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giovedì 3 settembre 2015

Disraeli Gears & Safe as Milk (recensioni doppie)




Cream - Disraeli Gears 


Captain Beefheart & His Magic Band - Safe as Milk

Appena otto settimane separano la pubblicazione di questi due album, da settembre a novembre 1967. Entrambi furono registrati pochi mesi prima in America (a New York Disraeli Gears, a Los Angeles Safe as Milk).
Sono album divergenti, che si incrociano lungo la strada e poi continuano il loro viaggio in direzioni opposte, senza guardarsi indietro.
Entrambi sono di dichiarata ed esplicita matrice blues. Blues bianco, suonato da giovanotti borghesi, benestanti e mediamente istruiti, cresciuti sui dischi della Chess, di Otis Rush, di Howlin' Wolf, Albert King, Muddy Waters e Little Walter.
Un approccio al blues di “seconda generazione” mediato dal revival di metà anni '60 e appunto dai 33 giri dei grandi maestri, piuttosto che dal contatto diretto.
Da una parte, i Cream sullo scheletro blues si fanno costruttivi, variopinti, risentono del polline della stagione dei fiori (a partire dalla copertina fino allo psycho rock di SWLABR) costruiscono abbellimenti sovraincisi e ricami d'oriente (Dance the Night Away); si dimostrano il primo vero supergruppo; di virtuosi più che di autori.
Dall'altra parte, la Magic Band scava ulteriormente quello scheletro, lo lascia sbiancare al sole, ne fa macerie e fossili, cerca di riallacciare il filo non tanto con il “revival”, ma direttamente con la sorgente della musica del Delta (Plastic Factory in tutto il suo primitivismo), un'involuzione che guarda almeno 30 anni indietro (tale Son House, non so se avete presente). Sure 'Nuff 'n Yes I Do, e tutto ciò che segue, è del resto un blues del deserto, laddove quella dei Cream è musica urbana, uscita dai club di una “Swinging London” che stava dettando la moda. Safe As Milk, volutamente, non segue per nulla la moda e nulla ha a che spartire con la stagione dei fiori e dei loro figli.
Lo spettacolo dei Cream è pirotecnico, tutto proteso a liberarsi nell'assolo spaziale, morbido e modulato dagli effetti; sono giocolieri di scale e ritmi supersonici, virtuosi avvenenti, con capelli lunghi, caffettani retrò, camice preraffaellite.
La Magic Band a confronto è piuttosto una galleria di curiose bizzarre bestie licantrope, pur in giacca e capello curato, deformate dalla laringe horror di Beefheart e dalla furia animalesca del gruppo che si sublimano nella temibile tirata per slide di Electricity. Questo è il blues dell' hobo errante che mendica un whisky e nulla ha da dimostrare, l'altro è quello raffinato degli allievi di Mayall che usano una strabiliante perizia strumentale per divagare un po' paternalisticamente grazie alle possibilità di improvvisazione offerte dalle 12 battute. Van Vliet è fuori dal tempo, suona blues per un'esigenza spirituale, artistica e forse biografica; i Cream, e Clapton per il resto della carriera, sono certo “in time” e utilizzano il blues come veicolo mondano per la propria maestria. Il che non significa che lo suonino peggio né che la loro musica sia svalutata (vedi Outside Woman blues...); però è così, mettiamoci l'animo in pace. Ecco che il riff memorabile di Sunshine of Your Love marchia di diritto le classifiche di quell'annata magica, mentre quello altrettanto memorabile di Drop Out Boogie echeggia oggi come un protopunk d'antologia, senza nessuna eco commerciale. Eppure riemergerà più volte in anni recentissimi, anzi sta riemergendo ancora adesso; chiedere ai Black Keys se abbiano mai ascoltato quest' album.
A dimostrazione di quanto la musica blues sia sfuggente ed elastica, di quante soluzioni offra e di quante suggestioni si nutra.
All'epoca i Cream divennero superstar proprio grazie a Sunshine, mentre Van Vliet faticava a trovare contratti e litigava continuamente con i discografici. Disraeli Gears fu in top 5 tanto in USA che in Inghilterra; Safe As Milk non entrò nemmeno in classifica.
Oggi chi si sognerebbe di fare una cover di Tales of Brave Ulysses piuttosto che di Zig Zag Wanderer?
Per una volta, vince la sincerità.

lunedì 24 agosto 2015

Letters from The End – Nuovi inizi?




Sono convinto che il vecchio, bistrattato, sepolto “rapporto epistolare” abbia in realtà ancora molto da dire pur in questi tempi di comunicazione generalizzata, massificata e superficiale. Il piacere di rivolgersi ad una persona e ad una soltanto; di richiedere ed ottenere la sua attenzione. Di richiedere ed ottenere una risposta.
Negli ultimi giorni ho discusso “attorno alla Fine” con alcuni amici; un tema proposto da un piccolo post e rilanciato da un giro di mail qualche tempo addietro.
Di seguito, un collage di alcune conversazioni; un collage che è saltato fuori in maniera talmente fluente e naturale da stupirmi, quasi non fosse frutto di sei mani e tre teste, ma di un unica creatura (non) pensante.
Per chi non li conoscesse, i miei preziosi interlocutori sono Massi di Detriti di Passaggio ed Ant di AntBlog.
Grazie a loro per primi, e anche a tutti i nostri lettori.

***

ANT: Accade che il "lavoro" arretrato assume dimensioni mastodontiche, senza che io me ne renda conto; le recensioni in stand-by, gli artisti ancora nel limbo e le cartelle "work in progress" si moltiplicano come conigli infoiati. Gli album da ascoltare sono troppi, le cose da scrivere pure, ma poi perché farlo? Ha senso tutto questo? C'è veramente qualcuno dall'altra parte del monitor?

MASSI: Non riesco più a organizzare le idee, anche le più semplici; scrivere – quella “cosa” che un tempo fluiva con tale naturalezza da costringermi a frenare la spontaneità – è diventato una affanno ingrato, un atto di molestia perpetrato ai danni del me stesso che vorrei essere, e che forse non sono.
È questo il sapore della fine? Da quando hai lanciato quest’idea della fine, non penso ad altro. Che suono ha la fine? Ce l’ha, un suono? Mentre scrivo queste righe, nel lettore sta girando “Brothers In Arms”, e la cosa terribile è che sono costretto ad ammettere che mi piace. I Dire Straits. Il genere di gruppo che ho sempre deriso con acida (immatura?) supponenza da becero intellettuale. Sono a un passo da Jovanotti, cioè a un passo dalla fine?


EVIL: Nell'ultimo periodo, correndo come sul ciglio di un burrone, mi sono appoggiato ai Grandi, perchè in certi momenti c'è necessità di buttarsi ad occhi chiusi su chi sai non può tradirti: Rolling Stones, soprattutto. Ma i Dire Straits non mi meravigliano: ultimamente ascolto compulsivamente Eminem, Robbie Williams, Mia Martini... ed altro. Credo sia uno sfogo di rigetto, la necessità di trovare altri ambienti, altri spazi che fino a qualche giorno prima sembravano non esistere neppure.
Aria nuova. Che sia poi già viziata... pazienza.

MASSI: Io non so se questa è la fine, Evil, o una possibile fine. Anche perché siamo abituati a parlare di fine solo al singolare; ma chi ha detto che la fine è una sola, di un solo tipo e genere? Chi ha detto che la fine debba per forza essere totale, assoluta? Potrebbe essere anche lieve, indolore, silenziosa, nascosta; potrebbe arrivare senza squilli di trombe o fragorose catastrofi. Potrebbe non esistere nemmeno, la fine, ovvero potrebbe essere una condizione costante in cui siamo incondizionatamente immersi. Oppure potrebbe essere già arrivata: e noi non ce ne siamo ancora accorti. In questo momento ha il suono di “Brothers In Arms”, fra poco potrebbe avere il suono di “Decades” (sì, negli anni della giovinezza fui uno di quelli che “knocked on the doors of hell’s darker chamber”) e domattina quello “Art Official Age”.

EVIL: La "Fine" ha sempre contorni incerti, sfumati. A guardarla con distacco la fine di un avventura di blogging, di scrittura, di relazione, di comunicazione - chiamiamola come ci pare - è piccola cosa. E facilmente rimediabile. La realtà è che in queste avventure, seppur piccole, mettiamo in gioco tante cose di noi, ci esponiamo, togliamo maschere e armature e siamo totalmente vulnerabili. Condividiamo gli amori e le passioni profonde (per la musica, per l'arte...) e rischiamo costantemente di scottarci. Scottarci con l'insensibilità e l'indifferenza che ci circondano. Ce ne stiamo lì, nudi, fragili, con le parole sulla punta della lingua... e nessuno se ne accorge.

The hatred you project
Does nothing to protect you
You leave yourself so exposed
You want to open up
When someone says
Lighten up
You find all your doors closed
Get yourself a break from self rejection

End Of Silence, di Henry Rollins, è un album che negli ultimi mesi ho messo a memoria. Credo che sia uno dei corpus di testi più spietati, masochisti e reali che sia mai stato scritto.
Ma la mia "fine" ha due colonne opposte ed antitetiche: The End (va da sè...) e We Will Fall degli Stooges. L'una certamente trendy, "hip", magari un po' modaiola ma innegabilmente affascinante e dolorosamente suadente; l'altra tetra, buia, senza scampo. Queste opposte facce di una uguale moneta tengono già su tutto... Il resto nel mio gusto, è speculazione intellettualistica e puro decoro.
Nel commento al post di Ant parlavo di deserto. E' un altro aspetto che mi ossessiona: deserto di fatto, ma deserto di silenzio, deserto di voci e relazioni, deserto delle persone attorno. "Deserto sulla Terra", così entra il tenore nel primo atto del Trovatore. cantando di guerra.
Quella sabbia rossa, calda, arida, secca, piena di crepe di siccità, è il terreno su cui immagino di muovermi. In lontananza, figure tremolanti, ombre, fantasmi o solo miraggi. Miraggi di colore che ci stanno attorno ma che alla fine svaniscono in un commento mancato, in una parola non detta.

ANT: Certo che il “deserto” intorno, il declino di questa nazione e di tutto l’ammasso di pietra e fuoco che abbiamo sotto i piedi, non lasciano intravvedere niente di buono per il futuro.
Mai come adesso la FINE mi è sembrata così vicina.
In questi giorni ho pensato più volte alla colonna sonora che dovrebbe accompagnare il sipario sul mondo (o sui nostri blog) ma poi non ho avuto tempo di metterla nero su bianco.
In questo periodo gli arretrati mi si stanno accumulando a dismisura e non riesco a stare dietro a loro e alle bislacche idee che ogni tanto mi balzano in mente.
Però, devo dire che End of Silence di Rollins non è male in questa veste, come anche la classica The End e gli Stooges ci stanno. Però con Decades (la sa bene Massi) ci vado a nozze. Borthers In Arms perché no, pensandoci bene non è fuori luogo.
Se vi può interessare in questo momento io sto ascoltando Battiato, anche se qui siamo sicuramente fuori tema.
Intanto per la mia colonna sonora per la fine (l’ennesima) parziale del mio blog in questi giorni stavo pensando ai Zoar di In The Bloodlit Dark trattasi di dark ambient pesante e oppressivo. Buio. Ma anche No Fun di Iggy Pop.
Anche se il modo in cui si sta riducendo il pianeta, distrutto e intossicato da violenza, inquinamento, schifezze e ingiustizie di ogni genere mi fa ritenere più adatti i Discharge. O in alternativa qualche band d-beat crust hardcore più recente come gli Halshug o i Nightfall, ma forse è solo l’incazzo dilagante di questi giorni che mi fa optare per questa scelta.


MASSI: Come sarà la fine, Evil?
Ho la sensazione che non lo sapremo mai perché ci nasconderanno anche quella. Forse ce l’hanno già nascosta in mezzo a milioni di nuovi falsi inizi.

EVIL: ...scivolare lentamente e placidamente verso il basso. Goin' Down Slow, diceva quel vecchio blues.
E magari trovare un perverso piacere nel farlo.


***

A margine, una considerazione personalissima (ed una non richiesta “difesa” di questo post).
Credo fermamente che quelli che a prima vista possono sembrare piccoli sfoghi e frustrazioni private, nascondano invece una disillusione ed una mortificazione generalizzate molto più profonde di quanto si possa credere.
Sono sogni infranti, promesse non mantenute, appuntamenti mancati.
Dalla “rete”, che promettendo libertà e democrazia diretta ha invece ottenuto superficialità e populismo gretto.
Dalla Musica, che NON salverà il mondo (per chi non se ne fosse ancora accorto...) e dovrebbe già essere felice di risollevare il morale a qualche (vecchio) ragazzo depresso: un grande merito, a mio avviso, ma sempre trascurato rispetto alla necessità di propagandare il “bello” ed allo sbandierare propositi umanitari superomistici.
Dalla politica e dai contesti “allargati” (economia, religione...), certo va da sé: e chi non se la prende con la politica di questi tempi?
Inoltre ci sono le promesse che abbiamo fatto a noi stessi e che noi non siamo riusciti a mantenere. Piccole cose, certo: lo scrivere un post a settimana; essere recensiti da qualche rivista; ottenere un buon seguito di lettori. Pubblicare un libro, vendere un disco, spuntare un contratto di lavoro.
Piccole cose ma ciò non di meno determinanti per il NOSTRO di morale, che perdonerete, è la cosa ora più importante.

Di nuovo grazie ai miei amici interlocutori; ed ai lettori tutti.

Di seguito una prima, scarna playlist che stiamo costruendo (con l'aiuto di Massi e Ant, si intende)




Killing Joke – Requiem (1980)

Iggy Pop - Funtime (1977)

Slayer - Hell awaits (1985)

Discharge - The End (1982)

St. Louis Jimmy Oden - Going Down Slow (1941)
Uno standard che piaceva ai Free (dirompente Kossof su Tons of Sobs) e ai Led Zeppelin che spesso la inserivano nel medley a chiusura dei concerti.

Rollins Band - Low Self Opinion (1992)
Così si alza il sipario su End Of Silence; morsi hard rock che affondano nella propria carne

Edgar Broughton Band - Evening over Rooftops (1971)
Esistenzialismo in cima ai tetti; una panoramica che starebbe bene sui diari di Palomar; stanchi di tutte le ultime rivoluzioni.

Stooges – We Will Fall (1969)
La pietra tombale sulla stagione dell'amore la mettono Iggy e John Cale con un tetro rituale in penombra.

lunedì 25 agosto 2014

Psycho-pills su Spotify (cercando altro)



Battendo il web alla specifica ricerca di “altro” - prog americano, nella fattispecie - è fin troppo facile imbattersi in rottamature del passato, nuovi nomi del mondo alternativo, vecchie glorie che non abdicano al tempo.
Sintetiche, sinteticissime prime impressioni di quanto potete incontrare setacciando, casualmente e senza meta, la rete.


Black Pistol Fire



Con tripletta di LP: Omonimo (2011) Big Beat ’59 (2012) e Hush or Howl (2014)
A prima vista scatenati blues-tamarri tex-mex alla corte di Eric Sardinas, ma più alternativisti e low-fi e quindi discepoli invasati degli ovvi Black Keys prima maniera (tra 20 anni forse si potrà ben valutare la reale portata di Auerbach, magari anche di fronte alla scomparsa dalla memoria dei White Stripes). Del resto coppia pure loro (canadese) e - del resto - quando una canzone si intitola Jezebel Stomp qualche motivo per sbattere in giro la testa ci deve poi essere... Sort me Out è addirittura sfacciata nella copia carbone del duo di Akron.
Big Beat '59, già un titolo che attinge al primordiale, spiana un beat veramente troglodita, riduce il numero di brani (bene), ne riduce pure il minutaggio (bene, se vi piace così),  inserisce qualche malsana tonalità da mariachi rock (Beelzebub) e qualche ronzio in più negli strati di accompagnamento desertico, con slide obbligatoria (Crows Feet). Roba da motociclisti debosciati in stile Sons Of Anarchy. Lamentatevi!
Il terzo LP finge di complicare un po' la rifferia, ma è poi sempre la stessa roba di contrabbando al mercato nerissimo del garage blues, più cinetico e cromato degli esordi, questo sì.


The Stone Foxes



Ancora tripletta: omonimo, Bears and Bulls e Small Fires. Americani di San Francisco, mica scherzi.
Iniziano in un juke joint indie, quasi agreste, anzi addirittura campagnolo, con certe rozze leccate di slide e armonica che neanche nella contea di Hazzard. Sul primo album ci sono titoli ingombrantissimi come Rollin’ and Tumblin e Spoonfull, risolte con amichevole menefreghismo, ma anche tortuosità acidule come Take a Breath e ballatone slow. Menzione per la jammona ustionante di Under the Gun, 7 minuti di Power Trio confederato e Larsen a valanga.
Bears and Bulls (2010), che si avventura in un naturale glam-stomp mica male, si arrischia perfino di un titolo come I Killed Robert Johnson, una murder ballad a 320 volt. Poi rollingstonismi assortiti, un po' di iperboogie cannedheattiani, il solito tributo alla tradizione (Little Red Rooster) compiti ben svolti ed un eloquio sempre educato e a volte troppo rispettoso (Mr. Hangman a parte, che potrebbe essere un Lester Butler in stato di grazia...). Restano, per fortuna, gli echi acidi della Frisco che fu (Reno, bella).
Su Small Fire (2013) solo 10 brani (ottimo), che lasciano le campagne per urbanizzarsi in un funk cittadino, costruito da un sound maturo, voluminoso nello spessore, a colonna sonora di un notturno poliziesco e revivalista. Vicini agli ultimi B.R.M.C, con qualche afflato sognante e una pericolosa tendenza melensa che pur salvano sempre in corner. Copertina pulp di straniamento hollywoodiano, tra Hipgnosis e Strange Days.


Grodeck Whipperjenny



Album omonimo, anno 1970.
Psycho-funky spaziale e distorto, dal sound fantasioso ed imprevedibile. Progressivo nelle intenzioni, funkadelico nei risultati, come dei Love furibondi per le strade più rissose di Detroit. Furono backing band di James Brown. Conclusions è un nero strumentale con intro per quartetto d'archi, ma occhio a Put Your Thing On Me: devastante assolo di chitarra ultra fuzz che smitraglia raffiche di black pulp nel midollo del più cool dei pusher. Fantastico! Evidence Of The Existance Of The Unconscious è inedito black prog strumentale e morboso, tra Hysaac Hayes e Quatermass.


Thee Image

Due album: omonimo (ma vè…) del ‘75 e Inside The Triangle, sempre ‘75.
Soft rock da west-coast di secondissima generazione, mescolato a sensuale slow funky da nightclub, rilassato sulla spiaggia di Venice e senza pretese di trionfi internazionali. Nel trio c’è pure il buon Mick Pinera, che dopo Blues Image e Iron Butterfly, sa il fatto suo in fatto di latineggianti colate di Fender (Temptation). Secondo album più robusto e rockettaro.
Prodotti dalla Manticore, label di proprietà di ELP, per cui negli stessi anni suonava pure la PFM; strani incroci.


Joe Henry

Invisible (2014) cioè l’ultimo album; solo questo perché il personaggio merita ben altro approfondimento.
Lo immagini nella penombra di una stanza d'albergo al crepuscolo di un Mardi Gras anni '20. Uno spleen dal sapore di sano eroismo piccolo borghese (bianco, indubbiamente), che affonda le radici nel cuore stesso della Grande Canzone Cantautorale Americana, dal Bob nazionale al primo Tom Waits fino ai Grandi Disillusi sulle soglie del millennio: i Kozelek, gli Eitzel.
Classe da vendere, Sign (in crescendo di epico abbandono), Alice e Swayed da ascoltare. La riscoperta di un “segno folk” arricchito da orchestrazioni minime ed eleganti, mai appariscenti, che meditano sulla profondità nascosta nelle cose semplici. Traccia di un blues dell'assenza riempito da un country jazzato da settimane astrali, di sincera nostalgia.
Tante penne non sospette ne scrivono; a ragione.


Mystic Braves

Due album tra il ‘12 e il '14 (fa impressione scritto così, eh?)
Il primo, omonimo, si apre con Mystic Rabbit, tanto per ribadire il concetto di rosicchiatori mistici a piede libero. Un juke-box distorto da estati anni '60 riparato da un vetro giallastro di revivalismo stile Barracuda; chitarre western piene di riverberi e miraggi di 13th Floor, Quicksilver e pigrizie doorsiane (Strange Lovers). Un pop pulsante come facevano Bryan MacLean e Arthur Lee privi di ispirazione, copertine di colorati mandala appesi alle porte chiuse del Fillmore. Esordio bello ma monocorde (Please Let Me Know, brit-pop risuonato da qualche sballato psicotico texano della International Artist) che fluisce senza salti come un unico eterno brano di 3 minuti, ciclico e riflesso da 1000 specchi.
Desert Island (2014) si scuote dal torpore ipnotico e non rinnega certo il passato, aggiungendo qualche logica (e timida) linea di Farfisa da Ventures spaziali. Personalità rinvigorita da qualche assolo azzeccato, songwriting più multiforme, dal vago sapore spagnolesco, vocalità rivedibile, produzione ancora un po’ piatta. Bello il surf di Valley Rat e la sarabanda virulenta di Born Without a Heart.

Un pomeriggio di stordimento fumoso su un morbido e oppressivo divano psichedelico. Poi correre all'aria aperta, spalancando finestre e sperando nella pioggia.

lunedì 28 aprile 2014

Hank Williams il punk


Quando non ci sarò più, la gente dirà: solo un altro ragazzo nelle perdute autostrade.


Hank Williams.
Uno che moriva di overdose dopo una vita di dolori ed eccessi già nel 1953. Aveva 29 anni. Lui si che “die before get old”

Un precursore.

lunedì 14 aprile 2014

Capitan Vinile, il Capitano Nero ed altri racconti



Rieccovi qui, manipolo di rockettari impenitenti!
Allora, alzi la mano chi di voi ha già il biglietto per lo spettacolo dei Rolling Stones al Circo Massimo.

Uno … due … tre...

Ma come?

NON VI VERGOGNATE!?

Ma non sapete che il concerto potrebbe mettere a serio rischio l'integrità di un importantissimo sito archeologico?!?
Potrebbero esserci dei crolli!!!!
E tutto senza nemmeno dovere attendere che incuria e mancanza di fondi facciano il loro onesto lavoro, come a Pompei!

Chi la sente dopo la Sovrintendenza?

mercoledì 2 aprile 2014

Out of Blue - Il testo integrale


E' per completezza, e pure un po' per vanteria, che pubblico l'integrale di Out of Blue, le libere conversazioni tra bloggers sulla musica blues.
Un ringraziamento dovuto ai partecipanti:

Massimiliano Manocchia (Massi)

Vlad

Bartolo Federico (Bart)

Mr. Hyde


Qui sotto una playlist derivata dai nostri scambi di vedute, e un link da cui scaricare un "tascabile" formato PDF del (lungo) testo che troverete di seguito.
Ma ora bando alle ciance!
Buona lettura e buon ascolto!

OUT OF BLUE


giovedì 13 marzo 2014

Out of Blue – Sulle tracce di Ulisse (benvenuti al sud)



Naviganti raminghi tra Mediterraneo e Mali.
Imbarchiamo un altro naufrago, e non potevamo farne a meno: Bart, autore di Viaggiatori nella Notte e curatore del blog Dustyroad. Amico – virtuale, ma molto meno di altri in cane ed ossa – di vecchia data.
Attenzione: qui non è luogo di elogi ad Eric Clapton o elegie per B.B. King; qui sono banditi l’accademismo e lo storicismo.

Contributi di:

Evil Monkey

Massimiliano Manocchia

Vlad

Bartolo Federico

immagine di copertina a cura di Mr. Hyde

lunedì 24 febbraio 2014

Out of Blue – Un collage


Ovvero liberi percorsi per strade secondarie. Accogliamo viandanti e viaggiatori, autostoppisti e musicofili.
A questo giro hanno collaborato:

Evil Monkey

Massimiliano Manocchia

Vlad

Mr. Hyde

Mr. Hyde che ringraziamo, oltre che per i contributi scritti, per il video e le immagini che trovate in questo post.

giovedì 6 febbraio 2014

Viaggiatori nella Notte – Una recensione


E’ con piacere che pubblico questa recensione di “Viaggiatori nella Notte”. Soprattutto perché viene dalla penna di uno dei “personaggi” di cui Bart canta le vicende: Tony il Poeta.
In persona.
Quindi, prendete un bel respiro e preparatevi ad immergervi in quell’atmosfera ubriaca, idealista e “operaia” che si respira al bar di Gino; chi ha sfogliato il libro sono sicuro sa di cosa parlo. E tenetevi forte, perché la passione, anche in queste righe, è tanta.

lunedì 3 febbraio 2014

Out of Blue – Una conversazione



Ovvero: out of blues
Uno sguardo trasversale e rigorosamente “eterodosso” sul blues, prodotto di un collage fatto di libere conversazioni tra blogger, sempre aperte a nuovi contributi e scritte nella speranza di sfuggire al solito nugolo di luoghi comuni e slogan superficiali che ammorbano questo genere musicale.
Percorsi non segnati, lontani da piantagioni, incroci e piedi caprini, che si intromettono in anfratti inesplorati e cercano di origliare a qualche porta nascosta.

Contributi di:

Evil Monkey

Massimiliano Manocchia

Vlad
   
In "copertina": Pablo Picasso, Le Vieux Guitariste,1903

venerdì 27 dicembre 2013

Me and the Devil – Riflessioni su una collaborazione



Early this morning
When you knocked upon my door
Early this morning, oooo
When you knocked upon my door
And I said hello Satan
I believe it's time to go

Io sono il Diavolo.
Ebbene sì. Quello distinto e suadente che bussa alla porta di Robert Johnson, una mattina.
Ho bussato alla porta di Bart, una mattina, gli ho detto “mi piace come scrivi; mi piace cosa scrivi”. Vieni con me. Perché lui è l’Artista. Lui è Robert Johnson.
E adesso che Viaggiatori nella Notte esiste, ce ne andiamo a braccetto, uno di fianco all’altro.
Tutto questo per dire che “si può fare”.
Si può tirare fuori perfino un libro fatto, finito, rilegato, illustrato (e come, illustrato!) e distribuito; tirarlo fuori dai meandri di vecchi blog dispersi e saltuari. Si può tirarlo fuori laddove in tanti, magari, ci vedono solo il solito post della domenica mattina, o la recensione del sabato, la classifica del venerdì.
Abbiamo ogni giorno per le mani un mare di risorse, parole, racconti, poesie, canzoni. Bisognerebbe avere la passione e il tempo di ordinarli e farli conoscere.
Andare in giro a dire : “Ehi, senti qua! Forte eh? Chi è? No, no nessuno di famoso…”
Non è quello che passa da Fazio la domenica sera. E’ qualcuno che non vedrai mai in tv, che forse nemmeno vedrai mai su uno scaffale della Feltrinelli sotto Natale. Però adesso c’è, esiste. Ci saranno errori, ripetizioni, impaginazioni sbagliate, tutto quello che volete…
Ma ha lasciato la sua piccola traccia nel mondo reale.
Tutto quel tempo passato a scrivere, tutto quello passato a correggere, rileggere. Tutto quello passato ad ascoltare!
Lo meritavano, no?
E allora evviva il Diavolo. Che magari, alla fine, è andato a reclamare la vecchia anima di Robert. Ma che gli anche messo in mano una chitarra che oggi sappiamo aver riscritto la musica.

Ne approfitto per ringraziare tutti i blogger che hanno fin ora supportato questo progetto.
In rigoroso ordine casuale, sperando di non dimenticare nessuno:

Blackswan

Vik

Massimiliano

Vlad Tepes

Nella

Lozirion

La Firma Cangiante

Ant

Mr. Hyde

In queste ultime settimane ho avuto modo di ricevere, inviare, inoltrare decine di mail, spedire libri, diffondere link. Tutte divertenti estensioni comunicative di questo web sociale.
Non vorrei che finisse qui. Anzi, proverò a far sì che questa collaborazione rappresenti un punto di partenza; non solo per me, per Bart, per gli amici che ci hanno dato il loro supporto e prestato i loro spazi.
Per chiunque passi, veda la porta aperta, e un meraviglioso sottoscala di suoni, dialoghi e immagini.
A questo proposito, è emersa qua e là nei commenti sui vostri blog, l’idea di una “tavola rotonda virtuale” sul Blues. Una cosa semplice, ma possibilmente priva delle consuete banalità sulla Musica del Diavolo.
L’idea è sempre lì, sul piatto.
Chi vuole entrare, prego! La porta è aperta. Basta bussare.

venerdì 13 dicembre 2013

Viaggiatori nella Notte

VIAGGIATORI NELLA NOTTE

Un libro di Bartolo Federico

illustrazioni di Giovanni Lo Re

È stata la musica che mi ha protetto dalla pazzia ed è venuta a stanarmi fin dentro la mia stanza anonima della mia anonima casa di periferia. Quella che bussava alla porta era una generazione cresciuta ascoltando Hendrix, Jim Morrison, Stones, Velvet, Mott The Hoople, Who, Kinks. Una generazione che prendeva in prestito la poesia di Baudelaire e di Rimbaud e la trasformava in energia, in rock’n’roll. E tutti prendevamo coscienza, per emanciparci, per crescere.

Bartolo Federico – Viaggiatori nella notte



C’è una cosa che mi fa paura del web.
La mancanza di memoria.
Ed è strano, perché a pensarci bene internet nasce proprio per condividere, memorizzare, immagazzinare incredibili quantità di dati, informazioni, immagini, suoni.
Alla fine il flusso costante di idee, notizie, novità è talmente incessante che non si riesce più a distinguere il bello dal brutto, l’utile dal superfluo; quello che cerchiamo da quello da cui fuggiamo.
E si finisce inevitabilmente per relegare la maggior parte di ciò in cui ci si imbatte in qualche remoto angolo di Google, tra le pagine vecchie, tra le news sorpassate, i vecchi post di Facebook o i “tweet” della scorsa settimana.
Perchè questo così decantato “web sociale” vive solo del presente; sul filo del minuto, sulla diretta condivisione dell’ ultimo attimo vissuto. Che, appunto, dura un attimo. Poi scompare.
Credo che sia questa la vera molla che mi ha spinto a proporre a Bart, l’autore di Viaggiatori nella Notte, qualcosa di diverso.
Che non fosse solo il post disordinato su un blog aggiornato quando la frenesia della vita reale ce lo consente. Qualcosa che potesse lasciare una traccia, proiettare un’ombra. Qualcosa che esistesse, a prescindere dalla connessione internet.
Qualcosa di cui fosse facile conservare memoria.
Il mondo di Bart, fatto di blues, di migrazioni, di diseredati e perdenti è permeato di memoria. Quella memoria che si rafforza nel perenne rituale delle 12 battute del blues, capace di raccontare le storie di antenati distanti nel tempo ma vicinissimi nello spirito. Vicini nell’America degli anni ’20, come nell’Italia degli anni ’10. Un ponte ideale che collega due stirpi differenti di sconfitti, ma non arresi.
Sconfitti dalla politica, dall’economia, dalla grande finanza e, perché no, dall’onnipotenza tecnologica.
Non arresi, perché il blues non può arrendersi. E’ come il pugile costantemente sull’orlo di crollare ginocchia a terra; ma che resta, in storto equilibrio, sempre in piedi.

Così nasce il “progetto Dustyroad” prima, Viaggiatori nella Notte poi. Un libro di racconti interamente trascritto dai post degli ultimi anni del blog di Bartolo Federico. Una tortuoso viaggio per le vecchie, polverose strade del blues. Quelle che non sai mai a che incrocio di portino, ma che sei sicuro, prima o poi, ti metteranno faccia a faccia con i tuoi personalissimi demoni.

Non interpreto questo libro, la piccola parte che ho avuto in esso, come un regalo all’autore, ai blogger amici che ci stanno supportando o ai lettori.
L’ho fatto per me, lo ammetto. In un momento particolare in cui avevo bisogno di dimostrarmi che sì, si può anche fare qualcosa di completamente disinteressato; dove soldi e visibilità non c’entrino, nei limiti del possibile, per nulla. Dove il tempo di uno scrittore come Bart sia finalmente fissato su carta e non scorra via disperdendosi in mille rivoli disperso per la rete.
Chissà se ci siamo riusciti.
Ad ogni modo, ne è sicuramente valsa la pena.
  
La versione cartacea è disponibile su Lulu, all’indirizzo:


Il prezzo è il minimo consentito, nessuno ha margine di guadagno… Ma se siete interessati, ditemi qualcosa prima, forse abbiamo possibilità di recuperare qualche copia gratuita…

La versione digitale è disponibile, gratuitamente, al seguente indirizzo:


Detto questo, ho l’obbligo di ringraziare sinceramente l’illustratore del volume, Giovanni Lo Re, Badit per gli amici del suo blog. E’ lui che ha realizzato e ci ha donato tutte le illustrazioni del libro.
E devo anche ringraziare i blogger che hanno dimostrato interesse nel progetto!

E adesso la parola al blues!

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