mercoledì 14 settembre 2011

PAGANESIMI ELETTRICI - La Maschera della Divinità Danzante - Pt. 2



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Al quinto giorno ininterrotto di festa, Il Principe chiese finalmente a Roger e Glenn di suonare qualcosa per gli ospiti. Il palco fu approntato al centro del giardino, tra le stalle e l’emiciclo, circondato da fiaccole che rinforzavano gli ultimi raggi della sera. Mentre il gruppo accordava le chitarre e i tabla, le ragazze candide giocavano ancora nella fontana e correvano tra i tavoli e le poltrone damascate, bagnando i notabili con i vestiti svolazzanti che attiravano gli sguardi degli ospiti.
Ad un cenno del Principe, scese il silenzio tra la folla e il ronzio della viola di Colin alla ricerca del “la” riempì le campagne.
First Utterance è un evo oscuro intagliato nel legno di Ent da spiriti silvani; ma è anche un prodotto colto, di raffinati arrangiamenti. Un lied da camera per orchestra ridotta. Da solo illuminò le stanze della villa come una lampada ad olio giallastra che ondeggia. Circondati da mimi mascherati e inquietanti, i musicisti raccontavano la storia di ragazze perse nel bosco, in fuga da semidei impertinenti, torturate, sedotte, tentate dalla carnalità più esplicita; raccontarono dei cristiani perseguitati, ricacciati nelle tenebre e della metà oscura del mondo. I riferimenti di quella musica erano sfuggenti: qualcuno ci vide un’ombra di Genesis malvagissimi, oppure dei Pentangle in versione esoterica e decadente. In realtà il timbro strumentale con viola, oboe, tabla e chitarre acustiche era alquanto bizzarro e originale, così come la ritmica continuamente caracollante, come prestata da balli desueti. Ma ciò che spaventò maggiormente quel pubblico ormai stordito dalla baldoria fu l’impasto vocale: un impreciso unisono di voci bianche e falsetti androgini, come un gruppo di sirene naufraghe che, aggrappate ad uno scoglio, hanno perduto l’armonia e la soavità in favore di una teatralità macabra e oltraggiosa. Raccontando di Diana, la vergine catturata dalle divinità silvane, le parti vocali si intrecciavano con turpe compiacenza per le sorti della giovane. Inseguita, trovata, sfuggita ma inesorabilmente violentata: sembrava un Erwartung al contrario, in cui la protagonista è anche la vittima. Drip Drip, che pareva un seguito ideale al primo brano, nonché una trama costruita su una stessa idea del loro poeta accompagnatore, era addirittura raccapricciante, ai limiti del sadismo, ma appoggiata ad un accompagnamento serrato e vorticoso.



Dopo un inizio simile, nel grande giardino del principe anche il ronzio degli insetti notturni sembrava affievolirsi. La grande colonna di fumo che ancora saliva dal centro di Londra si scontrava con correnti umide e rifletteva strani bagliori lunari su tutto un emisfero. Sembrava che un caldo opprimente stesse scendendo sulle campagne e sulle menti inebriate degli ospiti.
Glenn e Roger pensarono che quello fosse il momento giusto. Attaccarono una melodia sottile recitando sottovoce ciò che si vedevano attorno: “Bright the sunlight summer day Comus wakes he starts to play Virgin fair smiles so sweet Comus' heart begins to beat”. L’eco delle parole correva veloce svanendo tra il pubblico, mentre il flauto di Michael sembrava incantare serpenti invisibili. Poi la musica si impennò in un barrage di heavy-folk terrificante, con chitarre a tutto spiano; la voce sommessa dell’inizio divenne un’evocazione perentoria: “Chastity chaser virile for the virgin's virtue Excite her exciter you better go before you bleed and he hurts you He chased the chaste you better leave if you value your virtue All right now”. Quando un vapore violaceo si levò dal centro del palco anche il Principe Viaggiatore portò la mano sull’elsa. Dalla nuvola emerse un’enorme maschera rotonda intagliata nell’ebano che cominciò a dimenarsi come in preda alle convulsioni. Il viso circolare, enorme, la bocca rossa da cui penzolava una lunga lingua canina, occhi vuoti e catatonici: Komus, il semidio di cui pareva essersi persa la memoria, emerse nel bel mezzo del banchetto. Il coppiere stesso che accompagnò il Dio del Vino nel suo pellegrinaggio attorno al Mediterraneo, che lo affiancò nelle battaglie in Tracia, a Tebe e Orcomeno, stava ora ritto nel mezzo del palco e del giardino. Portava in mano il Calice di Dioniso, Graal pagano e massima reliquia Olimpica, dorata e risplendente. Con essa annaffiò tutti i presenti e fecondò con il vino di Bacco la Britannia sguarnita e spaventata. Mentre la musica ancora rinforzava come vento marino, la Maschera della Divinità Danzante inseguiva vergini e si faceva beffe dei profughi del grande incendio, illuminando la notte di grida terrificanti a metà fra spavento e piacere carnale. Una pressione fortissima precipitò sulle tempie di chi ascoltava, un sonno comatoso si impossessò delle loro menti. I musicisti, stremati, arrivarono alla fine di “Song to Comus” a fatica; l’epifania inaspettata del Semidio gettò un panico attonito attorno a sé. Poi, allo scadere degli ultimi accordi, Komus scomparve così come si era presentato, un profondo inchino e una risata distorta. Fu di nuovo il silenzio nel giardino; una brezza pungente diluì l’atmosfera afosa e carica di fuliggine.
Ci si guardava come risvegliandosi da un sogno incerto, sollevati nel ritrovare l’erba fresca sotto i piedi. 

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