martedì 17 gennaio 2012

Riletture Americane - La Rapidità - parte 3


“Categorie calviniane” applicate alla Popular Music - La Rapidità - Pt. 3



Il tutto avvenne troppo rapidamente perché qualcuno potesse rendersi conto di chi fosse in realtà John Simon Ritchie. Anzi, questa è anche una chiave di lettura di buona parte del movimento punk: le vicende pubbliche e private, la musica, i personaggi, passavano così velocemente che, tanto lo spettatore quanto il critico o il promoter, non riuscirono mai a comprendere a fondo ciò che stava succedendo. Quando qualcuno cominciò a domandarsi se quella fosse vera musica o solo una trovata pubblicitaria da reality-show, il punk stesso era già scomparso e la più pacifica e borghesuccia New Wave, con le sue camicie chiare e le cravatte strette, era accorsa a calmare le acque. In realtà di musica buona ce ne fu parecchia, pur se nascosta sotto un mucchio di propaganda giovanilistica.
Un'altra vicenda umana consumatasi veloce come la luce di un fiammifero fu quella di Darby Crash, morto per overdose a soli 22 anni, il cui gruppo, i Germs, nella sua breve esistenza, fece a tempo ad incidere un solo importante album, GI, nel 1979. Pur lontano dalle charts e ad anni luce dal main-stream, Darby riuscì a trapiantare il germe del più puro  punk anglosassone nell’assolata west-coast: il suo impatto fu deflagrante tanto che a distanza di qualche anno L.A. diventerà patria di una delle più coinvolgenti scene hardcore d’America mentre la California è ancora oggi con Offsprings, Green Day e Blink 182 la sovrana del punk-rock più commerciale.
GI è un collage di pezzi brevissimi e suonati come fossero in una centrifuga: velocità spaventosa, parole che si accavallano l’un l’altra come rigurgitate da uno stomaco insofferente alla vita sociale.

Quando Darby Crash muore a Los Angeles sul pavimento sotto quel cartello, è il 7 dicembre 1980.
Il giorno dopo è l’8 dicembre. A New York, davanti alI’ ingresso del Dakota Building, un tale che si chiama Mark David Chapman ammazza John Lennon sparandogli quattro colpi nella schiena.
Sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo ci finisce quel]’altro, l’ex cantante e chitarrista dei Beatles.
(Carlo Lucarelli – La Faccia Nascosta della Luna)


Ma se è vero che i Germs, come la maggior parte dei complessi punk, non erano esattamente dei virtuosi agli strumenti, è interessante notare come molte canzoni, dal vivo, fossero assai più lente o addirittura distese data l’impossibilità di musicisti, a volte poveri di mezzi tecnici, di riprodurre le vertiginose accelerazioni ascoltabili su disco. Valga l’esempio dei Gun Club, gruppo che in realtà vantava un chitarrista eccellente come Ward Dotson: il loro primo album era un concentrato di rapidità e furia ossessiva grazie anche al produttore Chris Dejardins che velocizzò i nastri dopo averli incisi. Col risultato che Jeffrey Lee Pierce appare su disco come il prototipo dello sfrenato e ipercinetico urlatore punk quando era in realtà un crooner blues col mito di Jim Morrison.

I'm moving on the black train
The night it beats me down
I'm moving on the Black Train
I breath a soundles sound,
Riding on the Black Train
(Gun Club – Black Train)


I take you
I rape you
get in the car
you're going with me
I'm gonna leave on
the radio loud
so everyone can hear
we're having fun
(Gun Club - Day Turn The Night)

Questa disperata Day Turn The Night (da Lucky Jim, 1994), deforma la sovversiva ma tutto sommato divertente pulsione sessuale di Jerry Rubin in un incubo di perversione e violenza sul sedile posteriore. Quando l’album vide la luce, Pierce era già morto da quasi 2 anni. Solo il suo fantasma (quel ghost on the highway che più volte lo aveva tormentato) si aggira ancora tra quei solchi.


Oltre al già citato Eddie Cochran il punk e molto di ciò che esso derivò negli anni ‘80 trovava un’inesauribile fonte di ispirazione nell’underground americano del decennio precedente, dagli Stooges, ai New York Dolls fino ai Ramones che furono i reali inventori di quel sound che oggi è universalmente noto come punk-rock. Stooges e Ramones avevano in comune, tra le altre cose, una spiccata predilezione per testi talmente sintetici da essere ridotti a volte ad un solo verso. Un’ellissi talmente pronunciata che la rapidità in questo caso passa attraverso la mancanza di parole e il messaggio può arrivare diritto e veloce al bersaglio. L’iterazione continua della frase, oltre che un valore ritmico, arriva ad avere un’importanza quasi profetica (per quanto riguarda gli Stooges) o totalmente demenziale (nel caso dei Ramones).
E non che i gruppi non avessero nulla da dire: semplicemente lo dicevano con un’essenzialità tale che la canzone era già finita molto prima che il messaggio arrivasse a destinazione. Ascoltare per intero un Lp dei Ramones significa a volte ascoltare una canzone mentre ancora si ha nella testa il ritornello della precedente e così via, in una concatenazione che lascia storditi.

You're loudmouth baby
You better shut up
I'm gonna beat you up
'Cause you're a loudmouth babe
(Ramones – Loudmouth)

Now I wanna sniff some glue
Now I wanna have somethin' to do
All the kids wanna sniff some glue
All the kids want somethin' to do
(Ramones – Now I Wanna Sniff Some Glue)

Quattro versi, nemmeno due minuti di canzone: tutto passa molto velocemente, con la stessa cronica sintesi dello studente che non sa cosa scrivere nel tema e se ne resta a fissare quell’unica mezza facciata, tanto, alla fine, non è la lunghezza che conta...è tutto il resto. E il resto, soprattutto nel caso degli Stooges, è Noia. Non quella dell’ascoltatore, quella che il gruppo direttamente incide su disco, che gronda dalle chitarre trasandate e maniacalmente battenti quell’unico accordo; che gronda dalla voce di Iggy.

Well it's 1969 OK all across the USA
It's another year for me and you
Another year with nothing to do
(The Stooges – 1969)

No fun my babe no fun
No fun my babe no fun
No fun to hang around
Feeling that same old way
No fun to hang around
Freaked out for another day
(The Stooges – No Fun)


Per tutti gli anni ’60, per citare ancora Herman, “Il rock’n’roll è un fenomeno in marcia. Scavalca barriere e sfida gli ostacoli che gli vengono imposti”. In effetti in soli quindici anni aveva contribuito a soddisfare ogni bisogno dei giovani bianchi borghesi: indipendenza, autonomia, affermazione di sé come individuo, fino alla necessità di trasgredire, di darsi regole proprie e indecifrabili dal mondo degli adulti; il bisogno di sballarsi e di sperimentare in libertà i paradisi artificiali più svariati, di radunarsi in mega concerti gratuiti e soprattutto il bisogno di pensare al futuro come un periodo di rivoluzione globale che avrebbe liberato l’uomo dalla schiavitù del lavoro e della società del consumo. Alla fine degli anni ’60 ognuna di queste necessità era facilmente soddisfabile e il Rock era uno dei veicoli privilegiati per questo: la musica degli Stooges è la prima fase di “reflusso”, il primo ristagno di Noia per una società obesa, abulica, appagata che mancava ormai di “volontà” e tensione. This is the End, la musica ha dato già tutto, noi abbiamo già ascoltato l’ascoltabile; e allora un altro anno senza nulla di nuovo all’orizzonte, le canzoni rimangono sempre le stesse.
Schopenhauer sarebbe un fan di Iggy. Fortunatamente, almeno in questo caso la noia del gruppo diventa trans musicale nell’ascoltatore, pressione che preme sulle tempie, nella testa, come una strada di montagna percorsa su una Formula Uno.

IMMAGINI

The Germs – GI (copertina) 1979
The Stooges – Fun House (copertina) 1970
E. Munch -  Il giorno dopo (1895)

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