Incastonata nel plumbeo intrico di Split (brano di 20 minuti, tutto il lato A dell’album…) Cherry Red
riporta la “forma canzone” nella più acuta fase underground dei Groundhogs, anno
1971. Ennesima variazione su standard hendrixiani, il brano del Reverendo
McPhee rimbomba come un incubo all’alba
di una notte trascorsa tra polluzioni sanguinolente e sudori freddi sul
tremolo della Fender; una deformazione più splatter di certi Bloodrock, dove
Peter Cruikshank, il bassista dal nome più impronunciabile del Regno, percuote
il suo strumento con una clava, sostenendo un
riff cavernicolo, saturo, stonato ma irresistibile, mentre il collega Ken Pustelnik si crede Mitch
Mitchell epilettico e McPhee estrapola il falsetto maligno di un goblin
affamato per il chorus del pezzo. Una versione grunge dei Cream più rozzi. Alla
terza ripartenza, chitarra-basso-batteria è impossibile non ritrovarsi a scuotere
testa e piedi in preda ad allucinazioni sonnambule.
