La musica dei Tarbox Ramblers
fuoriesce da una vecchia valigia di cartone legata con uno spago e gettata al
volo sul retro di un vagone merci che attraversa le Grandi Pianure in una
giornata d’inizio inverno. Impolverata e appena colorata da un effetto seppia
d’inizio secolo, dalla slide di Michael Tarbox trasuda molto fatalismo da
Grande Depressione e una cascata di blues pre-bellico rigoroso eppure
accattivante, suonato con piglio e volume moderni, impreziosito dal fiddle di
Daniel Kellar e da una sezione ritmica agilissima e mai invadente. Un gruppo
che aggiorna il repertorio del circuito delle coffee house universitarie che fu
di Josh White, Blues Project e Big Boy Crudup, pescando in quell’enorme ed
inesplorato territorio che va dalle piantagioni del Mississippi agli Appalachi,
in equilibrio tra bluegrass, Piedmont Blues e Folk.
Pieno di traditional, senza farsi mancare momenti divertenti e ballabili
(Jack of Diamonds, Honey in the Rock, Columbus Stockade), questi vagabondi
dell’Est danno il meglio di sè quando il modo diventa minore e la slide attacca
il jack e alza il volume per tessere una trama di “blue note” rinforzata dalla
voce profonda del leader: Third Jinx Blues, No Harm Blues (un treno in corsa) e
lo standard Shake 'Em on Down del nume tutelare Bukka Withe sono un mazzo di
foto in bianco e nero che riescono a mantenere tutta la tradizione degli anni ‘30
e assieme un fragore e un ritmo addirittura rock, nello stile di John Campbell.
Fra tanta bella roba una piccola menzione all’arcaica e ipnotica The Cuckoo,
strisciante come un rettile nella sabbia,
che continua a ronzare in testa anche quando tutto il disco è finito da
un pezzo.
