31/05/2011 - 01/10/2015
Visualizzazione post con etichetta Ornette Coleman. Mostra tutti i post
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venerdì 12 giugno 2015
Non ho più paura del Free
Non uso scrivere necrologi e non lo farò nemmeno questa volta.
Mi limito a ripostare un vecchio, vecchissimo articolo, pubblicato agli albori del blog, quando ancora i post erano interessanti.
Buona lettura.
lunedì 14 aprile 2014
Capitan Vinile, il Capitano Nero ed altri racconti
Rieccovi qui, manipolo di rockettari
impenitenti!
Allora, alzi la mano chi di voi ha già il
biglietto per lo spettacolo dei Rolling
Stones al Circo Massimo.
Uno … due … tre...
Ma come?
NON VI
VERGOGNATE!?
Ma non sapete che il concerto
potrebbe mettere a serio rischio l'integrità di un importantissimo sito archeologico?!?
Potrebbero esserci dei crolli!!!!
E tutto senza nemmeno dovere attendere
che incuria e mancanza di fondi facciano il loro onesto lavoro, come a Pompei!
Chi
la sente dopo la Sovrintendenza?
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mercoledì 2 aprile 2014
Out of Blue - Il testo integrale
E' per completezza, e pure un po' per vanteria, che pubblico l'integrale di Out of Blue, le libere conversazioni tra bloggers sulla musica blues.
Un
ringraziamento dovuto ai partecipanti:
Massimiliano
Manocchia (Massi)
Vlad
Bartolo
Federico (Bart)
Mr. Hyde
Qui
sotto una playlist derivata dai nostri scambi di vedute, e un link da cui
scaricare un "tascabile" formato PDF del (lungo) testo che troverete
di seguito.
Ma
ora bando alle ciance!
Buona
lettura e buon ascolto!
OUT OF BLUE
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lunedì 3 marzo 2014
Capitan Vinile e l’intimo scomparso
Eccovi tutti lì in fila, voi
bavosi onanisti vinilici!
Tutti in fila davanti ai
cancelli di qualche iper-vinylmania per cercare una bella edizione del vostro
arcinoto album preferito dei Pink Floyd.
A cercare la solita
specificissima Charisma, i soliti
gatefold dei Genesis, i più consunti
album Parlophone etichetta
giallo/nera.
Tutti lì in
fila
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lunedì 3 febbraio 2014
Out of Blue – Una conversazione
Ovvero: out of blues
Uno sguardo trasversale e rigorosamente “eterodosso” sul blues,
prodotto di un collage fatto di libere conversazioni tra blogger, sempre aperte
a nuovi contributi e scritte nella speranza di sfuggire al solito nugolo di
luoghi comuni e slogan superficiali che ammorbano questo genere musicale.
Percorsi non segnati, lontani da piantagioni, incroci e piedi caprini,
che si intromettono in anfratti inesplorati e cercano di origliare a qualche
porta nascosta.
Contributi di:
Evil Monkey
Massimiliano Manocchia
Vlad
In "copertina": Pablo Picasso, Le Vieux Guitariste,1903
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sabato 20 agosto 2011
Chi ha ha paura del Free Jazz? Pt. 2°
<<Nell’idea di Coleman non esiste un tema vero e proprio e gli assoli non sono impostati su variazioni melodiche o armoniche: la musica fluisce libera, senza limitazioni, tutto dipende solo dalla creatività immediata del musicista...>>
Il lato B suona più notturno e a tratti ipnotico, essendo appannaggio dei contrabbassi e delle batterie. Nell’ordine: Charlie Haden, LaFaro, Blackwell e Higgins, separati, come incorniciati, dai brevi frammenti all’unisono che sono l’unico principio d’ordine nel fluire della composizione, e che restituiscono un senso tangibile di “tempo” e temporalità, coordinata che diversamente sembra scomparire, assorbita nei meandri dell’improvvisazione collettiva.
Ancora un paio di questioni. Quale fu la reale portata di quest’album?
Come tutti i manifesti fu opera sincera ed appassionata, che facilmente può prestare il fianco alla critica più cinica. All’epoca fu certo molto destabilizzante, ma va considerato non come unicum, ma piuttosto nel contesto dei primi lavori di Coleman, di Cecil Taylor, di Sun Ra, e anche di certo Davis, quello “modale” di Kind of Blue (1959), a cui Free Jazz viene a volte contrapposto. Sicuramente Coleman diede un nome e fornì le linee guida per un intero movimento: questo già la dice lunga. Musicalmente il discorso si fa ancora più interessante; come già notava Adorno in “Filosofia della musica moderna”: “L’origine dell’atonalità intesa come purificazione completa della musica dalle convenzioni, ha proprio in questo un che di barbarico”. O ancora: “L’accordo dissonante […] sembra anche, a sentirlo, che il principio d’ordine della civiltà non l’abbia del tutto soggiogato, quasi come se esso in certo modo fosse più antico della tonalità”. Questo essere “barbarica” e “non soggiogata” fece si che, nell’effervescenza dei primi ’60, la musica di Coleman fu subito interpretata dalla comunità nera come un tentativo di riappropriarsi di una primigenia cultura africana, che venne utilizzata come mezzo di rivendicazione di indipendenza e come collante per una nuova unità degli americani di colore. Una Cultura ed una Storia africane percepite, a ragione, come precedenti (più antico della tonalità…) a quelle - di fatto ancora embrionali - degli americani bianchi ex-schiavisti; una musica quindi che riannoda i fili della memoria innalzandola addirittura a memoria di razza. E’ il contributo che il Jazz (non si parla qui solo del free né tantomeno solo di Coleman) ha dato alla nascita del soggetto “Afro-americano”.
Lasciando da parte un attimo i risvolti sociali, occorre poi ribadire che la musica di Coleman eserciterà una grande influenza anche al di fuori del circuito Jazzistico: Frank Zappa, Captain Beefheart, Tim Buckley, George Clinton, perfino il punk di Detroit fino alla new wave e al rock tedesco, veicoleranno la nuova forma di libertà introdotta dal free in ambienti rock e pop, gettando le basi per contaminazioni e sperimentazioni fino ad allora sconosciute. La possibilità di lasciare da parte tanta teoria musicale, unita all’utilizzo di strumentazioni elettriche ed elettroniche (come ribadirà poi Bitches Brew) in mano alla giovanile irruenza rock darà libero sfogo alla creatività dei solisti più virtuosi o dei teorici più intransigenti, contribuendo a fare uscire la musica leggera dal suo stadio larvale di hit parade estiva.

Riguardo alla soggettiva, ciò non di meno dibattuta, “ascoltabilità” / “inascoltabilità” di una musica così prepotentemente estroversa e libera, questo è un falso problema. Armonia, tonalità e tutto quanto da esse deriva, sono convenzioni. Radicate nella cultura occidentale magari da millenni e a cui siamo tutti morbidamente assuefatti, ma sono pur sempre convenzioni; e come tali rinegoziabili. Con l’effetto che non viene meno la musica, ma ne subentra una diversa da quella che apparentemente l’Uso e la Storia hanno legittimato. La stessa cosa succede per le arti visive, quando le avanguardie del primo ‘900 hanno riveduto i centenari canoni di prospettiva, proporzione, riproduzione. A partire dall’Impressionismo, per arrivare a Mondrian, Picasso, Kandinsky, si sono aperte nuove strade alla pittura, svincolandola dalla pedissequa riproduzione del “vero” da realizzarsi secondo regole codificate.
Se può piacere un quadro di Mirò o di Pollock, allora può facilmente piacere anche Free Jazz, senza necessariamente scendere nel profondo della composizione, magari gustandosi i timbri e le coloriture dei solisti.
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lunedì 15 agosto 2011
Chi ha paura del Free Jazz? pt. 1°
<<Nell’idea di Coleman non esiste un tema vero e proprio e gli assoli non sono impostati su variazioni melodiche o armoniche: la musica fluisce libera, senza limitazioni, tutto dipende solo dalla creatività immediata del musicista. Altro aspetto non secondario: ogni componente del complesso può essere solista o accompagnatore allo stesso tempo, senza distinzioni, ruoli e tantomeno gerarchie. La melodia può essere proposta dal sax, dalla tromba ma anche dal contrabbasso o dalla batteria.Ma allora … niente armonia, quindi niente accordi classici, niente tonalità … ognuno suona quello che gli pare in qualunque momento: un gran caos? >>
<<In Coleman’s idea does not exist a real “theme”, and the solos are not set on melodic or harmonic variations: the music flows free, without limitation, all only depends on musician’s prompt creativity. Another important aspect: each component of the band can be soloist or accompanist at the same time, without distinction, nor roles and hierarchies. The melody may be proposed by the sax, the trumpet, but also by the bass or drums. But then ... no harmony, no classical arrangements, no tonality... each one plays what he wants at any time: a big mess?>>
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