Chi sono quelle figure sacerdotali eppure
metropolitane, che invadono il palco con i loro attrezzi musicali? Che cosa
suonano? Cosa recitano? Perché il loro spettacolo sembra più un’evocazione che
un concerto jazz? Perché questa loro bizzarra proposta appare più moderna e
provocatoria oggi rispetto ai primi anni ’70?
Perché ascoltare ancora l’Art Ensemble of Chicago?
Perché non è solo musica; è pensiero
libero, mai prevaricatore, mai passivo, con un seme di primordiale universalità
africana che ci ricorda da dove veniamo.
E’
ancora vergine, come la foresta. Lo era nel 1970, lo è in
gran parte ancora oggi. Perché è “free-bop” o meglio “be-free” un’espressione che anche semanticamente coincide con la
filosofia di fondo del gruppo. Un gruppo che sente la necessità di rendere
esplicita sin dal nome la sua provenienza, Chicago, salvo poi dimostrare ben altro
con una musica che è “del Mondo” e si espande come nella radiazione evolutiva dell’Homo Erectus dalle
valli del rift al Medio-oriente. E ritorno. Una musica che suona di casa tanto
in Maxwell Street quanto al riparo della falaise
de Bandiagara tra la gente Dogon del Mali.
Una timbrica sconfinata che va dalle piogge tropicali dei vibrafoni, ai
clacson scortesi di una metropoli (post)moderna, fino ai flauti pastorali di
tribù nomadi su grandi pianure. E allora forse è vero che “space is the place”, o meglio: gli
spazi sono il luogo: tanti spazi diversi su un unico palco.
Ma chi su quel palco amministra e percorre
questa moltitudine di spazi?

