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giovedì 7 maggio 2015

Bozze di Musica che non c'è


Sempre più spesso trovo ridondante e addirittura inutile, continuare a scrivere di “nuova musica”, di nuovi album, di nuovissimi artisti.
Ed anche coi “vecchi” in realtà non trovo maggiore soddisfazione...
All'inizio dell'anno ho cercato, senza troppa fortuna, notizie sul numero totale di dischi pubblicati nell'allora appena trascorso 2014. Ho trovato briciole non sempre affidabili sui siti SIAE e FIMI così come sulla famigerata RIIA. Non un dato univoco - e chi l'avesse e mi facesse la grazia di condividerlo...- ad ogni modo numeri variabili ma sempre ben oltre il migliaio. Più fortuna avrà avuto chi avesse cercato lo stesso dato ma relativamente a libri o film. Secondo l'ISTAT, per esempio, nel solo 2013 sono state pubblicate (e ripubblicate) 61.966 opere letterarie (http://www.istat.it/it/archivio/libri).
Numeri innaturali, insani, riprovevoli in un'ottica di "sostenibilità culturale"; numeri non commensurabili dalla nostra memoria e tanto meno dalle nostre orecchie.
E come azzardarsi a proporre sguardi d'assieme, o consuntivi, o bilanci finali...? E come anche non rimanere sempre più delusi, annoiati, dallo scrivere in continuazione rispetto a quelle poche emersioni in questo mare spesso maleodorante?
Non per le solite abusatissime obiezioni della "mancanza di qualità" o del "primato dei classici sui moderni", argomenti comodamente sbandierati rispettivamente dai professionisti del pensiero alternativo e dai nostalgici senza cura.
Noia, piuttosto, nello scorgere la trasversale ossequiosa volontà di essere ascritti a generi e stili codificati, triti e semplicistici, col solo fine di ottenere una più semplice e redditizia diffusione ed una facile collocazione sugli scaffali dei megastore.
Abbiamo ascoltato tutto, ci avete fatto comperare di tutto.
Un po' di silenzio, per favore!


***

The Comitè
Songs For Open Mind
(1981)

È l'insinuarsi della viola tra le code del cembalo elettrico da cui scaturisce quella chimica gentile di ballata campestre, rubata tanto ai Magnetic Fields quanto ai Pogues più filologici.
Una collezione di canzoni che accarezzano l'udito, rotonde come capitelli candidi, rifinite da un vaporoso gusto folk riscritto da Canterbury.
Senza troppe pretese di grandeur prog (se non nella biblica Exodus, cortile dei Van Der Graaf), sinceramente ispirate a ballate gaeliche ben più di quanto non fosse una Battle Of Evermore, intrise di spirito sanamente eretico più della “vecchia” Fairport Covention.
Svetta alto il rondò neoclassico di Lescurel - non immemore dei Focus, certo - girotondo nobile per teatro di marionette in campielli rinascimentali, forte di un impasto timbrico originalissimo ed inestricabile all'orecchio. In piena crisi del rock romantico, un album che dieci anni prima avrebbe brillato per la Vertigo, fu spazzato via dalla foga più brada e stradaiola, come una farfalla perduta sull’autostrada.


Soft Boys
Mr. Sandman
(1972)

Quattro damerini con bolerino ben ordinato e pantaloni stretti, caschetti biondi su una spiaggia libera, lasciata all'abbandono da una stagione di festa.
I Soft Boys migrarono dalle colline del Kentucky con fiddle, banjo e armonica, per raggiungere quel California Dreamin' di Mamas & Papas sulla sponda opposta del paese.
Che resta lontanissima. Cielo grigio su...
Impiegarono tre anni per arrivare a Santa Monica, facendosi sì un nome nei circuiti folk più conservatori, ma giungendo in clamoroso ritardo sul sogno della Summer of Love. E presumibilmente fu proprio quel viaggio l'apogeo della loro parabola, che resta quindi celata e non scritta.
Il desiderio di essere i nuovi Byrds di Eight Miles High li trasformò in una più terrena versione orientaleggiante dei primi Crazy Horse nel guscio dei Rockets, qui delicati come in una favola di Donovan suonata per un pubblico di treccine liceali. E per fortuna che acciuffarono l'ultimo treno della Reprise, che nel '72 concesse loro di incidere questo album di illuminata nicchia, che conta almeno il raga acustico di Shape and Symmetry e la grande ballata di estrazione bluegrass Dance Now!, tramutata in una sarabanda acidula per banjo e viola con quella vena da Caleidoscope capitati per caso sul palco dell'Avalon Ballroom.
Disgiunto, incertissimo, come risvegliato da un sogno che non ha mai fatto in tempo ad incrociare l'alba dell'Acquario; finisce presto come una caramella zuccherina tra le lebbra del bambino, a cui resta quell'agrodolce sapore nella bocca.

sabato 29 novembre 2014

L’opinione di Kurtz


Siamo spaventati da una delle invenzioni più insulse mai fatte: il giudizio degli altri.

Natalino Balasso

Ha mai pensato seriamente a delle reali forme di libertà?
La libertà dall'opinione degli altri… persino dalla propria opinione.

Colonnello Kurtz

lunedì 30 dicembre 2013

Dove sono i Led Zeppelin?


Su Spotify, dove sennò?
Eh, già! Da un mesetto anche loro sono approdati sulla piattaforma di streaming del momento...
C'è chi se la tira un po' di più, ma alla fine stanno tutti, con tempi diversi, capitolando alla frammentazione digitale.
Anche i colossi di un tempo, anche quelli che, cascasse il mondo, “la musica vera è solo su disco".
Chissà se Jimmy Page sa cosa sia Spotify, o se queste operazioni legate a certe mega-band sono gestite in toto da un agguerrito entourage di marketing.
Sta di fatto che ora pure il dirigibile ha la sua bella pagina, condivisibile, interattiva, sociale. E tutti i diciottenni simil-alternativi che non si accontentano dei 30 Second to Mars e si chiedono chi fossero i Beatles, in un paio di clic possono spararsi in cuffia dei super-classiconi da Grande Storia del Rock in 500 dischi (tutti rigorosamente fondamentali).
Compissi 17 anni nel presto venturo 2014... avrei risparmiato dei bei soldoni, saltando meno pranzi al bar nell’attesa dei recuperi pomeridiani di latino.
Però i gusti cambiano... tanto che nella top ten delle canzoni più popolari, a parte il primo posto comprensibile di Whole Lotta Love (sdoganata anche dalla pubblicità di Dior, alè!!), seguono Good Time Bad Times, Moby Dick e Babe I Gonna Leave You...
Della serie: facciamoci del male!
E sì che costano tutte uguali! Cioè nulla. 
Almeno ascoltatevi Dazed and Confused...

Forse il gusto sta veramente peggiorando?!

Buon Anno a tutti!

sabato 15 giugno 2013

Gli album del desiderio


Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che e il modello d'un’altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l'altra, diventata come oggi la vediamo. In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro.
Fedora ha adesso nel palazzo delle sfere il suo museo: ogni abitante lo visita, sceglie la città che corrisponde ai suoi desideri, la contempla immaginando di specchiarsi nella peschiera delle meduse che doveva raccogliere le acque del canale (se non fosse stato prosciugato), di percorrere dall’alto del baldacchino il viale riservato agli elefanti (ora banditi dalla città), di scivolare lungo la spirale del minareto a chiocciola (che non trovò più la base su cui sorgere).
Nella mappa del tuo impero, o Grande Khan, devono trovar posto sia la grande Fedora di pietra sia le piccole Fedora nelle sfere di vetro. Non perché tutte ugualmente reali, ma perché tutte solo presunte. L’una racchiude ciò che è accettato come necessario mentre non lo è ancora; le altre ciò che è immaginato come possibile e un minuto dopo non lo è più.

Italo Calvino - Le Città Invisibili - Le città e il desiderio 4

sabato 30 marzo 2013

Ragazzi progressivi, progressisti… oppure no?



Il Progressive, come lo insegnavano in Inghilterra, è un genere rassicurante.
Parla di cose meravigliose e sgargianti: favole medievali, allegorie e leggende, mondi sognati di troll e fate.
Rifugge l'attualità, la vita di strada, il quotidiano e i suoi mille problemi. Preferisce il Silmarillion a On the Road.  Dungeons & Dragons al football.
E' certo un genere colto; mica solo i soliti due accordi di Johnny Be Good, ma sinfonie in più movimenti. Cita Beethoven, Musorgskij, Šostakovič, Grieg. I suoi interpreti sono raffinati solisti e non ragazzotti scapestrati che suonano nei garage di Seattle.
Un album prog è un ascolto ponderoso, come un libro di Tolkien. Quando compri Yessong sai che potrà occuparti giorni interi prima di riuscire a possederlo del tutto. Non come un disco dei Ramones che dura si e no mezz'ora, che non ha nulla da spiegare e che alla fine ti lascia la voglia, l’esigenza di averne ancora, ancora un altro. Come una dose...
Il Progressive è un genere rassicurante. Preferisce il controllo al caos; cura la forma, ama l'eleganza e l'araldica. E' un genere idealista, crede nella possibilità di mondi perfetti. Ama i grandi uomini; le grandi imprese e le grandi storie.
Un genere – giova comunque ricordarlo - che ha dato alla storia della musica popolare capolavori assoluti: In the Court of the Crimson King, Pawn Hearts, Closet o the Edge…
E' veramente Rock?
E il fan del prog ascolta anche i Clash o preferisce Rachmaninov?
Chi è il fan del progressive? Chi è il musicista prog?
Un anarchico utopista che crede nella possibilità di una società perfetta o un conservatore che ambisce al controllo e alla giustizia ad ogni costo?
Un idealista che crede nella fantasia al potere, che si batte per un mondo nuovo, o un elitario che ha mal digerito i moti del ‘68 e si rintana in un mondo di sogno per fuggire da un’attualità, anche politica, che non gli appartiene?
Chi è il fan del Progressive?
Non mi ritengo un grande appassionato, ma mi ci metterei dentro comunque. Almeno credo.
Piersandro Pallavicini traccia l'identikit di questa bizzarra tipologia rockettara attraverso le pagine del piccolo saggio Quei bravi ragazzi del rock progressivo.
Quindi orecchie aperte: le prossime righe potrebbero parlare anche di voi…



Alla fine degli anni ‘70, un numero sorprendentemente grande di adolescenti fece una scelta a prima vista incomprensibile: dopo l’esplosione punk, in piena new wave, alle soglie dell’edonismo new romantic e di tutto il movimentismo pop anni ’8o, questi ragazzi decisero di muoversi controcorrente e concentrare le proprie passioni su quanto veniva ritenuto, in quel momento, più fuorimoda e obsoleto.
Cioè il Rock Progressivo e tutto l’annesso paraphernalia di fiabe crudeli, musicisti in costumi medievali, concerti faraonici a base di eclatanti trucchi scenici, copertine fantasy pluriapribili, supergruppi, super rarità discografiche, chitarre a doppio manico, batteristi con doppia batteria, tripli album e cofanetti quadrupli.
Fu una vera «controrivoluzione», innescata dalla nostalgia per qualcosa di grandioso e ormai passato che questi ragazzi, non avevano avuto il tempo di vivere... o piuttosto la scelta un po’ codarda dei soliti adolescenti “timidi e introversi” che non avevano il coraggio di uscire dal cocoon familiare e affrontare cambiamenti, movimenti e scossoni epocali?
Qualunque sia il responso, è arrivato il momento di portare finalmente allo scoperto le passioni, le manie e perché no le gesta (tra il folle e il ridicolo) di questo vasto movimento sotterraneo, di questo circuito di “ragazzi qualunque”, fedelissimi ai propri idoli musicali ma cosi imbarazzati nel confessare ai propri coetanei che loro, agli Style Council piuttosto che agli Smiths, preferivano qualcosa di piu’… come dire... impegnato. Che preferivano i Genesis, magari, se non i Jethro Tull. O, nei casi più disperati, i Gentle Giant e perfino i Van Der Graaf Generator!

Formeranno, questi futuri maniaci del rock progressivo, un gruppo di ragazzi omogeneo ma assai anonimo. Autenticamente sotterraneo. Per anni non si faranno sentire e ascolteranno musica nelle loro camere, disertando quei veri e propri riti collettivi di passaggio dai ‘70 agli ’8o che sono concerti epocali come quello di Patti Smith a Correggio piuttosto che dei Police a Milano.
Non si vestiranno da new wavers ma neanche, tantomeno, da fricchettoni seventies. Si attaccheranno al proprio buon rendimento scolastico, alla solidità della propria famiglia, alla certezza del proprio intramontabile abbigliamento (a base di camicie classiche e golfini) e, soprattutto, al ripetuto, ossessivo ascolto del loro ultimo, fantastico acquisto di qualche vecchia band progressiva…
...Forse perché non ne avrebbero voluto sapere del resto della loro generazione, consapevoli che vivere, come gli altri, la propria vita come un “assoluto avventuroso” avrebbe portato a un cupo orizzonte di disastri e morti premature.
Oppure, più semplicemente, perché troppo abitudinari o schivi per buttarsi nella mischia, fosse quella del movimentismo di cui si è appena scritto o quella della nascente massa godereccia dei “discotecari”.
Fatto sta che si infatueranno proprio del genere musicale più astratto e avulso dalla realtà che quarant’anni di storia del rock hanno saputo produrre! Appassionandosi in particolare a quegli aspetti del rock progressivo che prescindono dal background comunque giovanilistico—ribellistico, cui era imparentata, bene o male, la musica degli anni ’7o. Dunque poco interesse per il mito legato alla cultura della droga o alla vita sulla strada e tanto invece per certe polverose  abitudini cosi inglesi, tanto che il tè durante le prove del pomeriggio diventerà un vero rito, per i gruppi new progressive a venire.
Passeranno anni solitari, spesso compiacendosi nel sentirsi dei Don Chisciotte della musica rock e altrettanto spesso ignorando l'esistenza delle tantissime anime, italiane ed europee, progressive come la loro. Vivranno però la loro passione con caparbietà e serietà tali da costruire quella rete di rapporti prima solo interpersonale e poi pubblica (nella forma di fanzines, club, raduni e concerti) che avrebbe portato alle nuova ondata progressiva degli anni '80 e finalmente alla rinascita del genere. Con nuove band, nuovi
dischi e nuovi stili.

giovedì 10 gennaio 2013

John Cale e l’Evo Moderno



Un’ intervista assai simile a quella, già qui riproposta, a Noel Gallagher. Caso vuole che sia pure lo stesso quotidiano (Repubblica) e la stessa giornata (domenica) ma diverso artista, John Cale, personaggio di spessore e contenuti notevoli.
Cale si concentra più sul contesto della sua epoca che non sulle qualità intrinseche delle generazioni a confronto. E, soprattutto, non c’è nessuna paura della tecnologia. Anzi, quasi il rimpianto di non averne potuto usufruire a pieno in passato.

“In realtà volevamo soltanto suonare la musica che ci piaceva ma c'era davvero uno spazio enorme, in quegli anni, per la sperimentazione e l’improvvisazione in ambito artistico. E un’attitudine che ho poi mantenuto anche nella carriera da solista.
Andy aveva veramente compreso il valore della comunicazione nell’arte, ma si era spirito oltre fino a infrangerne le regole, per esempio proiettando immagini e filmati sui nostri corpi, mentre suonavamo durante le sue performance. Non so immaginare che cosa sarebbe riuscito a creare  avendo a disposizione un iPhone o  YouTube, ma credo che la magia di quel periodo fosse proprio legata al fatto di avere dei limiti da superare. Oggi, a distanza di anni, riesco a sperimentare ancora di più, perché sono direttamente responsabile di tutto quello che faccio, mentre una volta dovevo aspettare il riscontro degli altri”

Repubblica - Domenica 6-01-2013

Una sola riflessione, e un quesito.
Smartphone, Youtube, SoundCloud, Social Network sono tecnologie che hanno marcato-stanno marcando così indelebilmente questa epoca, scavando col passato un solco tanto profondo, che viene il dubbio che manchi una controparte artistica in grado di sfruttare a pieno queste potenzialità, piegandole alle proprie esigenze, per marcare a sua volta questi tempi. Se l’arte ha il compito di creare cultura, ha di fronte una molteplicità spaventosa di canali, magari frammentati, forse parziali, certamente effimeri, ma che aspettano di essere strapazzati da un Cale o da un Warhol… che in realtà, da qualche parte, probabilmente già esistono.
E se allora fosse solo il pubblico ad essere meno curioso e non gli artisti meno audaci?

giovedì 6 dicembre 2012

Il medium liquido


Credo che i tempi siano "maturi" per ripubblicare in formato unitario alcuni piccoli articoli apparsi su questo blog ormai più di un anno fa; ho rimaneggiato pochissime cose; molte altre sarebbero da correggere, rivedere e aggiornare ma per ora mi accontento così.
Confido anche nel contributo e nella critica dei lettori per strutturare meglio questi appunti!
Potete trovare gli originali spulciando tra questi articoli.
  

giovedì 15 novembre 2012

Quanto è bello ciò che piace?


Wow, la colonna sonora del Breakfast Club! Non vedo l’ora di essere abbastanza vecchio per apprezzare questa roba!
(Futurama - Il quadrifoglio)

domenica 23 settembre 2012

Quanto vale la Musica che acquistiamo?


Un esperimento che chiunque può fare; serve circa un’ ora di tempo, un computer ed una connessione decente.
Scegliete 10 album; quelli che vi pare; io li ho scelti alquanto a caso, tra titoli molto noti, cercando di distribuirli su un arco temporale di una quarantina d’anni. Prendete un foglio Excel e fatevi una tabella.
Poi battete un po’ il web alla ricerca dei prezzi migliori per i vostri album. Io mi sono limitato ad I-Tunes e a quattro negozi Amazon: USA, Germania, Inghilterra e Italia. Ammetto di essere partito con un certo preconcetto per questa ricerchina; ma c’era qualcosa che non mi tornava e volevo cercare un approccio un po’ più scientifico al problema.
I dubbi mi sono rimasti…anzi.

venerdì 18 maggio 2012

Il Rock secondo Greil Marcus


Greil Marcus approfondisce la natura nel rock indagando il rapporto che l’artista costruisce con il suo pubblico. Ed è proprio da questo rapporto strettissimo, comunitario, addirittura religioso, che la musica moderna trae la sua forza, in quanto Arte non esclusiva ma piuttosto comunitaria, perfino democratica, appartenendo in larga parte anche al pubblico.
La magia del rock, anno dopo anno, nell’era di internet, sta sempre più nelle orecchie di chi ascolta piuttosto che nelle mani di chi suona.

venerdì 30 marzo 2012

Rock is Dead - Il Rock secondo Jim Morrison


Forse Jim Morrison non fu l’ultimo dei Poeti Beat, né quella figura romantica e profonda che la Mitologia Rock ci ha tramandato. Fu però, assieme a Jagger e a Lou Reed, un personaggio fondamentale nel traghettare il Rock verso una nuova oscura maturità che rinunciava a facili ritornelli per la gioventù felice in favore di un tenebrore scontroso se non addirittura disperato.
In due stralci di interviste riportate da Stephen Davis nella biografia “Jim Mirrison. Vita, morte, leggenda” il cantante racconta la sua visione del Rock n’ Roll:

“A volte guardo alla storia del rock and roll come all’origine del dramma greco, che nacque sulle aie nella fondamentale stagione del raccolto. In origine c’era una tribù di adoratori, che ballavano e cantavano. Poi, un giorno, un uomo posseduto uscì dalla folla e cominciò a imitare un dio. Sulle prime era pura canzone e movimento. Via via che le città si svilupparono,sempre più gente cominciò ad accumulare denaro, ma in qualche modo dovevano mantenere il contatto con la natura. Gli attori assolvevano a quel ruolo per conto loro. Penso che il rock abbia la medesima funzione.”

domenica 23 ottobre 2011

Il Rock secondo Gary Herman


Per una decina d'anni o poco più, il rock’n’roll aveva seguito la sua rotta burrascosa, offrendo momenti di entusiasmo a un mondo privo di gioia, intrappolato nei suoi cicli di politica paranoide e di fatalismo economico. Elvis era stato una rivelazione di energia giovanile e di esuberanza sessuale. I Beatles rappresentavano un'ispirazione, Bob Dylan tutta una cultura. Con i loro seguaci, apportavano gioia e significato a un mondo arido in via di estinzione. Ai genitori, alle autorità, all’establishment non piaceva. Cercarono di soffocarlo, d'impedire ai ragazzi di ascoltarlo, tenendoli lontani dalle feste, dai balli, dai film “pericolosi”. Ma le stelle erano nel cielo, e tutti potevano vederle. La loro era la musica della resistenza. Se la società degli adulti minacciava il mondo con le armi atomiche della distruzione di massa, i giovani avevano in mano l'arma della liberazione di massa del rock'n'roll. I giovani potevano rispondere alle provocazioni e forse un giorno avrebbero vinto. E se mai ci fu un giorno preciso che potesse sembrare il candidato più probabile per l'inizio dell'ultima, vittoriosa campagna, quello fu certamente il primo giorno del festival di Monterey.
È, chiaro che non tutto filava così liscio. Lo sviluppo di un mercato di massa portò al sopravvento del mondo degli affari, e gli artisti si ritrovarono alienati dal contatto vivo ed essenziale con gli spettatori. Trovandosi in una specie di vuoto creativo, inevitabilmente cercarono rifugio nella compagnia di altri artisti, e in quella dell'alta società. I loro amici divennero amici dei divi, i loro passatempi, quelli dei divi. La loro vita si svolgeva nel bagliore dei riflettori, nell'isolamento dei camerini dei teatri, nel lusso delle limousine, nelle costose stanze d'albergo. Esposti alle tentazioni della fama, della ricchezza e di uno stile di vita di inaudito edonismo, le rockstar da sempre hanno corso il rischio di trasformarsi in mostri, in caricature della loro antica gioventù dorata, avanzi di banchetto di un rock'n 'roll che ormai li ignora, felici di affondare nella facile dissipazione o semplicemente incapaci di portare il peso dei sogni di tutta una generazione.

venerdì 7 ottobre 2011

Il medium liquido


Il Medium Liquido
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In generale, il meccanismo classico di produzione e distribuzione di musica prevedeva tre elementi ben distinti nel tempo e nello spazio e potevano venire anche a molto tempo di distanza dall’effettiva incisione della canzone in studio:

1) La codificazione: cioè il momento in cui l’informazione musicale viene catturata e codificata nel modo più “oggettivo” possibile alla tecnologia e codificata su un opportuno supporto distribuibile e facilmente fabbricabile.
2) Il medium: cioè il supporto fisico, unitario, non modificabile e distribuibile. Vinile, musicassetta, CD sono media, indipendentemente dalla tipologia e dalla tecnologia di immagazzinamento dei dati sonori.
3)  Il decodificatore: cioè l’hardware necessario alla traduzione delle informazioni contenute nel media. Il rapporto tra medium e decodificatore è biunivoco, cioè ogni supporto fisico ha il proprio hardware “traduttore”

Se il primo punto, la codificazione, è totalmente a carico dell’artista (da intendere in modo estensivo, dai musicisti, ai tecnici, agli editori…) il decodificatore è invece proprietà del fruitore: il nostro giradischi, il nostro lettore cd… Compito di mediare tra i due estremi è appunto del medium che ha una duplice faccia: da un lato porta su di sé l’immagine e la produzione dell’artista, dall’altro è di proprietà del fruitore che ne fa uso autonomo.
Con le musicassette prima, con l’abbinamento “computer – cd” poi, si è assistito ad un cambiamento importante: il medium non era più “non modificabile”. In poco tempo era diventato facile masterizzare copie di un CD originale o produrre una cassetta o un CD “incidendo” canzoni; operazione questa che NON intaccava però l’integrità e l’autonomia del supporto originale: posso fare una compilation dei Rolling Stones tra il 1965 e il 1970, produco un nuovo CD ma non violo l’integrità degli originali.

venerdì 19 agosto 2011

Il Rock secondo John Sinclair *


Non riesco in nessun modo a descrivere, a rendere giustizia dell'impatto della musica rock and roll sull'Occidente, a parte dire che ha segnato la differenza sul pianeta (e non accettate versioni diverse!). Il rock and roll è apparso come un riflesso e un'espressione dei cambiamenti economici e tecnologici che hanno avuto luogo nella civiltà occidentale. Non è stato un caso, ma la manifestazione precisa di un tremendo cambiamento che ha attraversato tutto l'Occidente. Ascoltate "Mvbelline" di Chuck Berrv o "Tuttifrutti" di Little Richard e capirete quello che sto cercando di dirvi: una musica del genere non c'era mai stata prima sulla terra. Quella musica è una metafora precisa della situazione: Richard Penniman che urla "Womp-bob-aloo-momp-a-wompanbam-boom" in faccia a D. Eisenhower, a John Foster Dulles e agli Yankee di New York: questo basta a comprendere la situazione.
Era incredibile! Questi tipi aprivano le loro bocche per cantare e una nuova razza di mutanti si lanciava tra danze e urla nel futuro: guidavano auto veloci e bevevano birra e saltellavano mezzi nudi nei sedili posteriori, pronti a marciare negli anni '60 e librarsi nei '70. Non c'era mai stato niente del genere!
Il rock and roll ha dato il calcio d'inizio al XXI secolo con 50 anni di anticipo, in tre minuti ha fatto il salto dall'era meccanica a quella elettronica, a 45 giri al minuto, cristallizzando tutte le nuove energie generate dall'incontro tra queste due mostruose tecnologie, comprimendole nella forma più compatta, la più esplicita (e implosiva!), per poi far esplodere quell'energia attraverso la radio in ogni angolo dell'America per ritribalizzare i suoi ragazzi e trasformarli in qualcosa di sostanzialmente diverso da quella razza che li aveva messi al mondo.

mercoledì 3 agosto 2011

UN’IPOTESI (Pt. 3) - L’hardware esploso

Nella migliore delle ipotesi i metadati di un file musicale sono immagazzinati assieme al file stesso sotto forma di “tags”, cioè un elenco di attributi che rispondono a categorie predefinite: autore, titolo, artista…
Se la parte materiale dell’hardware (copertina, digipack, custodia..) è scomparsa, la parte informativa è esplosa in una miriade di parole chiave attraverso le quali, in ogni libreria musicale, potremo ordinare le nostre canzoni. Si perde dunque anche l’unitarietà dell’album (ma anche della compilation) che finisce diluito in spazi sempre maggiori di memoria, in compagnia di altre migliaia di brani tra i quali non c’è di fatto soluzione di continuità.

lunedì 1 agosto 2011

Il Rock secondo Charlie Gillett*

I suoni della città sono brutali ed oppressivi ed investono chiunque ne percorra le strade. Molti dei suoi abitanti, costretti dal lavoro a vivere nelle aree urbane, misurano la propria libertà in funzione delle possibilità che hanno di allontanarsene. Verso la meta degli anni '50, in ogni città del mondo, i giovani affermarono la loro liberta, ispirati e rassicurati dal ritmo del rock'n'roll. ll rock'n'roll e stato forse la prima forma di cultura popolare a celebrare senza riserve caratteristiche delta vita metropolitana che erano state duramente criticate. Nel rock'n'roll i ripetitivi e stridenti suoni urbani vengono riprodotti come melodia e ritmo.

Charlie Gillett  - The Sound of the City Vol. 1

The city's sounds are brutal and oppressive, imposing themselves on anyone who comes into its streets. Many of its residents, committed by their jobs to live in the city, measure their freedom by the frequency and accessibility of departures from it. Rut during the mid-fifties, in virtually every urban civilization in the world, adolescents staked out their freedom in the cities, inspired and reassured by the rock and roll beat. Rock and roll was perhaps the first form of popular culture to celebrate without reservation characteristics of city life that had been among the most criticized. In rock and roll, the strident, repetitive sounds of city life were, in effect reproduced as melody end rhythm.

Charlie Gillett  - The Sound of the City: The Rise of Rock & Roll 


mercoledì 20 luglio 2011

Il Rock secondo Jerry Rubin*

“Noi yippies siamo pronti a sganciare la nostra bomba all’idrogeno sui democratici: un festival con rock e cibo gratis. Ci pensi? Un’orgia rock gratuita che fa accorrere milioni di giovani da tutto il paese a Chicago. Ci aspettavamo che venissero tutti i complessi rock degli Stati Uniti e d’Inghilterra: i Rolling Stones, i Beatles, Country Joe and The Fish, persino Dylan, l’enigmatico.
Un festival rock gratis a Chicago significa sottrarre la nostra civiltà ai locali chiusi e costosi, strappandola agli avidi affaristi e regalandola alla gente per le strade, nei parchi.
L’animale istintivo dei nostri corpi, lo spirito della Pura Musica Spontanea è stato addomesticato per ricavarne profitti. In culo ai profitti. Dalla musica rock deve nascere l’orgasmo e la rivoluzione.”
(Jerry Rubin – Fallo! – 1970)

“The yippies got ready to drop our own hydrogen bomb on the Democrats-a free food and free rock festival.
Can you dig it'. A free rock orgy bringing millions of young people from all over the country to Chicago? We
expected every rock group in the U.S. and England to come: the Rolling Stones, the Beatles. Country Joe and the Fish, even the mysterious- Dylan. A free rock festival in Chicago meant liberating our own culture from the high-priced, walled-in dance halls, taking it away from the avaricious businessmen and making it free for the people in the streets and parks. The impulsive beast of our bodies, the spirit of Pure Unprovoked Music, has been domesticated for profit. Fuck profit. Rock music must give birth to orgasm and revolution.”
(Jerry Rubin – DO IT! – 1970)

P.S. Nonostante l’entusiasmo di Rubin & Co. L’unico complesso a partecipare furono – indovinate un po’ – gli MC5. Ancora dubbi sul fatto che fossero meglio dei Beatles?

* Politico e attivista radicale statunitense. (pagina Wikipedia)

Leggi il testo integrale in lingua inglese

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