Buffy Sainte-Marie, la piccola nativa Cree che scese dal Canada con la
chitarra in mano, sembrò una bizzarra proiezione dello spirito più
anticonformista del Village di metà anni ’60. Troppo colorata per il rigore
acustico di Dave Van Ronk, troppo sopra le righe per la lotta politica
continua, troppo “indiana” per diventare manifesto della gioventù democratica
che affollava le coffe houses.
Eppure, con un fascino mediano tra la Fata Morgana e l’antica sciamana
indigena, Buffy si fece portatrice di uno stile originalissimo e colto come
pochi. Un canto estroverso costruito su esagerazioni vocaliche e aperture
lunghissime anche sulle consonanti, tenute, sospese, blandite, che rendono il canto
espressionista e quasi grottesco, inserito per contrasto su una figura minuta e
naif come la sua. Una vocalità unica al tempo che declina in folk gli
esperimenti magnetici di Berio e Cathy Berberian, prodromo dei tentativi di
estremisti quali Tim Buckley o Demetrio Stratos.