Per celebrare, di striscio, l’imminente arrivo dei Bruce Springsteen
su suolo italiano per quattro tappe del suo nuovo (ennesimo) tour con la
E-Street Band, propongo un articolo del
critico britannico Simon Frith.
Non oso inoltrarmi di persona nella disamina di un personaggio così
mastodontico e complesso come il Boss in quanto non posso certo dire di
conoscerlo a fondo, avendo ascoltato, nella sua ormai sterminata discografia,
solo i due o tre titoli considerati imprescindibili.
Farò dunque solo un breve cappello introduttivo all’articolo che qui
integralmente riporto (violando, tra l’altro, svariate norme di copyright…)
Il brano di Frith, datato 1987, fu scritto mentre era in distribuzione
il mastodontico Live/1975-85.
L’autore procede in maniera quasi hegeliana: tesi, antitesi, sintesi, qui ribattezzate falso, vero, conclusioni. Tutto quanto ruota attorno a lui, al Boss
per antonomasia.
Più che giudizi tout-court, Frith si propone di offrire chiavi di
letture personali, meditate, non sempre fuori dal coro ma sicuramente ragionate
e ben ponderate. I fan di Bruce facciano attenzione, perché qua e là potrebbero
incappare in frasi piuttosto… “esplicite”: ma abbiate pazienza e vedrete che un
assoluzione di fondo non manca.
Tutto quanto il mondo della musica leggera segue regole precise, si
direbbe inderogabili.
Non si può né pretendere da un singolo che si erga ad unico paladino immacolato della Verità, né che tutte le piaghe
e le colpe di un sistema finiscano per ricadere su di lui solo perché è tra
quelli che hanno avuto maggiore successo. E attenzione: essendo la musica rock
non estranea alle dinamiche di mercato, la massima popolarità artistica (quella che tutto sommato piace ai fan, quella
che regala emozioni…) è spesso accoppiata ad un enorme successo economico.
Ma la diatriba che nasce attorno a rockstar di lunga carriera e gonfio
portafoglio è sempre la stessa: fanno sul serio? Ci vendono Arte o contratti
con le major? Lo fanno per avidità, ispirazione, routine?
Insomma… sono autentici o no?
Una questione che in realtà, a chi si propone di essere solo
ascoltatore, fruitore del flusso musicale,
nemmeno dovrebbe interessare più di tanto. Come nota giustamente Frith:
“la musica non può essere vera o falsa,
può soltanto riferirsi a convenzioni di verità e falsità”. Ma certo per il
fan, l’appassionato, oltre che di musica, del personaggio, dell’uomo tanto
pubblico quanto privato, la domanda è di quelle cruciali.
Una cosa credo si possa dire: Springsteen, Madonna, Rolling Stones,
Jackson ed Elvis (finchè erano in vita) non
sono più solo privati cittadini che si esprimono creativamente; sono vere e
proprie aziende multinazionali che
danno lavoro a centinaia di persone. E sono forzatamente aziendalisti.
Mi trovo abbastanza d’accordo con Frith quando scrive: “ciò che è significativo nell’era postmoderna
non è se Springsteen sia la cosa autentica, ma come possa surrogare la
convinzione che in qualche modo, da qualche parte, esistano cose autentiche”.
La purezza, la sincerità, la verità dell’espressione artistica non
stanno in questo mondo, ma nell’idea dell’appassionato e
dell’ascoltatore. Ed è importante che siano e restino lì, altrimenti i frantuma
tutto. Platonismo Rock? Forse, ma il ragionamento mi soddisfa
abbastanza, dopotutto.
Detto ciò, a voi l’articolo. Una sua versione in pdf è scaricabile dal
link qui sotto.
Il grassetto è mio ed ha la sola funzione di aiutare coloro che non si
dedicheranno ad una lettura integrale a soffermarsi su quelli che, a parer mio,
sono i passaggi salienti.
