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lunedì 14 settembre 2015

Riletture


Riletture.
Avrei potuto intitolare questo post con un sacco di parole fighe che iniziano con “re”: remaster, rewind, reloaded.
Tutti pessimi inglesismi snob. 
“Riletture” mi è sembrato più composto e perfino elegante.
In realtà, le riletture saranno eventualmente le vostre. Le mie potrebbero essere tutt'al più riscritture.
Mi sono guardato un po' indietro nell'ultimo periodo. Ho pubblicato 565 post; un'enormità. La metà è emerita spazzatura, soprattutto quelli sui bootleg audio e/o video (sono sempre i più cliccati...). Un buon quarto non sono né carne né pesce: carucci, ma ce ne sono altri mille in giro così. Quelli che restano...insomma, vi dirò che non sono male.
Per questo me li sono riletti, e ve li riproporrò ogni tanto, da adesso in poi.
Eccole, le riletture.
Non sarà solo un copia-incolla, mi piacerebbe rimaneggiarli un pochino, correggerli, sistemarli, approfondirli, magari accorparli se ce ne dovesse essere bisogno. E tornare a dare loro un po' di visibilità, perchè a suo tempo, non se li è filati nessuno, poverini...
E poi, lo ammetto: è un buon modo per fare sopravvivere il blog in periodi difficili.
Buone riletture, quindi... e grazie per la pazienza!


E.M

giovedì 7 maggio 2015

Bozze di Musica che non c'è


Sempre più spesso trovo ridondante e addirittura inutile, continuare a scrivere di “nuova musica”, di nuovi album, di nuovissimi artisti.
Ed anche coi “vecchi” in realtà non trovo maggiore soddisfazione...
All'inizio dell'anno ho cercato, senza troppa fortuna, notizie sul numero totale di dischi pubblicati nell'allora appena trascorso 2014. Ho trovato briciole non sempre affidabili sui siti SIAE e FIMI così come sulla famigerata RIIA. Non un dato univoco - e chi l'avesse e mi facesse la grazia di condividerlo...- ad ogni modo numeri variabili ma sempre ben oltre il migliaio. Più fortuna avrà avuto chi avesse cercato lo stesso dato ma relativamente a libri o film. Secondo l'ISTAT, per esempio, nel solo 2013 sono state pubblicate (e ripubblicate) 61.966 opere letterarie (http://www.istat.it/it/archivio/libri).
Numeri innaturali, insani, riprovevoli in un'ottica di "sostenibilità culturale"; numeri non commensurabili dalla nostra memoria e tanto meno dalle nostre orecchie.
E come azzardarsi a proporre sguardi d'assieme, o consuntivi, o bilanci finali...? E come anche non rimanere sempre più delusi, annoiati, dallo scrivere in continuazione rispetto a quelle poche emersioni in questo mare spesso maleodorante?
Non per le solite abusatissime obiezioni della "mancanza di qualità" o del "primato dei classici sui moderni", argomenti comodamente sbandierati rispettivamente dai professionisti del pensiero alternativo e dai nostalgici senza cura.
Noia, piuttosto, nello scorgere la trasversale ossequiosa volontà di essere ascritti a generi e stili codificati, triti e semplicistici, col solo fine di ottenere una più semplice e redditizia diffusione ed una facile collocazione sugli scaffali dei megastore.
Abbiamo ascoltato tutto, ci avete fatto comperare di tutto.
Un po' di silenzio, per favore!


***

The Comitè
Songs For Open Mind
(1981)

È l'insinuarsi della viola tra le code del cembalo elettrico da cui scaturisce quella chimica gentile di ballata campestre, rubata tanto ai Magnetic Fields quanto ai Pogues più filologici.
Una collezione di canzoni che accarezzano l'udito, rotonde come capitelli candidi, rifinite da un vaporoso gusto folk riscritto da Canterbury.
Senza troppe pretese di grandeur prog (se non nella biblica Exodus, cortile dei Van Der Graaf), sinceramente ispirate a ballate gaeliche ben più di quanto non fosse una Battle Of Evermore, intrise di spirito sanamente eretico più della “vecchia” Fairport Covention.
Svetta alto il rondò neoclassico di Lescurel - non immemore dei Focus, certo - girotondo nobile per teatro di marionette in campielli rinascimentali, forte di un impasto timbrico originalissimo ed inestricabile all'orecchio. In piena crisi del rock romantico, un album che dieci anni prima avrebbe brillato per la Vertigo, fu spazzato via dalla foga più brada e stradaiola, come una farfalla perduta sull’autostrada.


Soft Boys
Mr. Sandman
(1972)

Quattro damerini con bolerino ben ordinato e pantaloni stretti, caschetti biondi su una spiaggia libera, lasciata all'abbandono da una stagione di festa.
I Soft Boys migrarono dalle colline del Kentucky con fiddle, banjo e armonica, per raggiungere quel California Dreamin' di Mamas & Papas sulla sponda opposta del paese.
Che resta lontanissima. Cielo grigio su...
Impiegarono tre anni per arrivare a Santa Monica, facendosi sì un nome nei circuiti folk più conservatori, ma giungendo in clamoroso ritardo sul sogno della Summer of Love. E presumibilmente fu proprio quel viaggio l'apogeo della loro parabola, che resta quindi celata e non scritta.
Il desiderio di essere i nuovi Byrds di Eight Miles High li trasformò in una più terrena versione orientaleggiante dei primi Crazy Horse nel guscio dei Rockets, qui delicati come in una favola di Donovan suonata per un pubblico di treccine liceali. E per fortuna che acciuffarono l'ultimo treno della Reprise, che nel '72 concesse loro di incidere questo album di illuminata nicchia, che conta almeno il raga acustico di Shape and Symmetry e la grande ballata di estrazione bluegrass Dance Now!, tramutata in una sarabanda acidula per banjo e viola con quella vena da Caleidoscope capitati per caso sul palco dell'Avalon Ballroom.
Disgiunto, incertissimo, come risvegliato da un sogno che non ha mai fatto in tempo ad incrociare l'alba dell'Acquario; finisce presto come una caramella zuccherina tra le lebbra del bambino, a cui resta quell'agrodolce sapore nella bocca.

lunedì 12 gennaio 2015

Gli album e la Città



Il rock è urbano, per definizione.
Il suono della città.
Prima di lui lo furono anche jazz e R'n'b.
Oggi sono tante le capitali del rock. New York, Los Angeles, Londra, San Francisco, Monaco...
E ognuna ha un'identità urbana inconfondibile, edificata dagli uomini, legittimata dalla storia. Scritta nel reticolo stradale, nella disposizione delle piazze, dei luoghi di aggregazione, di culto, scritta nel profilo verticale, nelle singole architetture d'abitazione, nelle fontane dei giardini.
Allo stesso modo ogni città possiede anche il proprio sound, la propria identità sonora.
Scritta nelle radio locali, nel reticolo di club, pub, concert hall; nelle band che le frequentano, nel gusto del pubblico, nella chimica delle sale di incisione dove la metropoli registra i suoi album.
Ogni grande città ha il suo umore sonoro.
Come l'urbanistica cambia negli anni, viene riscritta, restaurata, riprogettata, ma lascia sempre traccia dietro di sè, così quel suono, che affonda la radice indietro anche di secoli, è arrivato a noi come la somma delle generazioni di musicisti che lo hanno prodotto. Ed ognuna di quelle capitali ha scritto in faccia il suo umore.
New York, la nevrosi new wave.
Los Angeles, la Babilonia decadente.
San Francisco, lo (psico)attivismo.
Monaco, la teocrazia elettronica.
Saint Louis, il ritmo del sud.
Londra, il crocevia degli stili.
Detroit, combat rock.


Ogni rock ha la sua città.

sabato 29 novembre 2014

L’opinione di Kurtz


Siamo spaventati da una delle invenzioni più insulse mai fatte: il giudizio degli altri.

Natalino Balasso

Ha mai pensato seriamente a delle reali forme di libertà?
La libertà dall'opinione degli altri… persino dalla propria opinione.

Colonnello Kurtz

mercoledì 3 settembre 2014

Appunti per un Nuovo Scrittore Musicale - 1

Porsi sempre domande durante l'esperienza d'ascolto.
Cercare le risposte all'interno dell'ascolto stesso.

DOVE MI TROVO?

In una tenda indiana? Su un'autostrada che corre nel deserto? In un carico merci una notte di burrasca? Ospite di un party in un attico al cospetto dello skyline al tramonto?
Quanto influisce l’ambiente sulla mia esperienza d’ascolto?


QUANDO MI TROVO?

È l'estate del 1967? Quella del 1976, gli ultimi anni '90 o magari gli anni 20 del secolo scorso?
Quanto influisce il mio tempo sull’ esperienza d’ascolto?


CHI È IL PROTAGONISTA?
(C'è sempre un protagonista)

Un adolescente in pena, il metalmeccanico nullatenente, il giovane arrapato a bordo della Camaro, l'intellettuale solitario.


CHI C'È CON ME?

Ci sono sempre compagni di viaggio, siano essi i Crazy Horse, o i Kyuss o Huey Lewis and the News o Kurt Weill.
Ma anche l'ispettore Callahan, Malcom X, Jesse James…


QUAL È LA SUA STORIA?

Ovvero cosa vogliono dirmi questa canzone, questo album? Qual è il messaggio, a che bisogno risponde questa esigenza di comunicare?

Raccontiamo la nostra esperienza soggettiva inserita in una narrazione non lineare.


COME SI LEGA QUESTA STORIA AL MIO ASCOLTO?
È passione? Il caso? Un acquisto voluto, cercato, una curiosità soddisfatta, una insoddisfatta? Un acquisto sbagliato? Condividiamo il tempo, lo spazio, il modo di vedere le cose?

Trovando le risposte a queste domande, tracciamo la nostra

ESPERIENZA D'ASCOLTO

lunedì 18 agosto 2014

Wicked Game

 

Nessuno insegna veramente qualcosa ad altri. Impariamo solo ciò che riteniamo conveniente imparare.

Cito a memoria, credo Paul Mico, psicologo dell’apprendimento, ma è un ricordo da prendere con le molle; in certi casi Google non aiuta.
Parafrasi libera e un po' provocatoria: nessuno ascolta veramente l'altro. Sentiamo solo ciò che vogliamo sentire.
È un assunto che a volte sembra calzante con la nostra società pur intrisa di comunicazione.
Possiamo veramente dire di ascoltare (leggere) ciò che altri dicono (scrivono), o ci è  sufficiente la firma di presenza, il +1 , il “mi piace”?
Certamente non si può dimostrare per via scientifica, ma sono sempre più convinto che se investiamo grandi risorse di tempo e impegno per comunicare, finiamo inevitabilmente per sacrificare l'ascolto. L'ascolto silenzioso, disinteressato, senza gettone di presenza o accondiscendenza in calce.
E la musica, in questo contesto, come si colloca?
Ulteriore parafrasi: la passione per la musica non è mai realmente disinteressata, ascoltiamo solo quella musica che riteniamo conveniente ascoltare.
Quella che ci dà qualche certezza di “piacere preliminare”. Quella che, a naso, si confà meglio al nostro gusto, quella da cui possiamo trarre gratuita gratificazione. Rifuggendo ciò che, a turno e secondo il gusto individuale, riteniamo troppo commerciale, troppo indie, troppo banale, troppo vecchio. Una selezione preliminare inconscia. Perchè alla fine è la ricerca del piacere che conta. Epicuro docet.
Ma allora possiamo dire di comprenderla veramente? Non sarà solo la gratificazione di un suono di superficie?
Quanto possiamo dire di possedere un pezzo di Miles Davies o del Wu Tan Clan, o quella canzone folk boliviana? Ma anche gli sperimentalismi tedeschi o le vibrazioni di Seattle. La società, l'informazione, ci educano presto a riconoscere il simile-a-noi e a rifuggire il diverso-da-noi.
Per quanto continueremo a rifugiarci nella formula del “linguaggio universale” , immediatamente comprensibile ed empaticamente valido per tutti? Ma esiste veramente un linguaggio universale?
Che poi alla fine, se ci togliamo anche quello... è una continua operazione di sottrazione, camuffata sotto migliaia di post, di articoli, di condivisioni, di links, di mail, di e-book.
Ascoltiamo, e subito condividiamo quell' ascolto, o meglio, crediamo di farlo, perchè in pochi sono in ascolto, in tanti comunicano. Un'esperienza che dovrebbe essere personale e sensoriale si tramuta in un atto sociale, con pregi e difetti dello stesso.
Come al solito, estremizzo.
Però questo è davvero un giochetto malvagio.

E i fondo, anche alla fine della canzone, nobody loves no one...

lunedì 11 agosto 2014

La lista di Capitan Vinile


Benvenuti in quest'ultimo agosto.

Mese dove sonnecchia la mente e si impigrisce pure la curiosità.
Tutti in ferie, eh? Con 728 euro a testa, ombrellone e sdraio e l'immancabile festa dell'Unità.
Anzi no, ora si chiamano “Democratici in Festa”.

Ma che razza di nome?!

martedì 5 agosto 2014

Tempo, denaro e qualche domandona



Una volta la domandona tabù per ogni giovane appassionato di musica era: “Ma tu quanti dischi hai a casa?”
10, 100? Più di 1000?
Sì, c’era chi ne aveva più di mille.
Poi qualcuno cominciava a frequentare qualche redazione, qualcuno metteva su il negozio. Certo che gliene passavano per le mani di dischi… Chi più ne aveva, più ne sapeva, più poteva vantare pareri illuminati, più si avviava a scrivere di quella stessa musica che teneva sugli scaffali. Più celebrava il proprio “possesso”. Come Gaber nel “Monologo del pelo.”
Oggi una domanda del genere è totalmente priva di significato.
Con Spotify, Deezer, Youtube, “download on demand” e compagnia bella, abbiamo già tutto.
Tutto. Lì, fruibile nel PC o nello smartphone. Anche a gratis.
Non è più questione di numero né di possesso.
Anche grandi aziende “tradizionali” come Amazon, nate come negozi, puri e semplici rivenditori, diventeranno distributori e intermediari. Provider di musica (e libri). Si trasformeranno da “store” che vendono beni materiali a gestori che offrono un servizio. Un voucher per ascoltare minuti in stream, un abbonamento ricaricabile, una tessera premium.
Quindi la domanda non sarà più “Quanti CD hai?” , perché di fatto già li ho tutti.
Ma piuttosto “Quanto tempo dedichi all’ascolto?”
In realtà credo che proprio da ciò si presenti una resistenza implicita che in tanti di noi provano nell’accedere a Spotify o servizi simili.
Quando sono in casa, di fronte allo scaffale dei miei CD, sto di fronte ad uno spazio fisico finito che conosco e misuro bene. Conosco la musica che c’è dentro. La controllo. L’ho comprata io, l’ho scelta io dall’espositore del negozio.
Quando sono di fronte alla schermata di Spotify, quel mio scaffale diventa un minuscolo sottoinsieme di un catalogo difficile, se non impossibile, da misurare.
Sarà sempre in maggioranza la musica che non conosco, che non ho mai ascoltato, rispetto a quella che conosco. Sarà in maggioranza la musica che mi sono sempre ripromesso di possedere, che addirittura mi sento “in dovere di ascoltare” (prima o poi), rispetto a quella che ho comperato e che ho sulle mensole di casa.
C’è di che perdere le proprie sicurezze di appassionato, di collezionista, di esperto; pure di critico…

domenica 27 luglio 2014

Critici e venditori di tecnigrafi


Alcuni giorni fa su Detriti di Passaggio è stato comprensibilmente stigmatizzato l’articolo che il giornalista di Repubblica Gianni Santoro ha dedicato all’ultimo lavoro di Morrisey, cantante paragonato dall’autore ora a Battiato, ora a Celentano, ora a Tenco.
Potete leggere l’intero post di Massimiliano qui:

e l’articolo originale di Repubblica qui:

La conclusione, o il postulato di partenza se preferite, di Massi, in bello stile antagonista, é stata: se questa è la critica italiana, io non sono italiano.
Rielaboro qui un commento scritto un po’ in fretta su G+ appena qualche giorno fa.

giovedì 24 luglio 2014

Classificatevi!

Pubblico questa “invettiva” in ossequio al Manifesto, già diffuso da questo blog e da Detriti di Passaggio. 

***

Sul web – ma non solo, basta incrociare ogni tanto Studio Aperto – le classifiche si fanno praticamente per qualunque cosa, prevalentemente a fine anno, o comunque ogni volta non si abbiano argomenti di cui discutere.
In musica le più abusate sono certamente quelle del miglior album e del miglior chitarrista.
Piacciono un sacco alle riviste, prendono sempre più piede nei blog, riempiono in maniera facile e veloce pagine, post e addirittura giornali interi.

Sono tutte uguali e ovviamente tutte inutili.
Non servono a nulla, se non ad essere criticate (e quindi ricondivise, diffuse, citate…)
IV legge di Rolling Stone Magazine, o postulato di John Twitter

non parlano di musica
non scoprono talenti
non insegnano nulla
sono opinabili
parziali
sempre incomplete

Solitamente si strutturano in questo modo, con alcune superficiali differenze.

Migliori album (in ordine casuale, ma neanche poi troppo…)

Sgt. Pepper…
Dark Side Of The Moon
Led Zeppelin IV
Born To Run
Anarchy In The UK

Se va bene c'è Exile In Main Street, se va male Nevermind


Miglior chitarrista (in ordine ancor meno casuale)

Jimi Hendrix
Jimmy Page
Eric Clapton
Keith Richards
Eddie Van Halen

Se va bene c'è Duane Allman, se va male Ritchie Blackmore

Bene.
Ora che lo sappiamo è tutta un'altra musica!

lunedì 12 maggio 2014

Il Nuovo Scrittore Musicale

Pubblico questa “invettiva” in ossequio al Manifesto, già diffuso da questo blog e da Detriti di Passaggio. 

***


Ascoltare

Ascoltare senza sapere cosa c'è sul piatto

Ascoltare senza conoscere prima

(ascoltare il contrario)

Frugare

Frugare negli archivi, nella rete, tra le offerte, le compilation spurie, i singoli, i cataloghi, fisici, online, solidi, liquidi, virtuali, ristampati.
Frugare nei grandi labirinti discografici.
Senza paura nè riverenza

Scrivere

Trasversalmente, mai linearmente
Lasciare sempre aperto il finale, mai chiudere il pezzo.
Descrivere la galassia, non percorrere passivamente la distanza tra due stelle.
Rompere l'egemonia cartesiana di "genere" e "anno" - Utilizzarli per ordinare gli scaffali, mai per organizzare un testo.
Mai parlare di UN soggetto; pensare al plurale.

…divagare, associare, vagabondare…

Rifuggire lo storicismo

Non esiste darwinismo musicale.
Non esiste derivazione obbligata.
Non esistono inventori obbligati.


Rifuggire l'enciclopedismo

Non esistono generi.
Non esiste tassonomia nemmeno in natura, figuriamoci nell'arte.
Ragionare sul limite, limitarsi al gusto non al numero.

Rifuggire l'accademismo

Suggestione immediata non citazione.
Impressione personale non riferimento.
Frase (e musica) rimodellata a memoria non virgolette (o pentagramma).

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lunedì 5 maggio 2014

Una premessa a Virgin Forest


Da qualche giorno, sui social, abbiamo diffuso (no, non è plurale maiestatis, ma il frutto di un lavoro di gruppo...) materiale e informazioni riguardo a Virgin Forest, nelle intenzioni una “Guida collettiva al sommerso in musica”.

- Guida: perché vuole essere diretta, semplice, facile da consultare

- Collettiva: perché frutto del lavoro di tanti e non di un singolo

- Al: preposizione articolata

- Sommerso in musica: perché è un argomento che ci interessa (ok, che mi interessa, ma se ci sono degli sconsiderati che mi vengono dietro, non è colpa mia…).

Potete trovare tutte le informazioni su questo progetto agli indirizzi seguenti, ce n’è per tutti i gusti:




Ora, sul blog, mi preme solo postare una premessa a questo lavoro, anzi una premessa di metodo ancora più generica, che può stare alla base di questa come di altre mille iniziative. Nulla di nuovo, in realtà. Ma mi piace ripetere sempre le stesse cose…

Quella dei blog, dei social, del Web 2.0, è una galassia.
In continua rotazione, espansione, cambiamento, rinnovamento.
In campo musicale, anche appoggiandosi a piattaforme di scambio più o meno legali (o meglio, più o meno invise alle grandi case di distribuzione) ha contribuito a cambiare in maniera importante la fruizione della musica, online ma non solo. Ha certo avuto una parte nel processo di revisione dei canoni dell’informazione, che ha portato – e sta portando – al pensionamento di molte polverose riviste, enciclopedie, Storie-del-Rock, 1000-Dischi-Fondamentali, che si erano compilate in anni in cui pochi avevano accesso diretto alle fonti e ancora meno avevano “libertà di pubblicazione”.
Ma distribuire liberamente file, archivi, raccolte, rarità, non basta.
Così come non basta accumulare, scaricare, collezionare, immagazzinare su hard disk sempre più capienti migliaia di canzoni che alla fine non ascolteremo mai.
Non abituiamoci al tutto e subito.
E magari a gratis…
Non abituiamoci all’esagerato dilettantismo galoppante (pur con tutte le sue innegabili positività). Non abituiamoci al facile smercio di “roba” contrabbandata per cultura.
I blog funzionano bene quando garantiscono lo scambio, assicurano il flusso di idee e conoscenza. Quando costituiscono un ponte efficace tra le esperienze reali e quelle virtuali. Non quando le une sostituiscono le altre. Non quando si chiudono a riccio parlandosi addosso come intellettuali vanitosi davanti ad uno specchio.
Con il pretesto (un bel pretesto, se mi è concesso) di indagare il “sommerso” della musica pop, speriamo di favorire questo: lo scambio e il dialogo. Non il confronto metrico tra conoscenze ma l’integrazione di saperi ed esperienze differenti. Per pervenire a contenuti condivisi che siano, il più possibile, di qualità e possano, il più possibile, essere diffusi.
Perché una qualità senza diffusione e condivisione, è di fatto trasparente, vuota e autoreferenziale.
Diffusione che non è promozione finanziata.

Diffusione che non è massiva distribuzione forzata.

Diffusione che vuole essere giusta comunicazione attraverso le giuste persone.

Bello a dirsi; proviamo anche a costruire qualcosa che ci dia la possibilità di farlo.


A proposito, le iscrizioni sono sempre aperte, sapete dove trovarmi…

lunedì 21 aprile 2014

Non disturbiamo i Velvet Underground

Pubblico questa “invettiva” in ossequio al Manifesto, già diffuso da questo blog e da Detriti di Passaggio.

***

I Velvet Underground sono il gruppo più sottovalutato della storia
(e sono gli inventori del punk!)
(IV assioma di Allan)

I Velvet Underground sono stati – per un certo tempo - un gruppo sottovalutato; può sembrare un sofisma sottile il solo cambiamento del tempo verbale, eppure è da 30 anni che la band di Lou Reed (no, scusate di John Cale) è uno dei fenomeni di culto più idolatrati, citati e riveriti di sempre, alto che...

Gloria postuma che a tanti è ancora negata.
Postuma mica tanto, poi…
Velvet Underground…
…riempie la bocca
Velvet Underground…
…nobilita la recensione
Velvet Underground…
…fa un sacco figo!

Tutto quanto il calderone post-punk deve obbligatoriamente citare i Velvet Underground
(I regola di Reid o della Derivazione Obbligatoria)

Hanno inventato il punk?
Se gli eredi sono i Ramones, si potrebbe dire la stessa cosa dei Ventures o dei Sonics...
Se gli eredi sono i Royal Trux, evviva i Red Krayola!

NON DISTURBIAMO I VELVET UNDERGROUND

Lasciamoli riposare in pace nella loro perfetta, distante unicità.

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lunedì 14 aprile 2014

Capitan Vinile, il Capitano Nero ed altri racconti



Rieccovi qui, manipolo di rockettari impenitenti!
Allora, alzi la mano chi di voi ha già il biglietto per lo spettacolo dei Rolling Stones al Circo Massimo.

Uno … due … tre...

Ma come?

NON VI VERGOGNATE!?

Ma non sapete che il concerto potrebbe mettere a serio rischio l'integrità di un importantissimo sito archeologico?!?
Potrebbero esserci dei crolli!!!!
E tutto senza nemmeno dovere attendere che incuria e mancanza di fondi facciano il loro onesto lavoro, come a Pompei!

Chi la sente dopo la Sovrintendenza?

mercoledì 2 aprile 2014

Out of Blue - Il testo integrale


E' per completezza, e pure un po' per vanteria, che pubblico l'integrale di Out of Blue, le libere conversazioni tra bloggers sulla musica blues.
Un ringraziamento dovuto ai partecipanti:

Massimiliano Manocchia (Massi)

Vlad

Bartolo Federico (Bart)

Mr. Hyde


Qui sotto una playlist derivata dai nostri scambi di vedute, e un link da cui scaricare un "tascabile" formato PDF del (lungo) testo che troverete di seguito.
Ma ora bando alle ciance!
Buona lettura e buon ascolto!

OUT OF BLUE


giovedì 13 marzo 2014

Out of Blue – Sulle tracce di Ulisse (benvenuti al sud)



Naviganti raminghi tra Mediterraneo e Mali.
Imbarchiamo un altro naufrago, e non potevamo farne a meno: Bart, autore di Viaggiatori nella Notte e curatore del blog Dustyroad. Amico – virtuale, ma molto meno di altri in cane ed ossa – di vecchia data.
Attenzione: qui non è luogo di elogi ad Eric Clapton o elegie per B.B. King; qui sono banditi l’accademismo e lo storicismo.

Contributi di:

Evil Monkey

Massimiliano Manocchia

Vlad

Bartolo Federico

immagine di copertina a cura di Mr. Hyde

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