Visualizzazione post con etichetta Quebec. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Quebec. Mostra tutti i post

giovedì 28 maggio 2015

Dionne Brègent - Deux (1977)


Album simmetricamente bipartito nelle due facciate, che esalta la vena sinfonica della coppia ben più del precedente, ed attinge ad una molteplicità timbrica da vera e propria orchestra, manovrata come una marionetta robot da due stregoneschi allievi di Stockausen.
Una colonna sonora per l'avvento del profeta bambino in terre di frontiera orientali: un flusso continuo, ora di tumulto ora gentile, che espande a dismisura l'ambient psichedelico degli Agitation Free e culmina nella melodia impeccabile di Gratte-Ciel Polyphonique / Postlude.
Il lato B, due lunghi brani, scorre in un prog elettronico che pesca dal jazz futurista quanto da eroi delle tastiere vecchi di qualche anno ma riesce ad inserirsi alla perfezione nel contesto di fine '70, dimostrando una perizia tecnica ed una fantasia d'orchestrazione impressionanti. E finalmente Vincent Dionne può sfogare sulla batteria tutta la sua insospettabile carica rock.


Dionne-Brégent ‎– Deux - Capitol Records ‎– ST-70.052 - 1977

A1 Ouverture 6:10
Le Prophète (Suite Fraternelle) (17:47)
A2.1 Dans La Mémoire 2:40
A2.2 Évocation De Rê 2:57
A2.3 Léthargie 1:03
A2.4 Chant Fraternel 2:44
A2.5 Danse Françoyse (Médiéval Électrique) 1:51
A2.6 Gratte-Ciel Polyphonique / Postlude 6:52
Campus (10:06)
B1.1 Population
B1.2 Plage
B1.3 Confrontation
B1.4 Pourquoi Pas
B1.5 Fix
B1.6 Surpopulation
B1.7 Corrida
B1.8 Code-Data
B1.9 Implosion
B2 Transit-Express 9:52

giovedì 21 maggio 2015

La musica in Quebec secondo Michel Parent


Per riprendere il filo dell’indagine del QuebecRockSampler, pubblico una chiacchierata che feci via mail con Michel Parent, webmaster e unico curatore del portale Quebec Pop. Appassionato, collezionista, musicofilo di prima categoria, Michel mi ha descritto il suo punto di vista sulla musica del Quebec e sul contesto socio-politico che ne ha favorito l’affermazione.
Illustrando, a mio giudizio, alcuni tratti assai comuni con la scena italiana di fine anni ’60, che potrebbero, perché no, essere utili esempi per spiegare e comprendere meglio il progressive, non solo canadese.
A voi più approfondite considerazioni…

***

The 60s pop music scene in Quebec seems to be much halfway between the European tradition and the "classic" styles imported from the United States. What are, in this context, the most important and original artistic personalities, which may also have contributed to the progressive rock developed in the 70s?

The 60's in Quebec saw the emergence of singer songwriters (Félix Leclerc, Jean-Pierre Ferland, Gilles Vigneault, Claude Léveillée, Robert Charlebois, etc) in parallel with many interchangeable pop artists. I mention "interchangeable" because most of them just translated songs that were already popular in the United States or England so there was little risk of success. This being said, as long as they were good looking and had some vocal quality, they would quickly record those copied songs and make hits with them. Many of them even re-recorded French songs from France and made Quebec hits out of them. Very little popular artists / groups were creating original music, even less anything that would be close to progressive rock music. Most of the bands that would eventually be part of the progressive rock movement started in the early 70s with musicians / singers that were not active in the 60s.

Gli anni 60 in Québec hanno visto l'emergere di cantautori (Félix Leclerc , Jean - Pierre Ferland , Gilles Vigneault , Claude Léveillée , Robert Charlebois) in parallelo con molti artisti pop intercambiabili. Dico "intercambiabili" poiché molti di loro semplicemente traducevano canzoni già popolari negli Stati Uniti o in Inghilterra e quindi c'era poco rischio di insuccesso. Detto questo, a patto che fossero di bell’aspetto e avessero qualche qualità vocale, registravano spicciamente quei brani, facendone delle hit. Molti di loro reinterpretavano anche canzoni francesi e ne tiravano fuori dei successi sul mercato del Quebec. Molti pochi artisti creavano davvero musica originale e ancor meno qualcosa di simile al prog. La maggior parte delle band che alla fine sarebbero diventate parte del movimento di rock progressivo iniziarono nei primi anni '70 con musicisti / cantanti che non erano ancora attivi negli anni '60 .


The '60s in Quebec to were a period of great social, political and cultural changes. How the era of "Quite Revolution" may have influenced the music, and what role has had music in these changes?

That's where the other "half" of the quebec mucicians/artists had an impact, the singer/songwriters were not as wildly popular as their pop counterparts in the 60s but their messages were indeed linked to the quiet revolution. It is the where quebecers in general severed the link with the very controlling catholic church, demanded more power from the controlling English community, good job opportunities, better education for everyone, the public health system and more. I would say that the "original" music of the time reflected the need from the younger generation cut the ties with the past and control their destiny. Some of the changes in the society may have influenced the music and vice versa, the music and songs from a Gilles Vigneault (as an example) fueled the need to control our own destiny as a distinct society from the rest of Canada (French vs English)

Ecco l’altra faccia della musica pop in Quebec: i cantautori. Non erano altrettanto famosi delle loro controparti "pop" negli anni '60, ma il loro messaggio era certamente legato alla Quite Revolution. Fu il momento in cui i “quebecchesi” in generale recisero il legame con il forte controllo esercitato dalla Chiesa cattolica, domandarono più autonomie rispetto al potere della comunità inglese che li governava, pretesero buone opportunità di lavoro, migliore istruzione per tutti ed un sistema sanitario pubblico. Direi che la musica originale del tempo rifletteva la necessità della generazione più giovane di tagliare i legami con il passato e di avere il controllo del proprio destino.
Alcuni dei cambiamenti nella società possono aver influenzato la musica e viceversa; le canzoni di Gilles Vigneault, per esempio, hanno alimentato la necessità di possedere nelle nostre mani il nostro destino, come società distinta dal resto del Canada anglofono.

Why this passion of a whole generation of musicians (Harmonium, Maneige, Morse Code, Octobre…) for the progressive rock?

All these musicians were in their early 20s when they heard the Emerson, Lake & Palmer, Genesis, Pink Floyd, etc, and this is the music that inspired them. Many had studied music at the university and were also attracted by popular music. The clasissism of progressive rock, the complex arrangements, the much longer songs that allow for different movements within a single music piece was probably very attractive to them with their academic background. Progressive rock was moving far away from traditional rock and required complex musical skills which they had. It was a match made in heaven. I would add that the public in general was very attracted to anything progressive from around the world, Italy, the U.K., Germany, France, Sweden, so they were eager to see some local bands performing that type of music. There was also a very popular newspaper called "Pop-rock" where the journalists were very fascinated by progressive music in general and gave a lot of "published" space to the local bands.


Tutti questi musicisti vivevano, più o meno, i loro 20 anni quando ascoltarono Emerson, Lake & Palmer, Genesis , Pink Floyd: questa è la musica che li ha ispirati .
Molti avevano studiato musica all'Università e furono anche attratti dalla musica popolare. Il classicismo del rock progressivo, gli accordi complessi, le canzoni molto più lunghe del normale che permettono diversi movimenti all'interno di un unico brano, sono stati probabilmente molto affascinanti per quelli di loro con una formazione accademica. Il Rock progressivo si stava muovendo lontano dai territori del rock tradizionale e richiedeva complesse abilità strumentali che molti di questi musicisti possedevano. È stata una partita giocata in cielo. Vorrei aggiungere che il pubblico in generale era molto attratto da qualsiasi produzione progressiva estera: italiana, inglese, tedesca, francese, svedese... quindi molti erano ansiosi di vedere band locali cimentarsi in quel tipo di musica . C'era anche un quotidiano molto popolare chiamato "Pop - rock" i cui giornalisti erano molto affascinati dalla musica progressive e che ha dato un sacco di spazio e diffusione alle band locali .

As an "external" and geographically distant observer, the music scene in Montreal (and Quebec in general) appears today - and appeared in the 70s - extremely varied. How appear, in your view, today, the pop and rock of Quebec?

I would say it is quite versatile, we have great jazz musicians, rock bands, singer songwriters, wonderful voices like Celine Dion, Isabelle Boulay, great creators like Cirque du Soleil and yes, still a good list of contributors to the progressive rock catalog, like Jelly Fiche, ExCubus, Miriodor, and many more. I did not live enough in other countries to be able to compare but I know I can dive in any musical direction and find a good Quebec band that performs in that space. Seeing how some of these artists are renowned around the world, I must admit that I believe we have one of the richest musical culture in the world for such a small population.

Direi che è abbastanza variegata, abbiamo grandi musicisti jazz, rock band, cantautori, voci meravigliose come Celine Dion, Isabelle Boulay, grandi creazioni come il Cirque du Soleil e sì, ancora una buona lista di contributori al catalogo del rock progressivo come Jelly Fiche , ExCubus , Miriodor, e molti altri.
Non ho vissuto abbastanza in altri paesi per poter fare confronti, ma so di poter immergermi in qualsiasi direzione musicale e trovare una buona band del Quebec in ogni campo. Vedendo come alcuni di questi artisti sono rinomati in tutto il mondo, devo ammettere che credo abbiamo una delle scene musicali più ricche nel mondo, in rapporto ad una popolazione tanto ridotta.

lunedì 18 maggio 2015

Morse Code - Procreation (1976)


Morse Code strike back.
E nel secondo capitolo della saga, Christian Simard affonda la lama nel cuore del rock sinfonico (vedi la fuga d'organo di Nuage), svincolandosi dalla chanson degli Octobre, in favore di una suite che va montandosi fino ad occupare tutta la seconda facciata, con tre movimenti per un totale di 25 minuti, di cui l'ouverture strumentale che apre il disco è solo premonizione.
Enormi nuvole bianche, arcobaleni di positivismo yankee mutuate dalle contemporanee esperienze più meridionali (i Kansas di Leftouverture, senza l'assillo della hit) o di altri oceani (i primissimi Journey), ma un integrità territoriale sempre riconoscibile nel substrato funk, nelle liriche, in quella romantica combattività che guarda al futuro.
Teatralissima quella vocalità da Gabriel mefistofelico di che canta in Des Hauts Et Des Ha!... con i Quatermass a far da backing band.
E poi la Grand Suite, Procreation, una delle più robuste architetture heavy prog ai due lati dell'atlantico, un poema cosmogonico che si fa grazia di una linea vocale ricca, melodica, pure in un brano che corre sempre sul groove più sfrenato, sulla potenza addirittura heavy metal, e che mai degenera in lambiccamenti solisti cervellotici, facendosi forza su un quartetto dalla coesione sopraffina, memore - o precursore - degli Eloy più maturi e dei Rush meno autoreferenziali. Che schiude orizzonti celesti, quando il mellotron, il synth e l'organo da Chiesa Alta fanno sono la troposfera per i duetti dei solisti di turno.

La Capitol non apprezzò, ma almeno concesse al gruppo di chiudere la trilogia.

Morse Code – Procréation 1976 - Capitol Records – SKAO 70.046


A1          Précréation (Instrumental) 5:07
A2          Qu'est-Ce T'Es V'nu Faire Ici 4:40
A3          Nuage (Instrumental) 4:40
A4          L'Eau Tonne 3:59
A5          Des Hauts Et Des Ha!... 4:27
A6          De Tous Les Pays Du Monde 3:49

Procreation        25:58
B1 Procréation I 6:41
B2 Procréation II 8:49
B3 Procréation III 10:28

giovedì 14 maggio 2015

Vos Voisins - Holocauste A Montreal - 1971

 

Attenzione ai vicini.
Una copertina bianca e nera, monocroma, strafottente (e subito censurata) e pure un titolo che era un mirabile artefatto archeopunk. Una proposta rock lontanissima dalle raffinatezze neoclassiche di Harmonium o Maneige, "progressiva" come potevano considerarsi certe elucubrazioni degli ultimi Yardbirds o dei Cream. Nel concreto, uno scatenato grezzo boogie per manipolo di sciroccati tra lo shock di Alice Cooper e i timbri agli albori dei BOC, costola precoce dello stesso scontroso "joual rock" di Offenbach e Dyonisos, con la dirompente muscolarità Grand Funk di L’ instrumental e it beat eversivo di Voisins (Mon Chum), virale brano d'apertura. Eppure il meglio sta nelle magniloquenti decadenze da sobborgo Mott the Hoople di Tania e Le 3/4 De L'Archeveque, nonchè nella spassosa teatralità da horror seriale di Le Monstre De La Main: Jack the Ripper in formato heavy rock d'antologia, e attenzione, perchè e solo il 1971...
Album di spessore e sostanza, oggi pezzo da sfrenata collezione, purtroppo I'unico della band.
Serge Vallieres presterà una formidabile ed eclettica chitarra rock a Ville Emard e Toubabou.


Holocauste À Montréal - Polydor - 2424 048 - Canada - 1971

Voisins (Mon Chum)            3:10
Sous La Lune            4:46
L'Instrumental            4:27
Tania  5:05
Le Monstre De La Main Ou The Main Monster            6:05
Y'a Juste De T'ça     3:49
Le 3/4 De L'Archevêque            6:07

venerdì 16 gennaio 2015

QuebecRockSampler - Note d'ascolto - 3

   

Ville Emard Blues Band
Live À Montréal (1974)

Quello che si consumò al Teathre St. Denis di Montreal, nel Gennaio 1974, fu uno degli happening zenithali del Quebec Rock, quando la cooperativa musicale della Ville Emard Blues Band, dispiegò il suo imponente serbatoio di talenti in uno show che diventa, ascoltato oggi, uno dei doppi live più interessanti che ancora manca alla vostra collezione.
Copertina scarna da bootleg, coi colori bianco e blu della bandiera "nazionale". Una quindicina i musicisti che si alternano sul palco, eclettismo spinto, che si muove con nonchalance tra il R'nB più raffinato, libertà prettamente jazz, malinconie progressive (con menzione per la sonata per pianoforte e mellotron di Ode À Une Belle Inconnue), fusion e rock delle tribù acide (Ville Emard Blues, deliquio latineggiante in foreste senegalesi), senza artifici o lambiccamenti, ma con tutta la classe dei grandi entertainer di confine: Chicago, Zappa, Blood Sweet and Tears, Santana, Weather Report. Riferimenti trattati con la bella estemporaneità tipica di una jam band della Baia, in più, a fare da legante, le voci suadenti da odissea mediterranea di Christianne Robichaud e Lise Cousineau. Se poi vi sentite più spigolosi, preferirete i 10 minuti strumentali per pattuglia free funk alla Captain Black di Konky Donky, quelli altrettanto liberi di Poivrots Névrosés o il pieno d'orchestra nell'iperfunk terminale di Strangle.
Ma in verità, ciò che più resta, è il tangibile spirito comunitario di coloro che con modestia si sono fatti piccoli ma sinceri testimoni d'un epoca.



Morse Code
La Marche Des Hommes (1975)

Lenta assolvenza elettrica, silenzio, poi il dinosauro compare e spiana un tremendo riff d'apertura, terremoto che squassa i Deep Purple giapponesi con tutta la mistica degli Uriah Heep d'annata, per spalancarsi su orizzonti violacei di sospensione barocca, che ripiombano nel miglior hard rock prodotto sull'altra sponda atlantica.
Così si apre una delle più spettacolari trilogie del prog pesante, non solo canadese.
Passata la tormenta di un popolo in marcia, la sciarada continua su forme canzoni impeccabili, devote al rigore degli Octobre, arrangiate con gusto e incarnate in una foga strettamente rock, attraversate da una narrazione certo romantica, all'occasione malinconica, riflessiva (la ragnatela nella grotta degli specchi de La Ceremonie De Minuit), ma sempre capace di scatenarsi nel disco-funk per mellotron e flauto di Cocktail e nella scossa metal di umanesimo combattente (così dannatamente "quebecois") di Qu'est-ce Que T'as Compris? una nuova Maudite Machine ad amplificatore zeppeliniano.

Sound strabordante, sull'esempio degli Offenbach, e potenza inusitata nel contesto del Quebec per uno degli LP che dovete ascoltare per comprendere il valore del movimento.


Seguin
Récolte De Rêves (1975)

Nel 1975 (les) Seguin(s) approdano alla Kot'ai, di casa Infonie. E subito ecco lo zampino di Raöul Duguay nella lunga Les Saisons.
Ma se un album si apre con una versione gregoriana di una chanson di Gilles Vigneault, voilà la sponda lunare del folk progressivo degli Harmonium, che scende delicato come una foglia che si posa sull'acqua del lago.
In un ciclo stagionale in cui è importante solo la Terra, si incontrano una Joni Mitchell floreale danzante nelle tele di un rinato Tim Buckley, come nella liquida ed azzurra Et C'Est L'Hiver o in Les Enfant D'un Siècle Fou, in un alternarsi di tramonti ancorato alla melodia della canzone d'autore più raffinata, rinnegando l'elettricità del rock ma devoto a certe rinascimentali sonate progressive come Hé Noe o la dolente serenata barocca di Fugue En Do Mineur, ouverture alla notturna evocazione di silfidi di À La Pleine Lune, rifinita da una mistica coda per flauto elettrico modulato.

Un incantesimo che recita a memoria l'hippy-prog della Incredible String Band, trapiantata nell'antica terra dei totem dei Nativi.



Pollen
Pollen (1976)

Una storia che parte indietro nel 1972, ma il gruppo dei polistrumentisti Claude Lemay e Jaques Rivest arrivò tardi all'esordio discografico con la Kébec-Disc, appena in tempo per cogliere gli ultimi fuochi del Movimento, dopo un triennio passato ad elaborare un elettrico live act con tanto di laser.
Certo la loro vena è progressive in senso strettissimo, un flash rock alla Yes, magari un po' impersonale, delegando tanto feeling all'algida voce dei synth.
Disco diviso in due parti, una solare una lunare, che non si fanno in effetti mancare belle albe spaziali ad ampio respiro (Vieux Corps De Vie d’Ange) e la sicura padronanza del complicato gioco di incastri ritmici.
Un lavoro più affine al grande pomp rock di stampo statunitense (L’Étoile sarebbe un gran pezzo su ogni album degli Starcastle) piuttosto che allo stile dei colleghi francofoni, e comunque un LP oggi assai riverito, sarà anche per la futuristica cover da manga galattico. Nessun dubbio sul fascino saturniano della lunga La Femme Aillée.
Ma l’avventura del quartetto era già terminata.



Dionne - Brègent
...et le troisième jour (1976)

Musica permeata da un profondo senso religioso pan-confessionale, come derivata da una cerimonia pasquale eterodossa, celebrata sotto la volta modernista di una cattedrale di Alvar Aalto.
Bregeant non lesina sul voice synth che si mischia al coro in carne ed ossa generando uno strumento androide; intanto il collega dà fondo ad una fornita batteria di idiofoni che vibrano non distanti dai minimalisti rituali di un giardino zen, srotolando preghiere buddiste nel Temple du Silence, l'unica oasi di quiete in un lato B che è una sarabanda di evocazioni mefistofeliche e trionfanti.
Straniante l'eterna assolvenza dal fondo nero che conduce all'orrore post industriale di Possession / Destination , una cacofonia da Faust maligni a campane spigate in cieli rossi e tumultuosi.
Kraut-Quebec dello Schönberg maturo, un oratorio per mura sconsacrate.
Da ascoltare.


Conventum
L'Affût D'Un Complot (1977)

Ecco il tardivissimo esordio di uno dei simposi musicali e culturali più interessanti del Quebec.
Progressive più per habitat che per contenuti, la musica dei Conventum rilegge in tremenda profondità la chanson francese, guarnita di arrangiamenti costruttivisti quanto minimi, un artrock da cafè post moderno, di una attualità impressionante e traboccante di sana ironia. Mix di violini, elettronica spicciola, contrappunti vocali, ensamble da camera come i migliori Harmonium, teatro canzone (La Bataille, uno per tutti), balli tzigani (Les Réels Du Conventum), ed un zigzagante substrato di nevrosi cittadina.
Le titletrack, minisuite di 6 minuti, dove un elaboratissima apertura in dissonanza di archi introduce una recita per antagonista solista che puzza di disagio e polemica, intrappolato nella tela finissima di chitarre acustiche. E poi i due complessi strumentali che chiudono il lato B: avanguardia da salottino per intellettuali scaltri.
È il folk trascolorato di una Montmartre polare, frequentata da Zappa, Waits, i controversi Amon Duul della Tanz, premonitore di Magnetic Fields come di altra mezza dozzina di indiani acustici. LP tra i più spiccatamente “quebecois” del Movimento.


venerdì 2 gennaio 2015

Appunti di metodo, nuove introduzioni, vecchie idee


Je vous entends demain Parler de liberté
Gilles Vigneault


Non interpretate questo post troppo alla lettera.
Nasce certo come una nuova introduzione all' indagine sul rock canadese, ma contiene anche qualche concetto, qualche linea guida trasversale con i quali mi piaceva inaugurare questo 2015.
Un anno da cui, non lo nascondo, ed anzi lo dico sin d'ora, mi aspetto molto.

***

Non sono mai stato un fan del "Progressive" in senso stretto.
Yes, King Crimson, Genesis ed altri li ho ascoltati più per senso del dovere che per passione. Ed anche il folto sottobosco Vertigo o Harvest l'ho frequentato più per completistica curiosità che per vero interesse.
Ho spesso avuto riserve su un certo messaggio che ho letto sotteso a tanto prog. Un messaggio che, probabilmente sbagliando, ho sempre associato al disimpegno, al conservatorismo opposto alle fatue libertà del 1967, legato addirittura al collaborazionismo, fino a certe istanze superomistiche care alla destra.
Ebbene non sono qui per redirmi o smentirmi. Non del tutto.
Perchè, sotto sotto, nell'eterogeneo mondo del prog, c'è anche un trasversale filo rosso che mi ha sempre affascinato più di quanto io stesso non sia disposto ad ammettere, un filo rosso fatto di devozione per la musica colta, per la storia, per il romanticismo e il fantasy nelle sue più svariate forme.
Ciò di cui avevo bisogno era un territorio vergine, uno spazio ampio da considerare nel suo insieme e nella sua unitarietà, molto più notevole della mera somma di tanti singoli.
Con la scena di Canterbury già ampiamente sviscerata e la vera passione che negli ultimi hanno ha investito il kraut rock e il prog italiano, mi sono rivolto a quello che è oggi - perchè presto ne scopriremo un altro, vi garantisco - l'ultimo baluardo vergine tra i variopinti mondi del prog: il Quèbec.
Ed ecco già in partenza la prima semplificazione.
Perchè in effetti era solo un mio pregiudizio l'immaginare la scena del Quebèc come devota unicamente al "genere prog".
In realtà, addentrandomi nell'argomento, ho scoperto una proposta assai più composita e variegata, nella quale il prog era solo un semplice denominatore, più o meno comune, adottato più per comodità che per reale corrispondenza musicale.
Dall' originale "QuebecProgSampler" che avevo pensato come titolo di prima battuta, ho quindi dovuto cambiare, pensando a "JoualRockSampler", assumendo come carattere peculiare l'adozione dello slang anglofrancese, joual appunto. Ma anche questa sarebbe stata una semplificazione eccessiva, nonchè una notazione assai poco comprensibile. "MonrealRockSampler", con pronuncia alla francese? O qualche altra tipicità locale?
No, allora meglio il semplice, immediatamente comprensibile Quèbec, inteso come unità sociale ancor prima che geografica; rock, nell'accezione più variegata di musica per le "nuove generazioni".
L'interesse per questo argomento infatti è nato, oltre che dalla musica, dalle peculiarità culturali e storiche di questo paese. Un'enclave europea, potremmo addirittura dire latina, cattolica, in un continente anglosassone, protestante, sottoposto alla pesante egemonia statunitense. Una regione che ha percorso una strada tortuosa ma sempre di grande dignità verso l'indipendenza, o almeno verso il pieno riconoscimento di sè, in una stagione segnata anche da scontri, da lotte, fiere opposizioni, nonchè dalla musica, oggi grande testimonianza di quell'epoca.
Un percorso che rientra probabilmente nella trasversalità delle rivendicazioni degli ultimi anni '60, in un primo esempio di globalizzazione di sentimenti, aspirazioni e mode che oggi ha ampiamente dimostrato tutta la sua futilità, ma che all'epoca non mancò di segnare, in occidente, il proprio slancio utopistico.
Utopia, che fossero le canzoni di protesta di Joan Baez, di Woodstock, di Gilles Vigneault o dei menestrelli proletari europei che cantavano il '68 studentesco.
E forse, alla fine dei sogni, ognuno fa i conti con l'alba di una nuova giornata; ogni comunità, ogni libero associazionismo, ogni fazione politica ha il proprio risveglio. E se la nemesi dell'utopia sta spesso nella realtà, anche in musica ciò che seguì ai mega raduni acidi, alle "protest song", al rock politicizzato, va ricercato nei fatti e nelle persone, analizzando quel controverso periodo di simulazione, disimpegno e restaurazione - apparenti o reali - che furono i primi anni '70.
Ecco, in Quèbec, l'avventura musicale del rock francofono e degli chansonnier che lo hanno preceduto, fu colonna sonora ed oggi è in qualche modo l'eredità di una stagione che ha davvero visto "uomini in marcia" - parafrasando un titolo dei Morse Code - non per capriccio di qualche studente fuoricorso o per la posa artatamente alternativa di discutibili leaders politici, ma per un desiderio di libertà e di indipendenza che qui - da osservatore distante nel tempo e nello spazio - mi azzardo a definire sincero.
Un'avventura che copre quella dozzina di anni immediatamente successivi alla Rèvolution Tranquille (la Quite Revolution della cronaca anglofona) idealmente compresi tra l'Expo universale del 1967 a Montreal ed il referendum indipendentista del 1980; riferimenti non musicali ma dall'impatto emotivamente dirompente su tutta una comunità, sui suoi sogni, le sue lotte, le aspirazioni ed i bruschi risvegli.
In questo periodo, l'avventura più strettamente progressiva si consuma tra il 1971 e il 1977, preceduta da una breve ma gloriosa parentesi di estremismi psichedelici d'importazione e sperimentalismi dimenticati, e degenerata, negli ultimi anni 70, in ritmi dance e (ottima) fusion.

Nella scrittura di questi testi, sparsi per ora tra blog e social, mi sono presto scontrato con difficoltà operative, previste di sicuro, ciò non di meno limitanti.
La prima, quella determinante: la difficile reperibilità di molti dischi; l'accesso alle informazioni, che sono frammentarie, inattendibili, a volte perfino fuorvianti.
La seconda: immergermi in un tempo ed in una latitudine che non mi appartengono, non studiati a scuola, mai incontrati in precedenza.
Perchè l'intento di QuèbecRockSampler è quello di proporre non solo una carrellata di nomi, cognomi e titoli, ma di collocarli in un contesto il più dettagliato possibile e magari anche in una prospettiva, se non storica, almeno cronologica.
Per fare ciò ho scelto di operare su due binari ben distinti.
Il primo: l'ascolto.
Ascolto spesso nudo. Digitale, impersonale, freddo, senza introduzioni nè avvertimenti. Ma proprio per questo neutrale, al riparo da facili preconcetti e giudizi. Piacevole per il gusto della scoperta.
Il secondo: l'indagine storica. Indagine, per quanto possibile, verificabile, approfondita, basata sui dati e sulla ricerca attenta delle fonti e delle bibliografie, senza paura di intraprendere contatti e relazio con chi più di me ha vissuto e conosciuto quegli anni.
Il collante tra questi due binari lo fanno le storie degli uomini che hanno prodotto musica e si sono esibiti in quegli anni; le storie di personaggi cui nomi non sono quasi mai citati dalle top ten e che ancor meno sono approdate sull'altra sponda dell'Atlantico.

Il risultato è un viaggio personalissimo e certo incompleto attraverso i nomi e i titoli di artisti ed opere che sarebbe bello riascoltare, se non per reale passione verso il loro stile, per imboccare la strada che porta al riconoscimento pieno della globalità e della multiformità d'aspetto della musica rock.

venerdì 5 dicembre 2014

Parlando di Prog con... Stephen Takacsy



Se un blogger come il sottoscritto ha ancora materiale da spulciare, ascoltare e studiare lo deve anche ad una rete capillare costituita da piccole etichette specializzate nella ristampa di vecchi LP rari, magari snobbati dalle major. Le americane Gear Fab e Syn-Phonic, l'italiana Akarma, la vecchia e gloriosa Repertoire. E la ProgQuebec, label specializzatissima nelle riedizione di rock progressivo franco-canadese.
Quella di queste etichette di nicchia è una mission a suo modo anche "sociale", un aspetto a cui mai avevo pensato e che ha sottolineato Stephen Takacsy, fondatore della ProgQuebec - che ringrazio - a cui ho rivolto qualche domanda via mail.
Domande banali, lo ammetto, fatte per sondare il contesto geografico e musicale del Quebec negli anni '70 e pensate per ottenere qualche spunto di ascolto e riflessione.
Ecco cosa ho imparato...



Perchè questa passione di un tutta una generazione (o forse più…) di musicisti per il progressive rock?

La maggior parte dei musicisti del Quebec negli anni '70 ha frequentato ottime scuole di musica locali come la Vincent D'Indy e Le Conservatoire, e sono diventati artisti “classici” davvero abili.
Così, quando la "British Invasion" è arrivata sulle radio e sulla scena concertistica, ha dato l'ispirazione a scrivere musica rock che incorporasse anche la sfida di complessità della musica classica. I musicisti del Quebec sono in effetti molto talentuosi.


Il rock progressivo britannico ha certamente avuto un impatto importante sulla scena in Quebec. Quali sono stati i gruppi, gli album, le performances che più hanno influenzato lo sviluppo del Quebec prog?

I principali gruppi inglesi che hanno influenzato i musicisti in Quebec sono stati Yes, Genesis, Gentle Giant, ELP e King Crimson.
Questo stile, integrato con musica tradizionale "Quebecois", il folk, la musica classica e anche un po' di blues e jazz americani, ha contribuito a creare un melting pot di generi che, mescolati insieme, ha prodotto alcuni dei più singolari, complessi e bei sound mai incisi.
Dai più “rock-based” Morse Code, agli ornamenti classici dei Maneige, che in seguito si sono evoluti in uno stile maggiormente jazz, alla fusion Zappa-esque degli Sloche, al heavy-blues degli Offenbach o la “funky-ness” di Toubabou o Contraction e l'elettronica di Dionne-Bregent: la musica progressive in Quebec ha avuto davvero tutto.
La Ville Emard Blues Band, composta da circa 30 musicisti, incarna perfettamente questa realtà.


Il contesto politico e sociale, il sentimento diffuso di "nascita" e di fondazione di una nuova nazione che è seguito al periodo della "Quiet Revolution" ha influenzato in qualche modo l'esperienza musicale?

Probabilmente lo ha fatto, in una certa misura. Sicuramente ha dato un’ispirazione artistica a scrivere un certo tipo di canzoni e ha aggiunto emozione alla musica. Ed ha fatto sì che le canzoni fossero scritte e cantate in francese, cosa che era una rarità fino al 1970. Dionysos ed Offenbach sono stati tra i primi a farlo.
Inoltre, ci sono state molte più opportunità per questi gruppi di esibirsi dal vivo, specialmente all’ annuale festa di St-Jean Baptiste a Mount-Royal verso la metà degli anni '70.


La ProgQuebec ha come “mission” di fornire informazioni e soprattutto commercializzare la musica prodotta dai gruppi rock di lingua francese. Cosa rimane oggi dell'esperienza delle band degli anni '70 e quanto è importante mantenerne la memoria e la presenza sul mercato?

Questo rock è una parte importante del patrimonio musicale dell’ epoca del “baby-boomer” in Quebec. È stata la musica pop della mia generazione, è stata continuamente suonata dalle radio negli anni ‘70, ed era sul punto di scomparire per sempre, poichè molte etichette discografiche di quel periodo sono andate in bancarotta, mentre le major non erano interessate alla riedizione di questi album, in quanto prodotti non remunerativi.
Così la nostra missione è diventata, in primo luogo, di preservare questa musica, quindi di ripubblicarla in maniera legale, dando uno stop alla pirateria, in modo che le future generazioni possano ascoltarla.
Ad oggi abbiamo versato agli artisti oltre 100.000 dollari in royalties. Con il risultato che si è rivelata una missione anche sociale, avendo aiutando alcuni di questi musicisti finanziariamente. Sono tutti molto soddisfatti del nostro lavoro.



I dischi della ProgQuebec sono facilmente reperibili, su Amazon, su Discogs, E-Bay, su tutti i principali rivenditori online e in qualche caso anche su Spotify. Non costano nemmeno troppo... sicuramente meno delle nuove edizioni deluxe-remaster-expanse di album che avete già sentito 1000 volte e che conoscete a memoria.


Poi siamo chiaramente tutti liberi di scegliere se mettere sul piatto per la cinquecentotrentasettesima volta Aqualung oppure, per la prima, La Marche des Hommes...

mercoledì 19 novembre 2014

QuebecRockSampler - Note d'ascolto - 2


Offenbach
Saint-Chrone de Néant (1973)

Il giorno 30 novembre del 1972 gli Offenbach, un rampante gruppo di Montreal con un solo album all'attivo, tenne un concerto promozionale all'oratorio di Saint Joseph in occasione della Messa per i Defunti.
Dominato dalle immani tastiere ascensionali di Gerard Boulet, nonché dall'organo di Pierre-Yves Asselin, l'esibizione si rivelò una mastodontica cerimonia rock, sulla falsariga della Messa in Fa Minore degli Electric Prunes o ancor più del famigerato Ceremony degli Spooky Tooth. Interamente trasmesso in diretta dalla CHOM, rappresentò uno dei momenti determinanti nell’affermazione del Quebec Prog.
Cantato in latino, con sermoni recitati in francese e inglese, sommerso da una spessa ombra gotica da secoli oscuri, squassato da terremoti di prepotenza metal e sospeso in minimalisti mantra da Florian Fricke, rifulge del naturale eco del ventre dell' Oratorio di St. Joseph. Gli 11 minuti di Pax Vobiscum, le incessanti spirali in crescendo del Kyrie, l'hard rock teatrale del Dies Irae, le spazialità pinkfloydiane di Domine Jesu Christe e Memento, il volume che trasudo fragoroso da ogni traccia: tutto appare bizzarro ma perfettamente collocato nel luogo e nel tempo.
L'anno dopo, la Barclay distribuì ufficialmente Saint-Chrone de Néant.
A tutt'oggi un documento impressionante.

lunedì 27 ottobre 2014

QuebecRockSampler - Note d'ascolto - 1


L’Infonie
L’Infonie (1969)

Un’enorme opera di avanguardia, in prima fila nella rivoluzione globale del rock di fine anni ‘60.
Orchestra classica free-form, inserti concreti, rumori d’ambiente, sketch di teatro canzone, beat poetry e l’ombra erratica del fantasma di Ornette Coleman. E non solo.
Una scaletta frammentata come un collage surrealista, potresti sentirci dei Faust Tapes rimontati da Charlie Haden in crisi d’astinenza. Ma anche il techno-psych di J’ai perdu 15 cent…, lo pseudo funk da cabaret per freak di Viens Danser, la meditazione per fanfare di ottoni che chiude Finale.
Una proposta talmente datata ed a suo modo estrema da risultare piacevole in questi nostri poverissimi tempi di crisi globale.
Disco notevolissimo, anche (soprattutto?) al di fuori dei ristretti confini franco - canadesi.

martedì 14 ottobre 2014

QuebecRockSampler - Bozza per un'introduzione


Questo lavoro non è nemmeno cominciato.
E tantomeno verrà concluso.
Nessun lavoro è mai realmente concluso, quando si tratta di riesumare vecchi dischi rock.
In parte perché tuttora, ogni giorno, ne emergono di nuovi; sul web, sui social, in negozi virtuali e non, ripescati da archivi discografici sotterrati, da paesi equatoriali e in apparenza improbabili, se non dai meandri dello sterminato mercato nord americano.
In parte perché è l'epoca stessa dell’ascolto che ne cambia la prospettiva e addirittura la consistenza artistica. Ascoltare gli Highway Robbery nel 1973 poteva essere quasi noioso. Oggi, dopo qualche decennio di pop sintetico e teen idol, in piena epoca di risveglio, apogeo e crollo revivalista, Bad Talk dei Granicus o Persecution dei Third Power (tanto per citare qualche nome di U.S. Hard Rock Underground) potrebbero addirittura diventare dei classici. La stessa cosa si può dire per i Maneige, o per un capolavoro come Dimension “M”.
A titolo di "introduzione" bastino alcune righe estrapolate da un testo più ampio, che chissà mai se troverà spazio qui sul blog.

***

Julian Cope ha avuto certo il merito di codificare, una volta per tutte, il kraut rock e l’avanguardia giapponese come movimenti unitari, consapevoli, innovativi e non meramente derivati da modelli anglo-americani.
La scena del progressive underground italiano ha trovato e trova tuttora (vedi l'ultima collana in "regalo" con l'Espresso) una propria solidissima strada alla riesumazione e glorificazione. Ed ecco che le tre grandi scuole di prog - o meglio di rock, per non essere troppo restrittivi - “non anglofone”, italiana, tedesca e giapponese, sono ormai sdoganate e riconosciute per il loro reale valore artistico e storico.
Eppure c'è una quarta, solidissima ed originale scuola nazionale, anzi regionale - se non addirittura metropolitana - ancora tutta da scoprire: il “Quebec Prog”.
Fiorito in una nazione, il Canada, che ha dato i natali ad alcuni grandissimi, pur presto emigrati negli USA per farsi un nome, si è in breve tempo arroccato e radicato come pura tipicità locale, senza troppe intromissioni o interferenze coi colossi musicali yankee.
Sorto in una regione francofona, il Quebec appunto, dallo spiccato senso di indipendenza ed appartenenza, un territorio che nei primi anni ‘70 contava appena 6 milioni di abitanti, per la maggior parte residenti nell’area urbana di Montreal, è dal punto di vista geografico un movimento ancora più coeso delle 3 scuole sopra citate e forse più affine ad una Canterbury boreale che ad un movimento di estensione nazionale e forzatamente frammentario. Anzi questo suo essere espressione pura di una minoranza linguistica e culturale ne ha accentuato i caratteri distintivi e l’autoconsapevolezza, creando una breve ma intensa parabola, terminata, come accade di solito, in una fase di stanco manierismo, che caso vuole sia spesso la più celebrata.

Non pretendiamo il completismo, nè certo l’(auto) pubblicazione.
Sarebbe sufficiente segnalare alcuni ascolti veramente interessanti, legati l’un l’altro da un sottile filo rosso geografico, sociale e temporale, oltre che musicale.
Ad altri il giudizio, qui ci accontenteremo della descrizione.

ShareThis

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...