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mercoledì 22 febbraio 2012

Art Ensemble of Chicago – Tutti i luoghi di un palco



Chi sono quelle figure sacerdotali eppure metropolitane, che invadono il palco con i loro attrezzi musicali? Che cosa suonano? Cosa recitano? Perché il loro spettacolo sembra più un’evocazione che un concerto jazz? Perché questa loro bizzarra proposta appare più moderna e provocatoria oggi rispetto ai primi anni ’70?
Perché ascoltare ancora l’Art Ensemble of Chicago?
Perché non è solo musica; è pensiero libero, mai prevaricatore, mai passivo, con un seme di primordiale universalità africana che ci ricorda da dove veniamo.
E’ ancora vergine, come la foresta. Lo era nel 1970, lo è in gran parte ancora oggi. Perché è “free-bop” o meglio “be-free” un’espressione che anche semanticamente coincide con la filosofia di fondo del gruppo. Un gruppo che sente la necessità di rendere esplicita sin dal nome la sua provenienza, Chicago, salvo poi dimostrare ben altro con una musica che è “del Mondo” e si espande come nella  radiazione evolutiva dell’Homo Erectus dalle valli del rift al Medio-oriente. E ritorno. Una musica che suona di casa tanto in Maxwell Street quanto al riparo della falaise de Bandiagara tra la gente Dogon del Mali.  Una timbrica sconfinata che va dalle piogge tropicali dei vibrafoni, ai clacson scortesi di una metropoli (post)moderna, fino ai flauti pastorali di tribù nomadi su grandi pianure. E allora forse è vero che “space is the place”, o meglio: gli spazi sono il luogo: tanti spazi diversi su un unico palco.
Ma chi su quel palco amministra e percorre questa moltitudine di spazi?

venerdì 19 agosto 2011

Il Rock secondo John Sinclair *


Non riesco in nessun modo a descrivere, a rendere giustizia dell'impatto della musica rock and roll sull'Occidente, a parte dire che ha segnato la differenza sul pianeta (e non accettate versioni diverse!). Il rock and roll è apparso come un riflesso e un'espressione dei cambiamenti economici e tecnologici che hanno avuto luogo nella civiltà occidentale. Non è stato un caso, ma la manifestazione precisa di un tremendo cambiamento che ha attraversato tutto l'Occidente. Ascoltate "Mvbelline" di Chuck Berrv o "Tuttifrutti" di Little Richard e capirete quello che sto cercando di dirvi: una musica del genere non c'era mai stata prima sulla terra. Quella musica è una metafora precisa della situazione: Richard Penniman che urla "Womp-bob-aloo-momp-a-wompanbam-boom" in faccia a D. Eisenhower, a John Foster Dulles e agli Yankee di New York: questo basta a comprendere la situazione.
Era incredibile! Questi tipi aprivano le loro bocche per cantare e una nuova razza di mutanti si lanciava tra danze e urla nel futuro: guidavano auto veloci e bevevano birra e saltellavano mezzi nudi nei sedili posteriori, pronti a marciare negli anni '60 e librarsi nei '70. Non c'era mai stato niente del genere!
Il rock and roll ha dato il calcio d'inizio al XXI secolo con 50 anni di anticipo, in tre minuti ha fatto il salto dall'era meccanica a quella elettronica, a 45 giri al minuto, cristallizzando tutte le nuove energie generate dall'incontro tra queste due mostruose tecnologie, comprimendole nella forma più compatta, la più esplicita (e implosiva!), per poi far esplodere quell'energia attraverso la radio in ogni angolo dell'America per ritribalizzare i suoi ragazzi e trasformarli in qualcosa di sostanzialmente diverso da quella razza che li aveva messi al mondo.

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