Benvenuti nel 2012, e con 41 anni di anticipo!
Forse non è la canzone più conosciuta dei Van Der Graaf, ma in questa
epica After the Flood, suite che chiude il secondo LP, The Least We Can Do Is
Wave To Each Other, Peter Hammill da sfogo a tutto il suo rancore apocalittico
verso l’umanità e la sua meschina gloria. Profetizzando sui più tetri e
distruttivi effetti del global warming, compone 11 minuti tetrali di pura
narrazione per suoni e immagini nel classico stile dark del gruppo, l’unico combo
progressive dell’epoca ad avere più tratti in comune coi Black Sabbath che con
Bach. E se per l’elettrico complesso di Osbourne e Butler la fine arriva in
Electric Funeral, dalla marea atomica (“Storm
coming, you'd better hide from the atomic tide”), Hammil trascrive le più
bibliche immagini del diluvio universale.
L’onda sale e si rinforza assieme all’organo plumbeo di Banton mentre
Hammil racconta e declama con viva passione una canzone che sembra una When The
Music's Over su scala planetaria, in cui il mondo viene a riprendersi ciò che noi
volevamo con tanta insistenza. Ma Hammill non è Morrison, non parla per metafore e non ci suno urla di
farfalla:
Far off, the ice is foundering slowly
the ice is turning to water
The water ter rushes over all,
cities crash in the mighty wave;