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martedì 5 agosto 2014

Tempo, denaro e qualche domandona



Una volta la domandona tabù per ogni giovane appassionato di musica era: “Ma tu quanti dischi hai a casa?”
10, 100? Più di 1000?
Sì, c’era chi ne aveva più di mille.
Poi qualcuno cominciava a frequentare qualche redazione, qualcuno metteva su il negozio. Certo che gliene passavano per le mani di dischi… Chi più ne aveva, più ne sapeva, più poteva vantare pareri illuminati, più si avviava a scrivere di quella stessa musica che teneva sugli scaffali. Più celebrava il proprio “possesso”. Come Gaber nel “Monologo del pelo.”
Oggi una domanda del genere è totalmente priva di significato.
Con Spotify, Deezer, Youtube, “download on demand” e compagnia bella, abbiamo già tutto.
Tutto. Lì, fruibile nel PC o nello smartphone. Anche a gratis.
Non è più questione di numero né di possesso.
Anche grandi aziende “tradizionali” come Amazon, nate come negozi, puri e semplici rivenditori, diventeranno distributori e intermediari. Provider di musica (e libri). Si trasformeranno da “store” che vendono beni materiali a gestori che offrono un servizio. Un voucher per ascoltare minuti in stream, un abbonamento ricaricabile, una tessera premium.
Quindi la domanda non sarà più “Quanti CD hai?” , perché di fatto già li ho tutti.
Ma piuttosto “Quanto tempo dedichi all’ascolto?”
In realtà credo che proprio da ciò si presenti una resistenza implicita che in tanti di noi provano nell’accedere a Spotify o servizi simili.
Quando sono in casa, di fronte allo scaffale dei miei CD, sto di fronte ad uno spazio fisico finito che conosco e misuro bene. Conosco la musica che c’è dentro. La controllo. L’ho comprata io, l’ho scelta io dall’espositore del negozio.
Quando sono di fronte alla schermata di Spotify, quel mio scaffale diventa un minuscolo sottoinsieme di un catalogo difficile, se non impossibile, da misurare.
Sarà sempre in maggioranza la musica che non conosco, che non ho mai ascoltato, rispetto a quella che conosco. Sarà in maggioranza la musica che mi sono sempre ripromesso di possedere, che addirittura mi sento “in dovere di ascoltare” (prima o poi), rispetto a quella che ho comperato e che ho sulle mensole di casa.
C’è di che perdere le proprie sicurezze di appassionato, di collezionista, di esperto; pure di critico…

giovedì 8 maggio 2014

Pomeriggi di domande su Spotify (senza tante risposte)


"II continuo spostarsi da un genere e da un'era all'altra, con poco o nullo rispetto per il contesto storico o per l'origine della musica, e oggi I'esperienza musicale della maggioranza delle persone. Con la musica cosi facilmente accessibile e cosi abbondante, semplicemente ripetiamo, ascoltiamo con lo 'shuffle' e ne godiamo."
(David Buckley, Kraftwerk Publikation, Arcana 2103)

In effetti c'è sempre un "album dopo", c'è sempre "qualcosa di nuovo da ascoltare", lo stream scorre rapido, non ci si ferma mai. Questa esperienza musicale a flusso costante è interessante quanto frenetica. Spesso superficiale, certo, ma piuttosto stimolante per gli insoddisfatti cronici.
Una cosa ho notato: c'è una domanda che non mi faccio più tanto spesso, un aspetto su cui non mi soffermo.

Cosa mi sta dicendo questa canzone?

lunedì 7 aprile 2014

Pomeriggi di zapping su Spotify (con un manipolo di psycho-tici)


Una cosa devo dire di Spotify: è egalitario. Non voglio dire democratico - cosa ormai si può dire democratico? - ma egalitario sì. Sintetico, informazioni ridotte all'osso, profili degli artisti tutti uguali, date sbagliate un po' per tutti. La pubblicità interrompe tanto Physical Graffiti quanto My Sleeping Karma.
Puoi almeno provare ad ascoltare alla cieca, senza tanti pregiudizi.
Robespierre lo userebbe, merito o colpa, a voi giudicare.
E allora, qualche spettro incontrato di recente.

domenica 23 settembre 2012

Quanto vale la Musica che acquistiamo?


Un esperimento che chiunque può fare; serve circa un’ ora di tempo, un computer ed una connessione decente.
Scegliete 10 album; quelli che vi pare; io li ho scelti alquanto a caso, tra titoli molto noti, cercando di distribuirli su un arco temporale di una quarantina d’anni. Prendete un foglio Excel e fatevi una tabella.
Poi battete un po’ il web alla ricerca dei prezzi migliori per i vostri album. Io mi sono limitato ad I-Tunes e a quattro negozi Amazon: USA, Germania, Inghilterra e Italia. Ammetto di essere partito con un certo preconcetto per questa ricerchina; ma c’era qualcosa che non mi tornava e volevo cercare un approccio un po’ più scientifico al problema.
I dubbi mi sono rimasti…anzi.

venerdì 11 maggio 2012

Riletture Americane - L' Esattezza - Pt. 4 – Hi Infidelity?


Pensando al di fuori della filiera artista-disco-pubblico, la migliore incarnazione dell’esattezza nella musica commerciale sta nel concetto di Alta Fedeltà.  “Hi Fi”, definizione pur di origine datata (1936, RCA) fu una delle parole chiave per il mercato discografico di inizio anni ’80. In concomitanza con l’introduzione sul mercato del Compact Disc, il nuovo, apparentemente rivoluzionario supporto ottico destinato a soppiantare il vecchio LP a 33 giri, fu necessario adottare decodificatori all’avanguardia e dalle specifiche tecniche sempre più complesse.

domenica 8 gennaio 2012

Anno 2012 - La fine dell’album?


Quanto ha senso parlare ancora di “album”? Soprattutto in Internet, nel mondo digitale, sui blog, tra “noi”. Quanto ha ancora senso assumere il CD, o il vecchio LP, come l’unità fondamentale di discussioni, recensioni o confronti?
Negli ultimi 10 anni l’album ha enormemente perso importanza pur essendo comunque l’”oggetto musicale” tipico della distribuzione tradizionale, venduto e reclamizzato in negozi, supermercati, anche su internet. Su questo blog si è già parlato di temi simili, di hardware esploso e medium liquido. L’anno nuovo può essere l’occasione per entrare ancora di più nel merito della questione.
Per esempio: quanti sono gli album che veramente si ascoltano? Non in senso da hit parade o classifica vendite (che da sempre lasciano il tempo che trovano…). In che modo si ascolta, si fruisce, l’album? Dalla prima all’ultima traccia, o piuttosto in maniera casuale, o selettivamente. O magari si riversano subito su Hard Disk e confluiscono in cartelle contenenti indistintamente migliaia di altri brani?
Cosa c’è veramente nei nostri I-Pod?


“Spoonful” sul lato A di “Wheels of Fire” è esattamente ciò che dice il titolo, cioè ciò che è scritto sull’etichetta del Lp e sulla copertina; la sua posizione è fissa, non “estraibile”, non modificabile nei dati e tanto più nei metadati. E’ sempre Spoonful, sempre dei Cream, come quella incisa su Fresh Cream, eppure è un’altra canzone
“Spoonful” inserita nella playlist di una memoria I-Pod è un collegamento ad un file che formalmente è analogo alla traccia incisa sui solchi, ma privata totalmente del suo contesto “autoriale” e di parte della sua identità: cioè l’essere il primo brano, del lato B di un determinato album. E’ una canzone “senza fissa dimora”, affiancabile a qualunque altro brano possiamo immaginare
E’ questa sempre una cosa negativa? No, perche la possibilità di creare percorsi trasversali è un potere “esponenziale” che si da all’ascoltatore: potere di creare tracciati personali, associare fra loro canzoni generate da Luoghi e Spazi differenti, tracciare coordinate nuove ed interessanti per un ascolto veramente personale della musica.
D’altra parte la perdita di unitarietà di un medium che confluisce, magari assieme a centinaia di altri media, nel memorizzatore-decodificatore, finisce, come già ricordato, per trasformarsi in una perdita di autorialità e riconoscibilità del prodotto artistico originale. Questo, unito alla profonda modificabilità (e modificazione) dei metadati tradizionalmente contenuti nelle memorie fisiche, rende il medium digitale molto più povero e disomogeneo rispetto a quello tradizionale. I suoi vantaggi sono in gran parte paratici e in misura minore culturali o economici: un album digitale su I-Tunes costa solo poco meno di un CD tradizionale su Amazon. Una situazione analoga si era già verificata una trentina di anni fa all’immissione sul mercato di CD a prezzo simile a quello degli analoghi in vinile, sebbene i costi di produzione del nuovo supporto fossero assai minori.
Il reale vantaggio economico sta nella distribuzione che avviene in modo solo telematico e non fisico, con una chiara penalizzazione per i rivenditori, specie i più piccoli.



La playlist ha poi una caratteristica accattivante e assolutamente peculiare: è smontabile e rimontabile all’infinito; il consumatore, come già ricordato, assume un ruolo attivo che è estremamente allettante, ancorché non sempre “culturalmente rilevante”, nel giocare con le canzoni come con i Lego. E’ rassicurante: posso eliminare o spostare le canzoni che non gradisco, posso riascoltare in loop ciò che mi piace di più e tutto senza masterizzare nuovi CD ma solo aggiungendo un collegamento che nemmeno occupa spazio su disco.
Non esiste più un contenitore, ma esiste un magma diffuso in cui sono IO a decidere i criteri di selezione e l’ordine di esecuzione. E’ senz’altro uno strumento di notevolissimo impatto.

venerdì 7 ottobre 2011

Il medium liquido


Il Medium Liquido
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In generale, il meccanismo classico di produzione e distribuzione di musica prevedeva tre elementi ben distinti nel tempo e nello spazio e potevano venire anche a molto tempo di distanza dall’effettiva incisione della canzone in studio:

1) La codificazione: cioè il momento in cui l’informazione musicale viene catturata e codificata nel modo più “oggettivo” possibile alla tecnologia e codificata su un opportuno supporto distribuibile e facilmente fabbricabile.
2) Il medium: cioè il supporto fisico, unitario, non modificabile e distribuibile. Vinile, musicassetta, CD sono media, indipendentemente dalla tipologia e dalla tecnologia di immagazzinamento dei dati sonori.
3)  Il decodificatore: cioè l’hardware necessario alla traduzione delle informazioni contenute nel media. Il rapporto tra medium e decodificatore è biunivoco, cioè ogni supporto fisico ha il proprio hardware “traduttore”

Se il primo punto, la codificazione, è totalmente a carico dell’artista (da intendere in modo estensivo, dai musicisti, ai tecnici, agli editori…) il decodificatore è invece proprietà del fruitore: il nostro giradischi, il nostro lettore cd… Compito di mediare tra i due estremi è appunto del medium che ha una duplice faccia: da un lato porta su di sé l’immagine e la produzione dell’artista, dall’altro è di proprietà del fruitore che ne fa uso autonomo.
Con le musicassette prima, con l’abbinamento “computer – cd” poi, si è assistito ad un cambiamento importante: il medium non era più “non modificabile”. In poco tempo era diventato facile masterizzare copie di un CD originale o produrre una cassetta o un CD “incidendo” canzoni; operazione questa che NON intaccava però l’integrità e l’autonomia del supporto originale: posso fare una compilation dei Rolling Stones tra il 1965 e il 1970, produco un nuovo CD ma non violo l’integrità degli originali.

venerdì 15 luglio 2011

UN’IPOTESI (Pt. 2) - La struttura del medium musicale digitale

Mp3, Ogg, flac, shn sono tutti formati di musica digitale, immagazzinabili su hard disk o memorie flash, caratterizzati da una profonda diversità con il medium tradizionale.

La maggior parte di questi files sono “compressi” o “decomprimibili”, ottimizzando lo spazio occupato su disco, magari cercando di mantenere inalterata la qualità dell’audio senza “perdite” (lossless).

Ma che cosa perdiamo veramente con l’utilizzo di un mp3 ? (ma anche di un wave, o di un ogg…)

Pagine e pagine su internet sono piene di tabelle relative al suono dei diversi formati e apparentemente il difetto più facile da identificare sta proprio nella qualità e nelle caratteristiche audio dei diversi tipi di file. Un mp3 è un file lossy, cioè comporta una perdita di informazione rispetto a un PCM di origine considerato copia-clone di una matrice incisa su CD (o nastro magnetico…). Ma è anche un file di dimensioni molto contenute, universalmente utilizzato, facile da decodificare, da trasportare, da copiare e trasferire, azioni non sempre possibili per il vinile e anche per il CD .

Ma c’è altro che discrimina il medium digitale da quello tradizionale: vinili, musicassette e CD possono, col tempo, perdere qualità sonora, non per questo differiscono concettualmente da copie in perfette condizioni; la qualità dell’audio non basta, da sola, a spiegare la differenza.

C’è in effetti un altro aspetto che raramente l’ascoltatore considera: la scomparsa dell’hardware come elemento fisico. Con la distribuzione digitale della musica resta solo il software, solo il dato musicale puro, che anzi deve anche farsi carico, nei limiti del possibile, di veicolare i metadati tradizionalmente associati all’hardware. Tutto il resto viene obbligatoriamente ricomposto, in formato digitale, richiamato da imponenti database web per restituire un nuovo tipo di medium.

E se questo aspetto può essere facilmente, ma colpevolmente, trascurato dall’ascoltatore, è invece il presupposto fondamentale per i distributori e i produttori di musica, che possono svincolarsi dall’oggetto concreto (il cd, la sua custodia…) cambiando radicalmente tutti i canali nella produzione e diffusione di un bene che non è più (anche) concreto, ma è solo “informativo”. Dato puro.

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