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venerdì 8 febbraio 2013

The Eighties Matchbox B-Line Disaster ‎– The Royal Society


E allora venite! Venite infaticabili cercatori di alternativo, ragazzini curiosi, ventenni indie e antichi punk. Venite al malefico Luna Park che gli Eighties Matchbox B-Line Disaster hanno costruito su quel vecchio terreno di sepoltura indiano i cui spiriti riemergono nelle notti che piacciono all'Uomo Lupo.
Uno psychobilly nevrotico, dalle pesanti tinte dark, inserito su paure di chitarre distorte e terapie alla Clorpromazina. Un cantante che fa la voce grossa per spaventare i bambini nella notte di Halloween, rimasugli dei Cramps, battiti di Bo Diddley (Rise Of The Eagles), cattiverie fender alla Ward Dotson (The Fool) ed un'estetica di tetra ironia tra la Famiglia Addams e le trascrizioni più truci di Scooby-Doo, che arriva fino a qualche frammento di Joy Division a fumetti,  rumorismi mentali da Killing Joke (I Rejection) e le zanne di plastica dell’ultimo Jon Spencer.
The Royal Society è il loro secondo album: tantissime tracce, tantissime giostre; poche superflue, alcune veri e propri labirinti dell'orrore (Puppy Dog Snails, Drunk On The Blood, Freud's Black Muck), altre giochi di specchi alla neo-mescalina (The Dancing Girls, Temple Music). Il rondò diabolico di I Could Be An Angle vale il prezzo del biglietto.

mercoledì 7 marzo 2012

Miami – La voce davanti


In copertina ci sono tre volti appena sfocati che sembrano affogare nel trasparente verdastro delle swamp che presto sarebbero state territorio sintetico per Sonny Crockett e Rico Tubbs.
La strenua lotta contro il soffocamento della vita e del mondo tutt’attorno, porta Jeffrey Lee Pierce a servirsi come feticcio del più Amerikano degli stili: il country. Quello stesso country che anno dopo anno pareva sempre più un vessillo per la destra repubblicana più reazionaria, ma che i Gun Club distorcono e imbastardiscono fino fargli ritrovare un’originale seppur deviata verginità, raccontando parallelamente un Amrica Psycho che frequenta la metropoli con l’alienazione di un vagabondo delle Pianure del sud. Country-contro. Un sound che sostiene l’autore nei suoi insistiti tentativi di “tornare a casa”, nel senso più ampio; tornare agli affetti, al preto davanto alla veranda in cui sedersi a bere una birra con il vicino guardando il football. Ritornare in quel luogo da cui si era partiti urlando e sbattendo forte la porta. L’emozione crescete del tentato ritorno costringe ad alzare il volume, elettrificare e distorcere la vecchia tradizione del campione solitario che torna al focolare dopo avere ucciso i “cattivi indiani”.
Così si spiega per esempio l’autopsia che il gruppo fa di Fire of Love, vecchia hit del 1958 di Jody Reynolds, al tempo ricalcata sulla moda del twang chitarristico di Duane Eddy, che nell’idea di Pierce diventa un mostruoso riff quasi fossero AC/DC in abiti mariachi. E la cover di Run Through the Jungle, il brano più tormentato e sinistro dei campioni del country-rock democratico, i Creedence. Ma anche quella specie di surf da sballo di John Hardy, in cui Dotson si immedesima nell’equivalente hardcore di Dick Dale mentre Jeffrey si sgola nel racconto della vecchia storia del ferroviere del West Virginia, neanche fosse una ballata di The Times They Are A-Changin'.
Ma non è finita: Jeffrey Lee è veramente uno dei pochissimi che può fregiarsi del titolo di Erede di “quel” James Morrison, con il quale condivideva tra l’altro il retaggio di giovane borghese bianco cresciuto nel profondo sud, nonché la non invidiabile abitudine di mortificare la propria esistenza affogando nelle bottiglie vuote di Southern Comfort. Riesumando Jim direttamente dal Pere Lachaise, ne sfigura il crooning baritonale con uno yodel che è più un incubo nel dormiveglia che il virtuosismo del vecchio Jimmie Rodgers o la malinconia sentimentale del contemporaneo Chris Isaak. Ciònonostante Pierce resta un personaggio tanto misconosciuto che pare incredibile sia nientemeno che il reale anello mancante tra il Re Lucertola e il futuro anti-divo Kurt Kobain. La sua voce sta sempre davanti; sbattuta sul proscenio come l’attrazione della serata. Dietro di lei stanno quinte su quinte, strati su strati di chitarre che suonano punk, rock e blues all’unisono, senza soluzione di continuità, procedendo su binari paralleli e sovrapposti, generando un fragore avvolgente dal caldo riverbero antiquato. Come nell’invito sciamanico e lunare di Carry Home, o nell’invocazione femminea di Mother Of Earth (con lo stesso twanging tra Ombre Rosse e El Mariachi) che chiude il disco così come si era aperto: immagini in controluce, tutte con lo stesso sfondo e tutte risucchiate nello stesso vortice, “in the dark”. L’album intero è una fenomenologia, una declinazione continua di un’oscurità (dark) onnipresente, tanto nei paesaggi esteriori, quanto nell’intimo del cantante e di tutti i suoi “doppi” che sfilano nelle 12 canzoni come una processione di flagellanti incappucciati che si puniscono pur senza riconoscere un Dio a cui chiedere l’assoluzione.

martedì 17 gennaio 2012

Riletture Americane - La Rapidità - parte 3


“Categorie calviniane” applicate alla Popular Music - La Rapidità - Pt. 3



Il tutto avvenne troppo rapidamente perché qualcuno potesse rendersi conto di chi fosse in realtà John Simon Ritchie. Anzi, questa è anche una chiave di lettura di buona parte del movimento punk: le vicende pubbliche e private, la musica, i personaggi, passavano così velocemente che, tanto lo spettatore quanto il critico o il promoter, non riuscirono mai a comprendere a fondo ciò che stava succedendo. Quando qualcuno cominciò a domandarsi se quella fosse vera musica o solo una trovata pubblicitaria da reality-show, il punk stesso era già scomparso e la più pacifica e borghesuccia New Wave, con le sue camicie chiare e le cravatte strette, era accorsa a calmare le acque. In realtà di musica buona ce ne fu parecchia, pur se nascosta sotto un mucchio di propaganda giovanilistica.
Un'altra vicenda umana consumatasi veloce come la luce di un fiammifero fu quella di Darby Crash, morto per overdose a soli 22 anni, il cui gruppo, i Germs, nella sua breve esistenza, fece a tempo ad incidere un solo importante album, GI, nel 1979. Pur lontano dalle charts e ad anni luce dal main-stream, Darby riuscì a trapiantare il germe del più puro  punk anglosassone nell’assolata west-coast: il suo impatto fu deflagrante tanto che a distanza di qualche anno L.A. diventerà patria di una delle più coinvolgenti scene hardcore d’America mentre la California è ancora oggi con Offsprings, Green Day e Blink 182 la sovrana del punk-rock più commerciale.
GI è un collage di pezzi brevissimi e suonati come fossero in una centrifuga: velocità spaventosa, parole che si accavallano l’un l’altra come rigurgitate da uno stomaco insofferente alla vita sociale.

Quando Darby Crash muore a Los Angeles sul pavimento sotto quel cartello, è il 7 dicembre 1980.
Il giorno dopo è l’8 dicembre. A New York, davanti alI’ ingresso del Dakota Building, un tale che si chiama Mark David Chapman ammazza John Lennon sparandogli quattro colpi nella schiena.
Sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo ci finisce quel]’altro, l’ex cantante e chitarrista dei Beatles.
(Carlo Lucarelli – La Faccia Nascosta della Luna)

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