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lunedì 13 maggio 2013

Boss o non più Boss?



Per celebrare, di striscio, l’imminente arrivo dei Bruce Springsteen su suolo italiano per quattro tappe del suo nuovo (ennesimo) tour con la E-Street Band, propongo un articolo del critico britannico Simon Frith.
Non oso inoltrarmi di persona nella disamina di un personaggio così mastodontico e complesso come il Boss in quanto non posso certo dire di conoscerlo a fondo, avendo ascoltato, nella sua ormai sterminata discografia, solo i due o tre titoli considerati imprescindibili.
Farò dunque solo un breve cappello introduttivo all’articolo che qui integralmente riporto (violando, tra l’altro, svariate norme di copyright…)
Il brano di Frith, datato 1987, fu scritto mentre era in distribuzione il mastodontico Live/1975-85.
L’autore procede in maniera quasi hegeliana: tesi, antitesi, sintesi, qui ribattezzate falso, vero, conclusioni. Tutto quanto ruota attorno a lui, al Boss per antonomasia.
Più che giudizi tout-court, Frith si propone di offrire chiavi di letture personali, meditate, non sempre fuori dal coro ma sicuramente ragionate e ben ponderate. I fan di Bruce facciano attenzione, perché qua e là potrebbero incappare in frasi piuttosto… “esplicite”: ma abbiate pazienza e vedrete che un assoluzione di fondo non manca.
Tutto quanto il mondo della musica leggera segue regole precise, si direbbe inderogabili.
Non si può né pretendere da un singolo che si erga ad unico paladino immacolato della Verità, né che tutte le piaghe e le colpe di un sistema finiscano per ricadere su di lui solo perché è tra quelli che hanno avuto maggiore successo. E attenzione: essendo la musica rock non estranea alle dinamiche di mercato, la massima popolarità artistica (quella che tutto sommato piace ai fan, quella che regala emozioni…) è spesso accoppiata ad un enorme successo economico.
Ma la diatriba che nasce attorno a rockstar di lunga carriera e gonfio portafoglio è sempre la stessa: fanno sul serio? Ci vendono Arte o contratti con le major? Lo fanno per avidità, ispirazione, routine?
Insomma… sono autentici o no?
Una questione che in realtà, a chi si propone di essere solo ascoltatore, fruitore del flusso musicale,  nemmeno dovrebbe interessare più di tanto. Come nota giustamente Frith: “la musica non può essere vera o falsa, può soltanto riferirsi a convenzioni di verità e falsità”. Ma certo per il fan, l’appassionato, oltre che di musica, del personaggio, dell’uomo tanto pubblico quanto privato, la domanda è di quelle cruciali.
Una cosa credo si possa dire: Springsteen, Madonna, Rolling Stones, Jackson ed Elvis (finchè erano in vita) non sono più solo privati cittadini che si esprimono creativamente; sono vere e proprie aziende multinazionali che danno lavoro a centinaia di persone. E sono forzatamente aziendalisti.
Mi trovo abbastanza d’accordo con Frith quando scrive: “ciò che è significativo nell’era postmoderna non è se Springsteen sia la cosa autentica, ma come possa surrogare la convinzione che in qualche modo, da qualche parte, esistano cose autentiche”.
La purezza, la sincerità, la verità dell’espressione artistica non stanno in questo mondo, ma nell’idea dell’appassionato e dell’ascoltatore. Ed è importante che siano e restino lì, altrimenti i frantuma tutto. Platonismo Rock? Forse, ma il ragionamento mi soddisfa abbastanza, dopotutto.
Detto ciò, a voi l’articolo. Una sua versione in pdf è scaricabile dal link qui sotto.
Il grassetto è mio ed ha la sola funzione di aiutare coloro che non si dedicheranno ad una lettura integrale a soffermarsi su quelli che, a parer mio, sono i passaggi salienti.

domenica 14 ottobre 2012

Vanilla Fudge: il più grande enigma del 1967


Mark Stein, Tim Bogert, Vince Martell  e Carmine Appice formarono i Vanilla Fudge sulle ceneri degli Electric Pigeons nel 1967 in quel di Long Island. Rimasero assieme per tre anni e cinque album.
Ancora oggi i Vanilla Fudge sono uno di quei gruppi, pochi per la verità, di cui si può coerentemente sostenere tutto e il contrario di tutto.

***

L’articolo che segue è piuttosto lungo ma ho deciso di postarlo comunque tutto insieme. Ne ho fatto però una versione in PDF, credo più facilmente fruibile, scaricabile dal link seguente:

A coloro che decideranno di avventurarsi nel testo: buona lettura!

***

mercoledì 17 agosto 2011

MUSICHE PARALLELE - Neil Young - Pt.4° - Nuovi eroi, vecchia mitologia

Leggi l'articolo completo su MUSICHE PARALLELE




Quasi una filastrocca, una ninna nanna per cronici insonni o dormienti inconsapevoli; la canzone che apre il disco con il suo inconfondibile giro acustico per chitarra e armonica (Out of the Blue), lo chiude con una marcia elettrica e funebre da inno della IV 4th Panzer Division (Into the Black). Il disco ritorna là da dove era partito, ma lo fa con il timbro cupo e pessimista del basso di Talbot e delle chitarre di Young e Sampedro; ciò che inizialmente pareva un vento fresco diventa autunno profondo e premonitore. Young condensa l’essenza (o la vacuità?) di oltre un decennio di musica rock assumendone i punti temporalmente estremi come pietre miliari di una strada ancora non esaurita: Elvis Presley e Johhny Rotten sono LA partenza e UN arrivo (uno dei tanti possibili, in realtà) di un percorso che ha preteso e tuttora pretende i suoi sacrifici: il re è morto, evviva il re!  (The king is gone but he's not forgotten). Ma, ci mancherebbe, il rock non morirà mai, perché è meglio bruciare in fretta che consumarsi lentamente (it's better to burn out than to fade away). 

giovedì 11 agosto 2011

MUSICHE PARALLELE - Neil Young - Pt.3° - La perdita dell'innocenza


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Gioco a carte scoperte. Non pretendo di fornire un’analisi letteraria del testo di una canzone; si correrebbe il rischio di trattare come alta poesia i pensieri confusi di qualche ventenne fumato. Però il bello dell’arte è che quando è illuminata, acquista una vita propria, che va anche molto oltre i meriti e le intenzioni del suo autore, specialmente quando il pubblico la raccoglie, la condivide e non ne perde la memoria. Con questa premessa voglio mettermi al riparo, perché il significato di questa canzone lo conosce forse solo il suo autore. Ma non vorrei limitarmi a considerazioni superficiali e quindi buttiamoci in una traccia d’analisi che sicuramente è apocrifa e non verificabile, ma mi ripeto: il bello di certa musica è che trascende le intenzioni e il valore dell’autore, vive una esistenza propria, e a lei solo bisogna rendere conto. Se poi sarà sorpassato qualche limite, i lettori più attenti, sono certo, me lo faranno notare. Per chi volesse approfondire ulteriormente la genesi e la contingenza del brano rimando al variegato mondo di internet, specialmente al sitohttp://www.thrasherswheat.org. In questa sede ammetto che interessa più l’opera che l’autore.
Nel “canzoniere” di Neil Young c’è sempre stato uno spazio speciale per il mondo delle Americhe precolombiane, dagli Incas a Toro Seduto. L’album Zuma fu addirittura un “concept” sull’argomento. Qualcosa che storicamente va anche molto più indietro rispetto all’idea di frontiera o di ”epopea americana” cara ad altri (cant)autori. Per Young, come in un film di Terrence Malick, questa fase storica coincide con una sorta di età dell’innocenza dell’uomo, una fase di comunione con le divinità e con la natura che, individualmente e trasversalmente lungo la linea del tempo, corrisponde anche alla giovinezza di ognuno di noi. In Rust Never Sleeps tre canzoni  del lato A ci descrivono questo mondo: Pocahontas, Ride my Lama, e Sail Away: bozzetti acustici e sfumati sospesi in un aura di meravigliato stupore per il Creato.
Poi arriva Powderfinger...  

giovedì 21 luglio 2011

MUSICHE PARALLELE - Neil Young - Pt.2°

... Ognuno ha una sua lista di dispersi nel canyon di cristallo, la musica rock ha allineato una lunga fila di bare dietro di sé: They were lost in rock formations / Or became park bench mutations /On the sidewalks and in the stations /They were waiting, waiting. Non tutti compresero che forse addirittura ad Altamont, nel lontano 1969, le cose cominciarono a precipitare: quando Meredith Hunter fu ucciso tra il pubblico del concerto, Woodstoock, il grande raduno che 4 mesi prima aveva promesso la redenzione per una nuova società, sembrava appartenere ad un’epoca antidiluviana. (...) 
Scrive Hunter S. Thompson in Fear and Loathing in Las Vegas:<< C’era follia in ogni direzione, a ogni ora. Potevi sprizzare scintille dovunque. C’era una fantastica universale impressione che qualunque cosa si facesse fosse giusta, che si stesse vincendo... E quella credo era la nostra ragione d’essere, quel senso di inevitabile vittoria contro le forze del Vecchio e del Male. Vittoria non in senso militare o violento: non ne avevamo bisogno. La nostra energia avrebbe semplicemente prevalso. Non c’era lotta tra la nostra parte e la loro. Avevamo tutto l’abbrivo noi; stavamo cavalcando un’onda altissima e meravigliosa... Ora meno di cinque anni dopo, potevi andare su una qualsiasi collina di Las Vegas e guardare verso ovest, e con gli occhi adatti potevi quasi vedere il segno dell’alta marea, quel punto in cui l’onda, alla fine, si è spezzata per tornare indietro.>>  Continua >>

lunedì 13 giugno 2011

MUSICHE PARALLELE - Neil Young

1. Rust Never Sleep: un tramonto colore
della ruggine

1.1 Sul tramonto di un’epoca



...Come alla fine di una meravigliosa era glaciale mesozoica, al tramonto della quale i non pochi che vissero un tempo restano immobili ma sfolgoranti "like the dinosaurs in shrines"... Continua>>


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