Nei giorni scorsi si
sono sentiti, letti, visti tanti proclami, tanti giudizi, tanti consuntivi.
Moniti e auspici. Come
sempre.
Lessico forbito,
sintassi curata, giacche eleganti.
Il mio auspicio è
ripartire da uno scarabocchio.
Veloce, su un foglietto
di riciclo, un appunto, una parola, due note, un volto.
Scarabocchi Ubriachi, progetto aperto per la
costruzione di un nuovo libro di racconti di Bartolo Federico, è uno dei miei rammarichi dell'anno passato. Ora, sono certo che il
progetto non sarà, alla fine, esattamente come lo volevamo, non sarà completo,
forse non sarà perfetto, certamente non arriverà in tempo.
No satisfaction; ma chi può mai dirsi realmente soddisfatto, in questo
mondo?
So per certo però che
questo anno appena iniziato, sarà l'anno degli scarabocchi (ubriachi, possibilmente).
Forse non sono riuscito
a dare un volto al volume, ma di certo ho lavorato sui volti.
Ho letto (e riletto) i
pezzi di Bart, ne ho isolato i protagonisti; ne ho studiato foto e biografie, ho
selezionato le immagini che mi sembravano più adatte e le ho date in pasto al
colpo d'occhio di Mr. Hyde (mai visto Cassetti Confusi?) affinchè le scarabocchiasse di colore, appunto.
Un po' punk, un po' Joker,
un po' pagliacci metropolitani.
Lavoro pregevole, il
suo. Esattamente quello che avevamo in mente per illustrare la prosa guerrigliera
di Bart.
Riguardo quelle foto, e cerco
di leggere negli sguardi di Patty Smith, di Jeffrey Lee Pierce, di Roy Orbison e
di tutti gli altri.
Ci vedo dentro sempre
quella punta di insoddisfazione, di precarietà, di dubbio, di rimorso. È ciò
che li rende artisti e non marionette del jet set.
No satisfaction.
Mi piace leggerci dentro
una cosa: urgenza
Il rock è la musica
dell'urgenza.
Del qui, ora, subito.
We want the
world and we want it now!
Ricordate, lo diceva
anche Morrison, no?
Urgenza di utopia.
Vogliamo il mondo
(utopia), lo vogliamo adesso (urgenza).
Nessuna lunga
mediazione, nessun compromesso, nessuna verbosa diplomazia, niente patti subdoli.
Niente politica, solo la massima posta in gioco.
Urgenza, quindi. Di
esprimersi, di comunicare, di suonare, di acchiappare quell'idea, la parola
giusta, il pubblico caldo. Di arrivare in sala d'incisione prima degli altri,
di registrare quel refrain per primi. Urgenza di fare soldi, di diventare
celebri.
Quell'urgenza sta dentro
agli Scarabocchi. E anche quel briciolo
di utopia, perchè no.
Le due note che diventano
un riff, la parola che diventa un titolo, la frase che sarà un inno.
Scarabocchi veloci su
foglietti di riciclo.
Rileggo un lungo
commento lasciato su G+ da Blakswan, il "Killer" di comeunkillersottoilsole, a corollario di un post
di Detriti di Passaggio; ne isolo un frammento: partigiani della bellezza. Bart è un
agguerrito partigiano della sua bellezza; una bellezza che a tanti altri
può apparire rugginosa, trasandata, popolana, grossolana. Ciò non di meno è
vitale, scalcia, tira pugni; ha quell'espressione vissuta di costante, mascherata
insoddisfazione. Di chi non ha ancora acciuffato la sua personale utopia.
Questo ci auguriamo che sia
del libro di Bart.
Che si porti appresso
tutta l'urgenza di parlare, magari senza tanta cura alla sintassi, senza
lessici forbiti o giacche blu, ma con la sincerità di dire tutto ciò che va
detto.
È questo che ci piace
del Rock.
E che ci piace di Bart.
Il messaggio agli
"addetti ai lavori", ma non solo, è semplice: siamo qui, siamo vivi;
ricominciamo. Disposti ad investire un po' del nostro tempo; ed in futuro forse
non solo quello.
Sapendo bene due cose:
1) Che la vita, con
tutti i suoi casini, viene comunque prima. Lavoreremo nei suoi interstizi.
2) Non ci sono crocicchi
o juke joint; ce la giochiamo in un terreno digitale, virtuale, che non ci
piace, e non è il nostro.
Giocheremo
in trasferta, allora.