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lunedì 24 agosto 2015

Letters from The End – Nuovi inizi?




Sono convinto che il vecchio, bistrattato, sepolto “rapporto epistolare” abbia in realtà ancora molto da dire pur in questi tempi di comunicazione generalizzata, massificata e superficiale. Il piacere di rivolgersi ad una persona e ad una soltanto; di richiedere ed ottenere la sua attenzione. Di richiedere ed ottenere una risposta.
Negli ultimi giorni ho discusso “attorno alla Fine” con alcuni amici; un tema proposto da un piccolo post e rilanciato da un giro di mail qualche tempo addietro.
Di seguito, un collage di alcune conversazioni; un collage che è saltato fuori in maniera talmente fluente e naturale da stupirmi, quasi non fosse frutto di sei mani e tre teste, ma di un unica creatura (non) pensante.
Per chi non li conoscesse, i miei preziosi interlocutori sono Massi di Detriti di Passaggio ed Ant di AntBlog.
Grazie a loro per primi, e anche a tutti i nostri lettori.

***

ANT: Accade che il "lavoro" arretrato assume dimensioni mastodontiche, senza che io me ne renda conto; le recensioni in stand-by, gli artisti ancora nel limbo e le cartelle "work in progress" si moltiplicano come conigli infoiati. Gli album da ascoltare sono troppi, le cose da scrivere pure, ma poi perché farlo? Ha senso tutto questo? C'è veramente qualcuno dall'altra parte del monitor?

MASSI: Non riesco più a organizzare le idee, anche le più semplici; scrivere – quella “cosa” che un tempo fluiva con tale naturalezza da costringermi a frenare la spontaneità – è diventato una affanno ingrato, un atto di molestia perpetrato ai danni del me stesso che vorrei essere, e che forse non sono.
È questo il sapore della fine? Da quando hai lanciato quest’idea della fine, non penso ad altro. Che suono ha la fine? Ce l’ha, un suono? Mentre scrivo queste righe, nel lettore sta girando “Brothers In Arms”, e la cosa terribile è che sono costretto ad ammettere che mi piace. I Dire Straits. Il genere di gruppo che ho sempre deriso con acida (immatura?) supponenza da becero intellettuale. Sono a un passo da Jovanotti, cioè a un passo dalla fine?


EVIL: Nell'ultimo periodo, correndo come sul ciglio di un burrone, mi sono appoggiato ai Grandi, perchè in certi momenti c'è necessità di buttarsi ad occhi chiusi su chi sai non può tradirti: Rolling Stones, soprattutto. Ma i Dire Straits non mi meravigliano: ultimamente ascolto compulsivamente Eminem, Robbie Williams, Mia Martini... ed altro. Credo sia uno sfogo di rigetto, la necessità di trovare altri ambienti, altri spazi che fino a qualche giorno prima sembravano non esistere neppure.
Aria nuova. Che sia poi già viziata... pazienza.

MASSI: Io non so se questa è la fine, Evil, o una possibile fine. Anche perché siamo abituati a parlare di fine solo al singolare; ma chi ha detto che la fine è una sola, di un solo tipo e genere? Chi ha detto che la fine debba per forza essere totale, assoluta? Potrebbe essere anche lieve, indolore, silenziosa, nascosta; potrebbe arrivare senza squilli di trombe o fragorose catastrofi. Potrebbe non esistere nemmeno, la fine, ovvero potrebbe essere una condizione costante in cui siamo incondizionatamente immersi. Oppure potrebbe essere già arrivata: e noi non ce ne siamo ancora accorti. In questo momento ha il suono di “Brothers In Arms”, fra poco potrebbe avere il suono di “Decades” (sì, negli anni della giovinezza fui uno di quelli che “knocked on the doors of hell’s darker chamber”) e domattina quello “Art Official Age”.

EVIL: La "Fine" ha sempre contorni incerti, sfumati. A guardarla con distacco la fine di un avventura di blogging, di scrittura, di relazione, di comunicazione - chiamiamola come ci pare - è piccola cosa. E facilmente rimediabile. La realtà è che in queste avventure, seppur piccole, mettiamo in gioco tante cose di noi, ci esponiamo, togliamo maschere e armature e siamo totalmente vulnerabili. Condividiamo gli amori e le passioni profonde (per la musica, per l'arte...) e rischiamo costantemente di scottarci. Scottarci con l'insensibilità e l'indifferenza che ci circondano. Ce ne stiamo lì, nudi, fragili, con le parole sulla punta della lingua... e nessuno se ne accorge.

The hatred you project
Does nothing to protect you
You leave yourself so exposed
You want to open up
When someone says
Lighten up
You find all your doors closed
Get yourself a break from self rejection

End Of Silence, di Henry Rollins, è un album che negli ultimi mesi ho messo a memoria. Credo che sia uno dei corpus di testi più spietati, masochisti e reali che sia mai stato scritto.
Ma la mia "fine" ha due colonne opposte ed antitetiche: The End (va da sè...) e We Will Fall degli Stooges. L'una certamente trendy, "hip", magari un po' modaiola ma innegabilmente affascinante e dolorosamente suadente; l'altra tetra, buia, senza scampo. Queste opposte facce di una uguale moneta tengono già su tutto... Il resto nel mio gusto, è speculazione intellettualistica e puro decoro.
Nel commento al post di Ant parlavo di deserto. E' un altro aspetto che mi ossessiona: deserto di fatto, ma deserto di silenzio, deserto di voci e relazioni, deserto delle persone attorno. "Deserto sulla Terra", così entra il tenore nel primo atto del Trovatore. cantando di guerra.
Quella sabbia rossa, calda, arida, secca, piena di crepe di siccità, è il terreno su cui immagino di muovermi. In lontananza, figure tremolanti, ombre, fantasmi o solo miraggi. Miraggi di colore che ci stanno attorno ma che alla fine svaniscono in un commento mancato, in una parola non detta.

ANT: Certo che il “deserto” intorno, il declino di questa nazione e di tutto l’ammasso di pietra e fuoco che abbiamo sotto i piedi, non lasciano intravvedere niente di buono per il futuro.
Mai come adesso la FINE mi è sembrata così vicina.
In questi giorni ho pensato più volte alla colonna sonora che dovrebbe accompagnare il sipario sul mondo (o sui nostri blog) ma poi non ho avuto tempo di metterla nero su bianco.
In questo periodo gli arretrati mi si stanno accumulando a dismisura e non riesco a stare dietro a loro e alle bislacche idee che ogni tanto mi balzano in mente.
Però, devo dire che End of Silence di Rollins non è male in questa veste, come anche la classica The End e gli Stooges ci stanno. Però con Decades (la sa bene Massi) ci vado a nozze. Borthers In Arms perché no, pensandoci bene non è fuori luogo.
Se vi può interessare in questo momento io sto ascoltando Battiato, anche se qui siamo sicuramente fuori tema.
Intanto per la mia colonna sonora per la fine (l’ennesima) parziale del mio blog in questi giorni stavo pensando ai Zoar di In The Bloodlit Dark trattasi di dark ambient pesante e oppressivo. Buio. Ma anche No Fun di Iggy Pop.
Anche se il modo in cui si sta riducendo il pianeta, distrutto e intossicato da violenza, inquinamento, schifezze e ingiustizie di ogni genere mi fa ritenere più adatti i Discharge. O in alternativa qualche band d-beat crust hardcore più recente come gli Halshug o i Nightfall, ma forse è solo l’incazzo dilagante di questi giorni che mi fa optare per questa scelta.


MASSI: Come sarà la fine, Evil?
Ho la sensazione che non lo sapremo mai perché ci nasconderanno anche quella. Forse ce l’hanno già nascosta in mezzo a milioni di nuovi falsi inizi.

EVIL: ...scivolare lentamente e placidamente verso il basso. Goin' Down Slow, diceva quel vecchio blues.
E magari trovare un perverso piacere nel farlo.


***

A margine, una considerazione personalissima (ed una non richiesta “difesa” di questo post).
Credo fermamente che quelli che a prima vista possono sembrare piccoli sfoghi e frustrazioni private, nascondano invece una disillusione ed una mortificazione generalizzate molto più profonde di quanto si possa credere.
Sono sogni infranti, promesse non mantenute, appuntamenti mancati.
Dalla “rete”, che promettendo libertà e democrazia diretta ha invece ottenuto superficialità e populismo gretto.
Dalla Musica, che NON salverà il mondo (per chi non se ne fosse ancora accorto...) e dovrebbe già essere felice di risollevare il morale a qualche (vecchio) ragazzo depresso: un grande merito, a mio avviso, ma sempre trascurato rispetto alla necessità di propagandare il “bello” ed allo sbandierare propositi umanitari superomistici.
Dalla politica e dai contesti “allargati” (economia, religione...), certo va da sé: e chi non se la prende con la politica di questi tempi?
Inoltre ci sono le promesse che abbiamo fatto a noi stessi e che noi non siamo riusciti a mantenere. Piccole cose, certo: lo scrivere un post a settimana; essere recensiti da qualche rivista; ottenere un buon seguito di lettori. Pubblicare un libro, vendere un disco, spuntare un contratto di lavoro.
Piccole cose ma ciò non di meno determinanti per il NOSTRO di morale, che perdonerete, è la cosa ora più importante.

Di nuovo grazie ai miei amici interlocutori; ed ai lettori tutti.

Di seguito una prima, scarna playlist che stiamo costruendo (con l'aiuto di Massi e Ant, si intende)




Killing Joke – Requiem (1980)

Iggy Pop - Funtime (1977)

Slayer - Hell awaits (1985)

Discharge - The End (1982)

St. Louis Jimmy Oden - Going Down Slow (1941)
Uno standard che piaceva ai Free (dirompente Kossof su Tons of Sobs) e ai Led Zeppelin che spesso la inserivano nel medley a chiusura dei concerti.

Rollins Band - Low Self Opinion (1992)
Così si alza il sipario su End Of Silence; morsi hard rock che affondano nella propria carne

Edgar Broughton Band - Evening over Rooftops (1971)
Esistenzialismo in cima ai tetti; una panoramica che starebbe bene sui diari di Palomar; stanchi di tutte le ultime rivoluzioni.

Stooges – We Will Fall (1969)
La pietra tombale sulla stagione dell'amore la mettono Iggy e John Cale con un tetro rituale in penombra.

lunedì 27 ottobre 2014

QuebecRockSampler - Note d'ascolto - 1


L’Infonie
L’Infonie (1969)

Un’enorme opera di avanguardia, in prima fila nella rivoluzione globale del rock di fine anni ‘60.
Orchestra classica free-form, inserti concreti, rumori d’ambiente, sketch di teatro canzone, beat poetry e l’ombra erratica del fantasma di Ornette Coleman. E non solo.
Una scaletta frammentata come un collage surrealista, potresti sentirci dei Faust Tapes rimontati da Charlie Haden in crisi d’astinenza. Ma anche il techno-psych di J’ai perdu 15 cent…, lo pseudo funk da cabaret per freak di Viens Danser, la meditazione per fanfare di ottoni che chiude Finale.
Una proposta talmente datata ed a suo modo estrema da risultare piacevole in questi nostri poverissimi tempi di crisi globale.
Disco notevolissimo, anche (soprattutto?) al di fuori dei ristretti confini franco - canadesi.

venerdì 12 settembre 2014

Capitan Vinile non le manda a dire



E voi avete presente una puttana ottimista e di sinistra?
Io no.
Non tanto per la puttana, di quelle ne sono pieni i palazzi, quanto per l'essere, oggi, “ottimisti e di sinistra”.
Magari un paio di dozzine di anni fa, quando Dalla la cantava, poteva essere ancora plausibile, ma oggi...
Lucio…
Quelle 3 o 4 volte che l'ho incrociato in centro a Bologna l'ho sempre visto impegnato a parlottare con qualche musicista da strada o qualche barbone (oh, scusate, è una parola “politicamente scorretta”, si dice senza-fissa-dimora).
Decenni ad ascoltare rock straniero, blaterare anglosassone, e si finisce per perdere completamente di vista il valore di alcune espressioni musicali nostrane. Una valore magari provinciale, magari marginale e sovrastimato, ma immediatamente comprensibile, almeno quello.
Ma c'è dell'altro..
Per esempio, prendete Albachiara.

Aaaah, e qui vi volevo!

Piccoli burocrati alternativi post comunisti imboscati in qualche ufficio pubblico…

Voi che
<<No no, io Liga, Jova, Pelù...no no>>
PER PRINCIPIO!

Voi che
<<Mah, la musica italiana, sai l'ascolto poco…>>
PER PRINCIPIO!

Voi che
<<la musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese>>
PER PRINCIPIO!

Voi che
<<Si, io preferisco Zappa>>
PER PRINCIPIO!

Cosa sono quelle espressioni di disgusto sulle vostre facce?
Allora, provate ad immaginare “respiripianipernonfarrumoretiaddormentilaseratirisveglicolsole”

1)Tradotta in inglese
2)Incisa a Los Angeles
3)Cantata da un teppistello belloccio (no, Vasco NON è belloccio)
4)Con un mega assolone di un solista di finta razza ebrea
(oooh, “razza ebrea” è ancora più scorretto di “barbone”...)

Si, insomma immaginatela fatta dai Guns.
Allora?
Non credete sarebbe perfetta su Use Your Illusion II? Con qualche coretto qua e là, qualche patinatura di produzione, qualche foulard volante, qualche aaahiaaahi in più.
Ma io credo starebbe bene anche su Appetite For Destruction, magari al posto magari di Sweet Child O' Mine.

Sweet Child O' Mine…

La settimana scorsa in rete girava una classifica dei “migliori riff di sempre” (uuuaaaoooh), stilata dalla BBC, o dagli ascoltatori della BBC, o da cugini di ascoltatori della BBC. O roba simile.
Sweet Child O' Mine era al secondo posto.
Certo una classifica inutile, come tutte.
Anche perché sappiamo bene che il riff più figo di tutti è quello di Sharp Dressed Man (o di qualunque altro pezzo gli ZZ Top abbiano scippato a John Lee Hooker).
Però Sweet Child O' Mine è veramente un caso. Una canzone così popolare, tra i fan, tra i non fan; ascoltata, condivisa, citata...

<<There's no doubt people will still be listening to "Welcome to the Jungle" and "Sweet Child o' Mine" in 100 years.>>
Rolling Stones Magazine


<<The song was an instant classic, and hasn't lost an ounce of its potency since its release.>>
Allmusic

Bè... scusate, posso parlare io?
Per me, Sweet Child O' Mine…

È una cagata pazzesca!!!

No, non mi aspetto i 91 minuti di applausi.
Però dico solo che ‘sta canzoncina da teen-rock per adolescenti viziati sfigurerebbe anche sul secondo volume di un Greatest Hits dei Nazareth.
Questo perché:

1) appunto, è una cagata pazzesca.

2) perché i Nazareth, in quanto a sincere ballatone al caramello potevano fare mangiare la polvere a chiunque.

Chiunque.

Senza scomodare la guns-n-rosissima Child In The Sun (su Loun n’ Proud, 1973) prendete Vigilante Man. Un folk di polvere e vagabondaggio del buon Woody Guthrie. Trasmutata in una tirata southern di hard & heavy ben oltre al primo lp di Physical Graffiti!
E se volete godere, procuratevi quel “piccolo” disco che è BBC Radio 1 Live in Concert (WIN CD 005, 1991, ancora BBC, nella sua incarnazione migliore, qui). Un’esibizione di ruvidezza e potenza mortifere targata 1972, poi riemersa anche sul buon Back to the Trenches, un doppio live antologico del 2001.
Devastante.
Devastante, meglio anche degli oscuri Masters of Reality di John Brown, almeno qui c'è Dan McCafferty che è un cantante vero.
Come?
Mai sentito parlare di Masters Of Reality?
È qualcosa di misterioso. Voodoo e yuppie allo stesso tempo. Avete presente una versione indie di Mezzanotte nel giardino del bene e del male? Ossa di coniglio, uomini neri, crocicchi nel mezzo di sterminati campi di mais, illuminati ancora prima del tornado. Cielo plumbeo e ombre lunghe.
Per chi avrà voglia, ne riparleremo.
Gli altri si tengano pure Sweet Child o' Mine.

Capitan Vinile



lunedì 25 agosto 2014

Psycho-pills su Spotify (cercando altro)



Battendo il web alla specifica ricerca di “altro” - prog americano, nella fattispecie - è fin troppo facile imbattersi in rottamature del passato, nuovi nomi del mondo alternativo, vecchie glorie che non abdicano al tempo.
Sintetiche, sinteticissime prime impressioni di quanto potete incontrare setacciando, casualmente e senza meta, la rete.


Black Pistol Fire



Con tripletta di LP: Omonimo (2011) Big Beat ’59 (2012) e Hush or Howl (2014)
A prima vista scatenati blues-tamarri tex-mex alla corte di Eric Sardinas, ma più alternativisti e low-fi e quindi discepoli invasati degli ovvi Black Keys prima maniera (tra 20 anni forse si potrà ben valutare la reale portata di Auerbach, magari anche di fronte alla scomparsa dalla memoria dei White Stripes). Del resto coppia pure loro (canadese) e - del resto - quando una canzone si intitola Jezebel Stomp qualche motivo per sbattere in giro la testa ci deve poi essere... Sort me Out è addirittura sfacciata nella copia carbone del duo di Akron.
Big Beat '59, già un titolo che attinge al primordiale, spiana un beat veramente troglodita, riduce il numero di brani (bene), ne riduce pure il minutaggio (bene, se vi piace così),  inserisce qualche malsana tonalità da mariachi rock (Beelzebub) e qualche ronzio in più negli strati di accompagnamento desertico, con slide obbligatoria (Crows Feet). Roba da motociclisti debosciati in stile Sons Of Anarchy. Lamentatevi!
Il terzo LP finge di complicare un po' la rifferia, ma è poi sempre la stessa roba di contrabbando al mercato nerissimo del garage blues, più cinetico e cromato degli esordi, questo sì.


The Stone Foxes



Ancora tripletta: omonimo, Bears and Bulls e Small Fires. Americani di San Francisco, mica scherzi.
Iniziano in un juke joint indie, quasi agreste, anzi addirittura campagnolo, con certe rozze leccate di slide e armonica che neanche nella contea di Hazzard. Sul primo album ci sono titoli ingombrantissimi come Rollin’ and Tumblin e Spoonfull, risolte con amichevole menefreghismo, ma anche tortuosità acidule come Take a Breath e ballatone slow. Menzione per la jammona ustionante di Under the Gun, 7 minuti di Power Trio confederato e Larsen a valanga.
Bears and Bulls (2010), che si avventura in un naturale glam-stomp mica male, si arrischia perfino di un titolo come I Killed Robert Johnson, una murder ballad a 320 volt. Poi rollingstonismi assortiti, un po' di iperboogie cannedheattiani, il solito tributo alla tradizione (Little Red Rooster) compiti ben svolti ed un eloquio sempre educato e a volte troppo rispettoso (Mr. Hangman a parte, che potrebbe essere un Lester Butler in stato di grazia...). Restano, per fortuna, gli echi acidi della Frisco che fu (Reno, bella).
Su Small Fire (2013) solo 10 brani (ottimo), che lasciano le campagne per urbanizzarsi in un funk cittadino, costruito da un sound maturo, voluminoso nello spessore, a colonna sonora di un notturno poliziesco e revivalista. Vicini agli ultimi B.R.M.C, con qualche afflato sognante e una pericolosa tendenza melensa che pur salvano sempre in corner. Copertina pulp di straniamento hollywoodiano, tra Hipgnosis e Strange Days.


Grodeck Whipperjenny



Album omonimo, anno 1970.
Psycho-funky spaziale e distorto, dal sound fantasioso ed imprevedibile. Progressivo nelle intenzioni, funkadelico nei risultati, come dei Love furibondi per le strade più rissose di Detroit. Furono backing band di James Brown. Conclusions è un nero strumentale con intro per quartetto d'archi, ma occhio a Put Your Thing On Me: devastante assolo di chitarra ultra fuzz che smitraglia raffiche di black pulp nel midollo del più cool dei pusher. Fantastico! Evidence Of The Existance Of The Unconscious è inedito black prog strumentale e morboso, tra Hysaac Hayes e Quatermass.


Thee Image

Due album: omonimo (ma vè…) del ‘75 e Inside The Triangle, sempre ‘75.
Soft rock da west-coast di secondissima generazione, mescolato a sensuale slow funky da nightclub, rilassato sulla spiaggia di Venice e senza pretese di trionfi internazionali. Nel trio c’è pure il buon Mick Pinera, che dopo Blues Image e Iron Butterfly, sa il fatto suo in fatto di latineggianti colate di Fender (Temptation). Secondo album più robusto e rockettaro.
Prodotti dalla Manticore, label di proprietà di ELP, per cui negli stessi anni suonava pure la PFM; strani incroci.


Joe Henry

Invisible (2014) cioè l’ultimo album; solo questo perché il personaggio merita ben altro approfondimento.
Lo immagini nella penombra di una stanza d'albergo al crepuscolo di un Mardi Gras anni '20. Uno spleen dal sapore di sano eroismo piccolo borghese (bianco, indubbiamente), che affonda le radici nel cuore stesso della Grande Canzone Cantautorale Americana, dal Bob nazionale al primo Tom Waits fino ai Grandi Disillusi sulle soglie del millennio: i Kozelek, gli Eitzel.
Classe da vendere, Sign (in crescendo di epico abbandono), Alice e Swayed da ascoltare. La riscoperta di un “segno folk” arricchito da orchestrazioni minime ed eleganti, mai appariscenti, che meditano sulla profondità nascosta nelle cose semplici. Traccia di un blues dell'assenza riempito da un country jazzato da settimane astrali, di sincera nostalgia.
Tante penne non sospette ne scrivono; a ragione.


Mystic Braves

Due album tra il ‘12 e il '14 (fa impressione scritto così, eh?)
Il primo, omonimo, si apre con Mystic Rabbit, tanto per ribadire il concetto di rosicchiatori mistici a piede libero. Un juke-box distorto da estati anni '60 riparato da un vetro giallastro di revivalismo stile Barracuda; chitarre western piene di riverberi e miraggi di 13th Floor, Quicksilver e pigrizie doorsiane (Strange Lovers). Un pop pulsante come facevano Bryan MacLean e Arthur Lee privi di ispirazione, copertine di colorati mandala appesi alle porte chiuse del Fillmore. Esordio bello ma monocorde (Please Let Me Know, brit-pop risuonato da qualche sballato psicotico texano della International Artist) che fluisce senza salti come un unico eterno brano di 3 minuti, ciclico e riflesso da 1000 specchi.
Desert Island (2014) si scuote dal torpore ipnotico e non rinnega certo il passato, aggiungendo qualche logica (e timida) linea di Farfisa da Ventures spaziali. Personalità rinvigorita da qualche assolo azzeccato, songwriting più multiforme, dal vago sapore spagnolesco, vocalità rivedibile, produzione ancora un po’ piatta. Bello il surf di Valley Rat e la sarabanda virulenta di Born Without a Heart.

Un pomeriggio di stordimento fumoso su un morbido e oppressivo divano psichedelico. Poi correre all'aria aperta, spalancando finestre e sperando nella pioggia.

lunedì 11 agosto 2014

La lista di Capitan Vinile


Benvenuti in quest'ultimo agosto.

Mese dove sonnecchia la mente e si impigrisce pure la curiosità.
Tutti in ferie, eh? Con 728 euro a testa, ombrellone e sdraio e l'immancabile festa dell'Unità.
Anzi no, ora si chiamano “Democratici in Festa”.

Ma che razza di nome?!

lunedì 7 luglio 2014

Sommersioni di U.S. Prog – Volume 3


Una nuova infornata di nomi, tra cui qualcuno di spicco e di merito. Un viaggio in orbita attorno al pianeta prog, visto da un’angolazione insolita.

lunedì 23 giugno 2014

Sommersioni di U.S. Prog – Volume 2



Cronologicamente, se nella prima metà del decennio 70 il genere era un morboso incesto di stordimenti acidi, suggestioni anglosassoni e fantasiose tendenze folk jazz miscelate all’esigenza di fusion, è nel triennio 1975 – 1978 che il progressive americano arriva al suo apogeo, con qualche anno di latenza rispetto alla controparte inglese. A maturazione, si presenta come un pomp rock sinfonico da arena, ispirato tanto agli Zeppelin quanto, soprattutto agli Yes, in effetti tra i pochissimi gruppi inglesi di reale prog ad avere più successo in America che in patria. Per quanto riguarda il pubblico americano, esso resterà sempre piuttosto freddo con quanto prodotto dai compatrioti epigoni del flash rock di Howe e Wakeman. Ben diversamente andrà invece alla fine del decennio, quanto, scesi a più miti e radiofonici consigli, i rocker “romantici” americani escogiteranno una forma di AOR orchestrato che farà la fortuna di Asia, Boston e compagnia bella.
Del periodo zenitale dello U.S. Prog restano testimonianze luminose, dagli Starcastle ai Cathedral, dagli Happy the Man agli Ethos. Gruppi ed album oggi in buona parte sommersi, che faticano ancora a trovare la strada del digitale, rimanendo confinati in pregiatissimi vinili dal valore eterogeneo ma dal fascino notevole.

giovedì 19 giugno 2014

Sommersioni di U.S. Prog – Volume 1


Il prog sommerso statunitense è un curioso ponte incerto ed ondeggiante, gettato dagli ultimi spasimi acidi alle grandeur AOR, passando per mille tentazioni hard, folk, jazz. Più caotico e disorganizzato della controparte britannica, vanta però una carica, perfino una violenza, tutta americana e mascolina ignota alle prelibatezze europee. Non mancano i barocchismi esasperati, gli stucchi rococò, le inutili sperimentazioni e le pietose auto indulgenze, ma c’è sempre qualcosa di divertente e piacevole, pur nelle suite più esasperanti.

Un viaggio coloratissimo, da oceano ad oceano, lungo le solite traiettorie (da New York a Detroit, passando per l’Ohio) con l’apparente defezione della California e un buon contributo dalle province più remote.

lunedì 16 giugno 2014

Note di U.S. Prog





Partendo da una gretta generalizzazione: l’America (U.S.A. e per esteso, Canada con la notevole eccezione del Quebec francofono) non ha mai conosciuto, in senso stretto, un movimento di rock progressivo unitario, identitario, riconoscibile tanto da fuori quanto da dentro.
La sua nicchia ecologica è stata alternativamente occupata dalle esplosioni acide (Vanilla Fudge, Spirits) e da quel genere misto, definibile come fusion (o “Americana”, in tempi recenti), portato al successo da band come Electric Flag, Blood, Sweet and Tears e Chicago. Gruppi che hanno avuto l’ambizione di dare uniformità ai differenti linguaggi del recente patrimonio musicale popolare americano: folk, blues, jazz, rock ‘n’ roll. Senza dimenticare l’apporto che in quest’ambito hanno avuto le sperimentazioni elettriche di Miles Davis.
L’assenza di un Rock Progressivo “di stampo britannico” è in parte spiegabile con l’assenza – o almeno la lontananza – di quel patrimonio storico (musicale e non) di cui gli artisti europei hanno sempre fatto tesoro. Far from the reaches of Kingdom and pope”, come cantavano gli Steppenwolf in Monster. La mancanza di un Romanticismo; di un contatto diretto con la musica colta della tradizione, magari filtrata attraverso i ritmi popolari (valzer, polka…). La mancanza di profondità storica.
Gli U.S.A. sono nazione giovane per antonomasia; non hanno medioevo. Non possiedono quell’immaginario comune di storia – leggenda - letteratura che in Europa risale su, fino a Roma.
Togliete il medioevo a certo rock britannico… e vi resterà ben poco.
L’unico vero “mito” americano resta quello della frontiera (geografica e umana), ed è tutto appannàggio, oltre che del cinema, di country, folk e dei grandi songwriter che ad essi si ispirano. Una musica che inevitabilmente si basa sul riff, sulla frase ritmica ben più che sulla melodia. Una musica che trova nella “forma-canzone” la sua ragione d’essere, non certo nella suite o nella sinfonia.
La mancanza di un movimento progressivo riconoscibile non significa però che manichino manifestazioni prog tout-court. Magari singole canzoni-suite, piccole band, con piccole discografie; ma anche transizioni, o stadi larvali di grandi gruppi che in qualche fase della loro esistenza hanno prodotto reale, tangibile e ottima musica romantica, fantasiosa, melodica e progressiva (Styx, Kansas, Journey…).
Nessuna linea evolutiva; nessuno scambio, nessun progetto, scarsa o nulla ispirazione reciproca, pochi riferimenti all’Europa di Genesis e King Crimson. Una costellazione un po’ disordinata che va da una costa all’altra e attraversa più o meno tutti i 70, ben sopravvivendo agli scossoni che ’76 e ’77 portarono al rock europeo.


mercoledì 2 aprile 2014

Out of Blue - Il testo integrale


E' per completezza, e pure un po' per vanteria, che pubblico l'integrale di Out of Blue, le libere conversazioni tra bloggers sulla musica blues.
Un ringraziamento dovuto ai partecipanti:

Massimiliano Manocchia (Massi)

Vlad

Bartolo Federico (Bart)

Mr. Hyde


Qui sotto una playlist derivata dai nostri scambi di vedute, e un link da cui scaricare un "tascabile" formato PDF del (lungo) testo che troverete di seguito.
Ma ora bando alle ciance!
Buona lettura e buon ascolto!

OUT OF BLUE


lunedì 24 febbraio 2014

Out of Blue – Un collage


Ovvero liberi percorsi per strade secondarie. Accogliamo viandanti e viaggiatori, autostoppisti e musicofili.
A questo giro hanno collaborato:

Evil Monkey

Massimiliano Manocchia

Vlad

Mr. Hyde

Mr. Hyde che ringraziamo, oltre che per i contributi scritti, per il video e le immagini che trovate in questo post.

martedì 11 febbraio 2014

Pomeriggi di terrore su Spotify (con Swans e Godflesh)



Piaccia o no ai cyber-fanatici a 5 stelle, la cara vecchia TV è ancora l'elettrodomestico "pensante" che domina il gusto, la moda, il voto e nella peggiore delle ipotesi le nostre giornate.
Lo fa perchè si addice alla pigrizia: è di facile utilizzo e permette di cambiare canale istantaneamente quando sullo schermo compare il volto di qualche nemico (Mario Draghi, Renzi, Salvini…).
Spotify, e con esso altri sistemi di streaming che sono certo esistano - o tutt’al più esisteranno - ma che ancora non conosco, ebbene anch’esso si addice alla pigrizia. Passare da un brano all'altro, da una playlist all'altra, da un disco all'altro “non è mai stato così facile”, lo dice anche la reclame.
Facile, indolore ma ruffiano: perchè ti esorta a credere che sia tu al centro della scelta e sia tu il DJ di turno, mica il solito falso quarantenne belloccio di Radio DJ.
La realtà, al contrario, dice che è facile ritrovarsi in balia della musica.
Mani in alto: sei circondato da bilioni di brani a portata di mouse. Bilioni di brani che ti si rovesciano addosso istantaneamente e senza esborso. Serve un bel sangue freddo e una rigida programmazione per non perdersi in un dedalo in cui Arianna non ci fa nemmeno la cortesia di porgerci un capo del suo filo. Per non parlare di quella sottile foschia di imponderabile aleatorietà che circonda ogni “edizione digitale”. Chi ci suona? Chi ci canta? E l’anno di pubblicazione? Sarà proprio quel disco, o no? Una serie di spettri musicali che escono come il vapore dalla lampada magica; e ti chiedi se mai riuscirai a rificcarli lì dentro.
Sangue freddo – rigida programmazione.
Allora ecco il resoconto di uno dei pomeriggi in cui, dopo una pianificazione in realtà assai superficiale, mi sono immerso, con scafandro e bombole, nell'universo del tutto-qui-e-subito.
Una mondo mica privo di rischi, sopratutto se vi imbattete in qualche mostruosità industriale per sole orecchie adulte.

lunedì 3 febbraio 2014

Out of Blue – Una conversazione



Ovvero: out of blues
Uno sguardo trasversale e rigorosamente “eterodosso” sul blues, prodotto di un collage fatto di libere conversazioni tra blogger, sempre aperte a nuovi contributi e scritte nella speranza di sfuggire al solito nugolo di luoghi comuni e slogan superficiali che ammorbano questo genere musicale.
Percorsi non segnati, lontani da piantagioni, incroci e piedi caprini, che si intromettono in anfratti inesplorati e cercano di origliare a qualche porta nascosta.

Contributi di:

Evil Monkey

Massimiliano Manocchia

Vlad
   
In "copertina": Pablo Picasso, Le Vieux Guitariste,1903

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