impossibile non ritrovarsi a scuotere testa e piedi in preda ad allucinazioni sonnambule.

sabato 14 aprile 2012

The 10 Best & Lost Guitar Solos From ‘60s


Una nuova infornata di classici scomparsi, frutto di agguerrittissima schiera di riservisti rock che compongono una seconda linea che nulla ha da invidiare ai Soliti Noti; Clapton, Hendrix, Garcia ed Harrison lascino spazio alle “riserve” dunque!

domenica 11 marzo 2012

The 5 Best & Lost Hard-Rock Solos From ‘70s


In un decennio che ha conosciuto Stairway to Heaven, Stargazer, Cortez the Killer, Rock Bottom, Eruption e tanti altri storici pezzi di bravura, una sintetica lista di prelibatezze assai meno conosciute, con il proposito, in futuro, di dare spazio anche agli Artisti che non hanno qui trovato posto.

domenica 4 marzo 2012

Torn and Frayed – All’apogeo della Seconda Decadenza


Massima attenzione; e orecchie aperte. Perché questo potrebbe essere il vero capolavoro nascosto dei Rolling Stones. Qualche anno dopo Between the Buttons e il primo flirt con Bob Dylan, Jagger ritorna dove molto (tutto?) era cominciato: sull’autostrada rivisitata che a suo tempo era un nuovo concetto di Rock d’Autore, nonché scena  del delitto. Morirono Compassione e Tradizione. Mick e Keith ritornano su questa CSI colore dell’asfalto per capire come ci si sente, davvero. Per vedere dove è arrivata quella pietra che rotolava giù, verso il basso. Per seguirla sprofondare, prigionieri di un vortice in cui immergersi con la smorfia beffarda di che si aspettava una pallottola o un’overdose già da molto tempo. Beware doll, you're bound to fall… Dylan aveva capito che essere un Simbolo per una generazione in marcia era faticoso, scarnificante. E soprattutto che non era vero, semplicemente. Nessun simbolo, un solo, MASTODONDICO, errore. Credevano fosse il Messia, era un Giovanni Battista qualunque. Risolse con una paio di capolavori simbolisti e arcani per poi scomparire dalla circolazione per un tempo che allora parve interminabile. Gli Stones cavalcarono la Swinging London, il beat, il blues-revival, la psichedelia, la protesta di strada; vi si gettarono a capofitto come il teenager che si fa la prima pista, lasciandosi consumare fino al midollo, godendo di quella depravazione di cui erano i portabandiera. Se fossero spariti anche loro, travolti da un’onda mistica in Costa Azzurra o magari in un bel suicidio di massa dopo una “Gran Bouffe” di morfina, se fossero scomparsi dopo Exile on Main Street sarebbero stati più grandi di Dylan; più dei Beatles. Ben più di Gesù. E forse lo sono comunque.
Dimostrarono almeno, una volta di più, che in quel tempo, dal Rock non si poteva uscirne vivi. No One Here Gets Out Alive, direbbe Morrison. E se non morti era la malattia, e se non la malattia era la droga. E alla fine, se anche fisicamente integri, erano il gusto, la sincerità e la misura ad uscirne martirizzati dalle metastasi di una vita che era missione. No One Here Gets Out Alive; una volta per tutte ribadirono che Arte e Morale dovrebbero evitarsi nel Mondo Reale; l’arte deforma la natura ed eleva l’artista a divinità creativa: è immorale per definizione. Deve esserlo.

venerdì 24 febbraio 2012

Buffy Sainte-Marie - Hansel e Gretel nel bosco dei Beatnik


Buffy Sainte-Marie, la piccola nativa Cree che scese dal Canada con la chitarra in mano, sembrò una bizzarra proiezione dello spirito più anticonformista del Village di metà anni ’60. Troppo colorata per il rigore acustico di Dave Van Ronk, troppo sopra le righe per la lotta politica continua, troppo “indiana” per diventare manifesto della gioventù democratica che affollava le coffe houses.
Eppure, con un fascino mediano tra la Fata Morgana e l’antica sciamana indigena, Buffy si fece portatrice di uno stile originalissimo e colto come pochi. Un canto estroverso costruito su esagerazioni vocaliche e aperture lunghissime anche sulle consonanti, tenute, sospese, blandite, che rendono il canto espressionista e quasi grottesco, inserito per contrasto su una figura minuta e naif come la sua. Una vocalità unica al tempo che declina in folk gli esperimenti magnetici di Berio e Cathy Berberian, prodromo dei tentativi di estremisti quali Tim Buckley o Demetrio Stratos.

domenica 19 febbraio 2012

Don Van Vliet - Art Gallery


L’opera di Van Vliet è un’ode al deserto, all’antropomorfismo di animali e oggetti; forse un atto di accusa alla Società degli Uomini, con cui l’artista ha sempre incontrato insormontabili difficoltà di comunicazione. Perfetta sintonia esiste invece tra i quadri e i testi di molte canzoni, sempre caratterizzati da precise aggettivazioni riguardanti colori, forme e movimenti.



Don Van Vliet
Ghost Red Wire (1967)
Olio su masonite
61 x 61 cm

lunedì 6 febbraio 2012

Song to (re)discover - Terry Dolan – Inlaws And Outlaws


 

Terry Dolan se n’è andato da poco, era il 15 di Gennaio. Al di fuori dei circuiti revivalistici della Bay Area la notizia non ha avuto grande eco. L’intera carriera di Terry non ebbe mai grande eco. E si che questo piccolo e combattivo cantautore migrato ad ovest dal Connecticut pareva dovesse diventare il Bob Seger di ‘Frisco. Aveva già in mano un contratto con la Warner per un esordio solista - era il 1971 - in cui era schierata la crema della tarda scena californiana. Non se ne fece nulla. Gli rimasero vicini alcuni amici, Greg Douglass, i grandi Nicky Hopkins e John Cipollina, con cui formò una formazione raminga, instabilissima e dalla discografia intricata: Terry and the Pirates, una delle prime band ad allineare sul palco ben 3 chitarre. In periodo  di psichedelia revisionista, suonavano un country-rock con accenti hard & blues mica male. Terry vantava anche il singolare record di avere una hit senza nemmeno avere inciso un singolo in quanto la KASN-FM passava in heavy rotation un pezzo, Inlaws And Outlaws, che esisteva solo come demo…
Proprio questa Inlaws And Outlaws resterà il suo marchio di fabbrica e probabilmente la sua autobiografia migliore; incisa, reincisa, suonata 1000 volte tra il ’70 e la metà degli anni 80, trova la sua versione definitiva e migliore sul bellissimo The Doubtful Handshake, piccolo Lp (ma che sound la Gibson e la Carvin DC-150 di Cipollina!) inciso per un’etichetta tedesca nel 1980, totalmente fuori tempo rispetto alle sue sonorità da grande frontiera dell’età dell’oro del Classic Rock. Ma chi se ne importa del calendario, dopo tutto. Il doppio assolo finale di Douglass e Cipollina che si intrecciano, si annodano, poi si sciolgono di nuovo è Rock con la lettera maiuscola; e pochissimo importa se sembra uscito dal songbook degli Eagles… anche perché il vecchio Terry e i suoi Pirates la suonava già mentre Joe Walsh ancora si divertiva con la James Gang!

lunedì 30 gennaio 2012

Fuoriorario – Redgum, frustrazioni ai confini dell’Impero



Per completare la minuscola antologia dei Redgum, dopo I Was Only 19, altri due brani dalla misconosciuta band di Shumann.
One More Boring Night In Adelaide, aperta da un flauto che potrebbe essere Grace Slik all’alba di una nuova Estate dell’Amore mai sbocciata, è insistente nel refrain, scorbutica e a tratti depressa, pervasa da una foschia sottile di malinconia e rimpianto mai risolti. Forse il miglior brano del gruppo, così sospeso fra speranza e frustrazione, fra folk impegnato e noia post-adolescenziale alla periferia del Regno.
Poor Ned è una ballata irlandese con flauti e fiddle, nella migliore tradizione della canzone di protesta stile 1963. Omaggio a Ned Kelly fuorilegge, ribelle e paladino dei dissidenti dell’Impero Britannico in quel di Victoria (Australia) alla fine del XIX secolo. Catturato dopo una furibonda sparatoria in cui morirono (eroicamente?) i tre compagni del suo mucchio selvaggio, fu impiccato il giorno 11 novembre 1880 all'età di 25 anni. Già protagonista di numerose canzoni, da Johnny Cash a Waylon Jennings, fu portato sul grande schermo addirittura da Mick Jagger prima e da Heath Ledger poi, a testimonianza di quanto ancora sia popolare la figura romantica del fuorilegge gentiluomo.
I Redgum, riesumando un vecchio pezzo del conterraneo Trevor Lucas coi Fairport, ne fanno un brano assolutamente contagioso, spumeggiante ed agrodolce allo stesso tempo, irrobustito da un clamoroso accento Aussie e cantato in prima persona. Se la versione di studio è pulita, ritmata e professionale, quella live è assolutamente irresistibile, con quel cinguettare allegro di flauti celtici che contrasta meravigliosamente con le tragiche vicende del giovane Ned.

venerdì 20 gennaio 2012

1983: il Metal nell’ Era Hyboriana




Know, O prince, that between the years when the oceans drank Atlantis and the gleaming cities, and the years of the rise of the sons of Aryas, there was an Age undreamed of, when shining kingdoms lay spread across the world like blue mantles beneath the stars ... Hither came Conan, the Cimmerian, black-haired, sullen-eyed, sword in hand, a thief, a reaver, a slayer, with gigantic melancholies and gigantic mirth, to tread the jeweled thrones of the Earth under his sandaled feet." –
The Nemedian Chronicles  From: http://hyboria.xoth.net/history/hyborian_age.htm


Ebbene, tra la scomparsa del Punk dalle classifiche e la nascita dei figli di MTV, vi fu un tempo in cui il Metal scoprì le saghe di Robert Ervin Howard, i fumetti della Marvel, i libri D&D e stabilì un nuovo orizzonte culturale per i teenager maschi: il Fantasy.
Correva l’anno 1983 e, per una di quelle fortunate coincidenze che rendono le storie interessanti, due gruppi, nel loro genere, mitici, Dio e Manowar, davano alle stampe due canzoni-manifesto: Holy Diver e Gloves of Metal. Ma, caso ancora più improbabile, entrambi i pezzi furono accompagnati da video fenomenali tanto da fare impallidire qualunque Ed Wood. Primi e insuperati esempi di B-Clip nella storia del Rock e clamorosa testimonianza di un Hero Quest casereccio come neanche lo fu Maciste alla Corte del Gran Khan. E per fortuna che le canzoni sono niente male!
Holy Diver: spadoni di plastica, colonne in polistirolo e demoni porporati: Ronnie procede imperterrito tra alberi spogli e vulcani in eruzione verso il Tempio del Nemico. Erano, dopotutto, gli anni della Storia Infinita e soprattutto di “The Princess Bride” il film che mise una parola definitiva sulla prima generazione del fantasy cinematografico.
Gloves of Metal: Moon Boot ricoperti di pelo sintetico, mazze ferrate come piovesse e ratto delle Sabine con annessa battaglia all’arma bianca in cui Ross the Boss, Joey DeMaio e il grande heldentenor Eric Adams  ce la mettono tutta a fracassare crani e tagliare arti ai nemici. La cover dell’album Into the Glory Ride già la dice lunga…
Due video da godersi con tanto di popcorn e coca-cola. Buona visione!
P.S.: Reagan ringrazia.

domenica 15 gennaio 2012

Redgum - I Was Only 19 (A Walk In The Light Green)



Among the groups that have traveled the wastelands of post-'70s rock totally unrelated to their time, the Redgum are undoubtedly the most out time of all. It was the early eighties when they still were going around with Afghan coat, jeans bell-bottom-style and beards like the Band period Big Pink. Escaped from the Village who roamed the southern plains, around Adelaide, playing acoustic guitars, mandolins, flutes, and fiddle in Celtic sauce. Flutes! Sheer madness ... not that, behind that beard, Schumann was a true songwriter, a little 'outlaw a little' off-course sociology student, able to write one of the most engaging songs about Vietnam: I Was Only 19. And only 10 years late. But perhaps in this  long latency is the beauty of a piece that does not come detached from the experience, but from the author’s chats with some Australian veterans of that dirty and nasty war.


From here a technical vocabulary so extensive, precise and refined that it seems written by a drill sergeant in Cangura, at least partially mitigating the rhetoric so dull and common songs like that.
Told in first person as you would a veteran on the psychiatrist's couch, it proceeds with powerful and synthetic images like walking through the "green light" that, on the maps,  showed the discovered prairies in which the ambush was easy for Charlie, where every step could be the last on your legs, where the only way to stay involved in life was to think of something else.
Where the drama becomes more acute, but more obvious, Schumann gets hold of the more evocative line of the entire song.
And even that “I was only nineteen”, who at first seems the usual platitudes of circumstance, becomes more meaningful and more weight each repetition, until it becomes really unbearable after the row of question that is not found, and there are still , a real answers.
You do not listen it in Forrest Gump or in Platoon; definitely not on TV. But it's a great piece of “news of war”, to read, listen and do not forget.



Fra i gruppi che hanno percorso le terre desolate del Rock post ‘70 totalmente estranei al loro tempo, i Redgum sono senz’altro i più fuori orario fra tutti. Erano i primi anni Ottanta quando loro ancora se ne andavano in giro con cappottoni afgani, jeans a zampa e barbe incolte in stile the Band periodo Big Pink. Dei fuoriusciti dal Village che vagavano per le lande australi, in quel di Adelaide, suonando chitarre acustiche, mandolini, fiddle in salsa celtica e flauti. Flauti! Roba da denuncia … Se non che dietro a quella barba ispida di Schumann stava un vero songwriter, un po’ outlaw un po’ studente di sociologia fuori corso, in grado di scrivere una delle più coinvolgenti canzoni sul Vietnam di sempre: I Was Only 19. E con solo 10 anni di ritardo. Ma magari proprio in questa lunga latenza sta il bello di un pezzo che non nasce avulso dall’esperienza, bensì dalle chiacchierate dell’autore con alcuni veterani australiani di quella guerra sporca e cattiva.
Da qui un vocabolario tecnico talmente ampio, preciso e ricercato da sembrare scritto da un sergente istruttore a Cangura, tale da mitigare almeno in parte quella retorica così melensa e comune in brani di questo genere.

venerdì 18 novembre 2011

The House of the Rising Sun - Discography and Videography


DISCOGRAFIA SELEZIONATA DA:  

The House of the Rising Sun - The Animals

                      

45’s
The House Of The Rising Sun/Talkin' Bout You  (Columbia DB 7301) 1964 (UK)
The House Of The Rising Sun/Talkin' Bout You  (MGM K 13264) 1964 (USA)
The House Of The Rising Sun/Talkin' Bout You  (Columbia SCMQ 1802) 1964 (Italia)





33’s   
The Animals (Columbia 33SX 1669) 1964 (UK)
The Animals (MGM E-264) 1964 (USA)
Ristampati in CD nel 1997 (CD - EMI)

CD
The Complete Animals (EMI 7946132) 1997 (Compilation 2CD)
The Best of the Animals (1997 EMI 6406) 1997 (Compilation)

giovedì 17 novembre 2011

The Marshall In The House Of The Rising Sun - The Animals


The House Of The Rising Sun


"House Of The Rising Sun", that old story of New Orleans’ joint and its world of misery and depravity, had always been a delicacy. Many had sung it, bending from time to time to their musical needs. Nina Simone ("At The Village Gate", 1962) had made it a nightly jazzy atmosphere, and listening to it, seems to see the spread of smoke in the room. Woody Guthrie did not betray the storytelling’s popular spirit: an all narrative cut, like a crime news in the fifth page. The old bluesman Josh White, from a first recording even in 1942, had built a twilight and dilated epic, like a Chandler’s page, using a vocal line suspended on long vowels and an arrangement with piano and trumpet of grim charm.

Is with this version in the head, says bassist Chas Chandler, that The Animals entered in the studio, in February of 1964, to record the song. The RnB band from Newcastle had already released an adaptation of a folk number, Baby, Let Me Take You Home (derived from "Baby, Let Me Follow You Down," already on Dylan's debut), but this time the things would have been different. Alan Price, keyboardist and musical leader, had set up a fighting and rampant arrangement, all played on the warm tone of his organ, the dark voice of Eric Burdon and the undeniable working –class style of all the combo. Difficult, however, to think that the group did not know the version just recorded by Dylan (again on his debut LP, in 1962), whose descending guitar line is full taken by Price’s keyboard.
The song is opened by a western arpeggio by Vestine, before being led, in the first two stanzas, by the crescendo controlled but dramatic of the singer, who comes to a climax with real pathos ("And the only time he's satisfied Is When He's on a drunk"); Price then, in the song’s barycentre, unleashes the best organ solo of the era: symmetrical, concise: perfect. The music start again, but the crescendo is repeated in the last two stanzas, in which even Vestine's guitar becomes more insistent to support the last declamation of a truly visceral Burdon. At the end it turned out a song of more than 4 minutes, an eternity for that era. So much that in EMI they were doubtful of a song they thought long and perhaps boring; incredibly Mickie Most, producer of the band and a true artist of the fade-outs at 2'30'', believed in the song that was well distributed both in England and America, albeit with some "cut".
"House of the Rising Sun" jumped on “top of the pop” on July 7, and remained there for a week before giving way to the Stones’new release. In America was again No. 1. It was undeniably a rock song, rampant, rhythmic, yet serious, even dramatic, steeped in realism, different from the standards of the era who sent fifteen into raptures. It was the first rock hit to take whole home from the popular heritage of the old white American, to which were devoted folk giants as Guthry or Pete Seeger, who had nothing to do with the '60s British charts, far more inspired by the blues. And of this Blues were disciples the Animals: twisting with their electric charge a piece of an old folk singer, had found success, but the song will remain unique in their catalog, much more generous with references to the black music.

All this was the prelude of what would have happened exactly one year after in Los Angeles January 1965, when a group of novice twentys, who called themselves the Byrds, entered in the studio to cut a traditional, "Mr.Tambourine Man”...               (to be continued...)


The House Of The Rising Sun

House Of The Rising Sun”, quella vecchia storia del bordello di New Orleans e del suo mondo di miseria e depravazione, era sempre stata un boccone prelibato. L’avevano cantata in tanti, piegandola di volta in volta alle proprie esigenze musicali. Nina Simone (“At The Village Gate”, 1962) ne aveva fatto un jazz d’atmosfera notturna e, ad ascoltarla, sembra di vedere le volute di fumo spandersi nella sala. Woody Guthrie non aveva tradito lo spirito popolare del cantastorie: un’esecuzione tutta narrativa, da colonna di cronaca in quinta pagina. Il vecchio bluesman Josh White, a partire da una prima incisione addirittura nel 1942, ci aveva costruito dentro un’epica crepuscolare e dilatata come una pagina di Chandler, utilizzando una linea di canto sospesa su vocali lunghissime e un arrangiamento con pianoforte e tromba dal fascino sinistro. 

martedì 15 novembre 2011

Magnum - Les Mortes Dansant



It never ceases to amaze the ability of the early '80s Metal to transform a simple and mean riff in a Wagnerian stadium anthem. Just as the unfailing regularity in trivializing the slightest poetic inspiration of the lyrics.
Among the great forgotten by that huge commercial and social boom that was the NWOBHM, Magnum deserve a place of respect, and among their vast and unknown catalog (a dozen albums between '78 and '88) deserves a place this Les Mortes Dansant, from On a Storyteller's Night, 1985, Lp inter alia embellished by a great fantasy cover by Rodney Matthews. Conceived as yet another clone of the "heavy ballad," is based entirely on a descending 4 note  riff , some small change and on a dangerous text about life in the trenches during the Great War. Catley & Clarkin are able to maintain the balance, on one side with an attractive color tone (though still very pop ...) as distant bells in Flanders; on the other with a taste so exquisitely descriptive (By the wall in a silouette standing Through a flash of sudden light Cigarette from His mouth just hanging) enough to make us forget some heavy rhetoric part.
A song that goes like winter wind through destroyed quarters. Not a masterpiece, but a piece to spend 5 minutes of simple and direct Rock, without entirely disconnecting the brain.



Non smette mai di meravigliare la sconvolgente capacità del Metal dei primi anni ’80 di trasformare un riff semplice e meschino in una cadenza wagneriana da stadio. Così come l’infallibile regolarità nel banalizzare ogni minimo spunto poetico del testo.
Tra i grandi dimenticati di quel enorme boom commerciale e sociale che fu la NWOBHM, i Magnum meritano un posto di riguardo; e tra la loro sterminata e ignota produzione (una decina di album tra ’78 e ’88) un accenno in più lo merita questa Les Mortes Dansant, da On a Storyteller's Night, 1985, Lp impreziosito tra l’altro dalla notevole copertina fantasy di Rodney Matthews.
Concepita come l’ennesima clonazione della “ballata pesante”, si basa totalmente su di un riff discendente di 4 note, qualche sua minima variazione e su di un pericoloso testo sulla vita di trincea durante la Grande Guerra. Catley & Clarkin riescono a mantenere l’equilibrio da una parte con un colore timbrico accattivante (pur se assai pop…) come di campane lontane nelle Fiandre; dall’altro con un gusto così squisitamente descrittivo (By the wall in a silouette standing Through a flash of sudden light Cigarette from his mouth just hanging) da far dimenticare una certa pesantezza retorica in eccesso. Una canzone che passa come il vento invernale per contrade distrutte. Non un capolavoro, ma un brano per trascorrere 5 minuti di Rock semplice e diretto, senza scollegare del tutto il cervello.




venerdì 21 ottobre 2011

Song for 2012: Van der Graaf Generator – L’apocalisse che viene dal mare


Benvenuti nel 2012, e con 41 anni di anticipo!
Forse non è la canzone più conosciuta dei Van Der Graaf, ma in questa epica After the Flood, suite che chiude il secondo LP, The Least We Can Do Is Wave To Each Other, Peter Hammill da sfogo a tutto il suo rancore apocalittico verso l’umanità e la sua meschina gloria. Profetizzando sui più tetri e distruttivi effetti del global warming, compone 11 minuti tetrali di pura narrazione per suoni e immagini nel classico stile dark del gruppo, l’unico combo progressive dell’epoca ad avere più tratti in comune coi Black Sabbath che con Bach. E se per l’elettrico complesso di Osbourne e Butler la fine arriva in Electric Funeral, dalla marea atomica (“Storm coming, you'd better hide from the atomic tide”), Hammil trascrive le più bibliche immagini del diluvio universale.
L’onda sale e si rinforza assieme all’organo plumbeo di Banton mentre Hammil racconta e declama con viva passione una canzone che sembra una When The Music's Over su scala planetaria, in cui il mondo viene a riprendersi ciò che noi volevamo con tanta insistenza. Ma Hammill non è Morrison,  non parla per metafore e non ci suno urla di farfalla:

Far off, the ice is foundering slowly
the ice is turning to water
The water ter rushes over all,
cities crash in the mighty wave;

mercoledì 12 ottobre 2011

Song to (re)discover: Jefferson’s Last Flights


Ultime partenze per il pianeta di Utopia: il dirottamento dell’astronave non funzionò poi così bene…e allora un paio di pezzi per tentare di scuotere per l’ultima volta le torpide coscienze d’Amerika, già paghe di qualche disordine universitario che non ebbe la costanza per diventare veramente  nuova società.

Le apocalissi di When the Earth Moves Again, con il violino languente di Papa John Creach, la ritmica marziale e il basso veramente tellurico di Casady profetizzano un futuro incerto, salvato dai bambini un po’ come accade in The Big One's Still Coming dei Blak Oak; il cantato corale e appassionato riporta l’orologio indietro a Volunteers, ma la terra sotto i piedi del complesso stava veramente collassando e l’abbandono di Balin troncò ogni idea di rinascita.

“If you've only lived on earth you've never seen the sun
or the promise of a thousand other suns that glow beyond here
and if you care to see the future look into the eyes
of your young dancing children don't be afraid of our ways
when the earth moves again”


Un paio d’anni dopo, Sketches Of China: una liturgia orientaleggiante e allegorica aperta dal gong di Mickey Hart, sostenuta dal mellotron di Freiberg e impreziosita dall’ultimo supremo assolo di Garcia, dorato come il sole al tramonto sulla Route 101 verso Sausalito. Un bridge nervoso e un lungo finale quasi gospel in lenta dissolvenza. Un tramonto.
Gli ultimi sussulti del vecchio triplano psichedelico che andava trasformandosi in astronave da classifica e dance-floor.




“And there was a warlord who rode the murky depths of China
With a shotgun in his hand and he wondered where the people'd gone to
Have you got the time to listen while i sing this song
I had the time to listen to the man go right and wrong and right thru
China”

giovedì 8 settembre 2011

Song to (re)discover: Parliament – Come In Out Of The Rain


Nel 1970 il clan di George Clinton era uno dei più creativi ed estremi complessi Rock d’AmeriKa: Free Form Rock, ideologie politico-sessuali annebbiate e colorate da caleidoscopi di LSD, ritmiche funky, voci soul, chitarre Hard Rock, Hazel & Worrell in definitivo stato di grazia. Potevano permettersi di esibirsi e registrare con 2 nomi diversi nel più totale e irreparabile caso di schizofrenia nella musica leggera dell’epoca.
Tra 1970 e ‘71 furono i Parliament a pubblicare un LP, Osmium, e una manciata di singoli tra cui questa Come In Out Of The Rain, ballata rock nel solco della Hey Joe di Hendrix. Brano assolato, caldissimo, che sa di Venice Beach come nessun’altra canzone uscita da Detroit. Hazel controlla il pedale e ci ricama sopra in modo superbo, si libra in volo planato e liquido, pulito: un gabbiano al tramonto d’estate sul pacifico. Il testo combattivo e in puro stile ’68 pare uscito dalla San Francisco più sovversiva. Come una canzone di Volunteers con Hendrix al posto di Kaukonen.
Bellissima.

martedì 23 agosto 2011

Song to (re)discover: Do you remember Ian Hunter?

“Ha smesso da un pezzo di cercare di essere i Nazz. E poi, chi diavolo vorrebbe essere i Nazz?”
(Lester Bangs - Deliri, desideri e distorsioni  p. 86)

Dimenticatevi Robert Plant, dimenticatevi Jagger o Lennon, dimenticate Bowie e i suoi costumi; dimenticate anche di Syd Barret o Daevid Allen. Perché la rockstar definitiva degli anni ’70 fu Ian Hunter. Proprio lui, il più anziano di tutta quella generazione, con una cascata di boccoli biondi, foulards variopinti e svolazzanti, eterni occhiali neri addosso. Questo Dylan metropolitano e logorroico, prestato al metal, che scriveva canzoni di incerto simbolismo raccontando addirittura più di quanto l’ascoltatore volesse realmente sentire. Tanto che a volte viene voglia di dirglielo “Ehi, ok! Ho capito, basta adesso, rilassati!”. Ma lui non si rilassava mai eppure fu tra i pochissimi attori del carrozzone sgangherato di metà ’70 ad avere la lucidità di capire che razza di vita fosse quella, e quanto di marcio ci si portava dietro ogni giorno.
Jagger, Gilmour, Waters, Page magari ci guadagnavano, Marc Bolan ci credeva, i Roxy Music erano troppo intellettualmente distanti per porsi problemi. Hunter ci guadagnò poco e smise di crederci dopo il 19° esaurimento nervoso. Lo mise anche per iscritto, una roba assurda per un rocker in tour: solitamente si era troppo occupati a sfasciare alberghi, fottere le fidanzate degli amici o infilare pesci un po’ ovunque.
Fu un frontman perennemente sull’orlo della crisi, tra schizofrenia e decadenza che nessuno cantò come lui.

Tanta tetraggine è esilarante, o stiamo ridacchiando per reazione nervosa alla paura? No, ridiamo nonostante la reazione nervosa alla paura
(Lester Bangs - Deliri, desideri e distorsioni  p. 86)

The Journey – Mott the Hoople
Da: Brain Capers (Island) – 1971






Boy – Ian Hunter
Da: Ian Hunter (CBS) - 1975





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