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lunedì 27 ottobre 2014

QuebecRockSampler - Note d'ascolto - 1


L’Infonie
L’Infonie (1969)

Un’enorme opera di avanguardia, in prima fila nella rivoluzione globale del rock di fine anni ‘60.
Orchestra classica free-form, inserti concreti, rumori d’ambiente, sketch di teatro canzone, beat poetry e l’ombra erratica del fantasma di Ornette Coleman. E non solo.
Una scaletta frammentata come un collage surrealista, potresti sentirci dei Faust Tapes rimontati da Charlie Haden in crisi d’astinenza. Ma anche il techno-psych di J’ai perdu 15 cent…, lo pseudo funk da cabaret per freak di Viens Danser, la meditazione per fanfare di ottoni che chiude Finale.
Una proposta talmente datata ed a suo modo estrema da risultare piacevole in questi nostri poverissimi tempi di crisi globale.
Disco notevolissimo, anche (soprattutto?) al di fuori dei ristretti confini franco - canadesi.

giovedì 19 giugno 2014

Sommersioni di U.S. Prog – Volume 1


Il prog sommerso statunitense è un curioso ponte incerto ed ondeggiante, gettato dagli ultimi spasimi acidi alle grandeur AOR, passando per mille tentazioni hard, folk, jazz. Più caotico e disorganizzato della controparte britannica, vanta però una carica, perfino una violenza, tutta americana e mascolina ignota alle prelibatezze europee. Non mancano i barocchismi esasperati, gli stucchi rococò, le inutili sperimentazioni e le pietose auto indulgenze, ma c’è sempre qualcosa di divertente e piacevole, pur nelle suite più esasperanti.

Un viaggio coloratissimo, da oceano ad oceano, lungo le solite traiettorie (da New York a Detroit, passando per l’Ohio) con l’apparente defezione della California e un buon contributo dalle province più remote.

lunedì 16 giugno 2014

Note di U.S. Prog





Partendo da una gretta generalizzazione: l’America (U.S.A. e per esteso, Canada con la notevole eccezione del Quebec francofono) non ha mai conosciuto, in senso stretto, un movimento di rock progressivo unitario, identitario, riconoscibile tanto da fuori quanto da dentro.
La sua nicchia ecologica è stata alternativamente occupata dalle esplosioni acide (Vanilla Fudge, Spirits) e da quel genere misto, definibile come fusion (o “Americana”, in tempi recenti), portato al successo da band come Electric Flag, Blood, Sweet and Tears e Chicago. Gruppi che hanno avuto l’ambizione di dare uniformità ai differenti linguaggi del recente patrimonio musicale popolare americano: folk, blues, jazz, rock ‘n’ roll. Senza dimenticare l’apporto che in quest’ambito hanno avuto le sperimentazioni elettriche di Miles Davis.
L’assenza di un Rock Progressivo “di stampo britannico” è in parte spiegabile con l’assenza – o almeno la lontananza – di quel patrimonio storico (musicale e non) di cui gli artisti europei hanno sempre fatto tesoro. Far from the reaches of Kingdom and pope”, come cantavano gli Steppenwolf in Monster. La mancanza di un Romanticismo; di un contatto diretto con la musica colta della tradizione, magari filtrata attraverso i ritmi popolari (valzer, polka…). La mancanza di profondità storica.
Gli U.S.A. sono nazione giovane per antonomasia; non hanno medioevo. Non possiedono quell’immaginario comune di storia – leggenda - letteratura che in Europa risale su, fino a Roma.
Togliete il medioevo a certo rock britannico… e vi resterà ben poco.
L’unico vero “mito” americano resta quello della frontiera (geografica e umana), ed è tutto appannàggio, oltre che del cinema, di country, folk e dei grandi songwriter che ad essi si ispirano. Una musica che inevitabilmente si basa sul riff, sulla frase ritmica ben più che sulla melodia. Una musica che trova nella “forma-canzone” la sua ragione d’essere, non certo nella suite o nella sinfonia.
La mancanza di un movimento progressivo riconoscibile non significa però che manichino manifestazioni prog tout-court. Magari singole canzoni-suite, piccole band, con piccole discografie; ma anche transizioni, o stadi larvali di grandi gruppi che in qualche fase della loro esistenza hanno prodotto reale, tangibile e ottima musica romantica, fantasiosa, melodica e progressiva (Styx, Kansas, Journey…).
Nessuna linea evolutiva; nessuno scambio, nessun progetto, scarsa o nulla ispirazione reciproca, pochi riferimenti all’Europa di Genesis e King Crimson. Una costellazione un po’ disordinata che va da una costa all’altra e attraversa più o meno tutti i 70, ben sopravvivendo agli scossoni che ’76 e ’77 portarono al rock europeo.


lunedì 9 dicembre 2013

Jukin' Bone ‎- Way Down East (US Hard Rock)


Artista: Jukin' Bone
Album: Way Down East
Anno: 1972
Label: RCA Victor (LSP-4786)

Joe Whiting : Vocals      
Mark Doyle : Guitar, Piano         
George Egosarian : Guitar          
John DeMaso : Bass      
Tom Glaister : Drums, Percussions

lunedì 8 luglio 2013

Il Blues di Alpha Centauri



"Come lo suonano il blues su Alpha Centauri?"
"E'... come un respiro. Che sembra sempre dover essere l'ultimo. Ma poi ce n'è un altro; e un altro".
"Emozione, feeling?"
"E' l'esternazione di un'atmosfera sulfurea e decadente, sotterrata dal grande fango dell'alluvione di idee derelitte, di tecnologie inutili, di progresso autoreferenziale".
Manuel Göttsching torna a sedersi a gambe incrociate quasi nel mezzo del Nihaven. Luci al tramonto. Riflessi.

giovedì 23 maggio 2013

US Hard Rock Underground - US Hard Rock Overground

Un altro tassello della tortuosa introduzione a US Hard Rock Underground... Troverete sempre tutto "ordinato" in questa pagina...



A differenza di quanto era successo appena cinque anni prima, al tempo della British Invasion, alla fine degli anni 60 il rock americano si fece trovare pronto alla nuova accelerazione imposta dal Regno Unito. Anzi, forte di precursori di successo, poteva pure rivendicare la paternità dei suoni pesanti, e non senza ragioni.
In California, area Los Angeles, operava un gruppo di esuli canadesi, gli Steppenwolf, che avevano fatto un centro clamoroso con Born To Be Wild, brano che a cui pare si debba addirittura la paternità dell’espressione “Heavy Metal”.

I like smoke and lightnin'
Heavy metal thunder
Racing in the wind
And the feeling that I'm under

Sempre a L.A. risiedevano da tempo gli Iron Butterfly, che smerciavano psichedelica pesante a buon mercato e riff monocordi e pulsanti: In-A Gadda Da Vida, n° 30 tra i singoli del 1968, fu il prototipo del “brano monstrum”.
Sulla costa est le star tra il ‘67 e il ‘68 furono i Vanilla Fudge: un indecifrabile guazzabuglio di pop, acido e musica classica, la cui specialità era produrre cover ipertrofiche e metalliche di canzonette da classifica. Nel mezzo, o meglio nel mid-west, Detroit, con la sua scena pazzoide capitanata dagli MC5 protetti del guru John Sinclair, in cui power-chord, assoli ipetrofici e volumi esasperati erano l’unica risposta musicale possibile ai moti di violenta contestazione che agitavano il Michigan.

sabato 6 aprile 2013

venerdì 22 marzo 2013

J. Geils Band - Full House


Nel 1972 chi stava alla moda decadente dell’epoca andava ai concerti degli Stones; per chi voleva sballare c’erano i Led Zeppelin. Ma chi si voleva davvero divertire doveva andare a vedere la J. Geils Band.
Un sestetto di fuorusciti dalle paranoie piovose della East-Cost, devoti ad Otis Rush più che a Beatles o Cream, che dopo un paio di album di intenso blues urbano si scatenano sul palco di questo "Live" Full House sfoderando un mordente rock-blues ben più poderoso e distruttivo di quanto avessero mai fatto Mayall o Butterfield. Attorno al super dandy Peter Wolf, che gestisce con galante sciatteria First I Look At The Purse o Cruisin' For A Love, c’è il virtuoso armonicista Magic Dick che si diverte in Whammer Jammer, la foga hard di John Geils in Hard Drivin' Man e tutta l’eclettica disponibilità di Seth Justman a dipingere sfondi di intenso Hammond a 12 battute. Serves You Right To Suffer, imponente slow blues chicagoano, sta nel mezzo di tutto, come un totem in onore di John Lee Hooker.

lunedì 11 marzo 2013

mercoledì 6 marzo 2013

REO Speedwagon – T.W.O.


E vai col Classic Rock da manuale! Cantante con accenti sexy, chitarrista di ampio volume e ipercinetica tendenza, tastierista tuttofare e sezione ritmica…beh, che tiene il ritmo. C’è tutto e di più in T.W.O. titolo del secondo LP degli allora ignoti REO Speedwagon. Un disco che oggi può apparire assai impolverato ma che pure allinea una batteria di pezzi che consentiranno alla band di sfamarsi negli amari anni prima di Keep On Loving You. Dalle assolate visioni autostradali alla Easy Rider di Let Me Ride e Golden Country (e chi sono, gli Eagles?) alle sempre rollingstoniane Little Queenie e Flash Tan Queen, passando per l’obbligatoria ballatona hard di How The Story Goes, un pezzo che non sarebbe dispiaciuto a Tyler & Perry; fino ai rock veramente azzeccati di Music Man e Like You Do in cui il buon Kevin Cronin si dimostra una scelta più che vincente per sostituire l’impersonale Luttrell.
Consigliato non tanto ai fans di Hi Infidelity quanto ai devoti del puro sound USA dei primi anni ’70.

venerdì 15 febbraio 2013

The Pink Fairies - What A Bunch Of Sweeties


All’abbandono del visionario Twink, i Pink Fairies si ritrovarono a gestire un classico power-trio di inusitate anarchia e ruvidezza. Senza timori di sorta, si issarono felicemente a portabandiera della sbandata fauna alla periferia di Notting Hill, e, lasciando agli Hawkwind le incombenze intergalattiche, si gettarono a capofitto in What A Bunch Of Sweeties, una collezione di jam rock urbane che risuonano grezze come improvvisazioni di buskers elettrici nella stazione di Portobello. Right On, Fight On è l’inno archeo-punk di turno, Portobello Shuffle la divertente caricatura delle gang della zona. Poi la chitarra di Paul Rudolph si impossessa con la forza di mastodontiche maratone come I Went Up, I Went Down e Walk Don't Run che dilata la leggera visione surf dei Ventures in un’epopea di stordimenti cittadini alla luce dei primi neon dopo il tramonto. E che peccato sprecare il riff di Marylin per l’ennesimo drum solo! Ma del resto damerini come i Led Zeppelin facevano anche di peggio.

giovedì 31 gennaio 2013

Blob – Parliamo degli intoccabili!



La cosa più orribile che abbia mai visto in vita mia!

Da tempo mi stavo arrovellando su come poter affrontare in modo originale riflessioni o addirittura recensioni dei titoli “intoccabili”: Dark Side of the Moon, Sgt. Pepper, Born to Run, The Velvet Underground & Nico…
Gli Esercizi di Stile su Led Zeppelin IV hanno offerto una risposta parziale, più di forma letteraria che non di contenuto concreto, e sono comunque stati un buon inizio.
Poi mi sono ricordato di Blob, la perenne trasmissione preserale di Rai Tre che ho sempre seguito da vent'anni a questa parte. Le risposte ovvie spesso ci stanno sotto gli occhi...

Negli anni Novanta, infatti, “Blob” ha rappresentato la dimostrazione di come la realtà fosse penetrabile soltanto scomponendo i suoi elementi semantici, e costruendone sul piccolo schermo una versione manipolata.

La schifosa melassa nera della prima sigla di Blob fu il suo timbro profetico all'esordio: la tv era melassa, la società italiana era melassa. Sera a dopo sera, sono passati qualcosa di più di 20 anni. Il lavoro critico che Enrico Ghezzi e il suo team hanno portato avanti ha consentito al pubblico di compiere sistematicamente un salto quotidiano: dalla rappresentazione del reale verso l'irreale per approdare al surreale. Con un risultato sempre invariato: quella che emerge è proprio la realtà.



Ed allora ecco: costruire una recensione fatta come l’esperimento di Frankenstein, composta da brani di articoli altrui, già presenti sul web, tratti da blog, webzine, portali musicali... Tutti ben ricomposti e montati a formare un testo coerente e filante.
Ripescando il formato di puro "ipertesto", che una decina d'anni fa pareva essere il futuro imprescindibile della letteratura in epoca digitale, ecco pronto un montaggio in cui ogni frase, ogni parola (punteggiatura esclusa) è in realtà un link, una porzione di un “testo altro”, che qui è riutilizzata e rimontata, non sempre ricontestualizzata, per formare un articolo autonomo.
Ma mi rendo bene conto che è tremendamente difficile cercare di spiegare a parole questo "progetto". E allora parto subito. Quello che segue prendetelo come un esempio, il cui risultano in verità non mi ha lasciato affatto soddisfatto, ed è quindi assolutamente migliorabile.

mercoledì 21 novembre 2012

Ma come si vestono?! (TVEye)


Guai a pensare che il Rock sia maestro di moda.
Mica tutti sono eleganti come i Mod o possono permettersi le giacche Armani di Clapton.
Quando poi si parla di Hard Rock, Southern o di altri generi di per sé imprigionati nei cliché, l'orrido è sempre dietro l'angolo, sopratutto tra le seconde file più esagitate.
Tanto per gradire: Uriah Heep, The Wizard (1972), in clamoroso playback vintage.
Ma lasciamo da parte la musica un attimo per chiederci, con sommessa ironia...come si vestivano questi?

lunedì 8 ottobre 2012

venerdì 5 ottobre 2012

Il Blues secondo Robert Crumb


Abbracciavano pensieri orientali, tanto più anticonformisti quanto più fasulli (la maggior parte dei guru era californiana e non avrebbero saputo distinguere Confucio o la Lao—Tze da una mucca malata), si definivano "figli dei fiori", praticavano l’amore di gruppo e assumevano qualunque tipo di droga, dal peyote alla vernice tenditela dei vecchi aeroplani. Studiosi serissimi si occupavano della “espansione della Coscienza" tramite allucinogeni e in mezzo a tutta questa baraonda, allegra, oh, quanto allegra, spaziava Crumb. Che era convinto di appartenervi, ma non era vero. Lui spaziava un po’ più in alto, ma non lo sapeva, anche se lo avvertiva confusamente. Lui non seguiva la moda, seguiva il se stesso, che in quel momento coincideva fortuitamente con la moda, ed era comunque convinto di seguirla. Poi, siccome avvertiva confusamente il senso artificiale della maggior parte di tutto questo, cominciò a staccarsene molto presto. Ora ne prende le distanze. Fa quella che i marxisti (ce ne sono ancora?) chiamano l`autocritica. Rifiuta buona parte della musica popolare d’oggi (ma, a pensarci bene, è la vastità dei decibel, il volume assordante che rifiuta, e in questo non possiamo che essere dalla sua parte) e quindi buona parte della cultura giovanile odierna. È un fatto di età? Forse. O forse è l’insopprimibile desiderio di anticonformismo che l`ha sempre dominato, o meglio la tendenza di usare la sua testa, costi quello che costi.

Ferruccio Alessandri – Robert Crumb “Disegna il Blues” – Franco Cosimo Panini Editore, 1993

sabato 29 settembre 2012

Riff for the Mass - US Hard Rock Compilation #1



Due giorni con lo sguardo fisso sulla strada e le mani sul volante; il sole è in perenne tramonto come nella notte artica.
Duemila miglia, da Madison a Baltimora e ritorno, in un paese popolato da zombie antropofagi che sbranano ciò che resta degli uomini al suono ininterrotto di jingle pubblicitari di qualche compagnia telefonica. A Columbus c’è quella vecchia Roadhouse all’ Oaks Park. E’ come entrare in un saloon elettrico al neon giallo. Una moneta cade nel jukeboxe.

E’ tempo di fermarsi, e sulla Ghost Highway di U.S. Hard Rock Underground diamo spazio alla prima compilation che ripassa i dieci dischi presentati dall’inizio del viaggio.
Riff for the Mass è un concentrato di energia brutale, una tempesta elettrica erogata via Youtube, da ascoltare a volume alto, molto alto!

Keep on Rockin’!!

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