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domenica 8 gennaio 2012

Anno 2012 - La fine dell’album?


Quanto ha senso parlare ancora di “album”? Soprattutto in Internet, nel mondo digitale, sui blog, tra “noi”. Quanto ha ancora senso assumere il CD, o il vecchio LP, come l’unità fondamentale di discussioni, recensioni o confronti?
Negli ultimi 10 anni l’album ha enormemente perso importanza pur essendo comunque l’”oggetto musicale” tipico della distribuzione tradizionale, venduto e reclamizzato in negozi, supermercati, anche su internet. Su questo blog si è già parlato di temi simili, di hardware esploso e medium liquido. L’anno nuovo può essere l’occasione per entrare ancora di più nel merito della questione.
Per esempio: quanti sono gli album che veramente si ascoltano? Non in senso da hit parade o classifica vendite (che da sempre lasciano il tempo che trovano…). In che modo si ascolta, si fruisce, l’album? Dalla prima all’ultima traccia, o piuttosto in maniera casuale, o selettivamente. O magari si riversano subito su Hard Disk e confluiscono in cartelle contenenti indistintamente migliaia di altri brani?
Cosa c’è veramente nei nostri I-Pod?


“Spoonful” sul lato A di “Wheels of Fire” è esattamente ciò che dice il titolo, cioè ciò che è scritto sull’etichetta del Lp e sulla copertina; la sua posizione è fissa, non “estraibile”, non modificabile nei dati e tanto più nei metadati. E’ sempre Spoonful, sempre dei Cream, come quella incisa su Fresh Cream, eppure è un’altra canzone
“Spoonful” inserita nella playlist di una memoria I-Pod è un collegamento ad un file che formalmente è analogo alla traccia incisa sui solchi, ma privata totalmente del suo contesto “autoriale” e di parte della sua identità: cioè l’essere il primo brano, del lato B di un determinato album. E’ una canzone “senza fissa dimora”, affiancabile a qualunque altro brano possiamo immaginare
E’ questa sempre una cosa negativa? No, perche la possibilità di creare percorsi trasversali è un potere “esponenziale” che si da all’ascoltatore: potere di creare tracciati personali, associare fra loro canzoni generate da Luoghi e Spazi differenti, tracciare coordinate nuove ed interessanti per un ascolto veramente personale della musica.
D’altra parte la perdita di unitarietà di un medium che confluisce, magari assieme a centinaia di altri media, nel memorizzatore-decodificatore, finisce, come già ricordato, per trasformarsi in una perdita di autorialità e riconoscibilità del prodotto artistico originale. Questo, unito alla profonda modificabilità (e modificazione) dei metadati tradizionalmente contenuti nelle memorie fisiche, rende il medium digitale molto più povero e disomogeneo rispetto a quello tradizionale. I suoi vantaggi sono in gran parte paratici e in misura minore culturali o economici: un album digitale su I-Tunes costa solo poco meno di un CD tradizionale su Amazon. Una situazione analoga si era già verificata una trentina di anni fa all’immissione sul mercato di CD a prezzo simile a quello degli analoghi in vinile, sebbene i costi di produzione del nuovo supporto fossero assai minori.
Il reale vantaggio economico sta nella distribuzione che avviene in modo solo telematico e non fisico, con una chiara penalizzazione per i rivenditori, specie i più piccoli.



La playlist ha poi una caratteristica accattivante e assolutamente peculiare: è smontabile e rimontabile all’infinito; il consumatore, come già ricordato, assume un ruolo attivo che è estremamente allettante, ancorché non sempre “culturalmente rilevante”, nel giocare con le canzoni come con i Lego. E’ rassicurante: posso eliminare o spostare le canzoni che non gradisco, posso riascoltare in loop ciò che mi piace di più e tutto senza masterizzare nuovi CD ma solo aggiungendo un collegamento che nemmeno occupa spazio su disco.
Non esiste più un contenitore, ma esiste un magma diffuso in cui sono IO a decidere i criteri di selezione e l’ordine di esecuzione. E’ senz’altro uno strumento di notevolissimo impatto.

venerdì 7 ottobre 2011

Il medium liquido


Il Medium Liquido
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In generale, il meccanismo classico di produzione e distribuzione di musica prevedeva tre elementi ben distinti nel tempo e nello spazio e potevano venire anche a molto tempo di distanza dall’effettiva incisione della canzone in studio:

1) La codificazione: cioè il momento in cui l’informazione musicale viene catturata e codificata nel modo più “oggettivo” possibile alla tecnologia e codificata su un opportuno supporto distribuibile e facilmente fabbricabile.
2) Il medium: cioè il supporto fisico, unitario, non modificabile e distribuibile. Vinile, musicassetta, CD sono media, indipendentemente dalla tipologia e dalla tecnologia di immagazzinamento dei dati sonori.
3)  Il decodificatore: cioè l’hardware necessario alla traduzione delle informazioni contenute nel media. Il rapporto tra medium e decodificatore è biunivoco, cioè ogni supporto fisico ha il proprio hardware “traduttore”

Se il primo punto, la codificazione, è totalmente a carico dell’artista (da intendere in modo estensivo, dai musicisti, ai tecnici, agli editori…) il decodificatore è invece proprietà del fruitore: il nostro giradischi, il nostro lettore cd… Compito di mediare tra i due estremi è appunto del medium che ha una duplice faccia: da un lato porta su di sé l’immagine e la produzione dell’artista, dall’altro è di proprietà del fruitore che ne fa uso autonomo.
Con le musicassette prima, con l’abbinamento “computer – cd” poi, si è assistito ad un cambiamento importante: il medium non era più “non modificabile”. In poco tempo era diventato facile masterizzare copie di un CD originale o produrre una cassetta o un CD “incidendo” canzoni; operazione questa che NON intaccava però l’integrità e l’autonomia del supporto originale: posso fare una compilation dei Rolling Stones tra il 1965 e il 1970, produco un nuovo CD ma non violo l’integrità degli originali.

mercoledì 3 agosto 2011

UN’IPOTESI (Pt. 3) - L’hardware esploso

Nella migliore delle ipotesi i metadati di un file musicale sono immagazzinati assieme al file stesso sotto forma di “tags”, cioè un elenco di attributi che rispondono a categorie predefinite: autore, titolo, artista…
Se la parte materiale dell’hardware (copertina, digipack, custodia..) è scomparsa, la parte informativa è esplosa in una miriade di parole chiave attraverso le quali, in ogni libreria musicale, potremo ordinare le nostre canzoni. Si perde dunque anche l’unitarietà dell’album (ma anche della compilation) che finisce diluito in spazi sempre maggiori di memoria, in compagnia di altre migliaia di brani tra i quali non c’è di fatto soluzione di continuità.

venerdì 15 luglio 2011

UN’IPOTESI (Pt. 2) - La struttura del medium musicale digitale

Mp3, Ogg, flac, shn sono tutti formati di musica digitale, immagazzinabili su hard disk o memorie flash, caratterizzati da una profonda diversità con il medium tradizionale.

La maggior parte di questi files sono “compressi” o “decomprimibili”, ottimizzando lo spazio occupato su disco, magari cercando di mantenere inalterata la qualità dell’audio senza “perdite” (lossless).

Ma che cosa perdiamo veramente con l’utilizzo di un mp3 ? (ma anche di un wave, o di un ogg…)

Pagine e pagine su internet sono piene di tabelle relative al suono dei diversi formati e apparentemente il difetto più facile da identificare sta proprio nella qualità e nelle caratteristiche audio dei diversi tipi di file. Un mp3 è un file lossy, cioè comporta una perdita di informazione rispetto a un PCM di origine considerato copia-clone di una matrice incisa su CD (o nastro magnetico…). Ma è anche un file di dimensioni molto contenute, universalmente utilizzato, facile da decodificare, da trasportare, da copiare e trasferire, azioni non sempre possibili per il vinile e anche per il CD .

Ma c’è altro che discrimina il medium digitale da quello tradizionale: vinili, musicassette e CD possono, col tempo, perdere qualità sonora, non per questo differiscono concettualmente da copie in perfette condizioni; la qualità dell’audio non basta, da sola, a spiegare la differenza.

C’è in effetti un altro aspetto che raramente l’ascoltatore considera: la scomparsa dell’hardware come elemento fisico. Con la distribuzione digitale della musica resta solo il software, solo il dato musicale puro, che anzi deve anche farsi carico, nei limiti del possibile, di veicolare i metadati tradizionalmente associati all’hardware. Tutto il resto viene obbligatoriamente ricomposto, in formato digitale, richiamato da imponenti database web per restituire un nuovo tipo di medium.

E se questo aspetto può essere facilmente, ma colpevolmente, trascurato dall’ascoltatore, è invece il presupposto fondamentale per i distributori e i produttori di musica, che possono svincolarsi dall’oggetto concreto (il cd, la sua custodia…) cambiando radicalmente tutti i canali nella produzione e diffusione di un bene che non è più (anche) concreto, ma è solo “informativo”. Dato puro.

martedì 12 luglio 2011

UN’IPOTESI (Pt. 1) - La struttura dei media musicali tradizionali

In sintesi: la distribuzione di musica su vasta scala si è sempre affidata ad una tipologia standard di medium fisico: vinile (78, 33, 45 giri), musicassetta, CD. A parte le ovvie diversità tecnologiche, questi supporti sono concettualmente identici e accomunati da un’analoga struttura in cui si riconoscono due parti fondamentali: hardware e software.

1) Hardware: è la parte “materiale”, tangibile, del medium, composta da:

a) supporto fisico: disco in vinile, CD, nastro magnetico

b) contenitore (case) del supporto: confezione, copertina, booklet… cioè tutto ciò che completa il pakaging del supporto.


2) Software: è la parte informativa, non fisica, cioè il suono memorizzato sul supporto. Necessita di un decodificatore per essere interpretato.

L’importanza del software è lampante, in quanto contiene il dato che interessa al consumatore, cioè la musica. Ma non è da sottovalutare anche l’importanza dell’ hardware il quale:

1) Protegge il software, garantendone l’unitarietà e l’autenticità del dato impedendo contraffazioni.

2) Porta un’informazione ulteriore, cioè tutti i metadati necessari alla corretta interpretazione del dato.


In questo, il medium musicale è molto diverso da quello letterario che implica una meno netta distinzione tra hardware e software: un libro è un medium “unitario” che inoltre NON necessita di un decodificatore per essere interpretato. Differente ancora il medium cinematografico: anch’esso necessita di un decodificatore ma contiene il metadato (titolo, autore, titoli di testa e coda) nel software assieme al dato (il film).

Nei media musicali sono metadati, per esempio, il titolo dell’album, il nome del complesso, il titolo e la durata delle canzoni, la line-up del gruppo, l’anno di distribuzione del disco e tutto quanto altro ci fornisca informazioni in più sulla musica che ascoltiamo. Se il dato musicale colpisce le nostre emozioni soggettive, il metadato ci fornisce un sistema di coordinate importante per il nostro cervello per potere “classificare” il dato nella memoria.

In cosa si differenzia allora il medium musicale "tradizionale" da quello "digitale"?

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